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N.B: Fiammetta, famosa donna amata da Boccaccio, menzionata in molte sue opere;

Petrarca “Laura” e Dante “Beatrice”.

• Amorosa visione: sempre modello dantesco, terzine dantesche. Composto tra il 1342 e il

1343, poema in 50 canti in terzine dantesche, struttura allegorica, forte componente erudita

e figurativa, rappresentata dalla rassegna di personaggi della storia e della cultura

secondo lo schema del trionfo classico-medievale (modello usato da Petrarca nei

Triumphi): l’autore-personaggio ha una visione nel sonno in cui, guidato da una “donna

gentile”, si trova di fronte a un bivio e sceglie la porta larga e fastosa che porta a un nobile

castello nel quale visita due sale dalle pareti istoriate; vede dipinte le immagini della

Sapienza, della Gloria mondana, della Ricchezza e dell’Amore (con i loro seguaci) e della

Fortuna (con i personaggi storici soggetti al suo dominio); visita di un giardino dove è

possibile la visione delle cose vere ed eterne; vede figure scolpite su una fontana di marmo

che rappresentano simbolicamente i diversi tipi di amore; è attratto da una schiera di donne

e si apparta con una di loro, Fiammetta (ritorna il nome della sua donna amata); la visione

si interrompe e al risveglio la guida lo ammonisce e lo invita ad intraprendere l’itinerario

spirituale, culturale e moralmente virtuoso dell’altra via del bivio, l’amore non mondano ma

spiritualizzato.

• Elegia di madonna Fiammetta (ritorna il suo nome): Composta nel 1343-1344, prosa

narrativa divisa in nove capitoli preceduti da un prologo rivolto alle “nobili donne”

individuate come lettrici privilegiate dell’opera; novità assoluta del genere letterario perché

la voce narrante e scrivente in prima persona è una figura femminile, protagonista anche

delle vicende del racconto, Fiammetta, e l’autore si confina ai margini del testo narrato,

presente solo nelle rubriche; modello le “Heroides” di Ovidio (lettere d’amore scritte dalle

eroine che narrano i loro amori infelici); Fiammetta racconta la storia di un amore infelice

(sogno premonitore, incontro con Panfilo, innamoramento e felicità, partenza di Panfilo,

false notizie delle sue nozze e voci di un altro amore, fallito tentativo di suicidio di

Fiammetta, delusione delle speranze per il ritorno dell’amato, invocazione finale per la fine

della passione o con la morte di lei o con il ritorno di lui). Finale aperto tipico del genere

elegiaco.

N.B: Boccaccio si rivolge sempre alle donne perché sono più “pietose e predisposte alla

comprensione” anche se poi scriverà un’opera misogina. Un’opera si definisce

autodiegetica quando il narratore coincide con il protagonista e si scrive in prima persona,

altrimenti se non c’è coincidenza si tratta di un’opera eterodiegetica. Le rubriche sono

riassunti che introducono i vari racconti.

• Ninfale fiesolano: composto tra il 1344 e il 1346, favola eziologica (che racconta le cause

storiche di una vicenda/fenomeno naturale in generale) in ottave (il mito delle ninfe nei

dintorni fiesolani per illustrare la leggenda storica della derivazione di Firenze dall’antica

Fiesole), vicenda amorosa di ambientazione bucolico-idillica (in un’età mitica e primordiale

le ninfe della dea Diana abitano le colline fiesolane; amore tra il pastore Africo e la ninfa

Mensola (espediente del travestimento per la conquista di Mensola, distacco di Mensola e

suicidio di Africo per annegamento; Mensola partorisce il figlio Pruneo e Diana si vendica;

mentre cerca scampo tra le onde di un corso d’acqua Mensola subisce la metamorfosi in

fiume; i torrenti in cui i due giovani sono precipitati prendono il loro nome – mito di

fondazione; Atalante, saggio legislatore, fonda Fiesole, e Pruneo ne diventa governatore

dando vita con i suoi figli alla discendenza africhea dei fondatori di Fiesole. N.B: 5

Nel componimento bucolico l’amore è forzato, il pastore possiede con la forza la donna

amata.

• Il Decameron: fa parte delle opere fiorentine ma lo trattiamo dopo.

LO OPERE DELLA MATURITA’:

• Corbaccio: è un trattato composto tra il 1363 e il 1366, tematica misogina di tradizione

classica, patristica e mediolatina, sovvertimento dell’ideologia dell’amore cortese; vicenda

forse autobiografica precedente al racconto (passione senile per una vedova, possibile

ispiratrice del titolo; smascheramento del marito defunto che appare in sogno all’autore

come guida spirituale di liberazione dalla passione amorosa); significato allegorico-morale

e condanna della letteratura erotica. Con questo titolo si rimanda al colore nero indossato

dalle vedove. Questa è l’opera misogina a cui si faceva riferimento poc’anzi, Boccaccio si

fa ricettore di una tradizione patristica, latina, colma di opere contro le donne. La critica si è

divisa: alcuni pensano che l’opera avesse una natura autobiografica, forse l’autore mutò il

suo pensiero etico-religioso in età senile.

GLI SCRITTI DANTESCHI:

• Trattatello in laude di Dante (titolo originale: “De origine vita studiis et moribus viri

clarissimi Dantis Aligerii fiorentini poete illustris et de operibus compositis ab eodem”.

Composto tra il 1351 e il 1355, è la prima biografia di Dante del Trecento su modello delle

biografie virgiliane di Servio e di Donato, mescolando dati reali e favolosi.

• Esposizioni (lezioni di commento) sopra la Comedia di Dante: esegesi (commento del

testo) letterale e allegorica del poema dantesco secondo un metodo medievale di lettura

morale e retorica; risale al periodo compreso tra la fine del 1373 e l’inizio del 1374 quando

Boccaccio accetta l’incarico della Signoria fiorentina di leggere e commentare

pubblicamente il poema dantesco nella chiesa di S. Stefano della Badia a Firenze

(interruzione delle lezioni al canto XVII dell’Inferno). Dante scrive la “Commedia”,

Boccaccio ci aggiunge “Divina”.

LE OPERE ERUDITE IN LATINO:

• De casibus virorum illustrium (1355-1360): in nove libri, storia della rovina di personaggi

illustri da Adamo ai contemporanei, a causa del potere della fortuna (strumento

provvidenziale di intervento divino nel mondo)

• De mulieribus claris (1361-1362): 106 biografie narrative e moralizzate di figure femminili

da Eva a Giovanna regina di Napoli, illustri per fama positiva o negativa

• De montibus, lacubus, fluminibus et paludibus, et de nominibus maris (1355- 1365).

Dizionario di termini geografici greco-latini.

• Bucolicum carmen (1367): raccolta di sedici ecloghe (letteratura allegorica/pastorale). 6

• Genealogie deorum gentilium (elaborato dal 1350, due stesure del 1360 e del periodo

1365- 1370, revisione fino alla morte): trattato di mitografia in quindici libri, ricostruzione

genealogica delle divinità antiche greco-latine per generazioni e discendenze

(interpretazione dei miti in senso morale; esegesi medievale dei molteplici sensi di

interpretazione letterale, naturale o fisico, morale, allegorico, anagogico). Anagogico=

attraverso il ricorso a figurazioni allegoriche, contiene ed esprime valori e verità

trascendenti. LEZIONE 3 (12/10/2015)

DECAMERON

Fu composto tra il 1349 e il 1351 dopo il periodo fiorentino del 1348. Due redazioni: 1370 e 1372.

E’ una raccolta di novelle inserite in una macrostruttura.

• ἡ

TITOLO : dal greco δέκα, "dieci", ed μερών, hēmeròn, "giorni", con il significato di "[opera]

di dieci giorni"; è una raccolta di cento novelle scritta nel XIV secolo.

• MODELLO : Exameron di S. Ambrogio (racconto sulla creazione del mondo).

• PROEMIO : Dedicato alle donne, lettrici ideali e destinatarie dell’opera.

• 10 giornate di racconti : ogni giorno ha tre parti (introduzione, 10 novelle, conclusione)

• TOTALE

: 100 novelle, come i canti della Divina Commedia.

• CONCLUSIONE FINALE : L’autore difende la sua opera da accuse. Questioni di poetica.

L’introduzione alla prima giornata fa da cornice, ovvero la storia dei 10 personaggi narratori della

novella (racconto della macrostruttura); trattata nelle introduzioni delle novelle.

ASPETTI INNOVATIVI DEL DECAMERON

• LA STRUTTURA-LIBRO fondata sulla cornice e sulle giornate rispetto alla produzione

novellistica precedente, dove esistevano solo raccolte di novelle sparse. Il Decameron è

un’opera organica, novelle inserite in una cornice (come le liriche del Canzoniere di

Petrarca, legate tra di loro per formare una storia).

• IL SIGNIFICATO EDONISTICO DEL NARRARE , il diletto prima dell’utilità morale, diletto e

utilità ai fini del superamento della NOIA. La letteratura deve avere anche uno scopo

piacevole, atto a superare la NOIA, il DISAGIO ESISTENZIALE.

LA CORNICE:

• INIZIO: La peste fiorentina del 1348. Ambientazione tragica e catastrofica. Disgregazione

umana, sociale, morale, religiosa, giuridica, sovvertimento della normale civiltà,

sconvolgimento dell’ordine. In questo scenario si colloca l’incontro della brigata dei

novellatori nella Chiesa di Santa Maria Novella (sette giovani donne decidono di ritirarsi

nelle loro ville di campagna intorno a Firenze, assieme a tre giovani uomini); fuga

momentanea dalla morte e dalla sofferenza portate dalla distruzione e dalla peste,

ristabilimento dell’ordine, dell’allegria e degli onesti valori nella convivenza della brigata. 14

giorni di sospensione della morte, di cui 10 dedicati a diversi svaghi, tra i quali 7

principalmente il novellare, 4 dedicate al culto e al riposo; elezione a turno di un re o di una

regina della giornata, che decide l’organizzazione.

• CONCLUSIONE: Ritorno a Firenze.

STRUTTURA DELLE DIECI GIORNATE

1. Regina Pampinea: argomento libero

2. Regina Filomena: la fortuna a lieto fine

3. Regina Neifile: “l’industria” al servizio del desiderio

4. Re Filostrato: gli amori infelici

5. Regina Fiammetta: gli amori felici

6. Regina Elissa: i motti di spirito

7. Re Dioneo: le beffe ai mariti

8. Regina Lauretta: le beffe agli altri

9. Regina Emilia: argomento libero

10. Re Panfilo: azioni liberali e magnifiche

La struttura delle dieci giornate mostra un’alternanza di tematiche di diversa natura; ci sono vari

livelli di serietà e vari livelli di comicità. Tutti i temi delle novelle sono mossi da due motori (macro-

temi):

• Amore (motore principale): serio/non serio, lecito/illecito;

• Fortuna

: vista come sorte, caso, provvidenza divina (con cui l’uomo si incontra e si scontra;

l’uomo, quindi, deve ingegnarsi per venir fuori dalle situazioni che la fortuna gli pone

dinanzi);

I registri stilistici si adattano in base al tema trattato.

NOIA: disagio esistenziale, angoscia, fatica.

DISGREGAZIONE UMANA E MORALE: l’uomo a causa della morte con cui è costretto a

convivere vede la natura transitoria della vita e rispetto ad essa l’unica cosa non mutevole

è Dio. Opposizione tra vita terrena mutevole e faticosa e vita ultraterrena dove tutto ciò che

è transitorio diviene eterno (annullamento del tempo).

1^ NOVELLA (della prima giornata) 8

“Ser Cepparello con una falsa confessione inganna uno santo frate e muorsi; ed essendo

stato un pessimo uomo in vita, è morto reputato per santo e chiamato ser Ciappelletto”.

All’intero del testo molti sono i latinismi o richiami al latino, linguaggio elevato. Dio è

qualcosa di impermutabile, fisso rispetto alla realtà mutevole. Non riceviamo la grazia da

Dio per nostro merito ma per la sua benevolenza oppure la otteniamo attraverso le

preghiere che rivolgiamo a coloro che in vita hanno seguito tutti i piaceri (ciò che a Dio

piace) di Dio e sono divenuti poi immortali (ci si riferisce ai santi). Ci rivolgiamo ai santi

come intermediari, ci rivolgiamo a loro perché ci sono più vicini, capiscono la nostra

situazione “essendoci passati, sanno cosa si prova”; non ci rivolgiamo direttamente a Dio,

invece, perché non ne abbiamo il coraggio, ci sentiamo inferiori e quindi scegliamo degli

intermediari. Dio è generoso, elargitore di grazia e d’amore, una generosità, la sua,

“pietosa”; vedere sinonimo di sapere. A volte per errore nominiamo come intermediari

(santi) persone che invece non sono gradite a Dio, ci lasciamo ingannare (San Cepparello

inganna un frate, tema dell’inganno ricorrente); anzi non solo non sono a lui gradite ma

sono state da lui esiliate. Però nonostante il nostro errore, Dio è così buono che ci ascolta

lo stesso, bada più alla purezza dell’oratore che allo sbaglio, esaudisce il suo desiderio

quasi come se quell’intermediario fosse realmente un santo.

Dopo ciò inizia il racconto…

Si racconta che Musciatto Franzesi diventò da nobile mercante un cavaliere in Francia e

dovette andare in Toscana con Carlo Senza terra (fratello del re di Francia) dal momento

che quest’ultimo era stato richiamato da Papa Bonifazio. Dal momento che gli affari da

mercante di Musciatto erano sparsi in luoghi diversi pensò bene di commissionarli a

qualcuno; aveva solo il dubbio su chi affidare la riscossione dei debiti dei borgognoni,

abitanti giudicati disonesti, scontrosi, misleali, persone difficili con cui trattare. Non riusciva

a trovare una persona malvagia a tal punto di cui potersi fidare per risolvere questa delicata

e difficile questione, fino a quando non gli venne in mente un certo ser Cepparello da

Prato, che aveva ospitato tempo addietro nella sua dimora parigina. Dal momento che

quest’uomo era piccolo di statura e in francese il suo cognome avvertito con il significato di

cappello, fu ribattezzato Ciappelletto” piccolo cappello”.

Ciappelletto provava tanta vergogna quando uno dei suoi atti notarili, i cosiddetti

“strumenti”, veniva trovato non falso, ma autentico (si presenta la professione del notaio

come un’attività volta alla falsificazione). Non solo faceva “strumenti” falsi ma lo faceva

anche molto volentieri e gratuitamente, quando invece qualsiasi altro si sarebbe fatto

pagare profumatamente; dava anche false testimonianze. Poiché a quei tempi in Francia si

credeva tanto nei giuramenti, vinceva in modo illecito tante questioni, quante ne erano

quelle a cui veniva chiamato per prestare giuramento; si giurava su Dio, quindi la verità

diveniva da relativa assoluta. La figura del notaio, come ben si può notare, è opposta a

quella che ci aspetterebbe da una delle figure più rappresentative dell’ambito legale: il tutto

presentato poi con una spiccata e disarmante naturalezza.

In questo passo viene utilizzato lo stesso stile che si userebbe per parlare di un uomo

illustre, una persona distinta, come normalmente è la persona del notaio, con la sua

accezione normale e non capovolta. Ser Ciappelletto si rallegrava molto nel creare

discordia, provava un autentico piacere nel far litigare la gente: quanto maggiori erano i

mali causati, tanto più ne gioiva. Se per caso gli veniva chiesto di commettere un omicidio

non si tirava mai indietro “essendo un notaio”, e quindi una persona malvagia, quasi come

se facesse parte del lavoro; lo faceva volentieri. Era un gran bestemmiatore di Dio e dei

santi, bestemmiava e si adirava per un nonnulla. 9

In questa forte descrizione troviamo un grande contrasto tra incipit (santità, grandezza di

Dio) e la blasfemia e crudeltà di ser Ciappelletto, il quale avrebbe rubato con la stessa

coscienza con cui un santo farebbe un’offerta a Dio. E’ il caso di un climax discendente

(verso il divertimento sempre più basso). Non praticava la fede, faceva una vita notturna

nelle taverne, desiderava le donne come i cani desiderano il loro bastone e non solo le

donne, anche gli uomini, costume moralmente giudicato che si nota con il giudizio “tristo

uomo”. Golosissimo e grande bevitore, giocatore scorretto. “Egli è il piggiore uomo forse

che mai nascesse”, dice l’autore. Veniva rispettato da tutti, nonostante facesse loro grandi

torti, proprio a tutti dal popolo alla corte. Musciatto pensava che Cepparello fosse perfetto

per contenere e contrastare la malvagità dei borgognoni. La malvagità di questi ultimi (due

righe dedicate) è vista come peggiore di quella del ser (dedicate innumerevoli righe).

DICOTOMIA TRA REALE ED IRREALE, tra come le persone dovrebbero essere e come

sono in realtà.

LEZIONE 4 (13/10/2015)

Le difficoltà della prima parte dei testi contenuti nel libro “Dura lex sed dura” risiede nel

linguaggio: l’italiano antico; sono, infatti, tutti brani in prosa. Ad un certo punto

Ciappelletto, uomo celebre per la sua malvagità, riceverà la santificazione, ecco perché si

parla di santi fin dal principio della novella. Il nostro notaio che ben sapeva di essere cattivo

e in una condizione di malessere, dato che Musciatto lo avrebbe protetto con la sua

potenza (come aveva già fatto in passato), accettò la sua proposta e andò in Borgogna.

Qui trovò ospitalità presso due fratelli fiorentini, due usurai: strano che un notaio stia in

casa con due usurai, no? Di norma un notaio li avrebbe combattuti e perseguitati.

Ciappelletto si ammalò gravemente e i fratelli prontamente chiamarono dei medici che non

riuscirono, però, a risollevare la salute del malato. Le cose andavano di male in peggio. I

fratelli erano dispiaciuti, disperati, non sapevano come comportarsi, cominciarono a

chiedersi cosa fare, dovevano prendere una difficile decisione perché mandarlo via di casa

sarebbe stato motivo di grande biasimo. C’era però un altro problema: dato che

Ciappelletto era un uomo molto malvagio e non credeva in nessun sacramento religioso

(non andava in chiesa, bestemmiava) non voleva confessarsi; però se non si fosse

confessato nessuna chiesa avrebbe voluto il suo corpo per le esequie e il suo corpo

defunto sarebbe stato gettato in un fosso. Anche se si fosse confessato i suoi peccati erano

così tanti e orribili che nessun prete avrebbe voluto assolverlo e quindi “non venendo

assolto dai suoi peccati” sarebbe stato ugualmente gettato nel fosso. Ultima

considerazione: se il ser fosse morto e fosse stato gettato in un fosso, il popolo borgognone

si sarebbe sollevato e non solo avrebbe derubato gli usurai ma li avrebbero uccisi.

• “Buon uomo”: antifrasi per disgraziato, cattivo.

• “Lombardi”: appellativo che veniva dato agli abitanti dell’Italia settentrionale, poiché li si

concentravano i mercanti e i finanzieri. Termine anche utilizzato al di fuori dell’Italia per

indicare mercanti e banchieri italiani fuori dai loro confini.

Ciappelletto, origliando la loro conversazione, disse ai due fratelli che le cose sarebbero andate

diversamente e che se avesse aggiunto un’ingiuria alle innumerevoli già fatte non avrebbe fatto la

differenza. Quindi chiese loro di andare alla ricerca di un frate, “un santo e valente frate, il più che

aver potete, se alcun ce n’è”. In queste parole si scorge una forte critica alla chiesa: anche i suoi 10

membri sono ipocriti. I fratelli, dunque, si misero alla ricerca del frate in un monastero e dopo

averlo trovato lo condussero nella loro abitazione. Con questa confessione ser Ciappelletto doveva

ordire l’ultimo inganno a Dio per ovviare al problema di morire senza assoluzione.

Nella confessione vi è un grandissimo ricorso all’antifrasi e all’ironia, critica alla religione fatta di

apparenza, vuoti e formalità (ex “tutti i monaci sputano in chiesa”). Ciappelletto vuole confessare

tutti i peccati della sua lunga vita, è ormai debole e anziano. Preferisce soffrire e subire la fatica di

una lunga confessione piuttosto che destinare la sua anima alla perdizione, “Cristo è morto per la

salvezza della nostra anima”, dice. Le sue parole piacquero molto al frate, che iniziò a fargli una

serie di domande.

1. Peccato della lussuria: “Hai mai peccato con qualche donna?”, domanda il frate. “Son

cosi vergine come io usci dal corpo della mamma mia”, rispose il ser. Quest’ultimo si

vergogna della santità più della lussuria stessa: dubita infatti prima di rivelare il suo grande

peccato. Sembra quasi che sia il ser a confessare il frate, che si mette quasi al di sotto del

“devoto” malato. Contrasto con ciò che veniva detto all’inizio, nel tratteggiare il profilo di

Ciappelletto, il quale “desiderava le donne come i cani desideravano i bastoni”;

2. Peccato della gola: Lui era in realtà golosissimo ma mente nuovamente, infatti afferma:

“Oltre ai digiuni della Quaresima faccio almeno tre volte a settimana digiuno con pane ed

acqua e quando bevo acqua lo faccio con lo stesso diletto con cui un bevitore beve vino”

3. Peccato dell’avarizia: “Padre mio, io non vorrei che voi guardasti perché io sia in casa di

questi usurieri: io non ci ho a far nulla, anzi ci era venuto per dovergli ammonire e gastigare

e torgli da questo abominevole guadagno. Ma voi dovete sapere che mio padre mi lasciò

ricco uomo, del cui avere, come egli fu morto, diedi la maggior parte per Dio”. Poi aggiunge

che, avendo dato quasi tutto ai poveri, per vivere, ha avviato affari da mercante e il

guadagno per metà lo ha, però, devoluto ai bisognosi.

4. Peccato dell’ira: “Cotesto vi dico io bene che io ho molto spesso fatto; e chi se ne

potrebbe tenere, veggendo tutto il di gli uomini fare le sconce cose, non servare i

comandamenti di Dio, non temere i suoi giudicii?” Attribuisce agli altri quello che è in realtà

il suo stile di vita, ripete ciò che all’inizio faceva parte del suo profilo descrittivo.

5. Peccato della falsa testimonianza: Il frate gli chiede se mai per caso avesse rilasciato

una falsa testimonianza, parlato male di qualcuno o rubato. “Mai messere sì che io ho detto

male d’altrui”. Solo una volta accadde che parlò male di un suo vicino perché picchiava sua

moglie.

6. Peccato dell’inganno: Gli viene fatta questa domanda poiché aveva affermato in

precedenza che aveva esercitato la professione di mercante. Allora il ser raccontò di un

suo “peccato”: una volta un uomo gli diede di più (quattro piccioli in più del dovuto), a

distanza di un mese se ne accorse, per un anno conservò queste monete in eccesso nella

speranza di poterle rendere nuovamente al suo cliente. Passò del tempo e del cliente

neppure l’ombra; allora decise di dare i piccioli in beneficienza.

Il frate voleva andare al dunque ma ser Ciappelletto sembrava non volesse: prima

interrompe il frate facendo il discorso sulla perdizione dell’anima e poi aggiungendo (senza

richiesta alcuna) alla sua lista un altro peccato: un giorno fece lavorare un fante di

domenica, il giorno consacrato da Dio per il riposo. Ciò che si dice in punto di morte si dà

per vero, perché un uomo non ha più nulla da perdere.

Alla fine rivela un peccato di cui si vergogna tanto, un peccato che mai rivelò in nessuna

delle sue “innumerevoli confessioni” e per il quale teme di non ricevere il perdono di Dio: 11

“Quando ero piccolino, bestemmiai una volta la mamma mia”. Dopo “questa cosa di poco

conto” finalmente riceve l’assunzione dal frate. Ciappelletto viene assolto malgrado i

fratelli pensassero che non ci sarebbe mai riuscito; anzi, viene addirittura santificato,

poiché il frate aveva creduto ad ogni sua singola parola e ne aveva ricavato un esempio di

vita esemplare. Ma in fondo “chi non gli avrebbe creduto in punto di morte?”, aggiunge il

narratore.

LEZIONE 5 (19/10/2015)

Ser Ciappelletto rivela di non rinnegare la sua santità poiché egli in punto di morte si è pentito. Il

narratore dice di basarsi su ciò che gli appare: infatti, il celeberrimo notaio, dovrebbe essere

all’Inferno e non in Paradiso nelle vesti di santo. Dio però è benevolo con noi anche se preghiamo

una persona cosi cattiva, poiché noi abbiamo pensato davvero che fosse buona e abbiamo

creduto nella sua santità: Dio va oltre l’apparenza, cogliendo la verità. Negli ultimi versi della

novella, si nota inoltre un forte legame tra cornice e racconto della novella.

Due aspetti importanti:

• CONFESSIONE: la confessione assume qui un grande valore, perché essa è un momento

di verità, è una circostanza dove deve regnare la verità; anche il narratore alla fine ce lo

dice. Noi non sappiamo quale sia effettivamente la verità, chi si confessa dovrebbe

raccontarla e lo fa dinanzi a Dio: Dio solo sa se quella è la verità, a noi uomini non è dato

saperlo. Quindi noi ci basiamo sul valore che noi stessi attribuiamo alla confessione: dato

che quest’ultima è sede di verità, ciò che viene detto in confessione lo prendiamo per vero

ed è questo che fa il frate.

• CONFESSIONE (IN PUNTO DI MORTE): Non solo quella di Ciappelletto è una

confessione, ma una confessione in punto di morte. Egli da cristiano sa bene cosa significa

confessarsi, ma da notaio sa cosa significa pronunciare le ultime parole in punto di morte.

Questo è considerato un momento sacro, speciale: ciò che si dice in punto di morte

generalmente viene preso come vero (tant’è che le disposizioni in punto di morte hanno il

valore giuridico di testamenti). Addirittura i due fratelli si meravigliano, credono che lui non

abbiamo paura di nulla, non della vecchiaia, non della malattia, della sua imminente morte,

e persino del fatto che di lì a poco sarebbe stato al cospetto di Dio, dove da cristiano si

aspetta infatti di andare. Dunque non è una questione di ateismo, ma è una questione che

lui sa che fino a quando sarà in vita utilizzerà i mezzi che da uomo può utilizzare per

ottenere quello che vuole ottenere; e in effetti ci riesce.

APPROFONDIMENTO

Ci sono degli studi che hanno dimostrato come il modello di questa confessione elaborata da

Boccaccio sia lo stesso profilo che Dante fa di Brunetto Latini nel XV canto dell’Inferno. Boccaccio

riusa molti elementi danteschi, portandoli, però all’estremo. Troviamo, dunque, vari punti in

comune tra le due figure:

1. PROFILO DEL PERSONAGGIO: Boccaccio parla del suo personaggio con toni epici, quasi

come se ci si stesse rivolgendo a una persona illustre, ad un eroe, e lo stesso fa Dante con

Brunetto Latini. Dante in questo canto incontra Brunetto, che era stato il suo maestro e lo

trova condannato all’Inferno. E’ un momento un po’ particolare perché è un passo del canto in

cui Dante fa emergere il contrasto tra il fatto che Brunetto Latini sia uno dei tanti dannati

condannato per sodomia, ma allo stesso tempo lo riconosce come proprio maestro e ne parla

bene, non si sofferma sul suo peccato ma sul fatto che era il suo maestro ed essendo il suo

12

allievo lo guarda con grande ammirazione: ne ricorda la grande cultura, la capacità retorica, il

fatto che fosse un letterato; ne traccia, dunque, un profilo biografico positivo, elogiativo,

nonostante sia un dannato, ed abbia commesso un peccato per il quale è condannato in

eterno. SODOMIA: atto sessuale di tipo omosessuale, in particolare tra maschi. La sodomia è

riconosciuta un peccato poiché secondo la religione, è un atto contro natura: si fa violenza, si

forza la propria natura in un modo diverso da come Dio ce l’ha data.

2. ATTO CONTRO NATURA: Questo è un altro punto che accomuna le due figure. Cosi come

Brunetto Latini compie un atto contro natura praticando la sodomia, allo stesso modo all’inizio

della novella di Boccaccio, dove si racconta che Ciappelletto si reca in Francia a svolgere il

suo incarico, si dice:” e quivi, fuor di sua natura, benignamente e mansuetamente cominciò a

voler riscuotere e fare quello per che andato v’era, quasi si riserbasse l’adirarsi al da sezzo

(alla fine)”. Tra le altre cose anche ser gradiva molto gli uomini: “del contrario più che altro

tristo uomo si dilettava”. Critica religiosa e morale a questo costume (tristo uomo). Stesso

peccato di cui è incolpato Brunetto.

3. CONFESSIONE: Per la tematica della confessione Boccaccio pare aver riutilizzato il modello

dantesco in quel canto dell’Inferno dove di un dannato si fa l’elogio e allora lui utilizza questo

procedimento portandolo all’estremo, per dimostrare l’apparenza della realtà: uno dei motivi

principali del Decameron, infatti, è il contrasto tra verità e apparenza; Boccaccio mostre nelle

sue novelle l’apparenza della realtà. Se un dannato, dunque, può essere elogiato, perché

nonostante il peccato commesso ha fatto tante altre cose di cui Dante parla bene, l’autore fa

di un peccatore un santo, con un procedimento non di verità ma di apparenza di verità. Tutti,

infatti, credono in ser Ciappelletto: il frate crede alla sua confessione, gli altri frati credono al

frate, tutti i fedeli credono ai frati che sono lì a celebrare la santificazione e cosi si perpetua

questa apparenza ancora oggi (lo chiamiamo tutt’ora san Ciappelletto), dice il narratore.

Questo parallelo con Brunetto Latini è stato molto cercato dai critici per questo tipo di

procedimento (elogiare un peccatore). La confessione di Ciappelletto non è una confessione

di peccati, non dice peccati (quelli che dice non lo sono) ma è un elogio cosi come l’elogio di

Brunetto, però è un auto-elogio quello di Ciappelletto, se lo fa da solo, ecco la differenza tra i

due atteggiamenti.

Ciò si lega al processo di santificazione e beatificazione, il narratore ci dice come avveniva al

tempo. A quel tempo era una sorta di acclamazione, non c’era un controllo istituzionale, una

regolamentazione, ma ci si basava sulla confessione in punto di morte, sede della verità.

Oggi la Chiesa si riserva di decidere nel tempo, deve raccogliere le prove; oggigiorno il

processo di beatificazione/ santificazione ha procedure molto rigide e lunghe.

4. PROFESSIONE: Brunetto Latini oltre ad essere maestro di retorica, letterato, traduttore era

anche notaio, come ser Ciappelletto.

IDENTIFICAZIONI REALI DEI PERSONAGGI “DELLA FINZIONE NARRATIVA” 13

Ciappelletto è stato identificato con un personaggio storico, perché di tutti i personaggi citati nel

Decameron si è cercato di vedere se fossero reali oppure no: ad esempio il mercante divenuto

cavaliere Musciatto è stato identificato. Si tratta di Musciatto di Messer Guido Franzesi; sono stati

trovati documenti che dicono che è stato uno dei più malvagi consiglieri del re Filippo il Bello (ci

troviamo tra fine duecento e inizio trecento). Sappiamo che il malvagio consigliere indusse il re a

falsificare la moneta e a razziare i mercanti italiani. Musciatto chiama Ciappelletto perché deve

accompagnare il fratello del re di Francia al cospetto del papa e in effetti questo corrisponde con la

discesa di Carlo di Valois, che era stato chiamato da Papa Bonifacio VIII nel 1301: celebre

episodio che porterà all’esilio di Dante. MOLTI COLLEGAMENTI CON DANTE, come è facile

notare. Per quanto riguarda Ciappelletto si è trovato un Cepperello o Ciapperello Dietaiuti da

Prato, che appare in alcuni documenti della fine del ‘200 in Francia nelle vesti di riscossore di

tasse per conto del re Filippo il Bello e del Papa Bonifacio VIII; tutto sembra, dunque,

corrispondere alla vita degli altri personaggi e a ciò che racconta Boccaccio nella novella ma…

Era sposato, aveva dei figli, sembra che fosse ancora vivo in un anno posteriore agli eventi

e alla morte tracciata da Boccaccio, non era un notaio. Chi invece era notaio? Brunetto Latini.

Questa rappresentazione parodica che prende anche questo modello per quanto riguarda il

meccanismo di costruzione e poi di santificazione, si vede anche dal nome del personaggio.

Si tratta di una trasformazione onomastica (ovvero del nome), che viene utilizzata come

procedimento linguistico dall’autore per contribuire alla rappresentazione parodica. Se

andiamo invece a prenderne il nome storico, Cepperello o Ciapperello Dietaiuti da Prato,

sarebbe il diminutivo di Ciapo (riformazione linguistica regionale che sta per Iacopo)

IACOPO/CIAPO/CEPPERELLO.

L’autore, invece, nel testo dice che i francesi, non sapendo cosa significasse Cepperello,

allora lo associano per analogia alla parola volgare francese “chapel” (cappello o ghirlanda) e

in particolare a “chapelet” (usano il diminutivo poiché Cepperello era piccoletto) quindi

“cappelletto o ghirlandetta” che pronunciato alla Toscana diventava Ciappelletto. E anche

ciappelletto in toscano può significare o cappello o ghirlanda. Cappello che si può mettere in

testa, cosi come ci si può mettere una ghirlanda, una specie di corona, una ghirlanda di fiori.

Ma questo modo di spiegare tale trasformazione onomastica a cosa richiama? Richiama due

moduli espressivi usati da Dante:

• Nella Vita Nuova Dante dice di Beatrice “la quale fu chiamata da molti Beatrice, li

quali non sapeano che si chiamare”. Quindi Boccaccio utilizza un modulo espressivo

analogo: “non sappiendo li francesi che si volesse dire Cepparello, non Ciappello, ma

Ciappelletto il chiamavano”.

• Nel canto XXI del Paradiso v. 9 Dante dice:” ritornerò poeta e in sul fonte del mio

battesmo, prenderò ‘l cappello”. Cosa significa prendere il cappello da poeta? Essere

incoronato poeta con la corona, ghirlanda, d’alloro; la stessa che ha avuto Petrarca.

Cappello può, dunque, indicare un’incoronazione poetica in Dante. Con la

trasformazione onomastica di Cepperello in cappelletto l’autore già prefigura la

rappresentazione rovesciata della parodia: lui da un comune peccatore diventerà

santo. Se per Dante prendere il cappello significa diventare poeta, per Cepperello

significa diventare santo. Un conto è il cappello di Dante, che indica il suo ritorno e la

sua proclamazione ufficiale di poeta; un conto è il cappelletto di Ciappelletto che “si

avvia da mascalzone a diventare santo”. Dante è il più grande poeta, Ciappelletto

“l’uomo peggiore che forse mai nascesse ”. 14

In altri contesti Boccaccio utilizza il termine “cepperello” come diminutivo di ceppo (legno) e

cepperello(legnetto) di quelli che si usano per ardere, qualcosa di veramente basso, comune.

Rappresentazione parodica della figura del notaio (parodia visibile anche in tanti altri punti) in cui si

inseriva anche qualche vena ironica riferita al mondo religioso (alle figure dei frati al processo di

santificazione che avveniva senza alcun tipo di filtro).

NOVELLA DECIMA (Paganino da Monaco)

Sin dai primi versi si nota il passaggio da cornice al racconto della novella e viceversa. Si inizia con

un collegamento alla novella precedente. Ascoltare quest’ultima ha fatto cambiare al

narratore(Dioneo) idea. La parte della novella (precedente) a cui si fa riferimento è la bestialità di

Bernabò, ma anche quella di tutti gli altri che pensavano alla sua maniera. Sciocchi quelli che

pensano che quando sono assenti le loro donne sono lì con le braccia conserte ad aspettarli,

senza fare nulla. Altrettanto sciocchi sono quelli che pensano di forzare la propria natura o quella

altrui (Ricciardo proverà a forzare la natura di sua moglie, finendo per causare un gran pasticcio).

La figura ora trattata non è quella di un notaio, ma quella di un giudice, il quale pensava di poter

controllare ogni cosa con il suo ingegno: tale pensiero sarà causa della sua rovina. Il protagonista

è chiamato Riccardo di Chinzica (nome reale di una contrada esistente a Pisa, ma non si è

trovato alcun giudice con tale nome).

Questo giudice pensava, dunque, di poter soddisfare sua moglie con le stesse qualità che usava

per svolgere il suo lavoro, ma come si vedrà in seguito nello sviluppo si sbaglierà di grosso. Dato

che era un uomo molto ricco e costituiva, dunque, un buon partito, aspirava a trovare una donna

giovane e bella, ma se avesse saputo dare a sé gli stessi buoni consigli che dava da giudice, non

l’avrebbe mai fatto. Prese, quindi, in moglie una giovane donna di nome Bartolomea, una delle più

belle donne di Pisa: in realtà le donne pisane erano molto brutte a detta dell’autore, tanto che

arriva a definirle “lucertole verminare”, termine con cui intende descrivere donne pallide,

rinsecchite, brutte a tal punto da costituire oggetto di scherno. Anche Dante cita la famiglia

Gualandi, una delle più celebri e potenti famiglie pisane (episodio del conte Ugolino).

Arriva il momento della prima notte di nozze: viene raccontato che Riccardo riesce per una sola

volta a toccare la sua donna ma senza tuttavia riuscire a consumare (a causa sua). Decise allora

di insegnare alla moglie una calendario, “come era già stato fatto a Ravenna” (si dice che vi fosse

una chiesa per ogni giorno e dell’anno e che, dunque, ogni giorno poteva essere la festa di un

santo). Il celebre giudice iniziava a dire alla moglie che, poiché ogni giorno e anche più volte nello

stesso giorno cadeva una ricorrenza, bisognava onorarla e quindi fare astinenza sessuale (Punti di

congiunzione astrale, Quaresima, ecc.)

Feria: festa civile; festa: ricorrenza religiosa; piatendo alle civili: trattare le cause civili; menare:

condurre

Lui mantenne queste abitudini per molto tempo, poteva toccarla una volta al mese (o anche meno)

a causa delle varie ricorrenze e congiunzioni astrali, ogni cadenza di qualsiasi tipo per lui era

considerata sacra e come tale bisognava onorarla. Il marito le insegnava “i giorni festivi”, ma

temeva che qualcun altro poteva insegnarle “i giorni lavorativi”. Dato che faceva molto caldo

Messer Riccardo decise di abbandonare la sua casa e di trasferirsi in un’altra nelle prossimità di

Montenero assieme alla sua giovane moglie. Per concederle un po’ di svago le chiese di andare a

pesca con dei suoi servitori (non erano loro a pescare ed erano inoltre divisi in due barche

diverse). Cominciarono ad allontanarsi e ad inoltrarsi in mare aperto ed erano cosi presi dall’attività

che non se ne resero neppure conto. Ad un certo punto si imbatterono nelle navi corsare di

Paganin da Mare, membro di una nobile famiglia genovese: prima i membri di queste nobili 15

famiglie si avviavano quasi tutti a diventare corsari. Il corsaro vide Bartolomea e se ne innamorò a

prima vista, tanto che fu folgorato dalla sua bellezza. Decise, dunque, di rapirla e di portarla via

con sé; il marito era ormai arrivato con la sua barca a riva ed iniziò a commiserarsi mentre

guardava la scena impietrito. Messer ne fu addolorato e iniziò a dolersi delle malvagità dei corsari,

non sapendo neppure la reale identità del corsaro reo di aver rapito la sua bella moglie. Arrivata la

notte, dato che al corsaro “il calendario era caduto dalla cintura” (era lì che soleva esser posto un

tempo) e non sapeva, dunque, che ricorrenza cadesse quel giorno, iniziò a consolare Bartolomea

tanto che lei si dimenticò del marito e del calendario da lui propinato e cominciò a vivere con molta

più letizia con Pagaino. Lui la onorava come se fosse sua moglie.

LEZIONE 6 (20/10/2015)

Lo stile di vita di Riccardo è molto influenzato dal lavoro di giudice. Il suo ingegno si palesa subito

come sinonimo di poca saggezza, avvedutezza e stoltezza. Egli non riesce a condurre una

completa vita matrimoniale con la sua giovane moglie e, ricorrendo al suo “grande ingegno”, pensa

di rimediare alla sua impotenza con l’espediente del calendario. Ad un certo punto interviene la

Fortuna, che rovescia la situazione: i due coniugi cambiano abitazione, trasferendosi in un posto

nei pressi di Montenero, decidono di andare a fare un giro in barca ed è qui che avviene la svolta.

Un corsaro, colpito dalla bellezza di Bartolomea, la rapisce sotto lo sguardo impietrito ed impotente

del marito, ormai sull’altra sponda del mare. Il corsaro, il cui nome era Paganino, tratta la donna

come se fosse sua moglie e la porta seco a Monaco, dove i due conducono una vita felice e la

fanciulla inizia a sentirsi appagata… Dopo un po’ di tempo Riccardo

viene a sapere il luogo dove si trova sua moglie e quindi, mosso da un gran desiderio di riaverla

con sé, decide di partire alla volta di Monaco, disposto a pagare qualsiasi riscatto gli venisse

richiesto. Giunge nella città francese e vede Bartolomea. Lei anche lo scorge tra la folla ma fa finta

di nulla e va subito a riferirlo a Paganino. I due architettano un piano…

Inizialmente Riccardo decide di non svelare la sua identità, per non far capire al corsaro chi fosse,

e quest’ultimo lo asseconda, fingendo di non conoscerlo. Fino a quando nel momento che a

Riccardo parve più propizio, il nobile giudice pensò di rivelare chi fosse e disse che avrebbe

pagato qualsiasi somma, pur di riavere sua moglie indietro. Paganino rispose che aveva preso con

sé una donna ma, dato che non era certo che fosse la stessa, aveva bisogno di una prova che

dimostrasse che lui fosse davvero suo marito. Aggiunse che lo avrebbe condotto da lei e se la

donna avesse dimostrato volontà di tornare con lui, avrebbe accettato il riscatto che più conveniva

al nobiluomo; altrimenti avrebbe fatto una gran scortesia togliendoli una donna che a lui piaceva

molto, la donna più bella che avesse mai visto fino a quel momento. Riccardo, essendo sicuro che

Bartolomea si sarebbe gettata fra le sue braccia, accetta senza alcuna esitazione la proposta del

corsaro. Le cose però vanno diversamente…

Quando lei lo vede non dice nulla e lo tratta come un estraneo, un ospite qualunque. Alla vista di

ciò il giudice rimane esterrefatto e (PRIMA ILLUSIONE) pensa che la sua giovane moglie non lo

abbia riconosciuto per via di come il dolore gli avesse modificato l’aspetto. Prova a rinfrescarle la

memoria ma lei finge addirittura di non conoscerlo, di non averlo mai visto.

SECONDA ILLUSIONE: Il giudice non vuole prendere atto della realtà, non vuole arrendersi di

fronte all’evidenza. Pensa, dunque, ancora ingannandosi, che lei si stia comportando in tal modo

poiché ha paura di Paganino. Chiede allora di poterle parlare in privato e gli viene concesso.

Durante il loro colloquio privato lei gli dice di aver fatto finta di non conoscerlo allo stesso modo

con cui lui non aveva mostrato il minimo interesse a conoscere i suoi desideri, avendole imposto

uno stile di vita che non si confaceva affatto alle sue esigenze. Se lui fosse stato cosi intelligente

come credeva e diceva di essere, non avrebbe mai scelto una donna cosi giovane, dal momento

che una giovane fanciulla, in quanto tale, ha bisogni totalmente diversi da quelli di un uomo avanti

con l’età, debole e rinsecchito. Addirittura gli dice che non le sembrava neppure un giudice ma “un

16

banditore di sagre e di feste” tanto ne era informato. Aggiunge anche che “se lui avesse fatto fare

ai suoi dipendenti tante feste come colui che doveva lavorare il suo campicello, sarebbe

caduto in rovina” (metafora sessuale ripresa dal mondo dell’agricoltura). Bartolomea è

fermamente convinta che la Fortuna l’abbia salvata, le abbia mandato un uomo che le ha cambiato

la vita, ha custodito la sua giovinezza e che soprattutto non conosce feste. Dopo questo preludio

gli ricorda tutte le sue amate festività, dicendo che nella camera in cui erano in quel momento, non

si conosceva nessuna festa e addirittura si lavorava anche di notte e si faceva la lana (altra

metafora sessuale ripresa dal mondo dell’artigianato). Alla luce di tutte queste cose lei ha deciso

passare la vita con Paganino, di lavorare nella sua giovinezza e di preservare le festività per la

vecchiaia.

A questo punto Riccardo le risponde, dicendole che avrebbe dovuto sentirsi disonorata e rea di

aver macchiato la sua famiglia, conducendo questo nuovo stile di vita. Disonorata soprattutto per

essere la sgualdrina di Paganino piuttosto che sua moglie a Pisa. Quando il corsaro non la vorrà

più la darà via come se fosse una merce ormai obsoleta; lui, invece, non lo avrebbe fatto, per lui

sarebbe stata sempre la sua cara moglie, la padrona della sua casa (avrebbe avuto, dunque,

anche un affermato ruolo sociale ed istituzionale, godendo dello status di sua moglie). Aggiunge

anche che ora che sapeva quali fossero i suoi desideri, si sarebbe sforzato ad assecondarli. La

donna, dal canto suo, non gradisce affatto queste parole e non si lascia abbindolare.

Decisa, gli risponde di pensare da sola al suo onore e di non badare ad una famiglia che non

aveva rispettato il suo d’onore, costringendola a sposare un uomo che non aveva scelto solo per il

fatto che costituisse un buon partito. “Se ora sto in peccato mortaio, io starò quando che sia in

imbeccato pestello”, ella dice (metafora sessuale ripresa dal mondo dell’artigianato). Si sente più

donna adesso che prima, che bisognava considerare tutte le congiunzioni astrali e festività; ora

Paganino la fa sentire donna, dandole tutte le attenzioni di cui abbisognava (morsi passionali, baci,

la prende in braccio). La giovane donna, non prende con troppa serietà le parole di Riccardo, non

crede al suo “sforzo” e tantomeno non gradisce che si sforzi a soddisfare le sue esigenze.

Piuttosto che sforzarsi per lei, lui dovrebbe sforzarsi a vivere; anzi, dovrebbe iniziare a farlo, a

godersi la vita. Sembra quasi che lui sia estraneo a se stesso, così tanto debole e triste pare.

Aggiunge anche che se Paganino la lasciasse non tornerebbe comunque da lui ma cercherebbe

altrove piuttosto che tornare da un uomo che “tutto premendovi, non si farebbe uno scodellin di

salsa” (metafora culinaria). Dopodiché lo invita ad andare via immediatamente, altrimenti avrebbe

gridato e detto di aver subito violenza.

Solo adesso Riccardo si rende conto di aver sbagliato a scegliere una donna giovane con

esigenze totalmente differenti dalle sue, che era un uomo debole, rinsecchito e impotente. Si nota

un collegamento con il principio della novella, in cui si profetizzava che la scelta di donna

giovane sarebbe stato la causa della sua rovina. Alla fine Riccardo fa ritorno a Pisa ed ha un

periodo di follia: andava, infatti, in giro dicendo: “il male furo non vuol feste” (La donna malvagia

non gradisce le feste) e nessuno lo capiva. Poco dopo muore e Paganino, che tanto amava

Bartolomea, la sposò. Qui si può osservare un altro collegamento con l’incipit (Bernabò).

INSEGNAMENTO: bisogna vivere secondo natura, non rifugiarsi nella finzione e costruire castelli

per fuggire dalla realtà. Riccardo era in affitto nella sua vita, non si era mai abbandonato ad essa.

Opposizione tra Bartolomea, donna giovane che vive secondo natura e Riccardo, uomo anziano

che fa violenza alla natura.

NOVELLA V, VIII GIORNATA

Anche in questo caso viene presentata la figura di un giudice (marchigiano) e viene raccontata una

beffa ordita a questo uomo. C’è un piccolo argomento iniziale (breve sunto). Il giudice in questione

viene preso di mira dai fiorentini sia per la sua professione, sia per la sua provenienza geografica.

17

All’inizio si nota un punto di raccordo con la cornice (Emilia aveva finito di parlare e la parola

passa al novellatore successivo: Filostrato). Il racconto della novella inizia immediatamente senza

troppi preamboli (come invece accade nella novella di ser Ciappelletto).

C’era un luogo comune sui marchigiani (allo stesso modo dei borgognoni nella prima novella e

delle donne pisane nella seconda): sono considerati di animo gretto, miseri, spilorci ed ogni loro

azione sembra una pidocchieria. Sono cosi per natura e portano con sé un lascito di persone come

loro: tutti funzionari (giudici) che sembrano provenire dal mondo agricolo e artigianale piuttosto che

da scuole di legge. Il protagonista della novella è, dunque, Messer Niccola di San

Lepidio (Sant’Elpidio), il quale non è stato identificato con nessun personaggio; nella novella è un

giudice penale e una figura analoga a questa verrà presentata da Matteo Bandello nel ‘500. Viene

subito tracciata una descrizione esteriore del suo abbigliamento, da cui Maso del Saggio capisce

che era un uccellaio (beffatore) marchigiano (penna sulla cintola, gonnella più lunga della

guarnacca). Un simile abbigliamento era strambo e di poco decoro in un ambiente cosi formale; la

veste di sotto dell’uomo, infatti, era più lunga di quella al di sopra. Tra i vari elementi che vanno a

costruire un quadro descrittivo del buffo giudice ne emerge uno in particolare: un paio di brache, il

cui fondo arriva fino a metà gamba (come se già li avesse calati, più grandi del dovuto). Maso

trova altri due compagni, ben disposti ad ordine uno scherzo assieme a lui, di nome Matteuzzo e

Ribi e li invita al Palagio (palazzo podestarile) a vedere il più grande babbeo mai conosciuto:

Messer Niccola.

I tre burloni si rendono subito conto che la panca su cui doveva sedere il Messer aveva una parte

sottostante e da una parte era anche rotta; era, dunque, una posizione perfetta per inserirci le

mani e tiragli giù le brache. Dopo aver studiato il campo e aver organizzato il piano, vanno via dal

palazzo, dove tornano il mattino seguente. Il piano era stato così strutturato: Matteuzzo doveva

infilarsi sotto la panca su cui sedeva il giudice, Maso doveva tirare per la guarnacca il giudice da

una parte e Ribi dall’altra. Maso e Ribi fingono una lite e invocano l’aiuto del giudice, accusandosi

dei più disparati reati. Ribi dice addirittura di avere dei testimoni: uno spazzino, una grassaiola.

Mentre i due iniziano a mettere in scena la farsa (falsa lite) Matteuzzo infila la mano nella parte

della panca rotta e cala giù le brache del giudice. Quest’ultimo capisce che le sue brache erano

state abbassate ma i due litiganti lo distraggono, continuando la loro falsa, e lo trattengono per il

tempo sufficiente a far accorgere tutti i presenti dell’accaduto. Dopodiché Matteuzzo molla la presa

delle brache e fugge via, senza essere visto da nessuno. Dopodiché i due chiudono la questione e

fanno finta di andar via adirati. Il giudice, totalmente frastornato, si tira su le brache sotto gli

sguardi attoniti dei presenti e realizza ciò che era appena accaduto. Inizia a domandare dove

fossero andati i due furfanti che gli avevano ordito questo scherzo di cattivo gusto. Non trovandoli,

chiede se fosse usanza a Firenze quella di tirar giù le brache dei giudici durante le udienze. Il

podestà all’udir la domanda fatta da Messer Niccola, rimane esterrefatto, ma poi alcuni suoi amici

gli spiegano l’accaduto e decide di non esprimersi dato che i fiorentini sapevano bene che

sceglieva giudici a basso costo.

MASUCCIO SALERNITANO (1410 – 1475)

(Salerno, Salerno) Il suo vero nome è Tommaso Guardati, si colloca in piena età umanistica

(1450). Appartiene alla nobile famiglia Guardati di Sorrento. Non si sa con certezza se sia nato a

Sorrento o a Salerno ma è più probabile che sia nato a Salerno. E’ un autore di novelle, uno dei

maggiori rappresentanti della novellistica al di fuori dei confini toscani nella seconda parte del ‘400.

Autore di una produzione novellistica dai tratti molto originali, è stato molto influenzato e ispirato

dall’ambiente culturale della città di Napoli, che in questo periodo è una città molto importante, un

ambiente culturale ricco, elegante e raffinato. Egli frequenta molti intellettuali dell’epoca

(Francesco Galeota, Giovanni Pontano, Antonio Beccadelli, detto Il Panormita), tutti autori che 18


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Discipline della mediazione linguistica
SSD:
Università: Macerata - Unimc
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher a.mangano di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Macerata - Unimc o del prof Martellini Manuela.

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