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Letteratura italiana (800-900)

Ugo Foscolo (1778-1827)

Ugo Foscolo nasce a Zante (Isole Ionie), allora possedimento della Repubblica Veneta. Per tali origini si sentì legato alla civiltà classica. Alla morte del padre, dalla Dalmazia, madre e figlio si trasferirono per motivi economici a Venezia. Conoscendo poco la lingua, Foscolo si immerse nella cultura classica e contemporanea e cominciò a scrivere i primi versi, divenendo anche conosciuto nonostante la sua povertà.

Il legame con la Rivoluzione francese

Politicamente entusiasta dei principi della Rivoluzione francese, ebbe noie con il governo oligarchico e conservatore della Repubblica di Venezia. Con l’avanzare delle truppe napoleoniche nell’Italia del Nord, Foscolo fuggì a Bologna, si arruolò alle truppe della Repubblica cispadana e pubblicò un’ode, A Buonaparte liberatore, in cui esaltava il generale francese come portatore di libertà.

Formatosi a Venezia un governo democratico, vi fece ritorno, ma è il 1797 e Napoleone aveva ceduto la Repubblica veneta all’Austria con il trattato di Campoformio; questa volta fuggì a Milano. Il “tradimento” di Napoleone fu un trauma per Foscolo e, nonostante ciò, continuò a operare nel sistema napoleonico, convinto che questo fosse un punto obbligato di passaggio per la creazione di un’Italia moderna. Mantenne una certa insofferenza nei confronti di Napoleone e nell’Aiace del 1811, la figura del tiranno Agamennone alludeva a Napoleone. Le critiche lo costrinsero a spostarsi a Firenze dove abbozzò le “Grazie”.

Dopo la sconfitta di Napoleone

Dopo la sconfitta di Napoleone a Lipsia, Foscolo tornò a Milano che, dopo la sconfitta definitiva di Waterloo, ospitava il nuovo regime austriaco. Qui gli fu affidata la direzione della “Biblioteca italiana” con cui il regime cercava di aggraziarsi gli intellettuali. Il Foscolo per coerenza abbandonò il progetto e andò in Svizzera e a Londra, da dove pubblicava saggi contro la querelle romantica nascente a Milano.

Le influenze culturali

Le componenti classiche, illuministiche e preromantiche sono le componenti tipiche del suo tempo. Oltre alle influenze greche e latine classiche abbiamo quelle italiane di Dante e Petrarca e dei suoi contemporanei Parini. Dall’estero abbiamo influenze del sentimentalismo di Rousseau (e le sue idee democratiche, egualitarie e quelle riguardanti il culto della natura come depositaria del positivo e bello) e di Goethe del Werther; ma anche dell’Ossian di MacPherson e dei poeti cimiteriali inglesi reinterpretati in chiave laica e patriottica. Di Rousseau abbraccia, inizialmente, la concezione secondo cui la società era in origine buona perché buono è l’uomo, così come predisposto naturalmente. Lo sviluppo della civiltà ha poi portato alla corruzione. In seguito, abbraccerà le posizioni meno positive del Machiavelli: una società paragonata a una giungla in cui vince il più forte.

Il materialismo di Foscolo

Il materialismo, tipicamente settecentesco, stabilisce che tutta la realtà è materia. Si nega il trascendente e la sopravvivenza dell’anima dopo la morte. Il reale è un perpetuo moto di aggregazione di elementi materiali che poi si disgregano e formano altri corpi: il mondo è retto non da una superiore intelligenza, ma da una forza meccanica.

Le opere principali

Ultime lettere di Jacopo Ortis: prima opera, un romanzo epistolare, forma narrativa apprezzata nel Settecento europeo. Una serie di lettere tra il protagonista e l’amico Alderani. Ispirato al Werther, parla di un giovane che si suicida per amore di una donna già destinata come sposa ad un altro. Anche qui abbiamo il conflitto tra l’intellettuale e la società che viene spiegato tramite l’impossibilità di avere una relazione con la donna e soprattutto di sposarla (matrimonio: simbolo, per la borghesia, di pieno inserimento nella società). Politica: Werther è borghese ma rifiutato dalla borghesia perché artista; Jacopo è anche lui un artista borghese che è respinto dall’aristocrazia, che è ancora la classe dominante in Italia. I due sono inetti, inadatti, ma mentre Werther è scritto prima della Rivoluzione e il protagonista sente il bisogno di un mondo diverso, senza però intravedere una profonda trasformazione; in Jacopo c’è la delusione rivoluzionaria e il tradimento delle speranze patriottiche e democratiche con il “tiranno” straniero: la morte è l’unica via d’uscita dalla crisi storica.

Le Odi e i Sonetti: Nelle Poesie del 1803 compaiono due odi e dodici sonetti. Le due odi sono A Luigia Pallavicini caduta da cavallo e All’amica risanata (dedicata alla donna amata guarita da una malattia e pronta a rientrare in società). Mentre l’Ortis, l’eroe esule, passionale e sventurato richiama tematiche preromantiche; le Odi sono timicamente neoclassiche: vagheggiamento della bellezza femminile, sovrapposizione delle immagini di divinità greche, rimandi mitologici, lessico aulico, sintassi classica. In Luigia si mantiene l’omaggio settecentesco alla bella donna; nell’altra si propone un discorso filosofico sulla bellezza ideale che purifica le passioni e rasserena l’animo inquieto degli uomini. Il neoclassicismo di Foscolo non è arcadico ed esteriore: la bellezza è un elemento che la letteratura deve proteggere ed eternare come valore superiore in contrapposizione al periodo storico violento e tormentato.

I Sonetti: Tre sono quelli più noti: “Alla sera”, “A Zacinto”, “In morte del fratello Giovanni” (si era ucciso per debiti di gioco a vent’anni). I sonetti sono più vicini alla passionalità e ai temi dell’Ortis: la proiezione del poeta in una figura eroica sventurata e tormentata, il conflitto con il “reo tempo” presente, il “nulla eterno” come unica alternativa, l’esilio come condizione politica, l’illusione della sepoltura lacrimata, il mito antico, il valore eterno della poesia. Vi sono, nei sonetti, sia il motivo nichilistico dell’Ortis, sia la ricerca di valori positivi già accennati nell’Ortis e poi presenti nei Sepolcri.

Dei Sepolcri: costituiscono un carme, sotto forma di epistola poetica indirizzata all’amico Ippolito Pindemonte. L’editto napoleonico di Saint-Cloud (1804) stabiliva che le sepolture dovessero avvenire fuori dei confini delle città. Anche in Francia il provvedimento aveva fatto parlare molto e, mentre il suo amico sosteneva il valore della sepoltura individuale, Foscolo, inizialmente, negava l’importanza delle tombe (perché morte = dissoluzione dell’essere) ma poi riesce a superare la fase nichilista generata dalla delusione rivoluzionaria e storica. La morte non è solo “nulla eterno” ma può essere affiancata dall’illusione di una sopravvivenza dopo la morte che è tutelata dalla tomba, che conserva il ricordo del defunto presso i vivi. Tomba centro dei valori civili che tramanda la memoria dei grandi uomini e delle azioni eroiche spingendo alla loro imitazione. Con l’illusione, Foscolo scopre la possibilità dell’azione politica: l’Ortis si era suicidato perché escludeva ogni possibilità d’intervento, ma ora introduce una nuova prospettiva. L’uomo può farsi forza grazie alla funzione esercitata dalle memorie di un passato di grandezza, tenute vive dal culto delle tombe.

Le Grazie: Agli inizi dell’800, Foscolo pubblicò alcuni frammenti del suo poema fingendo di averli tradotti da un inno alle Grazie di un poeta greco. Il progetto, mai concluso, cominciò a prendere forma durante il periodo fiorentino. I tre inni erano dedicati a Venere, Vesta e Pallade. Dee intermedie tra il cielo e la terra che hanno ispirato i sentimenti più puri degli uomini e li hanno elevati tramite il senso della bellezza portandoli alla civiltà. Arte e bellezza ingentiliscono le passioni. L’opera viene dedicata al Canova che lavorava al gruppo marmoreo delle Grazie. Il vagheggiamento della bellezza non è l’abbandono dell’impegno civile: frequenti sono i rimandi alla realtà attuale. La denuncia delle passioni feroci e della violenza dell’uomo, impersonate dalle guerre imperialistiche di Napoleone, è sempre presente.

Notizia intorno a Didimo Chierico: Quando Foscolo traduce il “Viaggio sentimentale” di Laurence Sterne, pone in appendice il ritratto di Didimo Chierico, personaggio inventato usato come pseudonimo. Questi non è un alter-ego, come lo era stato Ortis, ma anzi è l’anti-Ortis: è distaccato dalle passioni, ironico e disincantato. In questa figura c’è la chiave per dominare il mondo passionale: distaccata serenità dal mondo reale.

Ippolito Nievo (1831-1861)

Ippolito Nievo nasce a Padova in una famiglia borghese, il padre lo voleva avviare alla carriera forense ma Nievo, dalle idee mazziniane, non voleva stare al servizio del governo austriaco. Partecipò alla seconda guerra d’indipendenza e alla seguente spedizione dei Mille con Garibaldi. Si imbarcò dalla Sicilia verso Napoli per motivi di servizio ma morì in un naufragio. Il suo capolavoro è il romanzo “Le confessioni di un Italiano” scritto nel ’58.

Alessandro Manzoni (1785-1873)

Alessandro Manzoni nasce a Milano da Cesare e Giulia Beccaria, figlia di Cesare Beccaria. Formatosi in collegi religiosi, ricevette un’educazione classica ma ebbe rifiuto della religione. All’inizio dell’800 lasciò la casa paterna e andò dalla madre a Parigi e nacque un rapporto intenso. Qui conobbe Fauriel, che divenne un punto di riferimento per Manzoni, e gli ideologi intellettuali strettamente illuministi. A Parigi conobbe Enrichetta Blondel che si convertì dal calvinismo al cattolicesimo, ciò lo influenzò. Tornò definitivamente a Milano nel 1810 e la religione iniziò ad apparire nelle sue opere. Abbandona la poesia classicheggiante e si dedicò agli “Inni sacri” che aprirono la strada ad una serie di opere romantiche.

Il percorso letterario

Fu vicino al movimento romantico milanese, ma non partecipò attivamente alle polemiche con i classicisti. Lo stesso fece in politica: patriottico e unitario, seguì gli avvenimenti del 1820-21, ma non vi partecipò attivamente. Di questo periodo sono le odi civili, la Pentecoste e le tragedie. Nel 1827 pubblica i Promessi sposi ma assunse un atteggiamento di distacco verso la formula del romanzo storico, che gli aveva consentito di scrivere il suo capolavoro. Rifiutò la poesia perché falsa di contro al vero storico e morale. Si distaccò dalla letteratura e approfondì interessi storici, filosofici e linguistici. Lavorò fino al 1840 alla terza edizione del romanzo, con intenti linguistici, poiché elaborò, nel frattempo, la tesi della fiorentinità della lingua italiana. In questo periodo perse la madre, la moglie e parecchi figli, tuttavia il suo romanzo ebbe un successo immediato. Durante le cinque giornate di Milano del ’48 diede alla stampa l’ode patriottica Marzo 1821, tenuta per anni nascosta. Costituitosi il Regno d’Italia nel 1860, fu nominato senatore e si dichiarò contrario al potere temporale della Chiesa e favorevole a Roma capitale. Prima della sua morte fu venerato dalla borghesia italiana e il suo romanzo divenne la guida intellettuale, morale e politica nelle scuole.

La conversione e il cambio di prospettiva

La conversione porta ad un nuovo punto di vista storico: nel mondo classicista la tradizione romana era la diretta discendente della cultura moderna; nel mondo cristiano invece i romani perché violenti e oppressori non potevano essere modello di virtù che invece è rappresentato dal Medio Evo cristiano. Il ripudio della versione classica si abbina al ripudio della concezione eroica dei potenti e i vincitori in luogo dei vinti e gli umili (il destinatario è il grande pubblico non l’élite).

Anche la concezione della letteratura cambia: non c’è più l’idillica serenità classica, ciò è fiabesco e fittizio. Nasce una letteratura che guarda al “vero” della condizione storica dell’uomo. Così, anche l’arte non è un esercizio ornamentale ma serve l’“utile” nel campo morale e civile che ha lo scopo anche di educare contribuendo a cambiare le cose. Nella lettera a D’Azeglio sulla querelle romantica dirà “L’utile per iscopo, il vero per soggetto e l’interessante per mezzo”.

Le tragedie e l'opera poetica

Manzoni rifiuta le unità aristoteliche (l’azione della tragedia doveva essere una, non superare le 24 ore e svolgersi nello stesso luogo, senza cambi di scena) su cui si era fondata la regola Rinascimentale.

Gli Inni sacri: sono la prima opera post-conversione e costituiscono una poesia nuova ancora prima della querelle (1816). Già da qui il Manzoni rifiuta la mitologia perché presenta un repertorio trito e anche “falso”. Il linguaggio non è esclusivo e l’autore si propone come un semplice interprete corale della coscienza cristiana e si annulla nella comunità dei fedeli che celebrano l’evento liturgico. Scompare l’io eroicamente atteggiato della poesia foscoliana. Manzoni aveva progettato dodici inni, che cantassero le principali festività dell’anno liturgico, ma ne scrisse solo quattro: La Resurrezione, Il Natale, La Passione, Il nome di Maria.

La lirica patriottica e civile (tragedie e odi): Nel 1821 Manzoni compone l’ode Marzo 1821, dedicata ai moti di quell’anno e alla speranza che l’esercito piemontese si riunisse agli insorti lombardi, e Il cinque maggio, ispirato alla morte di Napoleone. Anche nel tema civile non resta più nulla del repertorio classico o dei riferimenti storici. I fatti contemporanei sono visti in prospettiva religiosa. Ad esempio, in Marzo 1821, Dio soccorre la causa dei popoli che lottano per la loro indipendenza, perché opprimere un altro popolo è contro le sue leggi. Nella lirica vengono fatti rientrare anche i cori delle tragedie. Nel coro del Carmagnola, come in Marzo 1821, si condannano le lotte fratricide che dividevano il popolo italiano nel ‘400: la storia passata è vista da una prospettiva politica, riferita al presente. Anche nel primo coro dell’Adelchi la storia dei Latini dell’VIII secolo, divisi tra i due dominatori, Longobardi e Franchi, viene messa a confronto con i problemi politici attuali (l’espediente è usato anche nel romanzo) e viene presentato un monito: che gli italiani non facciano affidamento su forze straniere per la loro liberazione nazionale. Il secondo coro dell’Adelchi è invece dedicato alla morte di Ermengarda, la ricostruzione dei tormenti interiori dell’infelice eroina, ripudiata da Carlo Magno, che cerca di soffocare la passione amorosa.

Le tragedie: le novità sono la scelta della tragedia storica e il rifiuto delle unità aristoteliche (tempo, luogo e azione). Manzoni, infatti, voleva inserire i conflitti dei suoi personaggi in un determinato contesto storico, ricostruito con fedeltà. Ciò è esposto chiaramente nella lettera a Monsieur Chauvet. Per Manzoni non è giusto inventare dei fatti per adattarvi dei sentimenti: se si segue un evento storico, e ci si attiene al “vero” dunque, si può fare narrazione. Seguendo il vero, automaticamente si rifiutano le unità che rendono le vicende false e limitate nel tempo e nei sentimenti (“romanzesco”).

Il Conte di Carmagnola: scritto dopo la querelle romantica, s’incentra nella figura di un capitano del ‘400, Bussone prima al servizio di Milano e poi al servizio di Venezia, assicurandole una clamorosa vittoria su Milano (battaglia di Maclodio). I veneziani lo sospettarono di tradimento e lo condannarono a morte. L’uomo d’animo elevato contro le ragioni di Stato con i suoi intrighi machiavellici. La storia umana è il trionfo del male e i puri sono destinati alla sconfitta.

L’Adelchi: parla del crollo del regno longobardo in Italia nell’VIII secolo, sotto i franchi di Carlo Magno. Desiderio, re dei Longobardi, ha due figli Adelchi ed Ermengarda. Quest’ultima è ripudiata da Carlo Magno così, dopo una serie di contrasti tra i re, è guerra. Il diacono longobardo Martino rivela a Carlo un passaggio segreto e l’esercito longobardo è in rotta. Ermengarda cerca di soffocare l’amor tremendo ma quando viene a scoprire delle nuove nozze di Carlo si uccide. Desiderio è preso prigioniero e Adelchi chiede al vincitore di essere pietoso verso il vecchio padre, e muore cristianamente. Ritorna il tema della ragion di stato: in un mondo dominato dalla violenza, Ermengarda, travagliata dall’amore, muore; Adelchi sogna le nobili imprese ma non riesce a realizzarle per l’ingiustizia e l’infedeltà del suo popolo. Sono puri e destinati alla sconfitta.

Il coro, nelle tragedie classiche, esprimeva i pensieri e i sentimenti che l’azione doveva ispirare al pubblico. Quello manzoniano è invece un “cantuccio” in cui l’autore esprime la sua visione e le sue reazioni soggettive di fronte ai fatti tragici. In questo modo, il poeta si sottraeva alla tentazione di introdursi nell’azione e di prestare ai personaggi i propri sentimenti.

Giacomo Leopardi (1798-1837)

Giacomo Leopardi nasce a Recanati in un ambiente bigotto e antirivoluzionario e ciò influenzò le sue idee iniziali. La madre era autoritaria e priva di affetto. Fu sin da giovanissimo un autodidatta e studiò nella biblioteca del padre per “sette anni di studio matto e disperatissimo”, che minarono il suo fisico già fragile. Imparò in breve tempo il latino, il greco e l’ebraico e tradusse molti classici. Tale cultura risulta però superata, arcadico-illuministica e dagli orizzonti ristretti, quelli reazionari e provinciali del suo ambiente. Egli assorbe tali caratteri nel suo pensiero politico, schierandosi per il dispotismo illuminato.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/11 Letteratura italiana contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher NDR di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Internazionali di Roma - UNINT o del prof Bartolini Simonetta.
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