Il carattere epico degli scritti di Fenoglio
L’intero corpus degli scritti di Fenoglio è di carattere epico, anche per le opere di matrice langarola. È l’epos della guerra, per il quale Alba diventa Gerusalemme, Johnny diventa Ettore. C’è l’epos di matrice classico-greca, che è proprio delle battaglie e della guerra; c’è poi l’epos di matrice cristiana (la cacciata dall’eden con la dura necessità del lavoro, l’esperienza tragica della morte, l’uccisione del fratello da parte del fratello, gli Ebrei in esilio a Babilonia, la passione e la morte in croce di Cristo).
- Epos classico: racconti di argomento resistenziale;
- Epos cristiano: racconti di argomento contadino.
Entrambi, sovente, si sovrappongono ed intrecciano. Ne La malora, Agostino è l’Adamo cacciato dall’eden. L’esperienza dolorosa del Pavaglione, la tentazione della ribellione e l’incontro tragico con la morte richiamano una passione laica. I sette marenghi sono a tutti gli effetti i trenta denari di Giuda; Agostino è un agnello in tempo di Pasqua; San Benedetto è l’Itaca perduta; il lavoro a casa d’altri è una guerra (infatti Agostino torna a casa “da soldato”).
Il conflitto nella scrittura di Fenoglio
Al centro della scrittura fenogliana sta il conflitto/scontro, che ha duplice natura: individuo vs individuo, ma anche individuo vs natura (cioè la condizione umana).
- Il primo caso è la lotta tra partigiani e fascisti. Il fascismo è un nemico interno, ancora più difficile da eliminare che il nazismo, il nemico esterno;
- Nel secondo caso gli elementi naturali (vento, nebbia, acqua) sono dei veri personaggi. La natura ostile è la “porca langa” (cfr. La malora, Giovanni Braida).
L’allontanamento da San Benedetto è l’uscita dal paradiso terrestre, con la conseguente scoperta del male e della violenza. Milton, protagonista de Una questione privata, ne è un’ulteriore dimostrazione: John Milton è anche l’autore del Paradise lost, la caduta di Adamo ed Eva dall’eden. Nell’opera fenogliana c’è anche un giardino (quello della villa dell’amata Fulvia) e c’è un ciliegio, paragonato all’albero della conoscenza del bene e del male. Milton rifiutò questo sapere, mentre Giorgio (un suo amico e compagno, molto vicino) ha fatto il male con Fulvia, instaurando un rapporto fratricida con Milton. Le avversità non sono solo con i fascisti, sono addirittura all’interno dello stesso schieramento. Prima con l’amore e la presenza di Fulvia c’era anche una guerra netta, tra buoni e cattivi. Ora, dopo la conoscenza del male, non c’è più interesse in Milton a continuare una guerra senza scopi.
Una questione privata è la scoperta del male come destino inevitabile, mentre la sopportazione si dimostra difficoltosa ma necessaria. Similmente Agostino (agnello sacrificale senza peccato) non ha commesso alcun male, ma si trova comunque escluso dall’eden per la colpa d’altri, dovendo far fronte alle privazioni, alla sofferenza, alla morte, all’ostilità degli uomini, andando “a combattere” lontano da casa la propria guerra, sopportando il tutto. Anche se Milton non ha spiato le parti intime di Fulvia abbarbicata sul ciliegio, ora è comunque cacciato dal paradiso terrestre.
Il destino e la natura umana
In quest’ottica homo homini lupus: Milton è costretto ad uccidere il prigioniero fascista, anche se controvoglia. L’omicidio si rivela, così, sempre necessario e la spirale del male non può mai essere arrestata, nemmeno se si agisce controvoglia.
Di fianco alla malvagità umana c’è sempre il destino, a cui viene posta in relazione la natura umana, che risulta però sempre fallimentare ed assai limitata. Tuttavia la scrittura di Fenoglio non lascia mai spazio agli eventi futuri, seppur prossimi: anche ne La malora, che si chiude in maniera quasi positiva, non c’è spazio per il futuro, che è solo presentito. Fenoglio si concentra sullo scontro.
Essere partigiani: un destino eterno
Essere partigiani vuol dire esserlo in aeternum (cfr. Cocito riguardo Il partigiano Johnny). Negli scritti post-resistenziali, l’autore albese dimostra come, finita la guerra civile, non inizi affatto un mondo più giusto: occorre ancora resistere e combattere i nuovi nemici del denaro e del potere. La guerra di Fenoglio è un conflitto essenzialmente difensivo, dove le conquiste sono lasciate ad altri (come l’amore e l’arricchimento, d’altronde).
L’epicità non sta nella conquista di Alba (che è anzi comica per l’episodio della grottesca parata e per le “medaglie al valore” suggerite dall’autore alle prostitute): l’epos c’è quando Alba cade, con la sua strenua ma disordinata difesa, senza alcuna prospettiva di successo od utilità, trattenuta coi denti solo per l’ideale del “resistere per resistere” (cfr. Op. 11, I ventitre giorni della città di Alba, paragrafo 51). La guerra contro il nemico non è in campo aperto, ma deve essere invece una guerriglia breve ed “incursiva”, alla Robin Hood (cfr. Cocito): ecco che Johnny richiama il modello epico di Ettore, difensore per eccellenza di una città perduta (cfr. Ettorica preferenza per la difensiva, cfr. RR 461). Gli eroi fenogliani non sono vincitori esultanti ma piuttosto nobili eroi sofferenti, perseguitati dal destino.
La sconfitta e la vittoria nei racconti di Fenoglio
La natura perdente emerge infatti sempre (per Agostino quando gioca a carte con Jano Rabino): se uno la riconosce e, sopportandola, l’accetta, scopre la condizione essenziale della salvezza. Johnny, Milton, Agostino sono tutti fratelli con la sfortuna in favore. Tuttavia l’epica fenogliana non è della sola sconfitta: Agostino torna a casa dalla “guerra” del Pavaglione sapendo ora sopportare il destino.
Nei racconti partigiani la vittoria aleggia sempre ma mai viene narrata: è in perenne oscillazione, ma giustifica comunque lo scopo della sopportazione. Certo che, a volte, non si sa quanto si dovrà sopportare (cfr. il vecchio, già più paziente dei giovani, de Una questione privata chiede comunque a Milton quando finirà la guerra). A tal proposito la guerra finirà lontana nel tempo, ma l’importante è che comunque finirà. È in questo modo che la scrittura fenogliana acquista una dimensione metafisica e teologica? La conclusione è lontana, ma l’inquietum cor nostrum agostiniano (segno di un insaziabile desiderio) rende sopportabile la sofferenza del presente. È il presagio della primavera che segue all’inverno (cfr. Il partigiano Johnny): lontana ma ineludibile.
La sconfitta e l'accettazione della condizione umana
La sconfitta non è il male o la morte, è piuttosto il non riuscire (o volere) accettarli: chi accetta la condizione umana ha già vinto (cfr. l’Heidegger del “vivere per la morte”). Alla fine de Il partigiano Johnny, Pierre muore (e forse anche lo stesso Johnny). Pierre era sempre stato consapevole dell’impossibilità del successo immediato. Tuttavia è l’ultima, antifrastica, riga che ribalta le sorti del libro: dalla loro liberazione (quella fascista) si passa alla vera Liberazione.
La morte e la rinascita nei racconti di Fenoglio
L’anfibologia sta tanto nella morte nella lotta resistenziale che nella conclusione vittoriosa di essa. Ma era questo il vero finale inteso da Fenoglio? Quasi certamente sì, giacché ulteriori revisioni avrebbero toccato lo stile, ma non la struttura della vicenda. La morte di Johnny e Milton è vera? Se per il primo personaggio è certa, quella di Milton è più una transumanazione: Milton nello scappare diventa più che umano, ma i suoi occhi sono come quelli del profeta in estasi, che è conscio degli elementi assoluti tanto cari a Fenoglio.
Sia Johnny che Milton salgono su per le colline, ai “cieli” dei partigiani. Il verbo aliare è segno di una tensione spirituale e metafisica. Milton morirà, anche se comunque vivrà, recuperando il suo paradiso perduto. In questo rituale di passaggio l’acqua assume un valore simbolico: tutto dissolve e cancella. È tuttavia simbolo ambivalente, perché la morte per acqua riconduce ad un’idea di fertilità, di ritorno al grembo materno. È la premessa di una nuova rinascita, come nei riti cristiani del battesimo e della benedizione del defunto. Anche il Milton de L’imboscata sembra più morto annegato che fucilato.
La dimensione postuma fa sì che la vita di prima sia remotissima, in tutti i suoi aspetti. Porsi nella prospettiva del dopo significa esimersidall’accettazione paziente della sofferenza di oggi. Un chiaro legame unisce anche Una questione privata e La malora. Anche qui infatti l’acqua è la minaccia di una fine incombente: Agostino potrebbe farla finita gettandosi in un gorgo (assieme al pozzo è simbolo archetipico del contatto con mondo infero). La sua morte interiore coincide però con il momento della rinascita mediante l’accettazione della sofferenza.
Anche ne Ma il mio amore è Paco il protagonista è sull’orlo di un pozzo, in procinto d’ammazzarsi. Dentro al buco riecheggiano le vocali “u” e “a” di Giulia (la “u” richiama la dimensione funebre, mentre la “a” è l’urlo dinnanzi all’orrore, cfr. L’urlo di Munch). In questo racconto si esalta l’umore nero fenogliano, prima ancora langarolo che anglosassone. Giulia, tradita dall’amato Paco, dà segno che i sentimenti possono persistere anche oltre la colpa. Un attimo prima dice a Paco di gettarsi tranquillamente nel pozzo, poi dopo lo invita a prendere il caffè in casa. La seconda vita di Paco, che inizia in quel preciso istante, sarà per certi versi postuma, non però come quella di Milton (che muore davvero).
Il tema della vita postuma e della salvezza paradossale
Il tema della vita postuma e della salvezza paradossale è chiaro nel racconto Nella valle di San Benedetto (tratto dai Racconti della guerra civile, v1). I tre protagonisti (simili per intelligenza e virilità), sono destinati ad una sorte completamente diversa, a causa della loro disposizione alla vita. A Giorgio manca la “forza dell’attesa”, anche se non era affatto un vigliacco, anzi. Bob, invece, è inadatto ad affrontare le difficoltà che si prospettano nella vita. Il racconto è ambientato verso la fine della guerra e mai come a quell’epoca occorreva saper aspettare. Colti dai tedeschi, i tre si gettano nelle acque del Belbo e vivono un’esperienza liminare. Abili a “dissolversi” con l’elemento acqueo, i tre si salvano imprevedibilmente. Questo episodio venne ritenuto significativo da Fenoglio, tant’è che lo ripresentò, passo per passo, nel capitolo x de Il partigiano Johnny. Dopo la solutio nell’acqua, i protagonisti sono fango in attesa di essere
-
Riassunto esame Letteratura Italiana, prof. Boggione, libro consigliato Storia e Antologia della Letteratura, Barbe…
-
Riassunto esame Letteratura Italiana, prof. Boggione, libro consigliato Storia ed Antologia della Letteratura, Barb…
-
Riassunto esame Letteratura italiana del rinascimento, prof. Venier, libro consigliato E. Garin, La letteratura deg…
-
Riassunto esame Letteratura Italiana, prof. Vecce, libro consigliato Piccola Storia della Letteratura Italiana: Med…