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Giuseppe Dessì

Giuseppe Dessì nacque a Cagliari il 7 agosto 1909 e trascorse l'infanzia a Villacidro, cittadina alle pendici del Monte Linas, ed ebbe una difficile adolescenza. La scoperta di una biblioteca murata fu l'occasione per disordinate letture filosofiche e letterarie che lo portarono sull'orlo della follia. L'intervento del padre (ufficiale, eroe della Prima guerra mondiale), che mitigò il 'determinismo' filosofico con la poesia tramite un corso regolare di studi, lo portò in una delle città universitarie più prestigiose d'Italia, alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Pisa. Si laureò nel 1936.

Opere

I giovanili racconti della Sposa in città e il primo romanzo, San Silvano, segnarono nel 1939 il felice esordio di uno scrittore di opere di narrativa e teatrali. Dessì proseguì su una strada di ricerca e scrittura originale e personalissima (del 1942 il romanzo 'bipartito' Michele Boschino), pubblicando, nei lunghi intervalli tra un romanzo e l'altro, in rivista (e poi in volume) numerosi racconti. Del 1949 una fiaba-libro per ragazzi e adulti, Storia del principe Lui; del 1955, in pieno clima di neorealismo, I passeri; del 1959 l'Introduzione alla vita di Giacomo Scarbo, primo romanzo esplicitamente dedicato a quell’alter ego che sarebbe stato costante presenza nella narrativa di Dessì, a partire dal primo racconto-prefazione alla Sposa in città fino alla postuma Scelta. Del 1961 Il disertore, romanzo breve che si muove su piani diversi di sentimenti, di spazi, di tempo, e del 1972 l’ultimo libro compiuto, Paese d’ombre, tentativo di offrire su un impianto di tipo tolstoiano la storia di un personaggio, di un paese, sempre approssimata altrove per sparsi frammenti.

Nonostante lontano dalla Sardegna, questa terra fu sempre presente alla sua tensione narrativa, sfondo costante di romanzi e racconti drammatici (al teatro di Dessì, rappresentato spesso con notevole successo di pubblico e di critica, vanno ascritti testi di preciso impegno politico: La giustizia, Qui non c’è guerra, Eleonora d’Arborea; mentre La trincea inaugurò nel 1962 la seconda rete televisiva), Dessì fu costretto a spostamenti continui (dopo la Pisa degli anni universitari e Ferrara – dove avrebbe fatto parte del gruppo dei cinque amici di cui parla Bassani in Concerto-, Sassari, Ravenna, Teramo, Grosseto…) da una contrastata carriera di Provveditore agli Studi. Che si concluse a Roma, dove si trasferì negli anni '50, distaccato all’Accademia dei Lincei. Ma con la Sardegna, dopo la Pisa (e la Toscana) della giovinezza, altre città hanno avuto un’incidenza determinante nella privata biografia e nell’opera: la Ferrara degli anni '40 e Roma, dove visse per oltre un ventennio fino alla morte avvenuta il 6 luglio del 1977.

Premiati in numerosi concorsi (si ricordi almeno il Premio Strega assegnato nel 1972 a Paese d’ombre, tradotto subito nelle più importanti lingue) i libri di Dessì non sono ancora conosciuti e diffusi come meriterebbero, sia in Italia che all’estero; non è stata data l’importanza che meritava al romanzo incompiuto, La scelta, pubblicato postumo nel 1978 da Mondadori, né alle raccolte degli scritti dispersi sulla Sardegna, che si possono sicuramente includere tra le sue pagine più belle e che meritano di essere studiate, come il resto della sua opera, quale produzione di un “classico” del Novecento.

In seguito a generosa donazione della moglie Luisa Babini e del figlio Francesco Dessì-Fulgheri le carte Dessì sono da anni depositate all’Archivio Contemporaneo “A. Bonsanti” del Gabinetto G. P. Vieusseux di Firenze, a disposizione degli studiosi.

Dessi scrive per sostenersi, mentre tenta e sperimenta, scrive racconti inviandoli ai giornali e questo diventa un modo per sfruttare un talento e guadagnare qualcosa. Il racconto per Dessi si alterna al romanzo per quasi tutta la sua carriera. Scrive 200 racconti in totale nella sua vita. Quasi mai lavora sulla suspense (eccezione racconto Il Carbonaio). Per Landolfi il racconto è la forma privilegiata, più efficace, i suoi sono racconti strutturati lavorati in più parti. Dessì mostra in tutte le sue opere una certa continuità di temi e ambienti, solitamente in Sardegna, perfino personaggi che ritornano, ad esempio Giacomo Scarbo, alterego di Dessi. Natura presente sentite dai sensi, suoni, odori e sapori, aroma legna bagnata, eco degli spari ecc.

Elementi ricorrenti nei suoi racconti

I temi più ricorrenti sono gli ambienti della Sardegna rimasta indietro nel tempo, inoltre ha un occhio di riguardo verso la natura e gli animali. Frequente la presenza di bambini, spesso le storie sono narrate attraverso gli occhi di quest’ultimi. Dessi nei primi suoi racconti insiste molto su turbamenti tipicamente giovanili (ricerca identitaria ecc). esordiscono come scrittori prima della guerra, USARARAMENTE LA PRIMA PERSONA.

Intro del prof

Dessì durante la sua carriera letteraria ha sviluppato e approfondito non solo gli stessi temi e le stesse cadenze narrative, ma anche gli ambienti e i personaggi degli esordi, fino a costruire un microcosmo. Esordiente alla narrativa o almeno aspirante scrittore pochi anni dopo il conferimento del premio Nobel alla “generica chatta” Deledda. Le donne nella narrativa di Dessì sono coraggiose e costanti inoltre in molte opere le conferisce di indipendenza e le rende eroine. La cura dei campi e degli animali addomesticati scandisce la vita dei personaggi dessiani, con una terra che prende forma e spazio allertando i sensi: ATTRAVERSO SUONI E SAPORI (eco spari, aroma terra bagnata).

Il grande lama

Si tratta di uno dei pezzi filosoficamente più intensi della raccolta, laddove un padre cerca di spiegare al figlio la combinazione finita dei volti umani o piuttosto la loro spersonalizzata natura di contenitori, per le proiezioni dell’io, di ripetute funzioni, simboli sfuggenti che ci accompagnano nel tempo annullando i tratti somatici della realtà. Il narratore adulto parla con un bambino, rapporto padre e figlio. Nella parte finale congiunge le due parti del racconto concludendo che il bambino capirà in futuro.

Lei era l’acqua

Lei era l'acqua comprende racconti composti dal grande scrittore Giuseppe Dessì tra il 1945 e il 1965. In diversi paesi della Sardegna, a Cagliari, o temporaneamente lontani dall'Isola, si muovono ragazzi, uomini, donne, colti mentre un lampo di consapevolezza, del presente o del passato, li porta alla conoscenza profonda e lancinante di una realtà sino ad allora sconosciuta, indicibile, e pronta a chiudere loro, nuovamente, le proprie porte. La scrittura poetica svela la magia del quotidiano, riflette le fragilità, i sogni e le paure dei protagonisti, ne esprime dall'interno gli stati dell'anima. L’acqua è l’elemento principale, rifletteva tutto il paese, elemento di fertilità. L’aggiunta degli individui stranieri stravolge le tradizioni e le credenze trovando selvaggia l’abitudine di lasciar liberi i buoi. Lo straniero ha paura dei tori associandoli a un elemento demoniaco, e la trasmette anche a chi viveva lì. La paura si riflette nei sogni delle persone. Donna sogna il toro con le ali di pipistrello.

Nascita di un uomo

È una specie di racconto di formazione, perché racconta un momento di vita esteso di un ragazzo che sta vivendo un momento piuttosto particolare. Pubblicato per la prima volta nel 1937 nella rivista La Ruota. Va a lavorare al lavatoio per arrotondare le entrate, lavoro da fare insieme alle altre donne. “Suo padre e la sua matrigna non s’erano accorti di nulla; ma le donne del lavatoio se ne accorsero subito del cambiamento”. Ci viene presentato questo ragazzo compreso in un momento di cambiamento, come certi scherzi fatti precedentemente adesso sono sostituiti da un atteggiamento nuovo, serio. Cambiamento avvenuto riguarda la scoperta del sesso e l’incontro con una ragazza. Quello che non avrebbe mai voluto sapere e che non avrebbe mai voluto che gli altri sapessero riguarda questa ragazza che è incinta e nessuno sa di chi. Il ragazzo reagisce a questa notizia con un gran malessere che intercorre su tutto il racconto, che assume varie forme, è il filo portante di tutto il racconto. Non sa come gestire questa situazione, soffre pensando alla ragazza che sta male fisicamente. Malessere si presenta anche come confusioni di immagini che gli vengono alla mente. Va con una certa frequenza a vedere le bestie che vanno al mattatoio come per ricercare una sofferenza (?). Arriva il momento del parto. A un certo punto sembra che stia prendendo la soluzione di sposarla. Però la parte finale del racconto è ancora un misto tra realtà e sogno e non si capisce bene, in un’atmosfera semi onirica. Si scopre che sono nati due gemelli. Sovrappone paure e angosce a immagini di sangue e di morte capaci di azzerare le distanze tra mondo umano e mondo animale: uso frequente di metafore a tinte a un immaginario bestiale e infatti al momento di partorire Mafalda urlava da due ore come un cane a catena.

Il carbonaio

Racconto di un Dessì giovane, descrizione della Sardegna, successivamente si concentra su una casa in particolare, la casa di un carbonaio toscano. Una volta il carbonaio tornando a casa da sua moglie e suo figlio mentre la moglie non era in casa rimane fuori a giocare con il figlio. Lavoravano insieme prendendo l’accetta e tagliando i tronchi. A un certo punto l’accetta cade e si affonda tra i capelli del bimbo. Così il padre scappa verso la collina e, tolse la cinghia per ammazzarsi, ma non trovò nessun albero. Successivamente si scopre che il bambino non era morto ma aveva i capelli impigliati nell’accetta. Il padre aveva avuto una specie di visione. E torna a casa abbracciando felicemente la moglie e il figlio. Vicenda storica è una fase della storia primo '900. Mette in scena una allucinazione, l’incubo di un carbonaio convinto di aver decapitato il figlio invece del suo coniglio. In seguito dal rimorso, e gli va giù come un ubriaco per la campagna meditando il suicidio finché rientrato a casa può svegliarsi dal terribile delirio e ritrovare intatta la sua famiglia e perfino il coniglio come corpi dotati di impareggiabile resilienza.

Le trote

Viene pubblicato più volte, tra il 1950 e il 1954. Cambia incipit e destinatario, viene inserito anche in un romanzo Il Passero. Molto simile al fiume, richiama ragazza sorpresa, la nudità, l’ambientazione. Situazione ventosa che affrettava i lavori campestri, ragazza lascia il cesto di panni dicendo “ci sono le trote oggi nel fiume”, e va verso il fiume seguita dal ragazzo. Conoscenza che passa attraverso sensazioni sensoriali: acuto odore di menta peperita. Ci spiega che alla fattoria avevano lasciato solo lui, con il piede lussato, e Rita, la ragazza. Descrizione caccia alle trote di Rita mentre il ragazzo casualmente la guarda senza che lei lo sappia, azione eccitante quanto la nudità di alcune parti del suo corpo. A un tratto la ragazza se ne accorge e lo guarda. Molto presente nei testi di Dessi lo sguardo. Misterioso però il pensiero di lei. Rimane finale non detto. Eccezionale occasione che hanno due giovani di ritrovarsi soli nella fattoria di famiglia a dispetto di ogni possibile maldicenza incoraggia il protagonista a spingersi faticosamente nei pressi del torrente dove Rita, visibile tra le felci, si scopre le gambe per non bagnarsi i vestiti mentre dà la caccia alle trote. Il mutuo gioco di sguardi reciproci che ne consegue, a testa la conflittuale lotta di entrambi contro la tentazione e il desiderio conferendo al racconto una atmosfera di ambiguità. Il fatto è che quasi sempre per i personaggi di Dessì, è perturbante la scoperta dell’elemento erotico, delle nudità del corpo.

Il fiume

È un racconto basato sullo sguardo. Personaggio giovanile, ambiente campagnolo, presenza di animali. L’obiettivo e il desiderio della bambina è il fiume. La bambina Annita viene descritta strana e sonnambula, dato che alterna momenti di presenza e di assenza. Il fiume diviene un simbolo di libertà e di tentazione. Si insiste sul conflitto interiore piacere/timore e trasgressione/paura. Il racconto non è di tipo formativo; la bambina lascia nelle persone un alone di mistero e stupore.

Pane danaro e tempo

1937, pieno regime fascista, a Dessi viene chiesto di scrivere l’inchiesta riguardante le bonifiche avvenute in Sardegna per volere del regime fascista. Dessi accetta l’incarico, il quale scopo era di trasmettere un elogio all’azione fascista. Non è appunto un racconto vero e proprio ma un’indagine. Offre degli scorci della Sardegna, racconta modi e abitudini in maniera sconcertante. Pregiudizio iniziale Sardegna come terra arretrata. Descrive ritmo lentissimo dei contadini. Introduzione iniziale, poi passa a spiegare intervento benefico del fascismo. Racconto cosa ha fatto il fascismo per migliorare lo stato e le difficoltà incontrate nel percorso. “Ora sarebbe molto facile dire come al solito: il fascismo ha compiuto il miracolo, no no semmai, il fascismo sta compiendo il miracolo”.

Tommaso Landolfi

Tommaso Landolfi (Pico, 9 agosto 1908 – Ronciglione, 8 luglio 1979) è stato uno scrittore, poeta, traduttore e glottoteta (arte di creare linguaggi artificiali sviluppandone la fonologia, il vocabolario e la grammatica) italiano. Anche se poco noto al grande pubblico, complice la lingua estremamente ricercata e la poetica per certi versi assimilabile al Surrealismo, ma anche una sua certa distanza dalle tendenze letterarie italiane, sia prima, sia dopo la Seconda guerra mondiale, è considerato uno degli scrittori italiani di maggior rilievo del Novecento.

Nel 1932 conseguì la laurea in lingua e letteratura russa presso l'Università di Firenze, discutendo una tesi sulla poetessa Anna Achmatova. Nel capoluogo toscano, collabora a diverse riviste letterarie, quali Campo di Marte e Letteratura. Nel 1937 pubblica la sua prima raccolta di racconti, Dialogo dei massimi sistemi precedentemente apparsi su riviste.

Seguono altre prove narrative, tra il fantastico ed il grottesco, che caratterizzano la produzione del primo Landolfi, tra i quali spicca il Racconto d'autunno, breve romanzo gotico del 1947. Evidente, già dalle prime opere, il tema della vanità dell'agire umano, trattato con apparente e spesso divertita leggerezza, che può però trasformarsi in disperazione e delirio romantico, quando si autocompiace nella propria ironica tristezza.

Salvo brevi soggiorni all'estero, la vita di Landolfi si svolge per lo più tra Roma, le case da gioco di San Remo e di Venezia e la tenuta di famiglia a Pico. Il demone del gioco, assieme ad altri motivi autobiografici, è al centro delle sperimentali opere "metadiaristiche" La bière du pécheur (1953), Rien va (1963) e Des mois (1967). Nel 1975 vince il premio Strega con la raccolta di racconti A caso.

È stato collaboratore fisso, tra il 1939 ed il 1941, del settimanale Oggi di Arrigo Benedetti. Più tarde sono invece le collaborazioni con Il Mondo di Pannunzio ed il Corriere della Sera. Si ammala di una lunga e dolorosa malattia, complice il clima rigido e umido di Pico. Mentre la figlia è assente per qualche ora, è colpito da un enfisema polmonare: si spegne a Ronciglione, in provincia di Viterbo, l'8 luglio del 1979.

Landolfi è stato un autore prolifico e versatile che non ha lasciata intentata nessuna strada: dalla narrativa alla saggistica, dal teatro alla lirica, dalla critica letteraria alla traduzione. La sua produzione è così complessa e varia che è difficile individuarne un centro: ogni scritto di Landolfi è un piccolo capolavoro che convive con gli altri senza pretese di supremazia.

Lo stile

Landolfi nutre un sincero interesse per le possibilità della lingua, benché non sia uno scrittore d'avanguardia ma piuttosto un conservatore. Per esempio, nel racconto La passeggiata, che alla persona dotata di un vocabolario medio pare un racconto astruso ed incomprensibile, Landolfi fa sfilare una serie di vocaboli arcaici, gergali o comunque desueti, ma tutti presenti nel dizionario. Ha saputo giocare con la lingua, plasmando le regole della grammatica a suo piacimento, e nei suoi scritti la tradizione, celebrata con periodi sinuosi e formalmente impeccabili, si alterna alle più originali sperimentazioni che, per la loro natura sorprendente e provocatoria, sembrano quasi voler sfidare le risorse della lingua. Come nel racconto Parole in agitazione, scappate di bocca al protagonista nel lavarsi i denti al mattino, le parole per Landolfi sono vive: saltellano gioiose da un periodo all’altro, sempre alla ricerca di nuove avventure. Lasciando per un attimo da parte la forma, i temi delle sue opere spaziano dal fantastico al grottesco, dall’insolito al raccapricciante, dall’illogico all’assurdo. Il suo profondo scetticismo verso il reale si esprime nell’arte con il ricorso al gioco e allo scherzo, che mettono in campo un’ironia dissacratoria e inarrestabile. Della quotidianità, i suoi testi valorizzano gli aspetti stravaganti e onirici. Landolfi dà molta attenzione al paratesto cioè a tutto ciò che circonda il testo.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/11 Letteratura italiana contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher RebeccaMichelotti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana moderna e contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Turi Nicola.
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