Gabriele D'Annunzio
Gabriele D'Annunzio, pur vivendo a cavallo tra l'800 e il 900 (nato nel 1863 a Pescara e morto nel 1938 a Gardone Riviera), ha vissuto momenti molto importanti della storia del paese, soprattutto del XX secolo, come la prima guerra mondiale e la venuta del fascismo. Di questo si può tracciare un parallelismo con la sua produzione letteraria; infatti, malgrado scriva dei romanzi importanti negli anni '80 e '90 dell'800, delle poesie di valore come il poema paradisiaco del 1893 e il suo romanzo più famoso, Il Piacere, del 1889, se D'Annunzio ha acquisito un certo rilievo nella storia della poesia italiana è per la sua produzione del Novecento.
Nei primi del '900, il linguaggio di D'Annunzio si arricchisce con numerose allitterazioni. Ricordiamo tra le opere Le Laudi, concepite come un gruppo di sette libri ispirati al nome delle Pleiadi: composto dalla triade più ispirata di Maia, Elettra e Alcyone, del 1903, in cui si nota un linguaggio più ricco con figure retoriche come l'allitterazione, e dal blocco di Merope, Asterope, Taigete, e Celeno, che vanno dal 1915 al 1933.
Ma non è perché produce le sue opere nel '900 che lo si ritiene uno scrittore di quest'epoca. Piuttosto, lo è per la qualità della sua scrittura, delle sue idee poetiche e del suo pensiero letterario, che non sono legate al decadentismo, come sostengono alcuni a torto solo perché D'Annunzio è un dandy come Oscar Wilde. Tutt'altro. Il rapporto che D'Annunzio ha con la letteratura è un rapporto di maggiore profondità. D'Annunzio è realmente il fondatore del '900 italiano, della nostra modernità. Già dal poema paradisiaco emerge questo carattere di modernità, una modernità che è ancorata alla struttura della tradizione, perché D'Annunzio utilizza come metro l'endecasillabo e un gioco di rime molto chiaro, rivelando quindi un grande ordine.
La musicalità di questo verso è assolutamente razionale e tradizionale, che non è di sicuro decadente. La cultura del decadentismo è caratterizzata da tratti indefiniti nel campo letterario poetico, musicale o anche pittorico, ovvero lontano dalla chiarezza formale di D'Annunzio. L'aspetto innovativo e moderno dell'opera di D'Annunzio sono invece i contenuti e il linguaggio. I contenuti esprimono un'incertezza del vivere e della vita. La modernità di D'Annunzio è una consapevolezza di un malessere di cui non ha razionalità.
Il linguaggio è caratterizzato da parole reiterate in una sequenza quasi ipnotica, recando dei significati anche ambigui. Quindi ci troviamo di fronte a una struttura iper razionale, l'endecasillabo, da un lato, e dall'altro il poeta si trova ad affrontare l'impossibilità di esprimere a parole sentimenti complessi e profondi (lo stupore, il malore), sfruttando una reiterazione semantica con carattere ipnotico. La poesia di D'Annunzio esprime un reale disagio, caratterizzato da uno smarrimento della realtà. C'è qualcosa che emerge che non possiamo governare dall'esperienza di perdita dei sensi, qualcosa di vero che accade e che viene colta dal poeta una volta recuperata la sensibilità e la sua sapienza.
Quello che è accaduto è il nulla, ovvero qualcosa che gli viene sottratto, come la solitudine e il dolore. Il niente è la parola chiave della filosofia della modernità, la rappresentazione di questo nulla che è fortissima in noi. Il nulla ha una relazione con un altrove e questo altrove è sempre un nulla. La lirica di D'Annunzio esalta l'io poetico come viaggio epico verso la prosa del mondo.
D'Annunzio è un dandy, si occupa di teatro, di cinema, è un giornalista, un mondano, un soldato forse fascista, ma è tutt'altro che un personaggio fumoso, vanitoso e fatuo. D'Annunzio è un poeta che crede fermamente che la poesia è conoscenza, è memoria dei padri e rispetto per il suo fratello. D'Annunzio ha amato l'Italia ed è stato il grande poeta che ha portato la poesia italiana nel mondo come qualcosa di prezioso, perché per lui la poesia è dignità, decenza e civiltà.
Giovanni Pascoli
Pascoli viene considerato a torto un anticipatore del '900, un uomo di fine Ottocento come D'Annunzio e proprio come quest'ultimo invece rappresenta il grande poeta della letteratura italiana del '900. Pascoli nasce nel 1855 a Forlì e muore nel 1912 a Bologna, quindi dal punto di vista biografico è un uomo che opera a fine '800 e inizio '900. Egli crebbe in campagna in una famiglia patriarcale. Terminati gli studi al liceo, poté intraprendere la carriera universitaria grazie alla quale ebbe accesso all'insegnamento.
Giovanni Pascoli insegnò in diverse scuole superiori e poi all'università. Nel 1905 venne chiamato all'università di Bologna per succedere a Carducci alla cattedra di letteratura italiana. L'attaccamento alla famiglia e l'ossessione per la ricostruzione del nucleo familiare fu sempre un tarlo per Pascoli, tanto che riunì a sé le sorelle Ida e Mariù, rinunciando a sposarsi e interpretando il matrimonio di Ida come un oltraggio. Nel 1895 si trasferì a Castelvecchio (Lucca) dove iniziò la composizione delle sue opere maggiori: Myricae, Poemetti, Canti di Castelvecchio e Poemi Conviviali, questi ultimi pubblicati a inizio '900.
Per l'appunto, la sua opera più famosa è Myricae del 1891, prodotta in pieno decadentismo, anche se quella che conosciamo è la sesta edizione che risale al 1903, che non è una riedizione, ma presenta un'aggiunta di testi e un cambiamento dell'architettura ed è un libro che apre il Novecento, non chiude l'800. La scelta del termine è un tributo a Virgilio ma anche una specificazione di genere, quello bucolico, oltre che una dichiarazione di poetica fondata sulla semplicità di materia e di stile.
Pascoli suggerisce la chiave di lettura dell'opera, dominata dal tema del lutto di famiglia. La morte del padre è l'evento che maggiormente scosse la vita di Pascoli e che è alla base della sua produzione poetica. Il nido è il grande archetipo attorno cui gira il mondo poetico pascoliano, perché rappresenta il luogo degli affetti e il rifugio contro la cattiveria umana. Distaccarsi dal nido è un grosso trauma e ogni ritorno è una regressione alla beatitudine della prima infanzia. Il nido è anche simbolo del riparo che la natura offre contro la violenza della storia, pertanto la campagna viene vista come luogo sicuro e ricco di serenità contrapposto alla città, dove gli uomini si riuniscono soltanto per farsi del male.
Ma noi sappiamo che proprio accanto al dolore nasce la poesia, un sentimento dal quale evidentemente Pascoli non riuscì a ripararsi e a separarsi. Il suo verso più importante, novenario, afono e ottuso, non guarda alla musicalità ma ha un rapporto con l'esametro latino. Se è vero che le grandi opere di Pascoli sono dell'800, è verissimo che i temi della poesia di Pascoli sono moderni, quindi non sono legati alla decadenza.
Pascoli ha studiato Alceo, il poeta greco, che è stato l'argomento della sua tesi, scriveva in latino (i Carmina, ad esempio, del 1910), vincendo tanti premi ai concorsi internazionali e nella lingua latina è stato capace di trovare qualcosa della lingua italiana e viceversa, ovvero con la lingua è stato capace di raccontare la memoria del tempo più antico e di rilanciarla al futuro. Il punto di unione tra lingua latina e italiana è che la lingua poetica sia sempre una ricerca di conoscenza, sia sempre ricerca di espressione, non sia banalmente una ribellione alla sintassi con quell'idea di modernità intesa come mancanza di regole; la lingua poetica è capacità di ricostruire una comunità di uomini, lettori, scrittori e cittadini attorno a dei principi essenziali.
Nella poesia di Pascoli riscontriamo una forma di paratassi, ma più che principali collegate, si tratta di immagini collegate, con una scrittura quasi cinematografica, con un lessico che straborda di significato. La sua poesia non è impressionista, ovvero non ha quel carattere leggero di impressioni quasi superficiale ma è colma di conoscenza.
Pascoli è un grande poeta cristiano, che non cade mai nella trappola della devozione, e nasconde l'elemento liturgico perché ha un'esperienza diretta fondamentale della religione, ovvero della relazione tra il bene e il male. Il grande tema della religione è solo questo, e gli stessi Santi considerano il male come una diminuzione del bene. Tra le sue opere non possiamo non ricordare Il Fanciullino che uscì nel 1903 in forma integrale. La riflessione che Pascoli attua in questo testo ruota attorno alla figura cardine del fanciullo eterno, ossia la parte infantile dell’uomo che ha un approccio conoscitivo con la realtà fondato sull’intuizione e sulla spontaneità.
Il fanciullino alberga nel cuore di ogni essere umano, ma ad ascoltarlo più volentieri è il poeta. Per Pascoli, il fanciullino designa la sfera irrazionale, dominata dalla fantasia e dalle emozioni. La conoscenza poetica diventa una conoscenza metafisica che avviene per via immediata e intuitiva e il poeta ha la facoltà divinatoria necessaria per vedere la rete di somiglianze e relazioni fra le cose che sfugge all’approccio analitico tipico della scienza. Il fanciullino elegge le cose maestre e le osserva con la meraviglia di chi le vede per la prima volta: ma la familiarità con il mondo che lo circonda si rivela come perturbante. Ciò che è estraneo ci è più familiare, ciò che conosciamo meglio è ciò che più temiamo, ciò che abbiamo dentro e ciò che più ci fa male, ed è questo che è al centro della psicologia della modernità.
Giuseppe Ungaretti
Giuseppe Ungaretti è il poeta lirico per eccellenza, il primo poeta della Storia d'Italia. La storiografia, spinta dall'esigenza di catalogare i poeti, definisce Ungaretti come un poeta ermetico. Ungaretti nasce in Egitto da famiglia lucchese, e si forma a Parigi alla Sorbona, dove entra in contatto con la migliore cultura del tempo, diventando un poeta cosmopolita. Si lega ai futuristi italiani a Parigi e le sue prime poesie appariranno sulla rivista Lacerba nel 1915. La prima raccolta di Ungaretti si chiama Il Porto Sepolto del 1916, scritta in italiano, che diventa con un'acquisizione e un arricchimento di altri testi, quell'opera che rende Ungaretti il grande poeta italiano, ovvero Allegria dei Naufraghi del 1919. Tra le due opere c'è di mezzo la guerra.
Ungaretti descrive questa esperienza. L'Ungaretti che va in guerra va per conoscere la realtà. Ungaretti sostanzialmente è il poeta che riesce a dare alla lingua italiana una possibilità nuova, quasi inedita. Se D'Annunzio guarda alla grande aristocrazia e Pascoli al mondo popolare, che sta nelle campagne o nelle città, Ungaretti guarda a un popolo che sta nascendo in trincea. Infatti, il primo laboratorio della nascita di una nazione è stata la prima guerra mondiale, e non il Risorgimento.
Abbiamo una poesia che mette al centro la vita, come racconto della sua durezza. Giuseppe Ungaretti si esprime poeticamente in maniera essenziale, quello che desidera è che le parole siano viste prima che ascoltate. Anche il silenzio ha un ruolo fondamentale. Nel rapporto che c'è tra la vita e la morte in trincea, c'è un'umanità, il pianto che è umanità vera, il quasi della somiglianza. Il poeta Ungaretti è portatore di una poesia nuda per una fratellanza su cui costruire la storia della nascita di una nazione. In questo non c'è nulla di ermetico, non c'è nulla di chiuso, è tutto chiaro, anzi addirittura c'è un insegnamento.
Diventiamo italiani nella sofferenza della trincea. Nelle poesie Sentimento del Tempo del 1933, notiamo che la lingua cerca un raccoglimento in più, cerca di andare a scavare nella complessità del nulla o della coscienza, propone delle parole più analogiche costruite su degli scambi psicologici e visionari e lì diventerà maestro dell'ermetismo come nel Dolore del 1947, La Terra Promessa del 1950.
Ungaretti però non è un poeta ermetico, è il poeta della nascita di questa nazione, egli con la sua poesia cerca la memoria della verità, è la lirica nuda di chi cerca davvero di dare agli altri qualcosa per vivere. Giuseppe Ungaretti è fuori dalle ambiguità dell'ermetismo anche se è vero che con la raccolta del '33 Sentimento del Tempo propone una lingua che offre dei valori importanti di riferimento alla poesia ermetica. Il primo Ungaretti cerca la cura della tradizione, di una lingua che stabilisce la nascita di una nazione.
La poesia di Ungaretti è di tipo mistico, risulta ineffabile e per rispettare le tragedie umane è frammentaria e densa di significati semantici che cerca di rendere attraverso figure evocative.
Luigi Pirandello
Uno stereotipo della letteratura italiana è che Pirandello gioca con la follia e la verità, che rappresenta un vero ridimensionamento dell'opera di Pirandello, che nacque ad Agrigento nel 1867 e morì a Roma nel 1936. Nel 1934 vinse il premio Nobel. È il primo scrittore italiano che lancia la nostra letteratura, la nostra lingua a livello internazionale.
Pirandello si affaccia a quella grande cultura di età di fine '800 chiamata Naturalismo che troviamo nella letteratura, nella pittura, nella musica. La parola Naturalismo deriva dalla grande cultura filosofica che ha avuto in Auguste Comte il suo protagonista, quella cultura chiamata positivismo. Il positivismo, dalla parola latina positum, dato oggettivo, è una grande cornice culturale che spiega i temi del naturalismo. Il positivismo non è nient'altro che mettere al centro di qualsiasi studio o ricerca sempre e solo il metodo razionale per capire la realtà nella sua oggettività.
I romanzi diventano una forma di indagine sul sociale. Ad esempio, in Émile Zola, ogni romanzo ha un tema: l'alcolismo, la prostituzione, la salute, la tecnologia, come una scuola che avesse una metodologia della ricerca dell'oggettività. Se il naturalismo intende la letteratura come una forma di istruttoria oggettiva sulla realtà e se i grandi scrittori del naturalismo credono alla scrittura come sociologia nel senso alto del termine, la possiamo definire naturalismo radicale.
Pirandello crede ancora nella letteratura come istruttoria ma capisce un principio filosofico molto importante. Noi crediamo che tra il soggetto e l'oggetto esista un ponte, la lingua per capire. Pirandello pensa che guardando a lungo un oggetto reale con lo sguardo di chi voglia capire, fissare, osservando in modo quasi ossessivo, quell'oggetto cambia, si anima, rivelando la più profonda e segreta vita. Tanto più credi nella realtà, la analizzi, quanto più la metti in crisi, perché la realtà non è più oggettiva; la realtà è fatta di segreti, di faglie, di difetti, di limiti, cose che non possiamo capire perché viviamo in un mondo che non capiamo, e il tema del naturalismo radicale è fare una grande analisi della realtà. Proprio nel tempo della modernità abbiamo il concetto di relativismo, perché siamo circondati da oggetti che usiamo continuamente ma di cui non conosciamo veramente la funzione.
Nel momento in cui dovessimo approfondire l'indagine degli oggetti, finiremmo per rendere tutto ciò che ci circonda non familiare, perturbante. La modernità è fatta per noi di cose familiari che non conosciamo ma ci limitiamo ad usare, e il relativismo non vuol dire che tutto è follia e che la verità non esiste, ma che noi viviamo in una rete continua di perdita del senso a favore di una rete di cose che non conosciamo ma che usiamo, che ci appartengono come proprietà nuda.
Se controcultura negli anni '60 vuol dire liberazione dai e dei miti borghesi, per Pirandello controcultura vuol dire l'introduzione di alcuni valori che non sembrano appartenere alla nostra cultura letteraria, e la sua forza è nella sua eccentrica irrazionalità.
L'Esclusa di Pirandello racconta, tramite la categoria dell'umorismo, una contraddizione della cultura popolare, dove la protagonista viene accusata di adulterio ingiustamente tanto che si allontana dalla città in cui vive con il marito, e va a Palermo dove, dopo aver veramente tradito il marito, viene paradossalmente "perdonata" dal marito, dalla famiglia e dalla società. Quindi racconta qualcosa che è in controtendenza con i valori della cultura italiana.
Nel Fu Mattia Pascal del 1904, Pirandello racconta la storia di un uomo con una vita normale, con un matrimonio normale, ovvero non felice, che si allontana da casa, vince una grossa somma al casinò e quando torna legge sul giornale che lo credono morto. Approfittando di questa situazione, fugge e comincia la sua vita da zero, credendo di ritrovare la libertà. Ma si accorge che, privo di un'identità, non può rifarsi una vita e quindi si ritrova imprigionato come nella prima vita. Questo perché il mondo è frutto della nostra volontà, ovvero Pirandello ci vuole dire che ovunque fuggiamo, ci porteremo dietro i nostri desideri, legati alla voglia di dimostrare, di avere di più, di contare di più, di essere immortali, che avranno la conseguenza di renderci ugualmente insoddisfatti.
Ciò che inserisce Pirandello come qualcosa di nuovo è l'angoscia, ovvero l'assenza della paura e la mancanza della certezza che le cose cambino. Perché le cose, quando cambiano, da un lato ci fanno paura e sono un trauma; dall'altro ci...
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