Letteratura italiana prima di Boccaccio: cenni storici
Alle origini della letteratura italiana
476 d.C.: deposizione di Romolo Augustolo, ultimo imperatore romano. L’impero era già diviso e in questo modo l’impero romano d’occidente si sgretola. L’impero viene sostituito da una serie di piccoli stati soggetti alle influenze dei popoli barbari invasori e che creano piccoli stati. L’Italia viene frammentata in molti stati: Longobardi al Nord, l’ultimo nucleo dell’impero romano il futuro stato pontificio al Centro (Roma) e i Normanni al Sud. Alcuni stati sono singole città che diventano autonome. Data che sancisce la fine dell’unità politica, ma anche linguistica! La lingua ufficiale prima era il latino, ma ora si diffonderanno parlate locali che verranno chiamate “volgari” (parlata dal volgo, popolo). Non c’è più una lingua ufficiale. Distinzione tra i volgari settentrionali, appenninici e meridionali. L’Italia è divisa in tre macroregioni anche da punto di vista linguistico. Anche prima del 476 il latino non era più utilizzato nella lingua comunemente parlata.
A partire dal 700 è evidente l’uso della lingua volgare soprattutto nella lingua scritta; il latino scritto sta scivolando verso l’orale, si sta adeguando alla parlata di persone non colte. Prima traccia della trasformazione si trova in un documento nella “Appendix Probi” che è l’appendice della “Institutia Artium” (documento di grammatica latina): è uno specchio con parole scritte nella forma esatta latina e a fianco la forma in volgare da evitare; noi possiamo vedere il passaggio dalla forma latina classica al latino volgare. Es.: speculum non speclum, masculus non maclus, … Alcuni termini già dal 700 sono simili e a volte addirittura uguali ai termini dell’italiano moderno. Tali forme sbagliate venivano usate da chi scriveva senza la conoscenza dell’errore, cioè erano convinti di scrivere in latino anche se un poco le parole cambiavano. Ci sono anche altri documenti che attestano l’uso del volgare nella lingua scritta già nel 700-800: nella “breve de inquisitione”, Siena, 715. Si noti la disposizione delle parole più simile a quella italiana che a quella latina, inoltre l’inserimento di termini derivanti da linguaggi germanici e di parole medievali del tutto lontane dal latino classico es. wernefrit, domni, … Già all’altezza dei testi giuridici (baluardo del latino classico) si vedeva il cedimento del latino.
La prima attestazione in volgare
La prima attestazione in volgare, quasi letterario, è “l’indovinello veronese” VIII-IX secolo. “Se pareva boves, alba pratalia araba albo versorio teneba, et negro semen seminaba.” Il copista racconta la propria attività tramite un indovinello. I verbi terminano in -ba, forma più vicina all’italiano imperfetto che al latino. Si trovano forme canoniche del latino accanto a forme del volgare. Le due diverse forme coesistono: latino statico (spesso lingua dei dotti) e volgare dinamico. Il copista sta prendendo in giro chi conosce poco il latino con questo indovinello, l’attestazione sarebbe compromessa: non è una attestazione di come è il volgare, ma è qualcuno che fa scherno di chi usa in modo scorretto la lingua latina.
Il graffito della catacomba di Commodilla è un testo non spontaneo, non è stato scritto per scopi letterari, chi l’ha scritta non aveva l’intenzione di farla leggere ad altri. “Non dicere ille secrita a bboce”. (“Non recitare a voce alta le cose segrete). Il raddoppiamento delle consonanti è tipico dei dialetti centro-meridionali.
Il placito capuano
Placito capuano (960). Il placito è il verbale di una causa giuridica in cui vengono chiamati in causa due contendenti. Siccome durante il processo ci sono le testimonianze non solo di persone dotte che non conoscono il latino vengono trascritte durante questo processo e il segretario deve occuparsi di trascrivere il volgare parlato: è importante in quanto si ha la coscienza della presenza di due lingue diametralmente diverse. Da questo momento in poi ci sarà una “guerra” tra il latino e il volgare con i rispettivi schieramenti che favoriscono l’una o l’altra lingua.
Dante scrive il “De vulgari eloquentia” in latino per raggiungere la lingua dei dotti e affermare l’uso del volgare in ambito letterario. L’ultimo trattato scientifico scritto in latino è di Galileo Galilei; ai tempi scelse di scrivere un trattato in italiano perché ciò che dice è diverso dalla scienza comune, cercava di ovviare alla censura scrive in una lingua diversa da quella del suo genere (scientifico) e così scredita anche un poco il suo lavoro. (9 Ottobre 2013)
Iscrizione di San Clemente
Iscrizione di San Clemente: Nella chiesa di San Clemente in un dipinto ci sono scritti i nomi accanto ai personaggi. In questo dipinto è interessante il modo in cui viene usato il latino e il volgare: Sisigno dice una cosa ai servi. Sisinnium: “Fili de le pure trascinate! Gosmari, Albertel trascinate! Portatelo da dietro con il palo, Carvoncelle” Gosmari e Albertel sono due nomi di origine germanica. Carvoncelle invece è tipico dell’aria romana. Risposta di San Clemente: “Per la durezza dei vostri cuori meritereste di trascinare un sasso”. Infatti i 3 si ritrovano a trascinare la colonna di pietra. Interessante è la coscienza dell’uso della lingua da parte del pittore: cerca di distinguere i due diversi nuclei di personaggi messi in scena utilizzando due lingue diverse. I servi parlano in volgare mentre il santo parla in latino per dimostrare appartenenza alla chiesa molto legata al latino da sempre dimostrando una certa cultura. Lingua della cultura opposta alla lingua parlata da tutti. Si nota come il volgare inizia ad essere più diffusa dall’altra.
Poesia di un poeta provenzale
Poesia di un poeta provenzale: “Eras quan vey verdeyar” di Rainbaut de Vaqueiras. Si trasferisce in Italia a Monferrato alla corte di Bonifacio I. Arriva in Italia e continua a comporre le sue poesie in provenzale, ma questa poesia è pericolare in quanto è scritta nelle lingue più diffuse del tempo: occitano, volgare, lingua d’oil, guascone e galego. Poesia scritta in 5 lingue diverse: il fatto che ci sia anche il volgare italiano significa che il volgare viene visto come una lingua autonoma. Siamo intorno alla fine del 1200; importante per il fatto che anche per un autore non italiano il volgare è evidentemente una lingua molto diffusa, più del latino.
La poesia nel Duecento
Nel centro-nord Italia la prima letteratura che si diffonde è di tipo religioso ed ha fini didascalici: la lingua è scelta perché parlata dal popolo e di conseguenza poteva essere compresa e diffusa tra la maggior parte della popolazione.
San Francesco d'Assisi
San Francesco d’Assisi (1182-1226) Assisi: scrive “Il cantico delle creature” e “Audite poverelle”. Una lauda è solitamente un inno dedicato a Maria. La lode diventa uno dei più comuni metodi di devozione anche per la loro struttura; è più facile da ricordare. La necessità di avere preghiere in volgare, specie per gli ordini mendicanti, diventa maggiore in questo periodo ed è così che nasce Il cantico delle creature, è più facile da memorizzare e da pronunciare per il popolo. Nello scritto la laudes creaturarum ha un incipit in latino in quanto chi legge la lode non sono le persone che la recitano, ma è qualcuno con una certa cultura come colui che la sta trascrivendo.
Bonvesin de la Riva
Bonvesin de la Riva (1240-1314) Milano. Scrive in latino “De magnalibus urbis Mediolani” in cui descrive le bellezze artistiche della città di Milano; “De quinquaginta curialitatibus ad mensam” ovvero dei comportamenti da mantenere per il convitato a mensa. In latino scrive “Libro delle tre scritture”: scrittura nigra (Inferno; l’inferno è un luogo buio), scrittura rubra (Passione di Cristo; ripercorre gli ultimi giorni della vita di Cristo, scrive in poesia la sua ultima settimana di vita) e scrittura dorata (Paradiso; alcune zone con singole virtù dove sono raggruppati i beati). Manca il Purgatorio in quanto la Chiesa lo riconosce come dogma ufficiale solo nel 1225. L’opera potrebbe essere una delle opere di riferimento anche di Dante. Bonvesin la scrive in volgare in quanto vuole rivolgersi ad un pubblico più ampio possibile con il fine di istruirli: vuole che tutti scelgano una vita virtuosa per evitargli le pene dell’inferno. La scelta del volgare ha lo scopo di una maggior diffusione. È tuttavia un testo di difficile comprensione in quanto parla di qualcosa di astratto e difficile da comprendere da parte del popolo.
Fra Giacomino da Verona
Fra Giacomino da Verona (seconda metà XIII secolo) Verona. Appartiene agli ordini minori, quindi è un predicatore. Andando in giro per predicare la parola e per meglio riuscire nei suoi compiti scrive due poemetti per spiegare come sono fatti il cielo e l’inferno: “De Ierusalem celesti” e “De Babilonia civettate infernali”. Giacomino cerca di essere il più semplice possibile sia nella lingua che nei contenuti infatti descrive in maniera molto concreta le sue due città ultraterrene: Babilonia è una città in cui si soffre la sete, la fame o fa freddo terrificante o fa un freddo tremendo, ogni tanto Bezzebu prende un dannato e si diverte a mettere allo spiedo; mentre di Gerusalemme da l’idea di una corte meravigliosa, luogo dove si banchetta continuamente, dove c’è sempre abbondanza di cibi e bevande, dove c’è una meravigliosa città contornata da mura bellissime, ci sono fiumi dall’acqua pura e scintillante, meravigliosi profumi, è abitata da beati e da angeli e abitata da Dio padre, Cristo e la Madonna. L’idea del paradiso è molto pragmatica, è legata ad una visione più favolistica; ciò dipende dal target di pubblico a cui chiaramente mirava Giacomino.
La poesia alla corte di Federico II
Nel sud Italia invece la situazione è differente: i testi riguardano quasi esclusivamente tematiche amorose —> amor cortese e cor gentile. Alla Corte di Federico II in Sicilia. Gli scrittori sono invogliati dal sovrano a trovare tematiche di cui occuparsi. Per i dignitari di corte era una sorte di gioco e di svago la scrittura di testi poetici. Federico II crea così un circolo letterario, dunque la nascita di questa poesia non è data dalla necessità del poeta ma nasce dalla possibilità di avere una distrazione all’interno degli incarichi di corte. La tematica amorosa: non si parla mai di temi etici o politici (molto diffusi nella poesia trobadorica provenzale, modello di riferimento), il tema è esclusivo e unico; il potere totalitario di Federico II rendeva effettivamente scomodo l’esistenza di poeti che potesse parlare contro il suo operato, è chiaro che essendo sotto la sua corte e pagati da lui preferisse che i poeti preferisse tematiche che non avessero nulla a che fare con la vita del funzionario di corte. Pare che la vita dei funzionari non fosse felice in realtà a corte; trovavano nella poesia davvero un modo per trovare sollievo dalle fatiche. Il povero cortigiano che vive male a corte perché costretto a dedicarsi alla vita politica e non a quella letteraria è un gran topos letterario.
L’amor cortese e il cuor gentile: è l’amore di corte. I termini cortese e gentile hanno qui due significati diversi: infatti fanno riferimento al luogo in cui l’amore si diffonde. A corte vivono i nobili, quindi è un amore che riguarda solo le classi nobiliari. L’aggettivo gentile legato alla poesia cortese fa riferimento alla gens, la stirpe da cui derivano i nobili. Di solito non sono amori che hanno una conclusione, ma le vicende narrate sono al di fuori del matrimonio. Infatti l’amore cortese è extraconiugale; i nobili non si sposano per amore ma si sposano per interessi economici o di alleanze politiche; di solito i nobili avevano i matrimoni combinati per cui l’amore in questo tipo di matrimonio non viene contemplato. Anche nella poesia provenzale, che è di riferimento per questo genere, si parla sempre di amori extraconiugali.
La donna: descritta sempre in modo generale, bionda, bella, con gli occhi azzurri, la bocca sottile; non viene realmente mai identificata. Sono talmente belle da non poter essere descritte esattamente. La donna: è bella più del sole e delle stelle, profuma come una rosa ed è lucente più delle pietre preziose. Il poeta si paragone ad un pittore che cerca di dipingere la bellezza della donna, ma non riesce mai a catturarla esattamente, sa che la sua opera non sarà simile e bella come l’originale; si paragona ad un naufrago in quanto essendo spesso gli amori non ricambiati il poeta è in una dimensione di grande precarietà e sofferenza come un naufrago in preda ad una tempesta (turbine dell'amore), quando Dante parla dei lussuriosi nel V canto dell’Inferno la loro pena è quella di essere travolti da una tempesta perenne con forti raffiche di vento; l’idea del naufragio rimane come immagine anche nella poesia successiva; si paragona anche ad una salamandra in quanto più rigenerare parte della propria pelle, nel Medioevo la credenza popolare voleva che le salamandre si rigenerassero tutte le parti del corpo, questo fenomeno di auto-rigenerazione viene usato dai poeti siciliani per evidenziare l’eternità della loro passione amorosa ed il continuo rigenerarsi del suo amore per la donna. Forme metriche rigide: canzoni, contrasti e sonetti (trascurano tutte le altre forme della poesia provenzale).
- Canzone — divisa in stanze che possono avere lunghezza variabile (8 o 10 versi di solito), spesso c’è una stanza conclusiva in cui l’autore dedica la canzone a qualcuno oppure le dice di andare per il mondo, componimento lungo, versi endecasillabi generalmente.
- Contrasto — forma poetica in cui ci sono due personaggi che parlano che in questo caso sono l’innamorato e la donna amata, di solito parlano con scambi di battute con scambi accesi.
Prima generazione tosco-emiliana
Ad un certo punto ci sarà uno spostamento geografico della poesia che si occupa sempre degli stessi temi dalla Sicilia alla Toscana. La Toscana ha uno stretto rapporto commerciale con la Sicilia, di conseguenza i commercianti cominciano a portare in Toscana i manoscritti della scuola siciliana. La scuola siciliana avrà una tradizione manoscritta quasi esclusivamente toscana (pochissimi manoscritti degli autori composti in Sicilia). Il copista toscano che allora copiava i testi siciliani, non capendo molto del linguaggio introduceva termini toscani nelle poesie! Ecco che i testi copiati dai toscani divennero una sorta di patrimonio toscano nonostante fossero scritti dai siciliani (esempio delle rime imperfette). La generazione dei poeti toscani riprende esattamente le tematiche amorose tipiche dei poeti siciliani ed aggiungono a queste tematiche amorose anche la poesia religiosa. La contaminazione è dunque linguistica ed anche tematica: testi tradotti in toscano e aggiunta dei temi religiosi. Ecco le differenze.
Guido Guinizelli scrive “Al cor gentile rempaira sempre amore” che è diventata la canzone-manifesto di questa corrente. Gentile: si riferisce alla stirpe nobiliare nella poesia siciliana, ma con Guinizelli cambia il significato: la nobiltà non è più quella di stirpe ma d’animo; al centro della sua poesia ci sono i sentimenti di un cuore virtuoso. Il termine gentile riferito alla gentilezza d’animo è un cambiamento percepito come estremamente innovativo specie dai suoi contemporanei. Bonagiunta Orbicciani risponde con il sonetto “Voi ch’avete mutato la mainera” a causa di questa innovazione. La nuova scuola troverà i suoi principali esponenti nella generazione successiva a quella di Guinizelli, ovvero i poeti stilnovisti.
Dalla Sicilia arrivano le tematiche e le forme della poesia cortese; passano in Toscana dove aggiungono i temi religiosi e dove la lingua viene cambiata ed adottata alla lingua toscana. Dall’esperienza prima siciliana e poi tosco-emiliana nasce uno stile completamente nuovo...
Gli stilnovisti
- Dante (Vita nova, rime pertosse)
- Guido Cavalcanti
- Cino da Pistoia
- Lapo Gianni
- Dino Frescobaldi
Guido Guinizelli è definito il padre dello Stilnovo da Dante. Lo Stilnovo torna a delle tematiche quasi esclusivamente amorose abbandonando quelle religiose e politiche. La donna amata non è più un essere generale, quasi soprannaturale, ma sono delle donne con un nome e quasi sempre possono essere individuate nella realtà. Le donne però diventano anche spirituali, la donna porta il poeta alla trascendenza, all’elevazione spirituale (es. saluto). Es Beatrice: colei che da beatitudine. Gli autori non creano una vera e propria scuola, ma ognuno individualmente fa esperienze differenti, non si può dare una generalizzazione. Il ritorno alle tematiche amorose è tuttavia evidente e assoluto.
Le differenze tra lo stilnovo e la poeta siciliana. Tramite le parole di Dante cerchiamo la definizione. 1) Ne parla nel “De vulgari eloquentia” come esempio di poesia amorosa che raggiunge significati importanti anche tramite il volgare Dante inserisce questo tipo di poesia in uno stile nuovo. 2) Anche nel purgatorio inserisce un esempio nel canto XXVI dove si trova Guido Guinizelli; quando lo incontra Dante è felicissimo ed è come se incontrasse il suo padre poetico. “Il padre mio e de li altri miei miglior che mai rime d’amor usar dolci e leggiadre”. Le rime sono dolci e leggiadre in contrapposizione con quelle degli autori della generazione precedenti (Guittone D’Arezzo, Orbicciani) i quali avevano un poetare difficile, chiuso e ..Individua Guinizelli il capostipite di questi nuovi poeti. Il riconoscimento avviene da parte di Dante nei confronti del suo maestro. 3) Nel circolo dei golosi canto XXIV Dante da una definizione dello stilnovo e delle differenze. Dante viene riconosciuto come autore di uno dei suoi testi; in questo episodio c’è una inversione del riconoscimento, infatti viene riconosciuto prima da Bonagiunta (poeta precedente); infatti è Dante che viene riconosciuto come autore di rime nuove da un poeta.
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Decameron, Boccaccio, Letteratura italiana
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