Introduzione
Il presente lavoro è un tentativo d’approccio al complesso tema del ruolo e della storia delle donne, le quali, attraverso battaglie e lotte politiche, hanno riconcettualizzato il loro stesso "essere-nel-mondo" fino a creare dei veri e propri paradigmi interpretativi. Innanzitutto, dunque, vedremo quale fosse la figura della donna nel mondo classico: in particolare, per quanto riguarda il mondo latino, attraverso il lavoro di Eva Cantarella intitolato Passato Prossimo che illustra la condizione femminile nella Roma arcaica e, per il mondo greco, attraverso le opere di Apollonio Rodio e le tragedie di Eschilo, Sofocle ed Euripide.
Quindi, esamineremo i movimenti e le idee che, a partire dall’età moderna a oggi, hanno costituito il nucleo della rivendicazione dei diritti delle donne. La storia del femminismo, dalle prime suffragette ai nostri giorni, è una storia di donne che lottarono per alcuni diritti elementari:
- Il diritto al voto
- Il diritto al lavoro (ancora oggi terreno di discussione)
- Il diritto di partecipare alla vita politica
Numerose donne, dal 1848 al 1920, intrapresero 72 anni di battaglie politiche, comizi, manifestazioni, arresti e talvolta condanne per poter affermare il diritto al voto. Questo primo femminismo rappresenta, se si vuole, l’aspetto più sanguigno della storia al femminile. In Italia, anche se la lotta per il voto avvenne a un livello più parlamentare, figure di spicco come Anna Maria Mozzoni o Anna Kuliscioff combatterono con il medesimo fervore, per i diritti della donna lavoratrice e per la riforma del codice civile.
Analizzeremo, quindi, anche il contributo, sul piano filosofico e teorico, fornito dalle donne stesse alla causa per la loro liberazione: in particolare verranno illustrati gli aspetti fondamentali delle concezioni teoriche di Simone de Beauvoir. Oltre a illustrare la condizione della donna in ambito storico-politico e filosofico, verrà presa in esame la figura ed il ruolo della donna nella cultura e nella letteratura. Un tema certamente affascinante ma arduo per vastità e complessità: Beatrice, Francesca da Rimini, Laura, Silvia; cambia il nome, ma c’è sempre una donna al centro dei sentimenti e degli interessi personali dei grandi della storia letteraria, da Dante a Petrarca a Leopardi.
Verrà analizzata, pertanto, la figura della donna nei molteplici aspetti in cui la produzione letteraria italiana e inglese, tra ottocento e novecento, li ha proposti: la donna desiderata, idealizzata, quella che desidera e che non sempre ottiene ciò che vuole, quella che rinuncia per debolezza all’amore e anche la donna vittima di una società che non le permette di essere se stessa e di realizzarsi. Quindi, per quanto riguarda l’arte figurativa, verrà presa in considerazione l’arte di Gustav Klimt, il quale ha dedicato molte delle sue opere alla figura femminile. Infine, a conclusione del presente lavoro, alcune considerazioni personali.
Il mondo classico
La donna dei latini
Qual era la figura e il ruolo della donna nel mondo latino? In risposta a questa domanda una panoramica esaustiva ci è fornita dall’opera di Eva Cantarella intitolata Passato Prossimo. Donne romane da Tacita a Sulpicia, che illustra la condizione femminile nella Roma arcaica, ed è tesa a dimostrare che il prestigio delle donne, agli inizi della civiltà romana, «era solo un vuoto omaggio verbale», ma che questa situazione muterà fin dal sorgere della repubblica.
Nell’Introduzione, l’autrice sottolinea come nella sua opera oltre a mostrare delle figure di donna romana, si propone la soluzione di alcune questioni, quali, ad esempio, come si conquistò, e in quale misura, una certa libertà femminile e come questa venne utilizzata. La prima parte del libro, Prima di Roma, si apre con una premessa in cui si ricorda la dea romana del Silenzio, Tacita Muta, alla quale Giove strappò la lingua poiché la ninfa aveva parlato a sproposito. Il difetto di tale personaggio è visto come la tipica caratteristica femminile: «Per i romani infatti, così come per i greci, la parola non rientrava tra gli strumenti di cui le donne sapevano fare buon uso, non apparteneva al genere femminile, non era di sua competenza». Il tacere, dunque, era un dovere femminile e Tacita rappresenta la condizione delle donne nella Roma antica.
Nel primo capitolo, Alla ricerca del potere perduto, l’autrice confuta le varie ipotesi che vorrebbero spiegare come di un antichissimo potere delle donne la contraddizione che sorge tra l’immagine offerta dalle leggende di figure femminili dalle gesta eroiche e il quadro di sottomissione che emerge dalla severità dei precetti giuridici. Per la Cantarella, invece, non vi è nessun antichissimo potere dietro questa contraddizione ma si tratta semplicemente dell’«espressione di un desiderio».
A tal proposito l’autrice analizza le fonti che riguardano le donne del territorio italico, passando in rassegna figure femminili dell’Etruria (come Tanaquil, la sposa etrusca di Tarquino Prisco, la quale diede per la civitas delle importanti interpretazioni di prodigi; del Lazio come Lavinia, figlia del re Latino, e moglie di Enea, e la vergine di Ardea, la cui storia è raccontata da Livio; della Sabina come Ersilia, rapita per errore nel famoso ratto) e sostiene che dal quadro tratteggiato non emergano, però, le prove di antichi poteri femminili, né della matrilinearità. Inoltre, continua, nei culti e nelle leggende italiche di tradizione preromana, vi sono figure di donne forti e coraggiose dalle virtù maschili quali Camilla, figlia del re di Priverno, e Clelia che, caduta in ostaggio di Porsenna scappò assieme ad altre fanciulle riportandole a Roma e alla quale venne dedicata a spese pubbliche una statua equestre, ma queste imprese sono solo la trasposizione in chiave mitica di riti di purificazione risalenti al periodo cittadino che segnavano i passaggi di stato femminili.
Il capitolo L’età arcaica, che inizia la seconda parte dedicata a La città, mostra, infatti, come nel periodo in esame «l’educazione femminile era articolata attorno all’apprendimento di attività come il lanificium e di virtù che erano il naturale completamento di una donna dedita a questa attività: la castità, la riservatezza, la modestia, la pietà». Accanto alle virtù vi erano dei doveri, tra i quali il silenzio, ricordati da altre divinità oltre a Tacita Muta, come Angerona, dea bendata e imbavagliata, che tutelava Roma.
Per quanto riguarda i precetti giuridici che sottomettevano la donna all’uomo, inoltre, ci ricorda l’autrice che un padre poteva uccidere la propria figlia che perdeva la verginità anche se questa non era stata consenziente. Lo stesso sposo veniva scelto dal padre. Le mogli erano sottoposte alla manus del marito, se sui iuris, o del pater di questi. L’unica differenza. rispetto alla potestà paterna era che: «il padre poteva uccidere la figlia se e quando decideva di farlo; il marito o il paterfamilias di questi potevano farlo solo nei casi in cui la legge lo consentiva».
Nel capitolo seguente, L’emancipazione, la Cantarella ci mostra come le donne acquistarono una maggiore indipendenza con il passare del tempo. L’evoluzione della condizione femminile venne favorita dal mutare delle regole giuridiche. Intorno al II secolo a.C. si diffuse il matrimonio consensuale, che prese ben presto il posto di quello cum manu. Quindi non si richiedevano particolari forme costitutive, ma la convivenza doveva essere accompagnata dall’intenzione degli sposi di contrarre matrimonio; qualora fossero stati alieni iuris era indispensabile anche il consenso dei padri.
Rispetto al passato, in tale periodo, anche le donne potevano chiedere il divorzio. Esse godevano sia di nuovi diritti successori, in quanto ammesse alla bonorum possessio dalle regole pretorie, sia di una maggiore libertà nella disposizione dei propri beni. La libertà delle donne crebbe al punto che arrivarono a scendere in piazza, ad esempio per sostenere nel 195 a.C. la proposta di abrogare la lex Oppia contro il lusso femminile: in questa e in altre occasioni «le donne si erano comportate come vere e proprie attiviste politiche», per questo fu creato il termine axitiosae. Tuttavia, per i romani la ricchezza «le corrompeva, le rendeva disobbedienti e arroganti. Fu per cercare di porre rimedio a questa situazione, forse, che nel 169 a.C. venne proposta e approvata la lex Voconia»: una disposizione di questa norma proibiva che le donne fossero istituite eredi testamentarie dagli appartenenti alla prima classe di censo, e ciò prova che la lex fu emanata per limitare la diffusione della ricchezza femminile che preoccupava e infastidiva gli uomini. Ma le donne, soprattutto dal I secolo a.C., cominciarono a invadere territori riservati agli uomini, come i tribunali: comparvero, infatti, le donne avvocato, che sostenevano da sole le proprie ragioni sia nel campo civile, sia in quello penale. Tuttavia, «di fronte alla nuova realtà... i romani posero rimedio alla fatale dimenticanza che aveva consentito alle donne di uscire dai confini del loro ruolo: ora era indispensabile stabilire esplicitamente che le donne non potevano svolgere alcune attività maschili […]. E tra le attività vietate vi fu, appunto, l’avvocatura».
L’autrice ricorda anche figure femminili che non accettarono le regole legate al modello canonico della matrona romana. È il caso di Clodia, amata da Catullo che la chiamò nelle sue opere Lesbia. Clodia quando viene descritta da Catullo rappresenta «lo stereotipo, ben radicato nella mente maschile, della donna che nella realtà di un rapporto respinge o delude ogni pretesa di esclusività», e la figura che ne emerge è «ai limiti della depravazione». Ma dietro tale topos «sembra di scorgere una figura reale di donna forte, autonoma, in amore certamente volubile». Lo stesso Cicerone nella sua arringa del 56 a.C. in difesa di Celio Rufo accusato di vis publica, ex amante di Clodia chiamata a testimoniare dall’accusa, fece un ritratto molto negativo della donna. Clodia era «una donna che non si conformava ai modelli, autonoma e indipendente [...] Una donna inaccettabile, alla quale venne fatto pagare il conto di tutte le sue scelte di vita».
E ancora Sulpicia, poetessa all’epoca di Augusto, le cui poesie d’amore dedicate a Cerinto sono le uniche «scritte da una donna romana di età classica e giunte sino a noi», inserite nel Corpus Tibullianum. Sulpicia rappresenta una figura femminile «emancipata. Una di quelle donne che all’epoca avevano preso a vivere secondo un nuovo modello rifiutando le regole».
Nelle Riflessioni conclusive, infine, la Cantarella sottolinea come nonostante la libertà che raggiunse la loro condizione, le donne romane non misero in discussione il loro ruolo.
La donna dei greci
Nella letteratura greca la figura della donna subì numerose mutazioni, a partire dalla Commedia Antica di Aristofane fino a giungere alla tragedia Euripidea. Aristofane, il maggior commediografo dell’Atene del V secolo, porta in scena una commedia che la critica degli ultimi tempi intese come la prima opera “femminista” nella storia letteraria: la Lisistrata. In questa commedia la protagonista indice uno sciopero sessuale delle donne ateniesi e spartane per convincere i loro mariti a sospendere la guerra peloponnesiaca (Lisistrata equivale a colei che scioglie gli eserciti). Aristofane assume le donne quali simbolo di senno e lungimiranza, facendone delle eroine, ma non riesce a mascherare la sua virilità nel ritrarre le stesse quali presenza conturbante e irresistibile; è evidente una forte opposizione tra i sessi, vera rarità nelle opere arcaiche, indice di una crescente tensione sociale.
Nel teatro greco, invece, la donna è “vittima” di un’indagine e di un’analisi psicologica attuata dall’autore; prenderemo in esame tre enigmatiche personalità femminili trattate da numerosi autori: la prima donna che analizzeremo sarà Medea, donna portata in scena da due celebri autori, Euripide ed Apollonio Rodio, e in conclusione studieremo le restanti due donne presentate da tre illustri tragediografi, Eschilo, Sofocle ed Euripide, ossia Elettra e Clitemnestra.
La forza di Medea
La storia di Medea viene trattata in maniera differente da due celebri autori greci: Euripide ed Apollonio Rodio. Medea, nell’omonima tragedia Euripidea, è la protagonista dominatrice della scena, che snodandosi fra sentimenti forti e violenti, razionali e irrazionali, irrimediabilmente perviene all’orrore finale: l’infanticidio. Medea, maga, barbara, che, per amore, ha aiutato e seguito in Grecia Giasone, viene a sapere che lui vuole abbandonarla per sposare Glauce, figlia di Creonte, re di Corinto: Giasone cerca di giustificare il suo ripudio, sostenendo di aver pensato al futuro dei figli e della discendenza; Medea, inflessibile, lo accusa di essere un mistificatore e trama una terribile vendetta, che attua solo dopo che Egeo, re di Atene, le ha offerto asilo per il futuro.
Così inizia la sua lenta e atroce vendetta: lei finge di riappacificarsi con Giasone e con la famiglia regnante, come dono di nozze regala a Glauce un peplo e una corona (imbevuti, però, dei suoi filtri magici), poi uccide i suoi figli. Nel momento in cui Medea sta per compiere l’infanticidio, sopraffatta dall’amore materno, lungamente indugia, ma poi, vinta dalla brama di vendetta, spinta dalla “necessità” di farlo, agisce.
Euripide fu il primo poeta a portare in scena un’umanità non di eroi ma di personaggi più deboli che forti, incerti, inquieti: egli fu un profondo indagatore della natura femminile e con Medea consegnò ai posteri una delle massime creazioni di tutti i tempi, una figura di donna palpitante fino al parossismo, un capolavoro d’analisi psicologica e un’indagine acuta e sottile del cuore femminile sondato in profondità, fin nelle pieghe più oscure, un’attenta riflessione sulla passione amorosa. Dal ripudio scaturiscono due sentimenti violenti, la sofferenza, (violenta ma non passiva, giacché appare subito chiaro che la donna progetta una vendetta) e l’odio (continuamente alimentato dal ricordo di tutto ciò
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