Italo Svevo
Aron Hector Schmitz nasce a Trieste nel 1861. A 13 anni, studiando in Baviera, ha l'opportunità di studiare autori in lingua originale che in Italia non vengono pubblicati. Nel 1896 sposa Livia Veneziani e incomincia a lavorare nella fabbrica di vernici del suocero nel 1899, iniziando così una carriera da industriale. Morì nel 1928.
Esordio letterario e prime opere
- 1880: Risale il suo esordio letterario con una commedia (di cui restano pochi frammenti) e altri lavori teatrali perduti. Nel dicembre dello stesso anno inizia la collaborazione con la rivista "L'Indipendente". Sono gli anni della formazione culturale, agevolata dal fatto che Svevo può leggere testi inaccessibili in Italia, soprattutto autori tedeschi ma anche naturalisti francesi.
- 1888: Una lotta
- 1890: L'assassinio di via Belpoggio, definito vero cartone dei romanzi della maturità, dove appaiono per la prima volta i tipici personaggio "sveviani" come "l'inetto" e il suo antagonista, ovvero il "contemplatore" e il "lottatore". Giorgio è il primo degli inetti sveviani, scialba figura di sottoproletario che, dopo aver ucciso per soldi, tenta inutilmente di cancellare la consapevolezza del gesto compiuto e di riabilitare la propria immagine. L'aspetto interessante è il primo tentativo di superamento del naturalismo: il delitto infatti non è motivato "scientificamente", ma costituisce il semplice antefatto della narrazione, che è totalmente occupata dagli interrogativi che il protagonista si pone.
- 1892: Una vita, altro romanzo dove viene presentata la figura di Alfono Nitti. L'opera inizialmente avrebbe dovuto intitolarsi "Un inetto", ma il titolo non piaceva all'editore Treves. La figura di Alfonso è simile a quella di Giorgio, grigia esistenza insoddisfacente, diviso tra lavoro in banca e studio nella biblioteca. Tutto questo suscita in lui l'attitudine del sognatore, avverte il rischio d'apparire attaccato ai soldi quindi si rifugia nel paese natio per star lontano da ogni fonte sentimentale. Troviamo qui il rinnovamento del romanzo naturalista attraverso la messa in crisi dei suoi stessi presupposti: l'analisi scientifica e il determinismo. La chiave di lettura dell'opera è il contrasto insanabile tra il "lottatore" e il "contemplatore", il primo trionfa nella lotta per il successo economico e conquista l'apprezzamento delle donne. Il protagonista invece è totalmente antieroico, inetto e velleitario, proteso già verso la vecchiaia.
- 1898: Senilità, abbozzato già nel 1892 e pubblicato dalla rivista "L'Indipendente", viene stampato a Trieste dall'editore Vram. Come spiegato dallo stesso Svevo, il romanzo narra dell'avventura amorosa che il giovane Emilio si concede per le vie di Trieste. Emilio è un impiegato che gode di una piccola fama letteraria nei circoli cittadini, ma vorrebbe avere una vita come quella dell'amico-scultore Balli. Il completo insuccesso dei due romanzi convince Svevo ad abbandonare la letteratura. Il periodo di presunto silenzio risulta denso di composizioni, dalle favole alle pagine saggistiche ed epistolari. L'interruzione delle pubblicazioni coincide con una frenetica attività di produzione e lavorativa segnata da diversi viaggi: Murano, Istria, Francia e Inghilterra. Nel 1906 conobbe James Joyce che divenne suo amico prezioso.
La psicoanalisi e "La coscienza di Zeno"
- 1911: Un evento importante segna la sua carriera: la scoperta della psicoanalisi. Svevo entra in contatto con le idee di Freud, che utilizza per comporre il terzo romanzo La coscienza di Zeno. Sappiamo cosa pensasse Svevo della psicoanalisi grazie a lettere scritte da lui indirizzate all'amico Valerio Jahier del 1927. In queste lettere si notano parole di sfiducia da parte di Svevo verso il valore terapeutico della psicoanalisi. In un'altra lettera Svevo s'interroga sulla "malattia" come elemento valorizzante e in fondo vitale, in contrasto con le leggi sociali, testimoniando da un lato la consapevolezza di Svevo circa il disagio dell'individuo borghese, dall'altro la coscienza del ruolo compensatorio della scrittura per l'uomo malato.
- 1919: Inizia la composizione dell'opera "La coscienza di Zeno", che finì nell'estate del 1922, edita nel 1923 dal bolognese Cappelli. Si presenta come una sorta d'auto analisi condotta dal protagonista Zeno Cosini. Personaggio enigmatico e ambivalente, prova a ricomporre una realtà del tutto personale. La sua ambiguità risulta difficilmente superabile dal lettore poiché la coscienza tende a operare spostamenti, riduzioni e ad allontanare il momento del rendiconto oggettivo, a mascherare i veri moventi delle azioni. La vicenda è proposta in forma di diario immaginario. Svevo dichiara che Zeno è fratello degli inetti precedenti (Emilio e Alfonso). Passa continuamente dai propositi più eroici alle disfatte più sorprendenti, si sposa amando quando non vorrebbe amare, passa la vita a fumare l'ultima sigaretta, ama il padre ma ne fa una vita ed una morte infelicissima. Zeno si crede un malato eccezionale di una malattia a percorso lungo.
Struttura del romanzo "La coscienza di Zeno"
- Prefazione: Il dottor S ha avuto in cura Zeno finché quest'ultimo non ha deciso di troncare la terapia, spiegando d'aver spinto il suo paziente a scrivere la propria autobiografia.
- Il fumo: Continui tentativi di Zeno di cessare di fumare fino al volontario ricovero in una casa di cura.
- La morte di mio padre: Resoconto degli ultimi incontri tra Zeno e il padre, che lo giudica inetto, drammatica sequenza della morte.
- La storia del mio matrimonio: Il maldestro e comico corteggiamento da parte di Zeno alle quattro sorelle Malfenti; innamoratosi di Ada, sposerà la più brutta, Augusta.
- La moglie e l'amante: Zeno descrive la propria vita coniugale e le avventure con l'amante Carla.
- Storia d'una associazione commerciale: Zeno racconta del suo socio Guido che fa fallire la loro impresa, finge un suicidio per farsi fare un prestito dalla moglie Ada ma muore sul serio sbagliando il dosaggio del veleno. Zeno con mosse in borsa argina la perdita economica.
- Psicoanalisi: A detta di Zeno, testimonia la guarigione, dovuta all'avvento della guerra.
Anche il terzo romanzo sarebbe comunque destinato al silenzio se non si fossero interessati Joyce, Bazlen (intellettuale triestino) e Montale, che nel 1925 pubblica il primo articolo sull'opera sveviana "Omaggio a Svevo".
- 1925: Corto viaggio sentimentale, probabilmente iniziato quell'anno e lasciato incompiuto, edito postumo. Il testo è organizzato in sette capitoli, ciascuno dedicato a una tappa del viaggio da Milano a Trieste: Stazione di Milano, Milano-Verona, Verona-Padova, Venezia, Alla stazione di Venezia, Venezia-Pianeta di Marte, Gorizia-Trieste. Questo testo descrive un viaggio liberatorio in parte reale, in parte psicologico, in parte puramente sognato che il signor Aghios affronta per tentare di sottrarsi alla presenza della moglie.
Luigi Pirandello
Nasce nella campagna di Agrigento (all'epoca Girgenti) nel 1867, studia a Palermo e Roma prima di trasferirsi a Bonn, dove si laurea nel 1891 con una tesi in lingua tedesca sulla fonetica del dialetto girgentino. Tornato a Roma, viene introdotto da Luigi Capuana negli ambienti letterari e giornalistici della capitale, dove si stabilisce definitivamente con la moglie Maria Antonietta Portulano. Nel 1897 insegna all'Istituto Superiore di Magistero e dà numerose lezioni private, la nascita dei figli, la malattia mentale della moglie e la rovina delle miniere agrigentine sulle quale aveva investito lo costringono a un lavoro frenetico. Inizia anche a collaborare con il "Corriere della Sera" e pubblica novelle a pagamento per numerose riviste. Nel 1925 fonda la sua compagnia teatrale "Teatro dell'Arte di Roma" con Bontempelli, Oriani, etc. L'anno precedente aderì al fascismo, nel 1929 viene nominato Accademico dell'Arte e nel 1934 gli viene conferito il premio Nobel. Morì nel 1936 a Roma.
Esordio letterario e prime opere
L'esordio letterario di Pirandello è duplice: in versi con varie raccolte stile carducciano e in prosa con le prime novelle, genere molto amato ed usato, ne rimane fedele per oltre cinquant'anni.
- 1901: L'esclusa, iniziato nel 1893 con il titolo "Marta Ajala", questo romanzo non solo mette in evidenza i rapporti della protagonista con il marito, ma focalizza anche un tema chiave tipicamente novecentesco: "l'esclusione", ovvero l'estraneità dei personaggi pirandelliani rispetto alla società in cui vivono ferocemente descritta con assurdi pregiudizi. È la vicenda paradossale di questa donna ingiustamente cacciata di casa perché accusata d'adulterio che, dopo varie peripezie, viene riaccolta dopo aver commesso effettivamente il tradimento.
- 1902: Il turno, composto nel 1895 e pubblicato a Catania, il titolo allude all'attesa che subisce il protagonista mentre aspetta di sposare la donna amata, che il padre spinge a un matrimonio d'interesse. Il verismo pirandelliano risulta disarticolato ed addirittura rovesciato in quanto i temi dell'amore, del tradimento e della "roba" vengono completamente sfatati, mentre il narratore contempla con uno sguardo da "umorista" i progetti falliti del protagonista.
- 1904: Il fu Mattia Pascal, data di pubblicazione sulla rivista "Nuova Antologia", fu riedito nel 1908 e 1910 per Treves, poi nel 1921 per Bemporad. Scritto in uno dei periodi più tormentati della vita di Pirandello, il romanzo narra della vicenda d'un uomo che, oppresso dalla situazione economica sentimentale, approfitta del suicidio d'un uomo erroneamente identificato come Mattia Pascal per trasferirsi a Roma sotto il finto nome di Adriano Melis. Si accorge ben presto dell'impossibilità d'esistere fuori da ogni norma e legge, quindi finge un nuovo suicidio e torna nel paese natale dove si accorge però d'essere ormai totalmente emarginato e alienato. Con questo romanzo si chiudono definitivamente i conti con il naturalismo e verismo. Infatti, anche se in apparenza non si nota una grande differenza di tematiche di scrittura dei maestri veristi, accade tuttavia che in Pirandello i loro schemi siano utilizzati con un'ironia tagliente che viene a ribaltarne la valenza. Mattia Pascal scopre l'impossibilità della libertà assoluta e il fallimento della sua rivolta contro la società.
- 1906: L'umorismo, finito di scrivere nel 1908, pubblicato dall'editore Carabba e poi riedito nel 1920 a Firenze da Battistelli. Si possono distinguere due parti: quella "scientifica" in sei capitoli che analizza il concetto di umorismo nei secoli e un'altra più personale in sei paragrafi intitolata "Essenza, caratteri e materia dell'umorismo" che tende a giustificare e chiarire la poetica pirandelliana. Si afferma che la nuova arte umoristica deve scaturire dalla percezione dell'insanabile contrasto fra la realtà e le illusioni. Nello stesso anno pubblica I vecchi e i giovani, apparso prima a puntate nel 1909 sulla "Rassegna Contemporanea", pubblicato poi integralmente da Treves nel 1913.
- 1911: Suo marito, e postumo nel 1941 Giustino Roncella nato a Boggiòlo, quinto romanzo, presenta il personaggio di Silvia Roncella, artista che tenta d'affermarsi nella salotteria romana aiutata dal marito che ne cura l'immagine. La figura della protagonista sembra ricalcata su quella della romanziera Deledda, che viveva a Roma e frequentava l'autore.
- 1914: Si gira, pubblicato nel 1915 sulla rivista "Nuova Antologia" e nel 1916 in volume. Il testo propone la vicenda di Serafino Gubbio, operatore di macchina della casa cinematografica KOSMOGRAPH, dove vengono prodotti film banali ma di sicuro rendimento economico. Serafino osserva con apparente indifferenza la vicenda di attori e attrici sul set, dove deve essere uccisa una tigre, ma quando l'attore spara invece alla prima attrice, restando sbranato dalla tigre, Serafino perde la parola per il trauma.
- 1925: Uno, nessuno e centomila, nato dalla stesura d'una novella del 1909 "Stefano Giogli". La vicenda è imperniata delle vicende di Vitangelo Moscarda, detto dalla moglie Gegè, che scopre d'avere un naso diverso da quello che s'immaginava. Nasce da qui una lunga indagine che il protagonista attua per scoprire la propria immagine negli amici e conoscenti e deve rendersi conto che ognuno lo valuta e lo considera in maniera differente da ogni altro. Per sfatare quello che egli ritiene pregiudizi, comincia a compiere stravaganze e a ribaltare decisioni appena prese fino a essere ritenuto pazzo. Dopo essere stato assolto da un processo, decide di allontanarsi dalla società ritirandosi in un ospizio che lui stesso aveva fatto costruire. L'alienazione di questo personaggio consiste nell'impossibilità di calarsi nei ruoli che egli stesso non conosce; solo distruggendo il proprio passato e l'immagine di sé presente negli altri, infatti, riesce a recuperare la "via della salute" fuori dagli schemi e dagli obblighi che la società impone a tutti. Quel che Mattia Pascal aveva pro...