Letteratura italiana contemporanea modulo 1: Italo Calvino
Vita e introduzione
Figlio di due scienziati (il padre è agronomo, la madre biologa) nasce a Cuba il 15 ottobre 1923 dove i genitori dirigevano l'orto botanico di Santiago de Las Casas, vicino all’Avana. La famiglia torna in Italia quando lui ha due anni, a San Remo, e lì Calvino frequenta le scuole. Terminato il liceo si iscrive ad Agraria, ma interrompe l'Università per evitare l'arruolamento forzato e dopo l'8 settembre (che segna l’inizio della guerra civile e che lo mise di fronte alla necessità di compiere una scelta, di prendere posizione e assumersi una responsabilità non indifferente) si unisce alle brigate partigiane nella Brigata Garibaldi.
I mesi in montagna da partigiano avevano rappresentato per lui una fase di importanza decisiva per la sua maturazione umana, intellettuale e politica. Nel 1944 entra nel Partito comunista e alla fine della guerra ne diventa militante attivo. Si iscrive prima ad agraria poi a lettere e si laurea alla facoltà di lettere di Torino e nel frattempo inizia a collaborare a riviste (fondamentale il rapporto con il Politecnico di Vittorini) e quotidiani. L'anno successivo alla morte di Vittorini, nel 1966, si trasferisce a Parigi con la famiglia. Inizia a collaborare con il Corriere della Sera e con La Repubblica su cui scriverà fino al 1984.
Nel 1978 muore la madre a 92 anni. Nel 1980 una raccolta dei suoi saggi più importanti viene pubblicata con il titolo di Una Pietra Sopra e nello stesso anno si trasferisce a Roma. Nel 1983 pubblica Palomar, una serie di racconti ricchi di “disillusa amarezza” e l’anno dopo presso Garzanti, pubblica Collezione di Sabbia. Nel 1985 viene invitato a tenere una serie di lezioni a Cambridge alla Harvard University e per quell’occasione prepara Lezioni Americane che verranno pubblicate postume nel 1988. Colpito il 6 settembre da ictus, muore a Castiglione di Pescaia nella notte fra il 18 e il 19 settembre.
Italo Calvino e il suo impegno politico e culturale
Italo Calvino è stato un intellettuale di grande impegno politico e culturale. Partecipò alla Resistenza. Visse lungamente a Parigi. Fin dal suo primo romanzo, Il sentiero dei nidi di ragno (1947), ispirato alla Resistenza, e dai racconti di Ultimo viene il corvo (1949), è evidente come la tendenza al realismo e quella al fantastico siano in lui complementari. A Calvino interessa la mediazione, la fusione tra la cultura scientifica e letteraria; di fantascienza ne parla nelle “Cosmicomiche” e in “Ti con zero”, mentre di letteratura combinatoria si parla nelle “Città invisibili”, nel “Castello dei destini incrociati” e in “Se una notte d’inverno un viaggiatore”.
Oltre alla produzione romanzesca c’è anche un’esemplare produzione saggistica (“Una pietra sopra” 1980 e “Collezione di sabbia” 1984). Calvino alterna un registro realistico con la raccolta “I racconti” 1958 oppure con il romanzo breve “La giornata di uno scrutatore” con un registro fantastico con “Il visconte dimezzato”, “Il barone rampante”, “Il cavaliere inesistente” che furono poi raccolti nel volume “I nostri antenati” del 1960.
Calvino alterna questi due registri e nel loro alternarsi si deve riconoscere la stessa lucida vocazione sperimentale, capace di portare dentro alla letteratura una intenzione gnoseologica, conoscitiva, anche attraverso l'assunzione di temi scientifici. Calvino ha anche curato una raccolta di Fiabe italiane “trascritte in lingua dai vari dialetti" 1956. Postumi sono apparsi i tre racconti di Sotto il sole giaguaro e i testi di cinque delle sei conferenze del 1985-86: Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio 1988. Nel 2012 è stato edito a cura di L. Baranelli e M. Barenghi il volume Sono nato in America. Interviste 1951-85.
Esordio letterario, Il sentiero dei nidi di ragno
Tra il 1941 e il 1942, finiti gli studi liceali, Calvino si trasferisce da Sanremo a Torino e si iscrive alla facoltà di Agraria. Mentre prepara e sostiene gli esami dei primi anni, Calvino coltiva quelli che sempre più marcatamente appaiono come i suoi veri interessi: la letteratura, il cinema e il teatro. Nell'agosto del 1943 torna a Sanremo e dopo l'uccisione del giovane medico partigiano Felice Cascione per mano fascista, Calvino aderisce assieme al fratello Floriano alla seconda divisione d’assalto partigiana Garibaldi, intitolata allo stesso Cascione.
In questo periodo Calvino si definisce un anarchico, ma durante la clandestinità inizia ad ammirare gli esiti positivi dell'organizzazione partigiana comunista. Nel marzo del 1945, quando ormai gli alleati sono in Italia, Calvino è protagonista attivo nella battaglia di Baiardo, una delle ultime battaglie partigiane. Ricorderà l'evento nel racconto Ricordo di una battaglia, scritto nel 1974.
Dopo la liberazione dell’8 settembre, la sua inclinazione anarchica e libertaria non affievolisce, tuttavia matura una complessa visione del mondo e, pur non esaltato dall'idea comunista, ritiene importante il compito di organizzare forme politiche e strutture sociali a difesa dei diritti, della dignità umana e della libertà. Con questo spirito aderisce al Partito Comunista Italiano (PCI) e ne diviene attivista, esprimendo la sua partecipazione con interventi di carattere politico e sociale, su quotidiani e periodici culturali, oltre che nelle sedi istituzionali del partito.
Si iscrive alla Facoltà di lettere di Torino, accedendo direttamente al III anno, grazie alla legislazione postbellica in favore dei partigiani ed ex combattenti. Conosce Cesare Pavese che diverrà guida culturale ed umana, oltre che "primo lettore" delle sue opere, fino al 1950, anno del suicidio di Pavese. Scrive Angoscia in caserma ed inizia una collaborazione con Il Politecnico, periodico diretto da Elio Vittorini. Tra il 1946 e il 1947 compone Campo di mine, vincitore di un concorso letterario indetto da l’Unità, e una serie di racconti che saranno poi raccolti in Ultimo viene il corvo, pubblicato nel 1949.
Nel 1946 scrive il suo primo romanzo Il sentiero dei nidi di ragno, pubblicato da Einaudi nel 1947, anno anche della laurea in lettere, che consegue con una tesi su Joseph Conrad. Qui inizia anche la collaborazione con Einaudi, dove entra come addetto all'ufficio stampa. Il rapporto con la casa editrice sarà centrale nelle attività di Calvino, anche se talvolta intermittente ma ricco di incarichi sempre diversi e via via più importanti. Durerà fino al 1961, momento in cui si trasformerà in "consulenza editoriale esterna". Le attività culturali si intensificano assieme alle conoscenze personali. Frequenta Vittorini, Natalia Ginzburg, Delio Cantimori, Norberto Bobbio, Felice Balbo, e altri intellettuali di spicco.
Il sentiero dei nidi di ragno
I temi del romanzo sono attinti dalla recente esperienza della guerra partigiana, combattuta da Calvino sulle Alpi Marittime. Questo perché mesi trascorsi in montagna da partigiano avevano rappresentato per lui una fase decisiva. Il romanzo è ambientato in un piccolo paese ligure della riviera di Ponente, il protagonista è Pin, un bambino di circa dieci anni, orfano dei genitori, solo e alla continua ricerca di integrazione col mondo degli adulti, per lui rappresentato dai frequentatori dei vicoli e dell'osteria del paese. Il romanzo è articolato in 12 capitoli. In esso sono chiaramente distinguibili tre parti:
- La prima dedicata alla descrizione della vita nel paese,
- La seconda dedicata alla descrizione dell'esperienza partigiana,
- La terza dedicata al finale.
Il capitolo IX è distinto dagli altri e svolge una funzione di pausa prima del finale drammatico e una funzione ideologica di cornice interpretativa posta a metà romanzo. Vi si legge il dialogo tra il comandante di brigata Ferreira e il commissario politico Kim, che, assalito dall'esigenza di chiarirsi il senso della lotta partigiana, nota che un medesimo furore accomuna partigiani e fascisti. I partigiani, però, sono dalla parte della libertà.
Il romanzo è governato da una serie di corrispondenze e simmetrie. In particolare, si nota l'alternanza tra capitoli statici (descrizioni, riflessioni e dialoghi) e capitoli dinamici (avventure, conflitti e fughe). La vicenda presenta un alto quoziente di violenza, ma tutte le uccisioni avvengono fuori campo e alla coscienza di Pin esse sfuggono. Sono anche numerosi gli elementi che richiamano una dimensione fiabesca: ad esempio, il luogo dove i ragni fanno i nidi appare a Pin come un luogo incantato e la pistola gli appare come un talismano.
La scelta di un protagonista bambino per raccontare la Resistenza offre la possibilità di dare uno sguardo eccentrico su di essa. Possiamo dire che in questo romanzo troviamo alcuni elementi che ritorneranno, non da ultimo la scelta di un protagonista portatore di un punto di vista inusuale, anomalo, straniante. Ad essa si affianca la dimensione favolistica, la costruzione di personaggi lontani da quelli della grande tradizione del romanzo ottocentesco.
Tutti aspetti messi in evidenza dalla recensione di Cesare Pavese, apparsa sull’Unità nell’ottobre del 1947. Scriveva Pavese: A ventitré anni Italo Calvino sa già che per raccontare non è necessario «creare i personaggi», bensì trasformare dei fatti in parole. Lo sa in un modo quasi allegro, scanzonato, monellesco. A lui le parole non fanno paura ma nemmeno gli fanno girare la testa: fin che hanno un senso, fin che servono a qualcosa le dice, le snocciola, le butta magari, come si buttano i rami sul fuoco, ma lo scopo è la fiamma, il calore, la pentola.
Ormai di scrittori che puntino sui grossi personaggi come usava una volta, non ce n’è quasi più. Cambia il mondo. Poveretto chi è rimasto coi nonni. Ma poveraccio, disgraziato, chi dietro ai grossi personaggi «che facevano concorrenza allo stato civile» ha mollato anche i fatti, le cose di carne e di sangue, e brucia incensi di parole in non si sa che cappella privata. Calvino è nato al raccontare in mezzo alla guerra civile. Questi i suoi fatti, le cose di cui fa parole. Se diciamo che questo Sentiero dei nidi di ragno (Einaudi, 1947), bocciato al concorso Mondadori e vincitore di quello di Riccione, è il più bel racconto che abbiamo sinora sull’esperienza partigiana, nessuno sarà troppo commosso. Non ce ne sono stati altri.
Diremo allora che l’astuzia di Calvino, scoiattolo della penna, è stata questa, di arrampicarsi sulle piante, più per gioco che per paura, e osservare la vita partigiana come una favola di bosco, clamorosa, variopinta, «diversa». C’è qui dentro un sapore ariostesco. Ma l’Ariosto dei nostri tempi si chiama Stevenson, Kipling, Dickens, Nievo, e si traveste volentieri da ragazzo. Quello schietto e geloso abbandono all’incalzare di eventi e catastrofi, di spettacoli e di visi noti che faranno la smorfia o il sorriso previsti, che saranno maschere così fedeli alla loro natura da colpire di perenne stupore, quella schietta e complicata ingenuità dei poemi, può ritrovarsi ai giorni nostri solamente dentro un cuore di fanciullo.
Non importa se il fanciullo di Calvino dice «puttana» e sa cos’è, bercia canzoni da bordello e potrebbe magari ammazzare qualcuno. Non ha legge né madre, c’è la guerra, la gente si ammazza e non è colpa di Pin tutto questo. Calvino racconta dei fatti, e questi fatti hanno radici, consistenza, sono groppi di carne e di sangue; a rimuoverli, e sia pure con amore di parole, spiccia il sangue, si scopre la piaga, si sente il fetore di un mondo in cancrena. Qualcuno lo dirà, ma non è ancora questo che conta. Malgrado il carrugio, malgrado il sentore di chiasso e di feccia, la giornata di Pin ha una grande purezza; scontrosa sboccata maligna come trascorre, è tutta fresca, baldanzosa di scoperte, di gesta, di onore, proprio come la giornata di un Astolfo e di un Jim Hawkins [protagonista dell’Isola del tesoro di Stevenson, 1883].
E qui si chiarisce quel che dicevamo in principio. Guai se Calvino avesse fatto personaggi. Un sicuro istinto gli ha fatto ridurre le sue figure, non diremo a macchiette che suona offensivo, ma a maschere, a «incontri», a burattini. Tutti hanno un ticchio, nel Sentiero. Tutti hanno una faccia precisa, come altrettanti soldatini di carta da fogli diversi. Non fanno un gesto che non sia veduto con nitore, con parola corposa e insieme minuta, come appunto nel mondo cavalleresco, dove il gesto è tutto ma insieme va sperduto fra i tanti.
La conclusione è quella solita. Trasformare dei fatti in parole non vuol dire cedere alla retorica dei fatti né cantare il bel canto. Vuol dire mettere nelle parole tutta la vita che si respira a questo mondo, comprimercela e martellarla. La pagina non dev’essere un doppione della vita, sarebbe per lo meno inutile; deve valerla, questo sì. Dev’essere un fatto tra i fatti, una creatura in mezzo alle altre. Per questa prima volta, a noi pare, Calvino c’è abbondantemente riuscito. link
Pavese centra molti degli elementi distintivi di questo romanzo, ma il fondo di tutta la produzione di Calvino:
- L’elemento fiabesco
- Il richiamo all’epica ariostesca,
- La costruzione di personaggi che si riallaccia alla tradizione del romance, non a quella del novel.
Infine, in questo romanzo di esordio troviamo la misura breve, quasi da racconto lungo, che verrà anch’essa frequentata ampiamente da Calvino: molti sono i suoi racconti, così come i romanzi che è difficile classificare come tali, esempi ne sono le Città invisibili e Se una notte d’inverno un viaggiatore. Tra le diverse «stagioni» attraversate dallo scrittore, alcuni elementi tornano e alcuni di essi si trovano già nel romanzo di esordio.
Un romanzo che nasce in pieno clima neorealista, e qui ci riferiamo al neorealismo del dopoguerra, principalmente cinematografico, che riprende una corrente letteraria nata in Italia negli anni ’30 – affermatasi come esigenza di aderire più fedelmente, concedendo il meno possibile all’artificio letterario, a una realtà travagliata da particolari problemi esistenziali – ma ne cambia fortemente il segno, impegnandosi nella rappresentazione di istanze sociali e politiche, perseguendo la rappresentazione cruda e drammatica di una condizione umana offesa da difficoltà e violenze quotidiane.
N.B: Il neorealismo del dopoguerra è una corrente:
«sviluppatasi nel cinema italiano tra il 1945 e i primi anni Cinquanta, soprattutto per opera di R. Rossellini e di altri registi che si sono ispirati a episodi della Resistenza o alla tragica condizione del dopoguerra; era caratterizzato da un forte impegno morale e politico, in polemica con le rappresentazioni estetizzanti e retoriche della produzione precedente.
Nell’arte figurativa, corrente (indicata anche, impropriam., col nome di realismo socialista), sorta in Italia dopo la Seconda guerra mondiale, avendo come caposcuola il pittore R. Guttuso, per reazione all’arte astratta e al conformismo borghese dell’arte non impegnata socialmente, con il programma di ricondurre l’arte a forme di immediata comunicazione e a contenuti storicamente più attuali (le lotte dei lavoratori, il mondo dei contadini, gli episodi della Resistenza, ecc.).»
Nel 1964 esce una ristampa del Sentiero dei nidi di ragno con una Prefazione di Calvino, che costituisce una riflessione sul suo primo romanzo degna di attenzione. Calvino è ormai un autore affermato e un collaboratore fisso di Einaudi, si può dire un uomo di successo. Soprattutto ha già sperimentato modalità di scrittura tra loro diverse. Ha concluso la trilogia I nostri antenati (Il visconte dimezzato, Il barone rampante, Il cavaliere inesistente), ha raccolto le 200 Fiabe italiane, ha pubblicato La giornata di uno scrutatore, La nuvola di smog, Marcovaldo, ovvero Le stagioni in città.
È interessante che senta l’esigenza di tornare sul suo romanzo d’esordio. Scrive questa prefazione a quasi vent’anni di distanza, in anni animati da polemiche contro la letteratura. Polemiche che si svolsero tra scrittori, con botta e risposta, dialoghi e fraintendimenti, quasi sempre sulle pagine delle riviste, che svolgevano un ruolo importante, erano luoghi di confronto e di scontro.
Prefazione al sentiero dei nidi di ragno (1964)
Calvino in questa Prefazione, come sempre, rivendica l’importanza della letteratura, il suo ruolo specifico e il suo rapporto complesso con la realtà.
Questo romanzo è il primo che ho scritto; quasi posso dire la prima cosa che ho scritto, se si eccettuano pochi racconti. Che impressione mi fa, a riprenderlo in mano adesso? Più che come un’opera mia lo leggo come un libro nato anonimamente da un clima generale d’un’epoca, da una tensione morale, da un gusto letterario che era quello in cui la nostra generazione si riconosceva, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. L’esplosione letteraria di quegli anni in Italia fu, prima che un fatto d’arte, un fatto fisiologico, esistenziale, collettivo. Avevamo vissuto la guerra, e noi più giovani – che avevamo fatto appena in tempo a fare il partigiano – non ce ne sentivamo schiacciati, vinti, «bruciati», ma vincitori, spinti dalla carica propulsiva della battaglia.
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