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Letteratura italiana

I generi letterari

I generi letterari rappresentano l'organizzazione del fare letteratura. Un'opera presenta le caratteristiche del genere a cui appartiene. In passato il livello di formalizzazione era molto più rigido di oggigiorno. Ogni epoca o paese ha creato una propria organizzazione letteraria. Ad esempio, in ambito greco-latino, il teatro è nato come sottogenere della poesia, salvo poi slegarsi in maniera totale dal verso, solo però in epoca più moderna. Il teatro ha così sviluppato regole proprie rispetto alla prosa ed alla poesia. Infatti, i generi non sono immutabili nel tempo. I generi fondamentali sono tre: poesia, teatro e prosa.

La poesia

La poesia presenta diversi generi e sottogeneri. Fondamentalmente la poesia è divisa in lirica, epica, didascalica e pastorale. Questi ultimi due generi si possono però ricondurre ai primi due.

La poesia lirica

La poesia lirica (dallo strumento greco della lira che accompagnava le recitazioni) è una tipologia di poesia basata sull'armonia e sulla musicalità. Essa pertanto era una scelta obbligatoria nel mondo greco. In ambiente latino la situazione cambiò già, venendosi a scindere la poesia dalla musica. La musica era sì fondamentale per la poesia romanza dei trovatori, mentre per la nascente lirica italiana, creata nell'ambiente della Scuola siciliana, avviene una separazione radicale delle parole dalla musica. Questo fu dovuto alla particolare estrazione sociale dei poeti, che erano infatti funzionari pubblici prestati alla poetica. Dal momento che non possedevano una preparazione tecnica musicale sufficiente per comporre musica, si limitavano a scrivere i soli versi. I trovatori, invece, erano anche abili compositori, paragonabili ai moderni cantautori. In età successiva si troveranno però anche testi poetici musicati non da poeti stessi ma da altre persone (anche se sono fatti episodici).

La metrica diventa così più rigida, dal momento che si perde la funzione ritmica propria della musica stessa. Se si ha una sillaba in più (o in meno), si può cantare più (o meno) velocemente per farla rientrare nello schema ritmico. Ora invece il ritmo è garantito solo più dalle sillabe e non si possono fare aggiustamenti. La poesia lirica esprime sentimenti soggettivi ed interiori (come l'amore, sentimenti politici od etici). La soggettività in ambito classico, però, va intesa differentemente dal concetto moderno, almeno fino al Duecento. Un concetto moderno di soggettività verrà introdotto col Tasso nel Seicento, per poi affermarsi con la letteratura romantica dell'Ottocento.

La poesia lirica presenta forme metriche precise. In Italia grande fortuna ebbe il sonetto, peraltro d'invenzione italica. Il sonetto è composto da due quartine (schema delle rime ABAB ABAB oppure ABBA ABBA) e da due terzine (con schema rimico più libero) per un totale di quattordici versi. La canzone invece è un tipo di poesia elevata di carattere morale, amoroso e politico. Presenta diversi schemi, anche se quello più noto è quello petrarchesco. Presenta un minimo di cinque ed un massimo di sette strofe, più una parte detta commiato, dove si era soliti indirizzare la poesia verso il pubblico.

La sestina è un particolare tipo di canzone in cui ognuno dei versi che rimano tra di loro finiscono con la stessa parola-rima. Nel commiato (costituito da tre versi) ricompaiono tutte e sei le parole-rima: tre a fine verso e tre all'interno. Si tratta di una composizione rarissima per la difficoltà realizzativa. Tra gli autori ricordiamo Petrarca, D'Annunzio, Ungaretti e Fortini. La lauda è una poesia religiosa incentrata sui misteri della fede o più in generale su Dio. La ballata (canzone a ballo) è una canzone semplificata, accompagnata da musica e balli. Il canto carnascialesco è una particolare ballata connotata da doppi sensi osceni. La sirventese (dal provenzale sirvent, "servo") è una poesia politica atta a celebrare le gesta di un signore. L'ode è una poesia molto più libera metricamente e riguarda quattro ambiti: amoroso, civile, morale e religioso. Un esempio sono le odi politiche dell'Alfieri. Gli inni sono le odi religiose che in epoca risorgimentale daranno vita agli inni patriottici. Il madrigale è un componimento molto breve (solitamente otto-nove versi) ed è una poesia che sarà musicata anche oltre il Trecento. I madrigali potevano essere polifonici (a più voci) e trattavano argomento religioso.

La poesia epica

Completamente diversa da quella lirica, la poesia epica ha carattere narrativo. Dalla sua recitazione si possono estrapolare storie: questo perché possiedono delle trame. È una poesia oggettiva che racconta storie di popoli o civiltà, solitamente validi per tutti gli ascoltatori. Queste composizioni, messe assieme, formano i poemi. I cosiddetti poemi omerici erano una forma di poesia collettiva. I primi poemi epici risalgono al Duecento ed al Trecento. Gli autori sono sconosciuti in quanto si trattava perlopiù di cantastorie itineranti.

I poemi epici possono avere strutture differenti tra loro: si va dai poemi in endecasillabi sciolti del Settecento a quelli in terzine tipiche della Commedia dantesca, passando per quelli in ottave del Boccaccio, dell'Ariosto e del Tasso. Gli argomenti trattati sono molteplici: possono essere a sfondo epico-eroico (come gli omerici Iliade ed Odissea, la virgiliana Eneide, l'Italia liberata dai Goti del Trissino o la Gerusalemme liberata del Tasso), di carattere sacro-religioso (la Commedia dantesca può rientrare certamente in questo ambito), di genere storico (piuttosto rari e mediocri in Italia), d’impronta cavalleresca, assai diffusi e d'argomento sia militare che amoroso (l'Orlando furioso dell'Ariosto o l'Orlando innamorato del Boiardo). A questo genere faceva da contraltare quello eroicomico (il Morgante del Pulci, La secchia rapita del Tassoni), mentre il filone comico-ridicolo estremizzava in tal senso i contenuti (Lo scherno degli dei del Bracciolini). Accanto a questi generi più leggeri vi era il poema didascalico, di carattere scientifico, tipico del Settecento (come L'invito a Lesbia Cidonia del Mascheroni). Anche la Commedia può rientrare in questo genere. Vicino al poema didascalico è quello satirico che si propone d’insegnare ma con l’espediente della burla (Il giorno del Parini). Similmente il poema allegorico (la Commedia, ancora una volta), tramite il racconto, intende veicolare l’ascoltatore verso un insegnamento morale (I trionf del Petrarca).

La poesia didascalica

Altrimenti detta poesia didattica, incrocia la strada con la poesia lirica. Le satire, ad esempio, non sono solo poemi didascalici ma assomigliano anche a poesie liriche in quanto composte da terzine di endecasillabi sciolti. I capitoli (tipici del Quattro-Cinquecento) sono di argomento personale-prosaico, indirizzati ad un insegnamento morale. Le epistole sono lettere in versi (le lettere dell'Ariosto). I carmi sono componimenti didascalici e lirici allo stesso tempo: possiedono un tono alto per educare in chiave morale e civile. Sono composti da endecasillabi sciolti e caratterizzati dal tono sublime (I sepolcri del Foscolo, La morte di Carlo Imbonati del Manzoni). Gli epigrammi invece sono a metà fra lirica e didattica.

La poesia pastorale

La poesia pastorale è anch'essa vicina a quella lirica. Prevede fondamentalmente due forme: l'idillio e l'egloga. L'argomento è sempre pastorale o paesaggistico. L'idillio è redatto in terza persona singolare, mentre l'egloga è un dialogo (solitamente) tra pastori (come nel caso di Virgilio). Gli Idilli leopardiani sono sì rappresentazioni paesaggistiche, anche se assai inquiete.

Il teatro

La rappresentazione teatrale si può suddividere essenzialmente in commedia e tragedia. Essi si differenziano per il tipo di linguaggio utilizzato e per lo svolgimento. Solitamente la commedia inizia con un problema e termina con un lieto fine (sovente il matrimonio); la tragedia invece inizia con una situazione pacificata ma termina con un dramma (la morte). La commedia sfrutta un linguaggio più basso, così come comuni sono i personaggi. La tragedia racconta dei fatti di re e principi, o comunque personaggi nobili.

Il teatro è sempre considerato drammatico perché dramma significa appunto azione in greco. Il dramma inteso in senso moderno è il teatro novecentesco. Il melodramma è una favola pastorale, a metà tra commedia e tragedia (si ricordi l’Aminta di Tasso). Presenta sia argomenti comici (come la figura del satiro) che tragici (come la morte di un personaggio); il melodramma unisce la musica alla coreografia. Solitamente questo componimento termina con un lieto fine, anche se non sempre. Il melodramma nasce nella Venezia del Cinquecento ma è un genere non ben decodificato. Ad esempio Tasso sceglie un linguaggio medio, mentre altri mescolano componenti linguistiche proprie della lingua colta assieme ad altre notevolmente più basse. I melodrammi si possono suddividere in ariette (componimenti musicali di carattere lirico) e recitativi (dove gli autori cantano recitando).

Il teatro religioso getterà poi le basi per il teatro moderno profano. Il teatro sacro si divide in molti sottogeneri somiglianti tra di loro (la lauda drammatica, i miracoli, i misteri, le sacre rappresentazioni). I recitanti sono esclusivamente attori non professionisti, ma semplici fedeli (come nelle odierne rappresentazioni sacre dei presepi viventi). Infatti erano proprio i fedeli a mettere in scena sul sagrato della chiesa opere teatrali sacre. Tra le opere maggiori si ricordi la Sacra rappresentazione dei Santi Giovanni e Paolo di Lorenzo de' Medici. Altre composizioni simili sono le farse e le operette.

La prosa

La prosa è tutto ciò che non è scritto in versi. Tra gli argomenti principali troviamo la storia (l’opera storiografica era ritenuta opera letteraria e non scientifica); l'oratoria, di argomento didattico, atto ad insegnare od informare (questo sotto forma di dialogo, relazione, trattato scientifico od articolo di giornale); la narrativa, con i suoi numerosi sottogeneri (novelle, fiabe, favole, parabole e leggende). Tuttavia saranno il romanzo ed il racconto a prevalere, tanto che la stessa novella si trasformerà nel racconto.

I romanzi incorporano argomenti diversissimi. Il primo romanzo furono le Avventure di Robinson Crusoe di Defoe. L’elegia di Madonna Fiammetta del Boccaccio è invece il prototipo del romanzo barocco, genere più moderno e dunque maggiormente libero. Un altro tipo fu il romanzo ellenistico, assai più rigido, schematico e ripetitivo. Solitamente si narrava di due innamorati, che venivano rapiti o divisi l’un dall’altro. Il romanzo si suddivide in moltissimi altri sottogeneri (giallo, nero, rosa, gotico, scolastico, epistolare…). In tutte queste varianti il romanzo può anche contenere dei versi.

La metrica

Ritmo, metro, rima

La poesia si distingue dalla prosa per i versi, ovvero quella sezione del testo al cui termine si va a capo. L’etimologia deriva dal latino versus che sua volta deriva da vertere, “andare a capo”. Un’altra differenziazione sta nella presenza di un ritmo: senza ritmo non può esserci poesia. Il ritmo è una successione di sillabe alternatamente accentate e non accentate. Anche nella prosa l’accento è presente ma è del tutto casuale. Nella poesia il ritmo è significativo perché crea armonia e disarmonia.

Nella poesia si privilegiano certi ritmi piuttosto che altri: il metro è un particolare ritmo che si ripete con caratteristiche uguali. A differenza del ritmo, il metro non è indispensabile in una poesia. Molto spesso un’opera poetica si distingue per la presenza delle rime. I versi senza rima sono detti versi sciolti. È detto invece libero quando è sia senza rima e con un numero variabile di sillabe. Se all’interno di un componimento poetico solo un verso non rima, quello è detto anarimo.

Le figure retoriche

Nelle poesie le figure retoriche hanno la prerogativa di aggiungere significato. Sovente si possono incontrare l’iperbato e l’anastrofe. L’iperbato (dal greco hypèrbaton, “passato oltre”) consiste nel separare due parole legate tra di loro frapponendone altre tra esse (ex: Divino* pian° silenzio* verde°). L’anastrofe (dal greco anastrophe, “inversione”) invece inverte l’ordine naturale dell’enunciato (ex: vita natural durante invece di durante vita naturale).

L'accento

Fra i tanti tipi di accento, nella lingua italiana grande importanza ha quello tonico (o dinamico). In italiano l’accento si determina sulla successione delle parole nella frase. Molti monosillabi, gli articoli ed i pronomi sono dette parole proclitiche od enclitiche, dal momento che si appoggiano sulla parola precedente o successiva. Ogni lingua ha propri accenti caratteristici. Ad esempio, le lingue orientali (cinese, giapponese) possiedono accenti musicali (o cromatici), che determinano il tono della parola pronunciata. Nella lingua greca e latina gli accenti si basavano sulla quantità di sillabe (lunghe o brevi). Questo accento è detto ictus. Quando oggigiorno leggiamo testi antichi greci o latini usiamo però il nostro accento, snaturando la lettura originale. Le lingue antiche presentavano accenti diversi sulle stesse parole a seconda che fosse un componimento poetico o prosaico: gli accenti poetici non corrispondevano così agli accenti della prosa. Nella poesia italiana invece accenti poetici e prosaici sono i medesimi.

Il verso: tipologie e caratteristiche

Diversi elementi caratterizzano un verso poetico italiano. La cosa più importante non è apparentemente il numero delle sillabe, ma la posizione degli accenti. Ad esempio, un settenario potrebbe essere piano e dunque avere sette sillabe, ma potrebbe anche essere tronco (sei sillabe) o sdrucciolo (otto sillabe). Gli accenti cadranno così sempre in posizioni predeterminate. I versi italiani possono essere o parisillabi od imparisillabi. Mettere l’accento su una sillaba pari (od una dispari) crea un effetto ritmico differente. Gli imparisillabi sono versi veloci e scanditi, mentre quelli imparisillabi sono più spezzettati e discontinui.

In un componimento poetico si possono accostare versi differenti (un settenario con un endecasillabo, ad esempio), ma mai abbinare versi pari ed impari, perché il ritmo che ne scaturirebbe sarebbe differente da verso a verso. I crepuscolari con Gozzano attueranno una sistematica distruzione della metrica tradizionale alternando proprio versi parisillabi ad altri imparisillabi. I versi parisillabi sono più meccanici dal momento che hanno gli accenti fissi e sono tipici delle poesie di tipo guerresco (per l’effetto cadenzato ricordano le marce), di tipo popolare o falsamente popolare. I versi imparisillabi, invece, sono dotati di maggior mobilità negli accenti.

Settenario ed endecasillabo sono i versi maggiormente utilizzati nella poesia italiana (proprio perché sono stati utilizzati da Dante nella Commedia). Il settenario vede cadere il primo accento su una delle quattro prime sillabe, mentre il secondo cade sempre sulla penultima. L’endecasillabo (forse di derivazione dal decasillabo provenzale) invece presenta differenti configurazioni (con una conseguente varietà ritmica notevole): l’accento può essere sulla 4ª, sulla 6ª e la 10ª; sulla 4ª, sull’8ª e sulla 10ª; sulla 4ª, sulla 7ª e sulla 10ª. Per gli accenti secondari si possono contare ben ottantasette schemi differenti.

Gli endecasillabi vengono distinti in a maiore e a minore. Entrambi i tipi presentano una pausa (più o meno evidente) detta cesura. Questa pausa ritmica divide l’endecasillabo in due parti, una più lunga ed una più corta, risultandone così un quinario ed un settenario. Ad esempio prendiamo il verso incipit della Commedia “nel/mez-zo/del/cam-min/†/di/no-stra/vi-ta/”: notiamo che l’endecasillabo è a maiore (prima viene il settenario, poi il quinario). Nel caso a maiore gli accenti cadranno sempre sulla 4ª, 7ª e 10ª sillaba, mentre nell’a minore sulla 4ª, 6ª/8ª e 10ª sillaba.

Nel computo delle sillabe vanno considerate molte figure metriche. Ad esempio, come già detto, l’endecasillabo tronco ha dieci sillabe mentre una parola accentata prima della cesura vale per due sillabe. Un dittongo (od un trittongo) a fine verso conta per due sillabe, mentre nel corpo del verso vale una sillaba. La sinalefe (dal greco “fondo assieme”) congiunge sillabe che sarebbero altrimenti staccate. Allo stesso modo la dialefe (dal greco “fondo separatamente”) separa due sillabe vicine (una delle quali è almeno accentata). Nel caso in cui cada un accento ritmico sarà sempre e solo dialefe e non sinalefe. Dieresi e sineresi non sono invece figure prevedibili, dipendendo arbitrariamente dall’autore: può essere...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giacometallo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura Italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Boggione Valter.
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