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La letteratura italiana nel medioevo

Dante, Petrarca, Boccaccio

Caratteri dell’epoca

Con il termine medioevo si indica il periodo storico che va dalla fine dell’impero romano

(476 d.C.) fino alla scoperta dell’America (1942): queste date sono naturalmente

simboliche, e accolgono al loro interno momenti culturali molto diversi. Con questo

concetto si vuole però indicare sostanzialmente il periodo della storia europea

caratterizzato da una eclissi dei valori antichi, da un lungo periodo di buio, dal quale

l’umanità uscì a partire dalla rinascenza iniziata con la riscoperta degli antichi nel 400.

Questo periodo si apre dunque con la fine dell’impero romano e la formazione dei regni

romano barbarici e giunge fino alla formazione di un modello sociale e politico nuovo,

quello dei comuni e delle signorie. Con la nascita di queste ultime e della letteratura ad

esse collegata siamo all’inizio dell’età moderna. La cultura medievale è espressione di un

mondo feudale, dominato dal rapporto di vassallaggio tra il signore ed i suoi sudditi e da

una sostanziale rigidezza e semplicità dei rapporti sociali. Questo modello entrò in crisi

con la formazione dei comuni e la nascita di una nuova classe, quella borghese, che portò

ad una società più mossa ed articolata. Fino a quel momento, la cultura fu dominata in

primo luogo dalla Chiesa (anche se importantissimi furono le esperienze presso alcune

corti, in particolare, per quanto concerne l’Italia, quella normanna in Sicilia) che deteneva

un assoluto controllo sull’intera vita del medioevo. A questo monopolio si aggiungeva la

difficoltà della produzione e circolazione dei libri, che rimase tale fino all’invenzione della

stampa del 400. Così i centri dove si gestiva la produzione libraria erano i conventi,

presso i quali venivano ricopiati a mano i libri degli antichi (i monaci che si dedicavano a

queste attività sono chiamati amanuensi). In questo periodo la cultura antica fu perlopiù

dimenticata. Mancava completamente una cultura laica di grande spessore, e la maggior

parte delle forme culturali non cristiane erano orali e quindi non ci sono pervenute (con la

nascita delle città la situazione divenne più articolata, in quanto nacquero nuove scuole e

soprattutto, dal 1100 le prime università), e la visione del mondo comune era quella nata

dalla fusione dell’aristotelismo con il tomismo. La cultura filosofica era legata alla

fondazione razionale della religione e si inscriveva dunque nel contesto cristiano,

riprendendo in esso i filosofi antichi. In questo orizzonte la cultura latina mantenne una

certa importanza, perché il latino era la lingua che accomunava l’intero mondo medievale

ed era l’unico mezzo di comunicazione della cultura: così rimasero importanti punti di

riferimento alcuni autori della tradizione latina, come Virgilio e Cicerone, la cui conoscenza

fu comunque limitata. Per quanto riguarda le forme della letteratura latina di questo

periodo, dominano i drammi liturgici e la poesia figurata. Quest’ultima è legata alla

sensibilità medioevale per i segni, per l’allegoria, per la produzione nell’arte e nella

scrittura di elementi quasi magici. Domina in tutta questa epoca un senso del significato

nascosto, di diversi piani di lettura e interpretazione, presenti nel modo più emblematico

in Dante. Questo meccanismo di lettura è legato soprattutto all’idea di trovare massime

morali, esempi edificanti che si legano con la letteratura religiosa e l’intento educativo. In

questo quadro non abbiamo ancora di fronte a noi la letteratura italiana: come tutte le

altre letterature nazionali europee essa emerse progressivamente dal latino, e trovò un

assetto definitivo solo dopo moltissimi anni. Per questo, prima di entrare nella vera e

propria storia letteraria, cioè degli autori che scrivono italiano, bisogna vedere come si è

sviluppata questa lingua.

Le lingue romanze e l’origine della lingua italiana

Alla caduta dell’impero romano (inizio tradizionale del medioevo) la lingua comune

dell’Europa occidentale era il latino. Progressivamente da questa omogeneità culturale e

linguistica emersero differenze sempre maggiori che portarono alla formazione di lingue

nazionali, cosiddette romanze. La prima letteratura romanza fu quella francese: essa si

sviluppò in due lingue, la lingua d’oc e la lingua d’oil. Nella prima, provenzale, si codificò

la lirica d’amore (circa alla metà dell’XI secolo), che divenne modello fondamentale della

successiva letteratura volgare, anche in Italia. Essa era legata al mondo feudale e all’idea

della donna signora, di cui il poeta era vassallo e alla quale era legato da un amore

impossibile. Questa letteratura è detta trobadorica, perché veniva cantata dai trovatori

(trovatore è colui che compone, il poeta) che giravano le corti, e presentava diversi livelli

di stile e di difficoltà. Nella lingua d’oil, invece, furono scritte le canzoni cavalleresche (ad

esempio la Chanson de Roland, 1180) e i romanzi cavallereschi, che raccontavano le

imprese di un singolo eroe, mettendo in evidenza i valori dell’individuo (come il ciclo

bretone di re Artù, o il Lancellot di Chrétien de Troyes). Rispetto al contesto della Francia,

la lingua volgare italiana elaborò le sue prime forme letterarie abbastanza tardi: se il primo

documento del volgare italiano è del 960 (il cosiddetto Placito Capuano, che sanciva un

diritto di proprietà), le prime espressioni letterarie iniziarono solo nel 1200. Esse sono

legate al diffondersi della lirica provenzale, per l’arrivo di alcuni trovatori nelle città del

Nord Italia, dopo la crisi delle corti della Francia del sud.

La lirica

Nel 1200 si diffuse il modello poetico della canzone, che ha dominato per lungo tempo

nella letteratura italiana: le canzoni, composte in periodi diversi, venivano raccolte in

canzonieri. Queste raccolte furono le prime forme poetiche in volgare italiano. La prima

lirica italiana fu quella della scuola siciliana, sviluppatasi nel 200 alla corte di Federico II:

gli autori erano funzionari della corte stessa, dotati quindi di notevole cultura. Il loro scopo

era di creare una lingua letteraria alta: così presero a modello la lirica provenzale,

eliminando però i riferimenti più complessi e creando un modello di lirica amorosa altro e

astratto. Legati al mondo feudale, anche il loro modello d’amore ricalcava questa distanza

tra la signora e suo vassallo. Tra gli autori siciliani il primo e più importante fu Giacomo da

Lentini. A partire dagli anni 50 del 200, dopo la morte di Federico II, la nuova lirica si

trasferì in Toscana in quanto la concitata vita politica di questa regione portava spesso a

contatto con la corte siciliana. Trapiantata in ambiente comunale, la nuova lirica vi si

adattò: la lingua venne toscanizzata e le tematiche si ampliarono, tornando più vicine al

modello provenzale. Il caposcuola fu Guittone d’Arezzo, che scrisse poesie d’

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

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