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Letteratura italiana contemporanea

Autori: B. Fenoglio, I. Calvino, C. Pavese, R. Loy, G. Bassani, P. Levi, N. Ginzburg + H. Böll, H. Fallada, F. Uhlman.

Rosetta Loy

Rosetta Loy – Roma 1931, ancora in vita. Fa parte della Generazione degli anni trenta. Il suo romanzo d’esordio, “La bicicletta” (1974), le permette di ottenere il premio Viareggio Opera Prima.

È una scrittrice non sperimentale: ha uno stile chiaro privo di forme difficili, rifiuto dello sperimentalismo linguistico e uso tendenziale di frasi paratattiche (subordinate limitate).

Dà voce alla tematica della memoria dell’olocausto ma anche del senso di colpa, che gioca su due piani:

  • Responsabilità oggettiva degli italiani per ciò che accaduto in Italia, pur non essendo lei coinvolta in prima persona.
  • Senso di colpa personale, a causa dell’incapacità, dovuta alla sua giovane età, di agire attivamente per aiutare vicini e conoscenti.

La responsabilità principale viene attribuita alla Germania nazista, un pensiero confortante per evitare i sensi di colpa dell’italiano, ma non del tutto vero, in quanto possiamo risalire a numerosi episodi di segnalazione e/o denuncia degli ebrei da parte di italiani, spesso per occupare le loro case.

Le leggi razziali (1938) distruggono una comunità coesa: la koinè ebraica italiana era perfettamente integrata nella società, con l’avvento delle leggi razziali si priva l’intera nazione di cittadini e gli individui ebrei vengono privati della propria patria e identità (bambini ebrei espulsi dalle scuole, insegnanti ebrei licenziati etc.).

“La parola ebreo” fu pubblicato nel 1997 e a causa di questa data così lontana si crede che sia l’opera su cui l’autrice ha riflettuto e lavorato maggiormente. Il libro si presenta quasi come una campagna antisemita che l’autrice segue tramite storie di ebrei romani (amici, conoscenti, vicini di casa) che vengono contrapposte alla sua situazione familiare, all’inerzia della sua famiglia borghese e benestante, la quale non era dichiarata fascista, ma non accenna neanche alcuna opposizione alla politica antisemita, fatto dal quale deriva il “senso di colpa”.

L’autrice alterna i ricordi d’infanzia a quelli aspri della Seconda Guerra Mondiale, soprattutto riguardanti la retata del ghetto di Roma (1943). Evidenzia la trasformazione di amici e conoscenti ebrei da normali cittadini a perseguitati.

Lo stile non è forte, racconta gli orrori della guerra in maniera pacata e semplice, creando un ancor più efficace effetto di tragedia e sterminio, affiancato, però, dalla speranza; Cesare Garboli (critico letterario) definisce questo libro come un “piccolo grande libro”.

Analizzando le vicende, una delle figure mal viste è quella delle portinaie dei palazzi, che non perdono occasione per denunciare gli ebrei che ci abitano, una sorta di antagonista. In opposizione, gli aiutanti sono, ad esempio, i tassisti che aiutano gli ebrei a fuggire portandoli lontano e non chiedendo nulla in cambio.

Un elemento fondamentale che ricorre spesso è la polemica dell’autrice, più o meno esplicita, contro le gerarchie del Vaticano (all’era, Papa Pio XII), in quanto considera che avrebbero dovuto e potuto evitare la deportazione; il mancato sostegno li rende quasi complici.

Il dilemma dell’autrice gioca su due piani, quello storico e quello morale e fonde la memoria individuale con quella collettiva. “La parola ebreo” è molto vicino ad un atto di accusa, seppure pacato; presenta un ammirevole esame di coscienza (individuale e collettiva, appunto) che costituisce un’eccezione nel panorama storico e letterario, distaccandosi dall’autoassoluzione comune del popolo italiano, che colpevolizza solamente il popolo tedesco.

Le prime tre pagine del libro descrivono l’ambiente borghese della protagonista che si trova a doversi confrontare con quello degli ebrei: Rosetta, ancora bambina, osserva dalla finestra del suo appartamento un rito ebreo, la circoncisione, che vuoi per mancanza di informazioni e/o per la troppa immaturità, scambia per un battesimo. Rosetta adora la signora Della Seta, un po’ meno la famiglia Levi (entrambi vicini di casa), accenna anche alla sua educazione religiosa, andando a scuola dalle suore e fa un importante paragone tra la signora Della Seta e la signora Basile, sua madrina di battesimo, che si assomigliano nei tratti.

Nel resto del libro porta esempi positivi di storie finite bene, introdotte spesso da riflessioni con domande retoriche; i protagonisti di queste storie sono sì ebrei, ma perfettamente integrati nella società, trovatisi costretti ad abbandonare la loro vita, le loro case e i loro lavori. Un perfetto esempio di integrazione si nota quando viene raccontata la storia della zia di Mirella, che, salita sul taxi, si esprime in romano.

Spesso spicca dell’ironia nel raccontare le storie, come ad esempio il fatto che Mirella (4 anni) impari a giocare a Briscola e Tressette mentre è costretta a nascondersi dalle SS. Presente anche una nota onomastica, particolare è la scelta (voluta) del nome Adolfo per uno dei protagonisti, un nome di origine germanica, nonché di Hitler.

Nella storia della famiglia Sermoneta è molto forte l’aiuto ricevuto, che non si limita ad una sola persona, bensì ad un intero quartiere, oltre al tassista e a dei clericali che li ospiteranno per anni una volta fuggiti. Riferimento implicito e accusa si fa alla Svizzera, paese in cui gli ebrei erano completamente respinti, a differenza, ad esempio, della Danimarca, dove venivano accolti e protetti.

Il libro si conclude con una data, “25 marzo 1997”, indicando quel giorno come la fine di una meditazione lunga ben cinquant’anni. Tutti e 4 i protagonisti trovano la morte; il paragrafo finale riporta ancora una volta l’accusa a Papa Pio XII e al Vaticano.

1 Furono colpevolmente firmate dal Re Vittorio Emanuele III, il quale aveva già assecondato Mussolini nel 1921.

2 Dal greco “lingua comune”. Per estensione indica una “comunità” che si differenzia sotto altri aspetti oltre a quello linguistico (sociali, politici, religiosi..).

3 Sabato 16 ottobre, da qui Sabato Nero. Torneranno a casa solo 15 uomini ed una donna. Nessuno dei duecento bambini.

Primo Levi

Primo Levi – Torino 1919, Torino 1987. Cade dalle scale, morte misteriosa, probabile suicidio.

Era un chimico di professione, si laureò poco prima di essere deportato nonostante fossero già in vigore le leggi razziali, che concedevano il beneficio della fine degli studi agli studenti ebrei meritevoli. La sua professione fu uno dei probabili motivi per cui si salvò: oltre ad essere stato deportato un anno prima della liberazione, un tempo relativamente breve, in quel periodo i deportati non venivano più indistintamente uccisi, ma si risparmiavano coloro ritenuti utili nei lavori, inoltre aveva una rudimentale conoscenza del tedesco.

Primo era un partigiano e fu catturato il 13 dicembre del 1943, fu prima portato al Campo di Fossoli, poi a Trieste ed infine ad Auschwitz.

Scrisse “Se questo è un uomo” subito dopo essere stato liberato, ma fu ripubblicato nel 1956 da Einaudi in quanto inizialmente vendette soltanto 1500 copie. Ebbe un grande successo e fu tradotto anche in tedesco. Il libro riporta la memoria della Shoah, un tema ricorrente nelle sue mille sfaccettature in molte opere letterarie, anche in forma diaristica come ne “Il diario di Anna Frank”.

Prima della stesura del libro, Primo Levi si pone un problema centrale: la mancanza di un linguaggio adeguato per narrare l’orrore di Auschwitz; stesso problema di George Steiner per il suo libro “After Babel”. Elie Wiesel introduce anche la paura di non essere creduta nei suoi racconti, come tutti i sopravvissuti ad Auschwitz. Primo sostiene che non ci siano parole coerenti e intelligibili per quella che è la cosiddetta “follia assoluta”; interviene anche un dubbio teologico: “Può esistere Dio dopo Auschwitz?”.

“Se questo è un uomo” presenta un’introduzione in prosa poetica (struttura parapoetica, ricca di figure retoriche, come ad esempio l’anafora del “che” ripetuto all’inizio di versi che si succedono).

Nella premessa prosastica, Primo fa riferimento al fatto che il motivo principale per cui è sopravvissuto sia da ricondursi alla sua deportazione proprio nel periodo in cui “si concedevano sensibili miglioramenti nel tenore di vita”, il che ha dell’ironia. L’intenzione dell’autore non è tanto quella di documentare i fatti, quanto di documentare le reazioni umane di fronte agli orrori dei Lager.

Mentre si era in quest’ultimo, non era consentito scrivere, ma Levi fu già da allora che iniziò a pensare alla stesura del libro, nel quale, poi, non rispetterà l’ordine cronologico dei fatti, ma un ordine di urgenza, in base alla propria soggettività, non usando un linguaggio crudo o un tono accusatorio.

Il primo capitolo del libro si intitola “Il canto di Ulisse” e descrive una scena di vita quotidiana del campo, con una voluta mancanza di enfasi. Si colgono tra le righe gli elementi fondamentali per poter vivere e sopravvivere: si lavora solo quando si è visti, per non rischiare di perdere le forze e morire.

Si nota una sorta di gerarchia tra i deportati: Jean è il Pikolo, ha 24 anni e un ruolo privilegiato nel Kommando chimico, Alex è il Vessatore, non è ebreo ma è comunque internato. Jean sceglie Primo come suo aiutante per andare a prendere il rancio, una pentola di circa 50 kg da dover trasportare per più di 1 km. Nel tragitto subentra la scaltrezza nell’approfittare di qualsiasi chance per evitare di lavorare, senza andare incontro a brutte conseguenze, difatti i due si distraggono in chiacchiere.

Jean è alsaziano, conosce il francese ed il tedesco, vuole imparare l’italiano e Primo si propone come insegnante. Per un primo approccio, Levi fa una scelta non proprio ragionata, il primo canto dell’inferno di Dante: si trova a dover fare sia uno sforzo linguistico che di memoria, avendo molte lacune. Recitando un verso si percepisce una lieve ironia sul fatto che si fosse dovuto trovare proprio in un Lager per capire un dettaglio dell’opera.

Primo spiega a Jean il componimento in modo molto affrettato a causa dell’urgenza dovuta in primis tutto alla precarietà dell’essere umano in sé, ma soprattutto alla precarietà della situazione. Il capitolo si conclude con un ritorno brutale alla realtà dopo “un’ora d’aria”. Il ricordo e la nostalgia di casa sono due elementi costantemente presenti, si colgono soprattutto nel confronto tra le due madri e l’associazione a tutte le madri del mondo nei modi di rapportarsi e nel collegare le montagne che intravede durante il tragitto di ritorno a quelle che vedeva nel tragitto in treno Milano – Torino.

Un altro capitolo importante è quello in cui Primo descrive il suo rapporto con Lorenzo, un non ebreo che lavorava nel campo e che aiuta l’autore come può, mostrando un lato caritatevole, ad esempio lanciava del cibo o lasciava il piatto sporco. Lorenzo era un animo buono, che non chiese mai nulla in cambio a Primo.

In quel periodo si effettuavano delle selezioni per stabilire chi fossero i prigionieri “produttivi” e chi invece era da condannare subito alla camera a gas, lasciando così spazio a nuovi ebrei. Anche Levi fu sottoposto a una selezione, che lui racconta in modo molto pacato e tecnico, pur essendo una scena molto crudele.

Si notano delle similitudini con l’Inferno di Dante: i deportati venivano lasciati nudi, proprio come i dannati dell’opera, le SS svolgono un po’ il ruolo di Minosse, decidendo le sorti dei dannati. La crudeltà della selezione si accentua con il fatto che il “lato dannato” non era stato esplicitato, i deportati ne associano il lato sinistro, osservando che le schede dei più deboli e denutriti finivano lì, pur essendoci delle eccezioni, probabilmente errori.

Primo nutre il dubbio fondato che lui sia stato salvato essendo la sua scheda finita a destra, ma crede anche che sia stato un errore dato che gli uomini subito prima e subito dopo di lui erano più in forma. Il senso di colpa per essersi salvato a discapito di qualcun altro, però, non viene subito avvertito. L’errore è umano, ma la logica scarseggia: i più deboli venivano chiamati “mussulmani” e quelli che si ipotizza fossero i condannati, avevano diritto a una doppia razione di cibo, un assurdo atto di pietà.

Nel testo si nota anche una parte emotiva, come ad esempio quando l’autore assiste alla preghiera di Kuhn (il vecchio) in cui ringrazia Dio per essersi salvato, sicuramente per errore e a discapito di altri.

“Non capisce Kuhn che è accaduto oggi un abominio e che nessuna preghiera propiziatoria, nessun perdono, nessuna espiazione dei colpevoli, nulla insomma che sia in potere dell’uomo di fare, potrà risanare mai più? Se io fossi Dio, sputerei a terra la preghiera di Kuhn”.

Levi era ateo, sostenendo, appunto, che se è esistito Auschwitz non può esistere Dio.

Il libro si conclude con il racconto degli ultimi tre giorni nel Lager, quando i tedeschi fuggirono e arrivarono i russi. La speranza era quasi nulla, i malati imploravano la morte, come Samogyi, che gridava “jawal” come per rafforzare il “sì” alla morte. Dalla baracca di Levi si intravedevano un mucchio di cadaveri che attiravano i corvi e nella baracca, spesso, non ci si accorge subito della morte, bensì giorni, settimane dopo, costretti a conviverci.

Spicca un’analogia tra i tedeschi e gli aguzzini, non c’è più distinzione tra i due, un’analogia che ha prodotto effetti anche nel lontano futuro: le azioni di questi tedeschi hanno portato a un pregiudizio nazionale, associando i tedeschi al male e non ricordando la grande prosperità e centralità culturale della Germania prima del nazismo, centralità conquistata in seguito dal mondo anglo-americano.

4 Lager -> campo di sterminio ≠ campo di concentramento. Nel primo le persone venivano deportate con l’intento di ucciderle, salvo casi rari, il secondo, invece, funzionava più da “campo di raccolta”.

5 Ad Auschwitz oltre ai prigionieri c’erano dei civili lavoratori, che spesso sottomettevano i deportati in quanto li ritenevano colpevoli per un grande male, scambiando causa ed effetto. Le sottomissioni erano anche a sfondo sessuale.

Giorgio Bassani

Giorgio Bassani – Bologna 1916, Roma 2000. Vissuto a Ferrara e trasferito a Roma.

Ebbe una vecchiaia travagliata a causa dell’Alzheimer/demenza senile e a causa della compagna e dei figli, in lotta per diritti ed eredità. Durante la sua adolescenza vive a Ferrara, dove frequenta le scuole medie; Giorgio era prediletto oltre che per la letteratura, anche per musica e tennis.

Nel 1939 si laurea a Bologna, dove ha legami con personaggi importanti quali Roberto Longhi (critico d’arte) e Attilio Bertolucci (poeta). Durante gli anni della guerra pubblica una raccolta di poesie intitolata “Storie dei poveri amanti e altri versi” (1944), insegna italiano e storia agli studenti ebrei espulsi dalle scuole pubbliche e diventa attivista politico clandestino.

Nel 1943 viene carcerato poiché antifascista, ma solo per alcuni mesi. Una volta libero si sposa per poi dover fuggire da Ferrara prima a Firenze, poi a Roma (già stata liberata), dove trascorse il resto della sua vita.

Nel dopoguerra Giorgio diventa direttore di varie riviste letterarie, tra cui “Botteghe Oscure”, dove inizia a pubblicare opere di scrittori inglesi e francesi, un passo contro la politica fascista, che valorizzava solo e soltanto la cultura italiana, reprimendo e sminuendo quelle straniere. Le opere più importanti di narrativa, Bassani, le pubblica tra il 1955 e il 1965, infatti nel 1956 possiamo ricordare “5 storie ferraresi” mentre nel 1962 il capolavoro “Il giardino dei Finzi-Contini”, pubblicato da Einaudi e vincitore del premio Viareggio nello stesso anno.

Quest’ultima opera presenta un prologo in cui si narra una gita fuori porta assieme ad un gruppo di amici, che cambiano direzione all’ultimo e si dirigono verso la necropoli etrusca di Cerveteri. L’autore dà particolare importanza a Giannina, una bambina di 9 anni, che poi non ritroveremo nel seguito del romanzo, ma che ha svolto un ruolo fondamentale nel risvegliare la memoria di Bassani con le sue riflessioni sugli etruschi e sul fatto che anche loro siano stati vivi.

Da qui inizia il suo flashback, ricorda la vicenda dei Finzi-Contini e la loro tomba monumentale, in cui, però, ha avuto l’”onore” di essere sepolto soltanto un membro della famiglia che lui conosceva, essendo stati gli altri catturati e deportati. La storia è ambientata a Ferrara, il protagonista, facilmente associabile a Bassani, è parte di una famiglia della media-borghesia, la famiglia Finzi-Contini, invece è una famiglia ebrea dell’alta borghesia; nonostante siano ebrei, i Finzi-Contini quasi rinnegano questa religione e tutto ciò che è collegato ad essa, vivendo in una sorta di isolamento a causa della morte di Guido, uno dei loro figli, per una malattia, da qui la paura dei genitori Ermanno ed Olga di non esporre a contagio anche gli altri due figli, Alberto e Micòl, che non frequentavano nemmeno una scuola privata, ma studiavano a casa.

Il primo incontro del protagonista con Micòl si svolge un giorno d’estate quando Giorgio, disperato per essere stato rimandato in matematica, inizia a vagabondare per la città fino a giungere di fronte al grande muro di cinta che delimita il giardino della villa dei Finzi-Contini. Incuriosito da questa sorta di mistero, Giorgio si affaccia dal muraglione intravedendo una bambina giocare, che lo nota e lo invita a scavalcare per raggiungerla; poco dopo, però, Perotti, il governante della villa, richiama la

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/11 Letteratura italiana contemporanea

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