Xenofobia e il suo impatto sulla società
«A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno inconsapevolmente, che "ogni straniero è nemico". Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all'origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora al termine della catena, sta il lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano.»
Il ritratto dello xenofobo
È questo il ritratto dello xenofobo per eccellenza che, in totale consapevolezza, traccia tra se stesso e chiunque sia una barriera di assurde e alogiche nefandezze. Di fronte a una massiccia presenza di individui a lui diversi per natura, razza o specie, il nostro xenofobo sente che le sue certezze personali, basate sull’appartenenza al suo ceto, alla sua cultura, vengono meno e si dissolve in un melting-pot più grande di tutti i suoi punti di riferimento, dei suoi fari culturali. Lo spaesamento, le paure, le insicurezze derivanti da ciò lo proiettano sulla difensiva, verso un atteggiamento di rabbia, di sfida, verso chi è responsabile per questo straniamento; ecco dunque nascere i pregiudizi, le paure, i sospetti, la rabbia, l'odio che si possono manifestare anche sotto forma di gesti razzisti, penalmente rilevanti, ma che probabilmente si producono nell'alveo di una cultura non fondamentalmente razzista, che però affonda le sue radici nel colonialismo del XVI secolo, generato a sua volta da secoli e secoli di cultura traviata.
L'eredità del colonialismo europeo
Ai sentimenti prevalentemente negativi che generalmente l’accompagnano l'incontro ed il confronto tra culture differenti, infatti, erede spirituale dell'europeo del XVI secolo, l'uomo occidentale, che più di ogni altro predispone il proprio essere alla xenofobia, ha aggiunto una propria peculiarità: la razionalizzazione e la legittimazione del senso di superiorità del proprio gruppo di appartenenza rispetto agli altri popoli, alle altre razze, alle altre religioni. Ciò che caratterizza la cultura europea non è tanto il suo innato senso di superiorità, quanto la costruzione concettuale elaborata per la giustificazione dell'espansione economica e della conquista militare del resto del mondo, proprio a partire da questo senso di superiorità; l'imposizione della propria cultura in quanto "cultura" in assoluto e la conseguente indisponibilità a rimettere in discussione le proprie certezze.
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