Estratto del documento

deve tener conto della forma e del contenuto; bisogna avere strumenti per capire la forma cha

Oggetto letterario:

spesso è più importante del contenuto.

Differenza tra poesia e prosa:

- Poesia: scritta in versi per quanto possono essere strani (versi liberi del ‘900);

- Prosa: scrittura di tipo continua.

La differenza è più difficile da valutare se nella prosa è presente un alto grado di elaborazione artistica. Il testo in prosa

si legge più superficialmente di una poesia, a volte la comprensione della prima sembra più semplice della seconda.

Ogni civiltà letteraria ha quelle che possiamo chiamare:

- Istituzioni “esterne”: ad esempio le accademie (associazioni più o meno libere o controllate dal potere

politico in cui i lettorati si riuniscono per organizzare le loro attività); scuole e università; e le tecniche usate

nella produzione materiale dei libri, realizzati a mano o tramite macchina;

- Istituzioni “interne”: parametri convenzionali, cioè costituiti sulla base di un accordo implicito e

universalmente accettato e che quello che possiamo chiamare l’orizzonte d’attesa dei lettori (per esempio, se

legge un romanzo che si presenta come un romanzo poliziesco è portato ad aspettarsi che un investigatore,

dopo una serie di peripezie, pervenga a scoprire l’autore di un delitto). Quest’attesa condiziona la sua lettura.

Nella prosa l’orizzonte d’attesa è differente rispetto a quello della poesia, vale però la regola di come lo scrittore dice le

cose, spesso con il gusto di infrangere queste regole; nella poesia questi sconvolgimenti sono più evidenti e

raggiungono una maggiore efficacia.

Parlando invece di poesia, la scrittura in versi talvolta comporta che l’unità sintattica non debba essere contenuta in un

solo verso, ma si può passare in quello successivo (è una scelta consapevole).

p. 31 “A se stesso” di Leopardi:

palpitasti”: questa introduzione di un’unità sintattica in un verso e la prosecuzione in quello successivo prendono

“assai inarcatura (serve a dare un’incrinatura d’idea di finito e perfetto), al contrario di quel senso di finitezza

il nome di

ricercato nel medioevo. Più noto come enjambement (non far coincidere l’unità sintattica della frase con l’unità

versale).

L’elemento che caratterizza maggiormente la poesia e la rima: perfetta identità tra due parole a partire dalla vocale

tonica (dove cade l’accento). In italiano è concesso che la “O”/“E” aperta rimi con quelle chiuse. Le rime sono varie e si

combinano in vario modo:

- Baciate: AA BB

- Alternate: ABAB

- Incrociate (o abbracciate): ABBA

Le rime non sono tutte uguali, quelle per cui c’è una grande quantità di parole che rimano tra di loro sono chiamate

rime facili. Diventano rime difficili quando parole meno comuni vengono usate dall’autore con una terminazione che

conduce a termini più usati e numerosi. Le rime grammaticali sono ottenute usando parole che hanno la stessa

desinenza grammaticale. Le rime tecniche, cioè rime in cui all’identità dei suoni, a partire dall’ultima vocale si

aggiungono altre caratteristiche specifiche:

- Rime ricche: in cui l’identità fonica non è limitata alla parte finale della parola, a partire dall’accento tonico,

ma include anche altri fonemi;

- Rime equivoche: cioè, di due parole d’identico suono ma di significato diverso;

- Rime identiche: quando una parola rima con se stessa.

Hanno un significato poiché è un tentativo del poeta di determinare anche attraverso i suoni parole mirate per esprimere

uno stato d’animo a una situazione.

Concetto di assonanza: rima che indica una perfetta identità delle vocali accentate.

Assonanza in senso stretto: quando due parole condividono le stesse vocali, ma ha anche un significato più largo

(stesso suono).

Consonanza: identità a partire dalla vocale accentata che condivide le stesse consonanti.

Rima siciliana: è una rima particolare. Deriva dalla scuola poetica siciliana che scriveva in volgare siciliano con una

caratteristica fonica molto connotata, nella consistenza del lessico e in altri elementi. Scrivono nella loro lingua, il

siciliano illustre, e la usano come linguaggio di comunicazione cortigiana, che diventa presto letteraria. Non era un libro

a stampa quello della scuola siciliana (Guttemberg inventa la stampa nel XV secolo, nel 1400) quindi erano manoscritti

copiati e diffusi di cui ci restano solo quelli copiati in Toscana: qui i copisti toscani mutarono la veste linguistica

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siciliana in quella toscana, trasformandone le caratteristiche e peculiarità. Si sono perse molte particolarità della rima

siciliana (creata dai toscani). Nella maggior parte dei casi i toscani hanno normalizzato rime come: altrui e vui rima

siciliana in cui i toscani cambiano “vui” con “voi” per cui si credette spesso che per gli autori siciliani la “u” potesse

rimare con la “o” (chiusa). Di fatto è una prestigiosa tradizione letteraria nata da un errore.

In poesia le parole che sono disposte tra di loro vengono racchiuse in un’unità più grande, il verso. La metrica misura i

versi di varia estensione:

- Endecasillabo: verso formato di undici sillabe metriche;

- Settenario: verso formato da sette sillabe metriche;

Decasillabo: verso formato di dieci sillabe metriche;

-

- Novenario: verso formato di nove sillabe metriche;

Ottonario: verso formato di otto sillabe metriche;

-

- Senario: verso formato di sei sillabe metriche;

- Quinario: verso formato di cinque sillabe metriche;

Quaternario (o quadrisillabo): verso formato di quattro sillabe metriche;

-

- Ternario (o trisillabo): verso formato di tre sillabe metriche.

Il poeta ha la libertà di usare una serie di espedienti che permettono di accorciare o di allungare un verso.

Sinalefe: assimilare in un’unica sillaba, la sillaba che finisce con vocale con la sillaba (congiunzione) successiva che

inizia con la vocale.

Sineresi: realizzazione in un'unica unità sillabica di un nesso vocalico in iato. Si tratta dunque, nella pronuncia corrente,

di una certa oscillazione tra iato e dittongo.

Dieresi: l’incontro di due vocali all’interno di una parola viene computato come due sillabe.

Dialefe: la vocale finale di una parola e quella iniziale della successiva vengono considerate come due sillabe diverse.

Le parole italiane sono per gran parte:

- Piane: penultima sillaba accentata;

Sdrucciole: accento sulla terzultima sillaba;

-

- Bisdrucciole: accento nella quartultima sillaba;

- Tronche: ultima sillaba accentata.

Particolarmente evidente è la divisione di questi versi doppi in due parti, che si chiamano emistichi (mezzi versi), e

cesura, cioè quella pausa che separa la prima della seconda parte del verso (es. pag. 49). La

risulta molto marcata la

cesura è presente particolarmente nell’endecasillabo, anche se non è obbligatoria. Dato che l’endecasillabo è costituito

da un numero dispari di sillabe, in esso la cesura non può dividere il verso in due parti uguali, e si colloca quindi al

a

termine della parola su cui cade l’accento obbligatorio: se tale accento è di 4 , il primo emistichio risulterà più breve del

a

secondo (endecasillabo a minore, o semiquinario); se l’accento è di 6 , il primo emistichio sarà più lungo

a maiore, o semisettenario).

(endecasillabo

Strofe: insieme di versi che hanno una struttura uniforme per quanto riguarda l’impiego dei versi, la disposizione e la

collocazione delle rime che collegano i versi tra loro. Il verso è l’unità minima, talvolta sufficiente per formare una

poesia (vedi G. Ungaretti “M’illumino d’immenso”). Il raggruppamento più piccolo di versi è il distico (2 versi);

terzina (3 versi); quartina (4 versi); etc. È meglio dare il nome di strofa a quelle maggiori alla quartina.

L’ottava invece è una strofa formata da 8 versi e ha una forma metrica aperta. Fu utilizzata da Ariosto e Tasso.

Verso sciolto: versi con la mancanza di rime che li collegano tra loro.

Sonetto caudato (pag. 67): è una forma metrica chiusa, non è estensibile e replicabile all’infinito; non ha più di quattro,

massimo cinque strofe. La forma è data da quattro strofe divise in due quartine e due terzine, alle quali viene aggiunta

una “coda” (distico o terzina) con cui si arriva alla chiusura. È usato dai poeti giocosi, parodici e satirici.

I sonetti di Dante e Petrarca sono senza coda:

quartina

quartina

terzina SONETTO CAUDATO

terzina

coda (distico o terzina) settenario che rima con l’ultimo verso dell’ultima terzina più due endecasillabi a rima

baciata.

Allitterazione: consiste nella ripetizione, all’interno d’una parola o d’una sequenza di parole, d’un medesimo suono

vocalico o consonantico. 2

Assonanza e consonanza: “cicli fonetici”, in senso stretto rime imperfette perché all’accento tonico di due parole

possono essere uguali nell’assonanza solo le vocali, nella consonanza solo le consonanti.

Es. “trillo sembra la prima

il vetro che incrina”

Sgrigola

Il verso pascoliano ha l’idea di restituire l’immagine fonica del suono del trillo e dell’incrinazione del vetro.

Es. “il pietoso pastor

Pianse al suo pianto”

Accentua la partecipazione al dolore, alla commozione di qualcun altro.

Sonetto (pag. 64): strofe più brevi, difficile sviluppare un concetto o un immagine, vengono enunciati o abbozzati e di

rilievo e l’immagine conclusiva. Ha un andamento più rapido e meno argomentativo della canzone.

Forma metrica chiusa che ha quattro strofe, due quartine, due terzine e solo in alcune particolari forme satiriche,

burlesche, comprende la “coda”, un distico in cui l’autore lascia il commento più piccante.

La combinazione delle rime è quasi bloccato:

- ABAB (rima alternata)

- ABBA (rima abbracciata)

Trattando l’endecasillabo, essendo il sonetto composto da undici sillabe metriche, si usa la lettera maiuscola per

indicare lo schema rimico. Solo per versi inferiori all’ottonario lo schema si scrive minuscolo.

Pag. 65 co-llui -> suono dissimilato “con-lui” XXXV “Canzoniere”, Petrarca.

Ci sono delle eccezioni, in alcuni sonetti foscoliani, cambia schema rimico di una quartina con la seconda. Ciascuna

quartina conserva una propria autonomia anche sul piano sintattico rime alternate o incrociate. La regola è che tra due

quartine lo schema rmico è: a

- ABBA ABBA sistema Le quartine sono come due premesse di un sillogismo (1 quartina-espresso

a

- ABAB ABAB chiuso concetto; 2 quartina-espresso concetto) di cui le terzine contengono la

soluzione (risolta contraddizione dei due concetti nelle quartine).

Nel sonetto lo schema rimico delle prime terzine può essere diverso da quello della seconda che ha le stesse rime,, ma

combinate in modo diverso. In questo sonetto petrarchesco lo schema è: ABBA ABBA CDE CDE, ma nello schema

delle terzine posso avere tante altre combinazioni, varie possibilità: CDE EDC; CDE DCE/DEC. Si ritiene che il

sonetto, usato per la prima volta da Giacomo da Lentini e altri della scuola siciliana, derivi dalla stanza della canzone.

Canzone (pag. 55): è sempre stata la forma metrica principe della letteratura italiana, es. per Dante è la forma adatta per

esprimere in versi ampi concetti filosofici.

Più tardi verrà poi utilizzata anche per i componimenti amorosi (vedi il “Canzoniere” di Petrarca. È una forma metrica

impegnativa e complessa perché è composta da strofe più lunghe ed è una forma semi-chiusa (minimo tre strofe,

massimo cinque/sette strofe). Ma vi è un’eccezione: componimento 366 “Rerum Vulgarium Fragmenta”, “Canzone alla

di Petrarca. È una canzone di dieci strofe/stanze, Petrarca ha effettuato una frattura sulla forma delle tradizioni

vergine”

della canzone italiana.

Schema della canzone classica (pag. 58)

Si individuano due parti principali:

a

- Fronte: 1 parte (fino a verso ottavo) concatenazione o

a

- Sirma: 2 parte chiave

1 piede

Fronte 2 piede si distinguono dalle rime, dai versi che hanno rima baciata

1 volta segnano la fine del fronte.

Sirma 2 volta

Congedo: rivolto alla canzone stessa oppure anche rivolto ad un interlocutore destinatario oppure ha il ruolo di

constatare determinate cose. Il congedo è costituito da tre versi, il poeta licenzia il suo componimento all’esterno pag.

61.

Componimento leopardiano: Leopardi parte dalla tradizione della canzone classica per poi distruggere lo schema, le

rime. Stabilisce una diversa ripetizione di suoni, usa ampiamente assonanze e consonanze a discapito delle rime, utilizza

versi irrelati (che non fanno rima con altri).

L’autore segue lo schema classico fino a un certo tratto: 3

- In “All’Italia” (1818) segue lo schema classico, ma poi muta radicalmente questo schema, creando la canzone

libera, senza schema rimico fisso. Manca distinzione tra fronte e sirma, ci sono versi irrelati e le rime sono

piuttosto lontane fra loro, strofe pari hanno struttura diversa dalle dispari.

- In “Ad angelo mai” (1820): libertà nell’alternanza di endecasillabi e settenari, le strofe hanno tutte uguale

struttura, meno differenza fra le pari e dispari.

- In “Ultimo canto di Saffo” (1822): conserva la stessa struttura nelle varie strofe, ma le rime si diradano; strofe

di sedici versi, solo gli ultimi due rima baciata.

- In “Alla sua donna” (1823): uso di strofe che hanno uguale solo il numero di versi, ma hanno ognuna uno

schema metrico proprio.

- In “A Silvia” (1828): strofe di lunghezza diseguale con libera disposizione delle rime.

Madrigale (pag. 70): è nato per la poesia arde cortigiana, ma Petrarca scombina le regole e si attribuisce a questo

genere di componimento una maggiore importanza poetica grazie al “Rerum vulgaria fragmenta”: forma con grande

musicalità non adatta a sviluppare ragionamenti complessi; di solito è un componimento amoroso, si ricerca

un’immagine emotiva. È una forma piuttosto “asciutta”.

È interessante sia perché venne usata da Petrarca sia per il fatto che Tasso ne fece un uso innovativo. Struttura più

libera, con endecasillabi e settenari variamente disposti. Lo schema è variabile, ma di norma l’ultimo distico è in rima

baciata. In fase più antica composto da due o tre terzine e da uno o due distici, con schemi variabili, versi endecasillabi

o endecasillabi e settenari.

Romanticismo: sovvertire le istituzioni metriche usate e ereditate dal passato, questo non è un atteggiamento di rifiuto,

bensì la dimostrazione dei poeti romantici di sentire l’esigenza di libertà creativa non sopportando di essere vincolati da

norme troppo rigorose. Più congeniale la forma dell’ode.

L’ode (pag. 63): termine generico usato dal cinquecento per componimenti di stile elevato, strofe brevi di endecasillabi

o settenari; schema metrico vario ed identico per tutte le strofe. Utilizzo di versi tronchi e sdruccioli.

“All’amica risanate” (1802) di Foscolo: strofa di sei versi, i primi cinque settenari (secondo e quarto irrelati ma

sdruccioli) e il senso endecasillabo. Schema abacdD.

Forma molto amata dai poeti settecenteschi e usata spesso anche dai romantici: è un’ode il “Il cinque Maggio” (1821) di

Manzoni.

È riconducibile all’ode-canzonetta o canzonetta: tono meno elevato e di argomento più cantabile, poesia arcadica

libertà” di Metastasio.

settecentesca, ad esempio “La

La ballata (pag. 68): diffusa fra il duecento e il quattrocento; è destinata a essere musicata per accompagnare le danze.

Fu usata largamente dai poeti del Dolce Stil Novo in cui erano costituite da endecasillabi e settenari. è un metro lirico e

gli argomenti trattati sono meno elevati e complessi di quelli della canzone; è formato da una o più stanze ciascuna

preceduta da un identico ritornello o ripresa:

ballata minima

- Di un solo verso ->

- Di due versi -> ballata minore

- Di tre versi -> ballata mezzana

- Di quattro versi -> ballata grande

L’ultima rima della ripresa si ripete nell’ultimo verso della strofa, divisa in due parti di struttura uguale (mutazioni)

seguite da una volta, il cui primo verso rima con l’ultimo della seconda mutazione.

Es. pag. 69 RIPRESA

I mutazione strofa

II mutazione

Volta primo verso rima con l’ultimo della mutazione

secondo verso rima con l’ultimo verso della ripresa

Lo stesso metro venne adottato per la lauda: di carattere religioso diffuso nell’Italia centrale tra duecento e

quattrocento, ma si avvolse anche di altri metri. Iacopone da Todi “O segnor, per cortsia”: schema metrico xx aaax; il

verso nove ha un numero di sillabe maggiore rispetto agli ottonari da cui è costituito il componimento.

Il termine ballata fu usato poi dai romantici per indicare alcuni componimenti lirico-narrativi (ben diversi dalla

tradizionale ballata). Designata anche come romanze, derivano dall’imitazione di componimenti analoghi inglesi e

tedeschi, adottano metri svariati e ricercano ritmi cadenzati e cantabili.

L’ottava (pag. 71): metro di carattere prevalentemente narrativo. Diventa la forma metrica del poema, si presta a

raccontare qualcosa. Fu usata da Boccaccio in alcuni suoi poemi narrativi e fu adottata nei “Cantari”, componimenti

narrativi di vario argomento diffusi tra trecento e quattrocento, scritti per recite sulle piazze per pubblici popolari. Nel

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quattrocento l’ottava fu ripresa con successo da poeti come Pulci (“Morgante”) e Boiardo

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher mtt_sold di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Barberi Squarotti Giovanni.
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