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Con la seconda coppia di sonetti si tratta ancora di un confronto tra due sonetti di Petrarca e di

Gaspara; con il sonetto di Petrarca entriamo nel vivo della narrazione dell’io. Il sonetto di Gaspara

riprende in alchimia il lessico di quello di Petrarca e entrambi hanno in comune il senso di

stanchezza.

Il quinto sonetto è di Giordano Bruno ed era il sonetto che apriva una commedia celeberrima, cioè il

“Candelaio”; in questo egli fa la parodia dei sonetti di Petrarca e soprattutto di tutti quei clientes che

scrivevano su richiesta del signore (si tratta dei versi encomiastici) per avere un tozzo di pane; egli

infatti non sopporta il fatto che la letteratura venga utilizzata per far soldi, cioè non sopporta la

mercificazione della letteratura; nel 500 vi erano quindi poeti che non facevano che scopiazzare a

destra e a sinistra e che vivevano della poesia. “Candelaio” significa omosessuale e il protagonista

della commedia è un omosessuale che si fa i ragazzini fino ai 45 anni, poi diventa eterosessuale: si

tratta di una beffa nei confronti di Bonifacio che era il candelaio. Il sonetto costituisce quindi la

parodia dell’utilizzo che nel 500 veniva fatto della poesia petrarchesca.

Ai primi dell’800 il tema che Petrarca aveva messo in auge, cioè quello del conflitto interiore, torna

nel sonetto “Alla sera” di Foscolo in cui egli sostiene che l’unico modo per sfuggire all’esistenza è

morire, in quanto la morte è cessazione del dolore. Nell’altro sonetto di Leopardi egli sostiene che il

credere di poter essere felici da innamorati è l’inganno più grande per l’uomo.

Come bisogna comportarsi quando abbiamo di fronte un testo? Ci sono vari modi di affrontare la

lettura, l’interpretazione e quindi l’assimilazione e la metabolizzazione del testo e di queste

modalità le critiche letterarie si sono fatte carico; il primo modo per la valutazione e

l’interpretazione del testo è fare riferimento a elementi interni a esso, il secondo modo è fare

riferimento a elementi esterni ad esso. Le critiche letterarie che fanno riferimento agli elementi

interni sono: la critica stilistica secondo la quale il bello si fonda sulla capacità che ha l’autore di

combinare in alchimia ottimale gli elementi del testo sicché questo riesca a ottenere suggestioni tali

che muovano il cuore e l’anima per cui il lettore può affermare che un testo è bello. La critica

stilistica ha avuto come suo fondatore un critico straordinario, Leo Spitzer che indicava come si

riuscisse a individuare gli elementi chiave per la valutazione del testo in una serie di parole

chiamate parole chiave o clixs da cui si irradia il significato complessivo di un brano; la parola

chiave per eccellenza in un componimento in versi è la parola rima, o una parola collocata all’inizio

del verso o l’ultima parola del primo emistichio. Quindi quando voglio applicare i parametri della

critica stilistica devo prima individuare queste parole.

Vi è poi la critica strutturalistica che nasce intorno al 1920/1930 in contemporanea con la critica

formalistica; tale critica sostiene che ogni testo ha una struttura interna che rappresenta la sua

struttura portante e che lo rende perfettamente riconoscibile; essa si avvale della critica stilistica che

l’ha preceduta (infatti essa nasce ai primi del 900) e guarda all’impalcatura del testo prima

guardando le parole chiave e cercando poi di capire se l’autore ha voluto avvalersi di una struttura

in crescendo, in diminuendo, semplice o complessa. Ad esempio circa la struttura della novella di

Cepparello in Boccaccio vi è una prima parte introduttiva in cui si racconta la storia che precede

l’azione vera e propria (antefatto), poi vi è il nucleo del racconto e poi la parte finale con l’epilogo.

La struttura del racconto è quindi tripartita come nella narrazione breve, ma la sua struttura

particolare è quella del dialogo con una climax crescente, cioè si analizzano le modalità di

movimento e di organizzazione della materia.

Russia, anni 20, nasce la critica formalistica che parte dal principio che ogni testo sia un

contenitore che vale come tale e che deve essere analizzato come principale componente assoluto

dell’opera d’arte; quindi la critica formalistica analizza il modo in cui è stato costruito questo

contenitore; inoltre il formalismo dice che esiste una forma del contenuto e un contenuto della

forma che si deve occupare della lang, cioè del lessico e della parol, cioè l’organizzazione propria di

ogni autore che ha un modo di combinare gli elementi stilistici proprio. Il contenuto della forma è

quindi l’insieme degli elementi lessicali, grammaticali e così via studiati per loro stessi

indipendentemente da cosa significano o a cosa rimandano. Il formalismo ebbe una grande

diffusione negli anni 20/30, poi venne ripreso negli anni 50 e infine venne abbandonato.

Le critiche che accolgono elementi esterni al testo sono: la critica storicistica per cui ogni opera

deve essere studiata inserendola nel contesto storico, culturale e letterario in cui è stata prodotta. Il

più grande esponente della critica storicistica fu nell’800 Francesco De Sanctis e nel 900 Natalino

Sapegno curatore di diverse Divine commedie e storie della letteratura. Un altro tipo di critica è la

critica biografica che fa riferimento agli elementi che appartengono non alla storia in generale, ma

alla storia dell’autore, quindi per alcuni aspetti è una critica antropologica perché dalla storia

personale dell’autore si derivano le origini e i significati del testo.

Vi è poi la critica psicoanalitica per cui si cerca nel testo la storia della costruzione dell’animo e

della psiche dell’autore e partendo da questo si spiega il significato complessivo del testo; ancora vi

è la critica semiologica che ebbe un grande successo negli anni 70/80 che fa riferimento al sema, al

significato delle parole, si sofferma sul significato che le singole parole hanno, sulla storia delle

singole parole e sui mutamenti che queste parola hanno avuto nel tempo. Barthes fu l’esponente più

alto della critica semiologica, mentre in Italia fu Cesare Segre.

Cosa accade tra la fine dell’XI sec e l’epoca di Dante? Si assiste al succedersi delle crociate; la

prima crociata venne indetta nel 1099 da Urbano II; le crociate nascono perché la carestia stava

devastando l’Europa e quindi si cercano nuovi territori per ovviare non tanto alla carestia di per sé,

ma ai malumori e agli sconquassi interni dell’Europa di quel tempo; quindi bisogna pensare ad altro

e ci si inventa che il sepolcro di Gesù a Gerusalemme è in mano agli infedeli, cioè ai musulmani.

Parte quindi la prima crociata e il 5 Luglio del 1099 Gerusalemme viene conquistata e Goffredo di

Buglione viene proclamate re di Gerusalemme. Dalla testimonianza degli scrittori di cronache che

erano al seguito della spedizione sappiamo che terribile fu la ferocia dei soldati crociati che uccisero

tutto quello che trovarono sulla propria strada. Nel 1147 Eugenio III dichiara la seconda crociata e

ottiene l’adesione del re di Francia Luigi VII che mise a disposizione un grande esercito e di

Corrado III di Germania che si portò dietro il nipote Federico, il futuro Federico Barbarossa; questa

seconda crociata durò 40 anni, fino al 1187; nel frattempo i musulmani si erano organizzati e in più

era salito al potere un grande personaggio, il Saladino, nei confronti del quale sia Boccaccio che

Dante mostrano grande ammirazione, che nel 1187 conquista Gerusalemme. Tuttavia non appena

l’esercito crociato ritorna in patria viene rimandato a Gerusalemme perché Clemente III non

accettando la disfatta aveva indetto la terza crociata; quindi una parte delle truppe viene rispedita a

Gerusalemme sotto il comando del re di Francia e di Federico Barbarossa. Nel 1193 Saladino muore

e nel 1194 Enrico di Champagne viene proclamato re di Gerusalemme. Dunque le prime tre crociate

sono state quelle che hanno lasciato un segno (Riccardo Cuor di Leone partecipò alla terza crociata

e ritornò sconfitto in Inghilterra); dopo la fine della terza abbiamo qualche anno di pausa, ma nel

1202 Bonifacio II di Monferrato e Baldovino IX di Francia vengono chiamati da Innocenzo III a

capo delle truppe cristiane che partono per la quarta crociata; le truppe di Baldovino e quelle

francesi devono imbracarsi, ma non ci sono navi, quindi il papa si rivolge ai veneziani che per non

mettere in pericolo la propria flotta, portano l’esercito a Bisanzio. Le truppe, non sapendo come

tornare a casa si rivolgono di nuovo ai veneziani che fanno pagare all’esercito un prezzo altissimo

per portarli a Gerusalemme.

Nel 1204 viene fondato l’impero latino d’oriente che durerà fino al 1261; l’esito di questa crociata

che terminerà nel 1214 è nullo perché nessuno conquista nulla e Gerusalemme è ancora da

conquistare. Vi sono poi tutta una serie di crociate fino alla decima che cesserà nel 1272: Dante

nasce nel 1265, quindi era già nato quando le crociate non erano ancora finite. La crociate furono

interventi voluti dal pontefice che coinvolgevano tutta l’Europa impoverendola, l’unico regalo che

ci hanno fatto è di natura culturale, cioè è stato grazie alle crociate che è stata importata la

letteratura musulmana che non era affatto inferiore a quella europea. Finite le crociate si continuò

con crociate avventurose volute da pazzi (come la crociata dei bambini), una serie di movimenti

figli del fanatismo religioso e dell’esaltazione. In questo clima di fanatismo religioso e di discordie

nasce Dante; le crociate durano fino alla fine del XII sec, quindi per due secoli l’elemento che guida

l’Europa è la guerra e quindi i trovatori cercano un’altra strada e un altro mondo che si contrappone

alla storia.

Jaufrè Rudel fu il primo trovatore di livello letterario alto che visse alla metà del XII sec, fra il 1100

e il 1150; egli si innamorò di una donna che era la moglie di un altro, Melisenda e la sua storia

racconta che egli si fosse imbarcato su una nave in cerca della donna amata, ma non avendo il fisico

si era ammalato; quando finalmente incrocerà la nave della donna amata la vide e morì. Quindi per

Jaufrè l’amore è dolore. A lui si contrappone Bernart De Ventadorn che racconta sì dell’amore per

la signora, ma inserisce anche elementi di storia e di politica nei suoi versi; quello che c’è in questo

poeta quando canta d’amore è la forza degli elementi naturali, infatti la natura entra

prepotentemente nel rapporto amoroso. Un altro famoso trovatore fu Arnaut Daniel (pag. 8): Dante

nel “De vulgari eloquentia” sostiene che il più grande fra tutti i poeti che l’hanno preceduto è

proprio Arnaut Daniel e lo definisce il fabbro della lingua poetica; da questa poesia l’importanza

della lirica amorosa emerge chiaramente, infatti la preoccupazione per scrivere una cosa perfetta è

primaria.

In più all’inizio del testo vediamo il retaggio naturale ereditato da Bernart De Ventadorn, infatti

proprio all’inizio del testo vi è un’enumeratio che rimanda alla sinfonia di elementi diversi che

compongono il panorama uditivo; questa sequenza è quasi onomatopeica e rimanda ai vari registri

dei canti e dei suoni che arrivano dalla foresta. La prima parte del componimento è quindi

imperniata tecnicamente e strutturalmente su una similitudine (egli deve cercare di riprodurre in

parole questa sinfonia perfetta, deve cercare di imitare la natura).

Nella canzone di Iacopo da Lentini (pag. 26) vi è una contrapposizione tra due personaggi, cioè

l’amante che non ha il coraggio di mostrare in pubblico il proprio amore, ma vuole essere creduto e

la donna che fa la ritrosa; Giacomo insiste come non possa manifestare apertamente il suo amore

perché altrimenti sarebbe oggetto delle malelingue; questo topos ritornerà in Petrarca, ma anche in

Dante che per evitare le malelingue si inventa altre donne di cui finge di essere innamorato. Nel

testo la parola che ricorre più di ogni altra è bella e tutto ciò che al campo semantico del bello

appartiene; bella è quindi la parola chiave per eccellenza che rimanda a un immagine di donna che

fa innamorare per la sua bellezza; questa immagine della donna prelude in maniera vistosa a “I

capei d’oro a l’aura sparsi” di Petrarca.

Nella canzone di Guinizzelli (pag. 28) non è un tema nuovo quello della virtù a cui la donna

conduce l’amante, infatti è già presente nella poesia provenzale, quello che è nuovo è la qualità

dell’amante dal cuor gentile, cioè nobile, che è capace di alto sentire. Il testo di Guinizzelli era

presente a Petrarca.

Nella canzone di Iacopo da Lentini il baricentro è terreno perché al centro del componimento vi

sono la donna e la sua bellezza fisica; la parola chiave, bella, irradia una sorta di calamita, sicché

l’insieme del lessico del componimento rientra nella sfera della bellezza, infatti nella scuola

siciliana il lato fisico è ancora un retaggio provenzale. Il finale della canzone che rappresenta la

posizione più forte del componimento, è la parte che da il significato allo stesso. Le cose cambiano

radicalmente nella canzone di Guinizzelli dove le parole chiave sono i nessi grammaticali di

comparazione (così, come, anti che, poi che); quindi i termini lessicali che ricorrono più

frequentemente sono i nessi grammaticali di comparazione e ciò indica che il testo non è di lirica

amorosa, ma didascalica: egli infatti non vuole cantare le lodi della donna, ma insegnare qualcosa. Il

procedimento conoscitivo che deriva da Aristotele, è quello dell’analogia, cioè egli utilizza il

paragone per spiegare qualcosa (infatti non si può insegnare niente se non si parte da qualcosa di già

noto). Guinizzelli quindi vuole insegnare come sia da imitare il concetto di nobile perché nobile è

colui che è capace di alto sentire e come l’amore sia connaturato all’animo nobile. Un altro ambito

semantico potentemente presente è quello della luce e del sole: il tema della luce è mutuato dagli

stilnovisti (la luce è l’elemento che fa da protagonista nel “Paradiso” e quando Dante parla della sua

donna nella “Vita nuova”); anche la parola natura e tutto ciò che riguarda il suo ambito semantico

ricorre spesso in posizione forte. Allora qual è la concezione dell’amore in Guinizzelli? Per lui

l’amore da gioia, è un dato naturale positivo che compete il cuore gentile e siccome è connaturale al

cuore gentile, l’amore non può che portare verso Dio.

Per Petrarca la poesia è un suono (pag. 67) ma in questo sonetto qual è il suono che più di ogni altro

torna? Si tratta del fonema v, cioè una dentale che ossessivamente torna; il “Voi” è un caso di

termine che è stato messo nella posizione più forte, cioè all’inizio del sonetto e che si contrappone

potentemente all’io che parla, al personaggio che Petrarca ha costruito; con questa contrapposizione

si definisce un nuovo personaggio, cioè quello di un innamorato che racchiude in sé un universo

tutto intero; alla fine del sonetto “breve” è una clausola che deriva dalla poesia latina (Catullo,

Orazio). Il fonema v ripetuto così ossessivamente indica la fatica dell’esistere perché la v è un

fonema in cui si inciampa; infatti mentre la m e la l danno un senso di continuità del dettato poetico,

invece la v, la t e la r danno un senso di frenata, in particolare la t da un senso di scansione marziale,

la r da un senso di scansione rigida e dolorosa, la v da l’effetto di un ostacolo e Petrarca utilizza più

frequentemente proprio la v cha, appunto, da un senso di ostacolo oltre il quale non si può andare

(invece i versi che non hanno la v fluiscono in maniera continua, vedi i primi due versi dell’ultima

terzina).

Nel sonetto di Leopardi, “L’infinito” (pag. 219), vediamo una predominanza delle liquide, ma

subito dietro vi è il vibrare della r che ci da un senso di vibrazione dolorosa (un verso ipometro è un

verso che ha una sillaba in meno, un verso ipermetro è un verso che ha una sillaba in più).

I versi con cui si apre la Divina Commedia sono “Nel mezzo del cammin di nostra vita” che per

Dante si tratta del trentacinquesimo anno, cioè il 1300, anno del grande giubileo indetto da

Bonifacio VIII; per Dante infatti 35anni costituiscono il momento centrale della vita dell’individuo,

quando questi ha il massimo dell’energia fisica e mentale. L’opera è leggibile a quattro livelli,

quello letterale, quello allegorico, quello simbolico e quello anagogico, ma questi sono i quattro

livelli che Dante esplicitamente indica adottando una strada di lettura che corrisponde alla sua

concezione di critica dell’arte, mentre noi oggi leggiamo la Commedia in modo più multiforme

rispetto a quello che ci è stato indicato da Dante.

Il testo rappresenta il tentativo di coprire con una sorta di velo tutto quanto l’intero universo e come

l’uomo debba relazionarsi con sé e con quello che c’è fuori da sé, cioè Dio. La Divina Commedia è

leggibile come una narrazione epica (l’epos costituisce la struttura portante della fiaba) nella quale

un eroe parte da un determinato luogo, essendo in uno stato estremo di bisogno (proprio come nella

fiaba Pollicino ha fame), si allontana da quel luogo di pericolo e intraprende un cammino che avrà

un esito positivo grazie all’aiuto dei donatori che nella Commedia sono Beatrice, Lucia e Maria che

gli donano la grazia di Dio che consente a Dante di intraprendere il viaggio, e gli consentono di

avere degli aiutanti tra i quali Virgilio per l’Inferno e il Purgatorio e Beatrice per il Paradiso.

L’azione si svolge in un costante confronto con ostacoli da superare che sono i peccati che l’uomo

deve conoscere per andare oltre e per poi tenersi saldo per arrivare alla divinità. La Divina

Commedia si può quindi raccontare come una fiaba, infatti ci sono una serie di elementi che

appartengono alla fiaba di cui non a caso la struttura portante è costituita dall’epos.

Il testo è un poema allegorico didascalico, cioè un poema in cui l’autore pretende di inserire degli

elementi di conoscenza generalissima e enciclopedica, quindi c’è la storia dei comuni, la storia del

tempo di Dante che imperiosamente occupa il 95% dell’opera; la storia della Divina Commedia è la

storia di un’Italia e di un’Europa lacerata dalle discordie, di un territorio in guerra, infatti l’impero e

il papato a livello europeo erano in guerra perché da una parte il papa non riteneva che potesse

esistere una gestione del potere indipendente dal controllo della Chiesa, dall’altra vi era un

imperatore assente, infatti egli non si allontanava dalla Germania infischiandosene di quello che

accadeva in Europa. Anche in Italia assistiamo allo scontro tra il potere religioso con la figura del

vescovo conte e quello laico rappresentato dal podestà: nel comuni infatti vi sono sia il podestà che

il vescovo che, abituato a controllare il potere non collabora con il podestà, ma gli si pone contro.

Tutto questo si riflette nel popolo con la divisione che compare a partire dal 1100, tra guelfi, i

filopapalini e ghibellini, i filoimperiali; a partire dal 1250 i ghibellini scompaiono, ma tra i guelfi si

ripropone questa divisione e assistiamo alla creazione di guelfi bianchi, i filoimperiali (si trattava di

una fazione laica a capo della quale vi era la famiglia dei Cerchi e rappresentava tutti quei contadini

ricchi che si erano inurbati, che si erano fatti cittadini) e guelfi neri, i filopapalini (il termine neri fa

riferimento all’aristocrazia nera, cioè a quell’aristocrazia più antica e più legata al papa, di cui i

maggiori esponenti erano i Donati). Questo contrasto lacera i comuni, quindi la storia è storia di

lotte politiche e di rivalità tra uomini perché un comportamento gravissimo era quello dettato

dall’avidità umana (al fondo la storia diventa storia di tutti gli uomini (dalla storia universale si

passa a quella particolare); la lupa è la bestia prava che impedisce a Dante di salire verso la luce, ma

si tratta anche del male che affligge tutti gli uomini.

Vi è una struttura filosofica nella Commedia (la struttura storica e quella filosofica non sono però

separate tra loro), ma chi c’è dietro la Commedia? Il grande autore è Tommaso d’Aquino seguito a

ruota da Agostino di Ippona e non Aristotele perché, fino a Tommaso Aristotele era il filosofo per

eccellenza, ma con Tommaso si compie un operazione strategicamente straordinaria, cioè tutta la

filosofia aristotelica viene asservita alla teologia cristiana e riletta alla luce della teologia cristiana,

tant’è vero che dove Aristotele presenta dei problemi per Tommaso, egli si serve di altri due lettori

di Aristotele, due autori arabi, cioè Avicenna e Averroè e delle loro interpretazioni dei testi di

Aristotele per poter adattare la filosofia greca a quella cristiana. Questo porta a dimostrare che è

vero che Dio è il creatore dell’universo, che è vero che Dio è il primo motore immobile, che è vero

che Dio è causa di tutte le cose, che è vero che Dio è il fine di tutte le cose; Tommaso quindi porta

le famose cinque prove dell’esistenza di Dio partendo dalla categorie di Aristotele e a queste

aggiunge un adattamento delle categorie aristoteliche, in cui tutto ciò che è nel mondo terreno vi

può essere riportato, cioè una lettura del mondo per cui il mondo è creatura, quindi non è

autosufficiente, non basta a sé stesso, non può essere fine di nulla e in tutto questo si pone l’uomo.

Tommaso viene intersecato anche dalla lettura di altri filosofi come Sigeri di Brabante, Boezio di

Dacia, Abelardo, Roscellino, Ugo e Riccardo di San Vittore, Hoccam. La scolastica è quindi un

insieme di filosofi che hanno avuto come obiettivo primario la riconduzione della filosofia

aristotelica alla teologia cristiana.

Un altro grande filosofo è Platone; Platone e Aristotele rimandano a due universi completamente

differenti: l’universo platonico è l’iperuranio, mentre il mondo terreno costituisce solo una pallida

copia di quello che è presente nell’iperuranio e il mito della caverna dice che l’uomo è una sorta di

prigioniero legato con le catene in una caverna buia all’interno della quale c’è un apertura al di là

della quale vi è il mondo illuminato, ma il prigioniero non vede bene; il prigioniero è appunto

l’uomo che vede solo delle cose, ma non riesce a vedere l’ειδος, cioè la sostanza. Agostino di

Ippona è un altro nume che presiede la scrittura della Divina Commedia, da cui Dante prende la

visione tutto sommato ottimistica della storia; infatti secondo Agostino Dio ha creato il mondo e

l’uomo per raggiungere un obiettivo positivo, cioè ha creato l’uomo perché ritorni a sé; egli inoltre

riprende il mito della caverna e l’idea che il mondo sia solo una pallida copia di quello che sarebbe

il Paradiso. Per Agostino il modo in cui avviene la conoscenza è il seguente: la mente umana è

come una grande stanza buia in cui vi è tutto quello che l’uomo si aspetta di trovare, ma la stanza è

buia, quindi Dio, per sua grazia, concede all’uomo la possibilità di fare luce in questa stanza; quindi

per Agostino l’uomo ha già tutto nella sua mente e grazie a Dio egli vede e conosce. Per Tommaso

invece la conoscenza costituisce l’esito di una progressiva assimilazione di dati e dell’elaborazione

dei medesimi; per Agostino non è così, infatti egli riteneva che l’uomo sapesse già tutto e che fosse

Dio a illuminarlo e questa modalità conoscitiva è quella che Dante assume.

Vi è anche una struttura teologica: Dio non è conoscibile, quindi lo si potrebbe definire solo per ciò

che non è, si potrebbe disegnare solo in negativo; allora il sistema adottato per poter parlare di Dio è

quello aristotelico della analogia, cioè si compara quello che è Dio e le sue azioni con qualcosa che

conosciamo. Vi è poi una struttura astronomica: Dante fa riferimento all’ordinamento dei pianeti e

prende la sua visione da Pitagora; è infatti da Pitagora che Dante derivò il concetto fondamentale

dei cieli celesti ordinati in modo concentrico, i quali, muovendosi producono una musica sublime

che è la musica dell’universo. Ancora vi è una struttura astrologica: Dante spesso fa riferimento alla

stella Venere che influenza chi è nato sotto il suo segno (bisogna ricordare che per Guinizzelli le

stelle influenzavano con la loro virtù le pietre preziose); l’astrologia per la cultura medioevale

costituisce la derivazione diretta dello studio astronomico.

Altre strutture che Dante non indica sono quelle che riguardano la scrittura della Commedia, infatti

egli fa riferimento a ciò che la sua Commedia è per io contenuto. Dante stesso è da considerare su

tre livelli diversi: è l’autore materiale della Commedia per cui dobbiamo fare i conti con

l’esperienza biografica di Dante; è la voce narrante della Commedia. Il secondo livelli non deve

essere confuso con il primo perché il Dante autore è una persona soggetta a sbalzi d’umore, mentre

il narratore è un uomo giusto, d’alto ingegno, è un grande poeta e castigatore dei costumi; a fianco

di questi due livelli vi è il terzo livello, quello del Dante personaggio della Divina Commedia.

O.M. è un grande poeta russo che nel 1933 ha scritto una sua conversazione su Dante in cui scrive

che il Dante personaggio è disperatamente umano, è l’eroe che mano a mano diventa forte, ma che

all’inizio è pieno di paure e di dubbi e questo permette una totale identificazione dell’uomo con il

personaggio della Commedia. Dante non si dimentica di essere soprattutto un poeta e che con la

storia della poesia bisogna fare i conti, quindi tutto l’immaginario poetico dei suoi tempi e del

secolo precedente entra nella Commedia.

Nel primo canto il personaggio prende nozione di sé e racconta di essere in condizione di pericolo

mortale da cui poi qualcuno lo soccorre; vi è poi la presentazione del personaggio protagonista delle

prime due cantiche e un’indicazione generalissima in cui si presenta il tema della Commedia, cioè

quello del viaggio di conoscenza, di salvezza, viaggio che replica le modalità della vita di tutti gli

uomini. Dante, così amante della numerologia esatta divide esattamente il canto che infatti è diviso i

n blocchi di 30 versi (per Dante il 3 era il numero perfetto); i primi 90 versi sono divisi in tre

blocchi: dai versi 1/30 Dante indica la percezione del pericolo con l’attenzione puntata su ciò che

egli percepisce e su ciò che accade dentro di lui; vi sono prima la percezione del pericolo, poi la

speranza di salvezza, infatti dal verso 16 si assiste a uno stato di quiete che precede la tempesta (v.

26). I primi 30 versi rimandano quindi a un travaglio interiore, a una presa di coscienza non solo del

pericolo, ma anche di un esistenza in pericolo complessivamente; quindi in questo punto il narratore

che parla è onnisciente perché la narrazione fa riferimento a ciò che il personaggio sente, vede e

prova. Dai versi 31/60 vi è la rappresentazione del male rappresentato dalle tre fiere; il male però

non è mai un dato assoluto, ma è sempre in relazione a un individuo o a un gruppo di individui.

Questi 30 versi sono a loro volta divisi in tre blocchi (i primi 6 versi e poi si va di 12 in 12) di cui il

secondo e il terzo sono di pari lunghezza, mentre il primo ne è la metà; ritroveremo la stessa

suddivisione nel blocco successivo. I primi 6 versi sono riferiti alla lonza (v. 31/36), mentre gli altri

due blocchi sono riferiti rispettivamente al leone e alla lupa: quindi la lonza che simboleggia la

lussuria ha nei mali dell’uomo un peso inferiore rispetto agli altri due, cioè l’arroganza, l’egoismo e

l’avidità. Vi è questa tripartizione anche dai versi 61/90 dove il personaggio di Virgilio si

autorappresenta: nei primi 6 versi Dante chiede a Virgilio chi è, poi Virgilio risponde alla domanda

di Dante e questo occupa gli altri 12 versi e infine nelle ultime quattro terzine Dante chiede a

Virgilio di guidarlo e di aiutarlo, insomma si affida a lui. Le ragioni della struttura dei canti sono

sempre percepibili nella struttura della Commedia e sono così armoniosamente ordinati che sono

facilmente riconoscibili.

Dal verso 91 il canto si bipartisce e va dal verso 91 al 111 e dal 112 al 136: in questa parte una volta

presentati i protagonisti si decide il da farsi, quindi si tratta di una parte programmatico-esplicativa,

infatti Virgilio dice a Dante che la strada che vuole percorrere è sbagliata. Con questo Dante vuole

alludere al fatto che noi ci illudiamo se pensiamo che le strade più brevi siano quelle che ci facciano

intravedere la luce e che ci portino alla felicità e poi non è detto che siano realmente quelle più

brevi e facilmente scalabili, ma dobbiamo fare un altro viaggio, quello che ci porta dentro di noi,

che ci porta a conoscere il male che abbiamo dentro e imparare i passi che dobbiamo fare per

compiere la strada giusta. Quindi in questa parte vi è l’indicazione della direzione giusta da seguire.

Nella prima parte viene illustrato in modo sommario il viaggio, mentre nella parte finale vi è la

richiesta di Dante che chiede a Virgilio di fargli da guida.

Le parole chiave che confermano quanto derivato dall’analisi strutturale sono i pronomi personali io

e tu: quindi si tratta di un canto che si conferma come potentemente dialogico in cui i personaggi

hanno ragione d’essere solo in funzione dell’altro personaggio; nei primi 30 versi vediamo il

pronome io nei versi 2, 8, 10 (repetitio), 11, 15, 20, 21, 25; vi è inoltre una verace presenza di verbi

in prima persona singolare. Quindi questa esasperata presenza del pronome personale che irradia

tutti questi versi, indica che il personaggio ha una forte percezione del proprio sé e racconta di un

mondo in cui fa riferimento ad avverbi che indicano la visione. Il passaggio dall’io al tu si ha nella

seconda parte, dal verso 91 nei versi 91, 94 e 112, quindi l’ultima sezione è simile alla prima a

causa della esasperata presenza del pronome tu. Nella prima parte si segnala la solitudine del

personaggio che nella seconda parte non lo è più, in più in un tessuto che è dominato dai pronomi

l’io chiude e apre questa sezione dove il primo io è riferito a Virgilio, il secondo a Dante. Si

stabilisce quindi questo rapporto dialogico tra i due e la storia di questa coppia è emblematica

perché in essa i ruoli sono definiti in linea di massima, infatti a volte Dante diventa il personaggio

forte della coppia.

Le tre fiere sono presenti in uno spezzone di 30 versi, ma queste da dove derivano? I bestiari

medioevali erano pieni di illustrazioni che rimandavano a significati precisi degli animali e uno

degli animali più diffusi era il castoro. Le prime presenze di animali con significati antropomorfici

si trovano in “Pancia Tantra” una raccolta indiana in cui per la prima volta gli animali hanno delle

caratteristiche umane, che era stata scritta per educare il figlio del re; questa raccolta passa nel VI

sec in area europea e il primo che scrive favole è Esopo per il mondo greco, mentre il più famoso

fabulista latino fu Fedro. Nell’XI sec, quindi nel 1100, Ugo di San Vittore scrive un bestiario che

diventa celeberrimo nel suo tempo, poi abbiamo la raccolta di “Dolopathos”, cioè un re che diventa

il protagonista di una serie di racconti che ricalcano il libro dei sette savi, ma mentre i racconti dei

sette filosofi sono i più vari possibili, i racconti del “Dolopathos” hanno come protagonisti degli

animali antropomorfi caricati di significati che in natura non avrebbero. La lonza in Dante indica la

lussuria (la lonza altro non è che la lince che c’era in quel tempo nel palazzo del podestà); il leone

nei bestiari rappresenta in primo luogo l’orgoglio della vita, cioè coloro che credono che la propria

vita e il proprio io sia la cosa più importante; poi è passato a indicare l’arroganza, la superbia e

l’egocentrismo; la lupa indica l’avidità, la smania di avere ed essa, fra i tre, è l’animale più

terrificante (v. 94).

Nella seconda parte del primo canto Dante racconta in sintesi in che cosa consiste il suo viaggio;

mentre nel secondo canto parla dell’Inferno in maniera più dettagliata e Virgilio indica come

l’Inferno sia a sua volta tripartito e queste tre parti rimandano ai peccati di incontinenza, di violenza

e di frode. L’incontinenza si verifica quando la ragione è stata sottomessa al talento, cioè alla

passione; il conflitto ragione/passione è un conflitto che percorre tutta la letteratura dalle origini

fino ai nostri giorni, un esempio per tutti è costituito da Ugo Foscolo dove i due elementi che

rimandano alla ragione e alla passione sono rispettivamente l’acqua e il fuoco. Tale dicotomia

rappresenta quindi il contenitore della prima parte dell’Inferno: i peccati di incontinenza meno gravi

sono quelli per cui la passione amorosa a travolto ogni cosa e sono i meno gravi perché Dante

riconosce che Amore, signore dell’anima e della mente, quando arriva ottenebra la mente. Il

problema è che, dal punto di vista cattolico, si può sempre controllare le passioni perché l’uomo,

che ha la facoltà di scegliere, deve avere sempre davanti il suo obiettivo, cioè la divinità; ad

esempio si può restare sulla retta via grazie alla preghiera. Quindi anche se Amore è più forte sul

controllo della ragione umana, la preghiera e l’abbandono a Dio permettono che invece la ragione

abbia un controllo più forte che i lussuriosi non hanno avuto. Un altro peccato è l’ira cieca che è sia

un peccato morale che civile perché mentre la passione riguarda chi la prova, l’ira è sempre diretta

verso qualcuno o un gruppo di persone. Oltre all’ira un altro peccato di incontinenza è la liberalità

eccessiva o l’avarizia, cioè con i beni non bisogna essere troppo avari né troppo prodighi perché in

questo modo si sciupa qualcosa che potrebbe essere impiegato per il bene comune; l’avarizia è

invece l’eccessivo attaccamento ai propri beni personali.

Quindi nella prima parte dell’Inferno vengono puniti i peccatori di incontinenza; nella seconda parte

troviamo invece i violenti che a loro volta sono divisi in tre categorie, i violenti contro sé stessi, cioè

i suicidi perché una persona non ha il diritto di togliere la vita a sé stessa perché la vita gli è stata

donata da qualcun altro e quindi deve essere quel qualcun altro a decidere quando toglierla; i

violenti contro gli altri, cioè chi pecca di omicidio, quindi sono presenti tutti i tiranni sanguinari che

la storia ricorda, ma come mai essi si trovano in una parte così “privilegiata”, mentre nelle zone più

basse ci sono ad esempio i falsificatori di monete? Perché per Dante la vita individuale vale meno

della vita della comunità e se falsifico le monete destabilizzo l’economia dello stato mandandolo in

rovina e questo viene giudicato da Dante più grave dell’omicidio. Vi sono poi i violenti contro

natura che a loro volta si dividono in due categorie afferenti a due diverse qualità di peccato: i

violenti contro natura in senso stretto, cioè i sodomiti, gli omosessuali e i violenti contro Dio, cioè i

bestemmiatori, i blasfemi. Con il 16esimo canto si chiude la parte dedicata ai violenti e il 17esimo

canto è un canto chiave in cui Dante deve fare un salto a causa di una grande voragine: quindi

interviene Gerione, una sorta di mostro che ha il volto di un uomo giusto con il busto di un uomo

pieno di disegni della Cabala, sulle spalle, all’altezza della scapola spuntano delle ali di drago e

dall’ombelico in giù ha il corpo di un drago che termina con la punta di uno scorpione.

Dante è appena uscito dalla cerchia dei violenti, quindi è sconvolto e dalla voragine emerge

lentamente la figura di Gerione, di fronte alla quale egli fa un passo indietro, ma Virgilio lo

rassicura e lo fa salire in groppa a questo mostro e si mette tra Dante e la coda velenosa di Gerione;

Virgilio però non ha corpo, quindi questo rappresenta un gesto d’amore nei confronti del suo

protetto. Gerione quindi lentamente scende e Dante, al buio, comincia a sentire delle urla di dolore e

dei lamenti, ma è sempre tutto buio; poi pian piano gli occhi si abituano al buio e Dante scopre di

essere arrivato all’VII cerchio, quello delle malebolgie. Le malebolgie sono dieci cerchi, le bolgie in

cui i dannati sono coloro che hanno peccato per malizia e i primi che si sono macchiati di frode

sono le puttane e i ruffiani: tra le puttane vi è Taita, mentre tra i ruffiani vi è Anselmo Interminelli

da Lucca che offrì la sorella a un marchese in cambio di cariche politiche e di soldi; la pena dei

ruffiani e delle puttane consiste nell’essere frustati da diavoli che li inseguono. Vi sono poi gli

ipocriti: si tratta di un cerchio in cui Dante vede delle sagome luminose di forma conica, camminare

lentamente; tali sagome sono gli ipocriti che camminano sotto il peso di questo mantello di piombo

che è coperto da un velo d’oro; gli ipocriti camminano su un terreno coperto da corpi inchiodati a

terra che sono i corpi dei generatori di scismi tra cui compare Maometto; questi sono “dilaccati”,

cioè hanno delle aperture nel corpo, sono squartati come hanno squartato la compattezza della

Chiesa cristiana. Vi sono poi i falsificatori di metallo e quelli di monete: la pena comminata ai primi

è quella di avere la scabbia che provoca loro un prurito eterno (in questa parte Dante usa spesso un

lessico comico). Si tratta di una pena fisicamente ributtante, ma vi sono anche pene più “nobili”.

Nei canti 26/27 Dante scende progressivamente verso il centro della terra, la larghezza dei gironi si

restringe, quindi deve scendere fisicamente di grado in grado: all’inizio del 26esimo canto Dante si

affaccia e vede uno spettacolo molto bello, cioè una vallata piena di luci e avvicinandosi si accorge

che queste luci sono in realtà delle fiamme e quindi chiede spiegazioni a Virgilio. Questi dannati

sono i consiglieri fraudolenti e si trovano nelle fiamme perché nel medioevo il consigliere

fraudolento era l’homo linguosus, cioè dalla lingua biforcuta che viene vista da Dante come una

lingua di fuoco all’interno della quale si trova un consigliere fraudolento, ma c’è una lingua in cui

vi sono due personaggi insieme, cioè Ulisse e Diomede perché insieme ordirono l’inganno del

cavallo di Troia. Si tratta di una pena alta perché l’irrispetto per il personaggio ingannato è

consistente; Ulisse è l’uomo che più di ogni altro desidera conoscere, proprio come Dante, ma a

differenza di Dante, Ulisse non aveva la grazia di Dio e quindi si è perso. Nel 27esimo canto

incontriamo un altro personaggio, Guido da Montefeltro: si tratta di un personaggio che Dante

credeva di incontrare in Paradiso perché sapeva che Bonifacio VIII aveva chiesto a lui un favore e

pensava che un favore fatto al papa avesse potuto salvarlo. Il papa doveva infatti conquistare la

rocca di Palestrina, ma la città era assediata da dieci anni e lui non sapeva come fare; Guido era

stato un grande combattente che si era ritirato però a vita privata ad era diventato un domenicano; il

papa quindi chiede aiuto proprio a Guido il quale all’inizio ribatte che non poteva aiutarlo perché

ormai era sulla via della purificazione, ma il papa lo assicura che lo avrebbe assolto da tutti i suoi

peccati e dopo un breve tentennamento Giudo acconsente ad aiutarlo e gli suggerisce di bloccare

tutte le vie che permettevano l’arrivo di viveri e la rocca viene conquistata in poche settimane. Il

papa lo assolve e al momento della morte di Giudo compaiono un angelo e un diavolo loico:

l’angelo cerca di portare via Guido, ma il diavolo gli spiega perché non può portarlo in Paradiso,

cioè non si può assolvere una persona per un peccato che non ha ancora commesso, infatti

Bonifacio lo aveva assolto prima che gli desse il consiglio fraudolento e il pentimento di Guido

c’era stato dopo l’assoluzione. Dante condanna quindi il padre, ma salva il figlio, infatti nel V canto

del Purgatorio Dante incontra Buonconte da Montefeltro che i trova qui perché in vita aveva

combattuto, ma era stato ferito a morte e durante la fuga era caduto in un corso d’acqua, più

precisamente in un affluente dell’Arno; alla sua morte di nuovo erano comparsi un angelo e un

diavolo e questa volta è il diavolo che cerca di portarselo via, ma l’angelo gli spiega che non può

farlo perché la sua ultima parola era stata “Maria”, cioè egli si era affidato alla Madonna e il

pentimento finale fa in modo che l’anima si salvi.

Nei canti 21/22 vediamo la percezione che Dante aveva della sua bravura poetica: si tratta di una

coppia di canti che potremmo definire come una sacra rappresentazione perché vi è un ludus, un

gioco; il 21 e il 22esimo canto sono i canti i cui vengono puniti i barattieri, cioè coloro che avevano

venduto le cariche dello stato per soldi (quindi si erano macchiato di due peccati, quello di

corruzione e di concussione); fra questi vi è Ciampolo di Navarra che è, come gli altri barattieri,

immerso nella pece bollente, quindi ogni tanto queste anime cercavano di uscire da questa pozza,

anche solo con la testa, per prendere un po’ d’aria fresca. Ciampolo era riuscito a uscire per intero,

ma un diavolo l’aveva visto e da dietro l’aveva inforcato; per sfuggire al diavolo Ciampolo gli

promette che se l’avesse lasciato andare avrebbe richiamato con un fischio tutte le anime in modo

che i diavoli avessero tante anime da poter inforcare; il diavolo lo ascolta, ma quando lo lascia

andare egli si ributta subito nella pece. Questo scatena l’ira dei compagni del diavolo che

cominciano a prendersi reciprocamente a forconate. Dante quindi si diverte a creare una

rappresentazione giocosa e non a caso è un grande poeta comico; ma egli è anche un grande poeta

drammatico: nei canti di Ulisse la drammaticità non è così evidente, nei seminatori di discordie

siamo nauseati dalla pena, invece potentemente drammatici sono i canti dei ladri. Qui Dante

cammina sulla sabbia dove schizzano migliaia di serpenti velenosi in mezzo ai quali corrono i corpi

nudi dei ladri nel tentativo di fuggire; quando però il serpente riesce a mordere all’altezza del

polpaccio uno di essi, questi si trasforma in serpente, mentre il serpente riprende forma umana.

Dante scrive che sa che Lucano ha descritto una metamorfosi, ma egli stesso dice di essere più

bravo perché ha saputo descrivere due metamorfosi contemporaneamente; inoltre per tutte le

malebolgie Dante sottolinea la sua capacità di invenzione.

Nell’VIII cerchio sono condannati coloro che hanno peccato contro chi si è fidato di loro, in quanto

la frode colpisce coloro che si fidano; il peccato è quello del tradimento perché il legame di sangue

ti fa avere fiducia e anche quando un uomo politico non mantiene la parola data è tradimento. Vi

sono quattro zone in cui sono puniti i traditori: la Caina, l’Antenora, la Giudecca e il lago di Cocito

che rappresenta la parte più terribile di tutto l’Inferno perché si tratta di una sterminata landa

ghiacciata e confinati in questa landa sono coloro che hanno tradito chi esplicitamente si era fidato

di loro; alcuni di questi sono coperti fino alle gambe, fino al busto, fino alla testa, mentre alcuni

sono coperti fino agli occhi, a seconda della gravità dei peccati. In più Dante ci dice che di un

individuo che si è macchiato di tradimento verso chi esplicitamente si era fidato di lui, la sua anima

piomba direttamente nel lago, mentre il corpo continua a vivere. Al centro di questa landa c’è

Lucifero che aveva tradito la fiducia di Dio che quindi lo aveva scagliato giù dal Paradiso ed era

stata proprio la sua caduta a dare la forma conica all’Inferno che va da Gerusalemme al centro della

terra. Lucifero è colui che permette al lago di rimanere sempre ghiacciato perché ha due ali di drago

che muove lentamente e questo movimento produce un vento che mantiene ghiacciato il lago; egli

ha tre teste ognuna delle quali maciulla i tre massimi traditori, cioè Bruto e Cassio nelle bocche

laterali e Giuda in quella centrale. Dante quindi vede solo il sedere e le gambe che si dibattono

perché il resto del corpo è nella bocca esattamente come si dimenavano i papi simoniaci. Infatti in

questo girone vi erano tante buche in cui il simoniaco cadeva a testa in giù, lanciato da Minosse; in

questi cunicoli si stipano i simoniaci l’ultimo dei quali è Niccolò III che chiede a Dante di parlare

con lui come il prete confessa l’assassino prima che venga ucciso.

Nell’Inferno quindi c’è tutto quello che all’uomo può venire in mente. Nel secondo canto Virgilio

spiega a Dante in dettaglio la strutturazione dell’Inferno e Dante alla fine dello stesso canto

ribadisce quanto aveva già detto nel primo canto (v. 142 silvestro ricorda la selva oscura e indica

come il cammino sia fitto, intricato di rami, spine e pieno di difficoltà).

Il canto terzo è diviso in tre momenti: inizialmente vi è un’epigrafe scritta sul sommo della porta

d’ingresso dell’Inferno; v. 1/2 dolente e dolore formano una figura etimologica; v. 3 perduta

significa senza speranza; v. 4 centrale nell’universo dantesco è il Dio giusto che punisce i colpevoli,

commina le sanzioni e subordina la giustizia alla pietà: si tratta del retaggio del Dio ebraico che è un

Dio giusto, che rispetta la giustizia; v. 5/6 potere (il padre), sapere (lo spirito santo), amore (il

figlio) costituiscono i tre elementi della santissima trinità; v. 8 etterne e etterno sono ripetuti nello

stesso verso e creano un rallentamento, una scansione militaresca del verso, infatti si tratta di due

trisillabi centrali in ogni emistichio; v. 10 la parola oscuro è ripresa e sottolineata dalla parola duro

che indica come quelle parole colpiscano e facciano male.

Importante è il problema del libero arbitrio: v. 14/15 fuori dalla porta dell’Inferno Dante sente i

lamenti e le urla di anime che sono i vili, cioè coloro che non hanno mai voluto prendere delle

decisioni o esporre il proprio punto di vista perché avrebbe potuto essere dannoso. Questi non sono

accettati nell’Inferno, quindi essi corrono nudi in questa landa desolata su un terreno infestato dai

vermi che succhiano loro il sangue che esce da ferite provocate loro dagli insetti e davanti a loro c’è

una bandiera; per loro l’emarginazione è la pena peggiore, quindi invidiano anche le pene più gravi.

Secondo Dante un uomo può vivere una vita degna solo se prende campo, se impara a riconoscere il

bene e il male e a difendere il bene; bisogna prendere delle decisioni, infatti Dio ci ha dato il libero

arbitrio, cioè la capacità di distinguere il bene e il male secondo il nostro intelletto ci ha dato la

possibilità di adattare il nostro comportamento alla nostra scelta. Per Dante quindi non c’è

possibilità di perdono o di comprensione per chi rinuncia al libero arbitrio; la viltà infatti non può

mai essere una cifra di comportamento, ma si può essere individui solo se si compiono delle scelte e

se si ha il coraggio delle proprie idee.

Dante, utilizzando un lessico comico, dal v. 22 fa un elenco delle percezioni sensoriali che ha in

quel momento e proprio in questo verso vediamo il ritmo triadico che Cicerone con le sue opere ha

reso universale. V. 24 Dante piange: egli non si vergogna di piangere o di avere paura perché il

pianto è un segnale di compassione, cioè la capacità di sentire con qualcun altro; ai v. 25/27

troviamo invece un ritmo binario, cioè ci sono due coppie a verso di elementi non omogenei fra

loro; v. 28/30 Dante inizia il procedimento del paragone e della similitudine e in questo caso si

tratta di una similitudine che di solito occupa uno spazio più ampio che il singolo verso. Qui per la

prima volta Dante utilizza un’immagine nota all’interlocutore; v. 31 la paura cinge la testa di Dante

creando un cerchio attorno alla testa. La grandezza di Dante risiede nella sua semplicità, risiede nel

fatto di trovare elementi noti a tutti per spiegare dei concetti profondi e utilizzare il linguaggio come

uno strumento di una semplicità assoluta; il realismo di Dante consiste nel portare la vita quotidiana

in un contesto che quotidiano non è; ci sono molti casi in cui per spiegare come si tengono gli occhi

e le pupille in un momento di luce improvvisa egli racconta che questo avviene come quando il

sarto infila l’ago e Dante procede con questo andamento analogico per tutta la Commedia (è più

difficile raccontare l’universo in termini quotidiani). V. 34/36 misero indica la commiserazione; i

primi vigliacchi furono quegli angeli che, quando dovettero scegliere se schierarsi con Dio o con

Lucifero fecero un passo indietro in attesa di attendere il vincitore e volendosi poi schierare con

Dio, ma furono cacciati dal Paradiso; v. 58/60 chi sia quello di cui parla Dante non si sa: alcuni

parlano di Celestino V, ma egli fu un monaco che venne eletto papa e che non se la sentì perché si

trattava di un peso troppo grosso, quindi doveva trattarsi di qualcun altro, ma in questo verso c’è

una nota dolente perché Dante si chiede perché nessuno in ambito laico contesta il potere del

pontefice. Forse Dante con questo verso voleva indicare tutti coloro che non avevano preso

posizione a difesa della comunità contro chi la danneggiava.

Nel quinto canto vi è il castello nobile del limbo in cui anche Virgilio si trovava prima di essere

chiamato da Beatrice, dove si trovano i grandi poeti; v. 85/90; v. 102 Dante cita i quattro più grandi

poeti dell’antichità di cui il quinto è Virgilio, mentre il sesto è Dante stesso: egli sta dicendo che fra

tutti i poeti della sua epoca e di quella precedente lui è il migliore. Per il quinto canto bisogna

parlare del “De amore” di Andrea Cappellano: egli scrive il suo trattato nel 1185, alla corte di Maria

di Champagne e si tratta di un trattato sulla natura e sulle modalità dell’amore che resterà fino al

600 il trattato più importante sull’amore. Egli parla di quale sia l’effetto dell’amore e dice che

l’amore rende virtuosi (anticipa in questo modo lo stil novo) e rende migliori i costumi, in più ti fa

quasi casto perché se sei innamorato pensi solo a quella persona; quindi l’amore non può albergare

in un cuore vile.

Ma in che modo si acquista l’amore? L’amore si acquista in cinque modi: per bellezza, per bei

costumi, per il saper ben parlare, per la ricchezza e se la donna si concede subito all’amante, ma per

Andrea Cappellano i veri modi con cui si acquista l’amore sono i primi tre.

Scrive Andrea che i principali comandamenti dell’amore sono 13:

1. fuggire come tempesta l’avarizia ed essere largo (Machiavelli nel “Principe” scrive che il

principe deve essere liberale e apparire grande, magnifico: il concetto di liberalità e di

magnificenza che è proprio del mondo cortese, rientra nel primo comandamento, ma

l’amante deve essere liberale anche negli affetti);

2. schifare sopra ogni altra cosa di dire bugia (l’amante non deve mentire perché la menzogna

fa crollare il rapporto di fiducia su cui si basa l’amore);

3. non dire male d’altrui (perchè chi parla male degli altri si mette in cattiva luce, il mal parlare

è una cosa che gli amanti devono rifuggire; quindi, se si ha un animo nobile, non si deve

parlare male nemmeno di presunti rivali né di nessun altro);

4. non mettere in voce gli amanti (cioè non parlare mai dei rapporti amorosi d’altri né del

proprio rapporto d’amore perché l’amore deve essere custodito);

5. non manifestare il tuo amore a più di uno (cioè bisogna comportarsi sempre in modo

decoroso perché se la donna fa la civetta e l’uomo il dongiovanni si rischia di far cadere

l’amore);

6. servare castitade al tuo amante (cioè essere fedeli);

7. non turbare con la tua saputa l’amore altrui che è compiuto (cioè non andare a raccontare in

giro di rapporti finiti sia d’altri sia del proprio alla propria amante; l’uomo deve quindi fare

in modo che l’amante creda che prima di lei ci sia il vuoto, la dimenticanza);

8. non voler amare femina che sia tua parente (nel Medioevo un grave peccato era l’incesto e

anche il rapporto tra cognati veniva considerato incestuoso, infatti il motivo principale per

cui Paolo e Francesca sono all’inferno è che il loro amore viene considerato incestuoso);

9. ubbidire in tutto li comandamenti delle donne (questo non vuol dire fare esattamente quello

che ti viene chiesto, ma andare incontro all’amante, essere amorevoli, ascoltare i desideri

dell’amante);

10. sempre ti pena di voler amare (questo significa che anche nei momenti di bassa, cioè nei

momenti in cui ti senti meno attratto, anche se costa fatica bisogna mostrarsi amorevoli);

11. sia cortese e gentile in tutte le cose (questo è un concetto che passerà nel dolce stil novo);

non distorre di fare sollazzi di amore secondo che vuole la tua amante;

12. e non divergognare di dare e di ricevere sollazzi d’amore (con questi ultimi due

comandamenti Andrea invita l’amante a non tirarsi indietro nel rapporto amoroso, ma di fare

quello che chiede la compagna);

Quindi quale tipo di amore viene prefigurato da Andrea Cappellano? Si tratta di un amore in cui

l’amante deve esercitare ogni forma di virtù per comandare in amore, anche se si prefigura la donna

come domina, come padrona, quindi entrambi sono messi allo stesso livello; quindi la donna è

signora per natura, ma l’amante può diventare signore nel rapporto se segue questi 13

comandamenti. Da qui emerge una concezione in cui l’amore è un dato naturale, supportato e

nutrito da un corretto comportamento, il tutto alla luce della gentilezza, della cortesia e

dell’amorevolezza; nel “Decamerone” di Boccaccio la concezione dell’amore è questa, mentre in

Dante vi è solo qualcosa di questa visione in quanto egli era un amante dell’ortodossia cattolica,

anche se vi sono punti che riguardano la gentilezza, la cortesia, la liberalità e l’amorevolezza. Nel

quinto canto Dante ci fa capire che al vizio di lussuria egli fu certamente “rotto”.

Circa la storia di Abelardo ed Eloisa: Abelardo nasce nel 1078 e morirà nel 1142; egli non è citato

come personaggio nella “Divina commedia”, ma è stato cmq fondamentale. Sappiamo infatti che è

stato il primo filosofo in Europa che diede vita, valore e mise al centro della sua speculazione la

ragione; egli era così bravo che da tutta Europa i più grandi intellettuali andavano a Parigi per

sentire le sue lezioni che teneva nel primo nucleo di quella che sarebbe diventata la Sorbona e che

da fatto venne fondata da Abelardo. Abelardo era bello, aitante e un genio, un innovatore, quindi

diventò ben presto inviso a quei filosofi che prima erano suoi maestri e incappò in Stefano Tempier

che prima dei tempi dell’inquisizione faceva l’inquisitore e che aveva già bruciato alcuni testi di

Tommaso d’Aquino ritenendoli eretici. A 34 anni Abelardo incontra una fanciulla nata nel 1194,

quindi aveva solo 14anni a già a Parigi era nota per la sua bellezza, intelligenza e cultura tanto che

riusciva a tenere testa ai principali allievi della scuola filosofica di Parigi; Abelardo se ne innamora

e chiede a Fulberto, presso il quale l’aveva conosciuta, di poterla educare. Egli a 34 anni era un

chierico, cioè era stato casto fino ad allora e i due scoprono insieme l’amore: a 17 anni Eloisa resta

incinta e Abelardo la spedisce in Inghilterra per proteggerla dove nasce il figlio. Abelardo quindi

chiede alla donna di sposarlo, ma lei rifiuta perché altrimenti non avrebbe più potuto insegnare

filosofia come chierico; di fatto poi il matrimonio segreto avviene, ma Abelardo prega Eloisa di

restare in Inghilterra per proteggerla. Fulberto, che viene detto essere lo zio della ragazza, ma forse

ne era addirittura il padre, temendo che Abelardo voglia disfarsi della ragazza lo evira e per la legge

del taglione anche lui venne evirato. Da qui i due non si videro più per molto tempo, ma si

scambiarono delle lettere, finché non si rividero e il loro amore durò fino al 1142, anno della morte

di Abelardo. Eloisa durante il periodo di lontananza fu anche badessa ed ella scrisse delle lettere in

cui diceva di non essersi dimenticata della bellezza dei momenti passati insieme, anche della

bellezza del rapporto fisico, insomma lei scrive che Abelardo era stato tutto per lei e in questo

Eloisa si mostra capace di più totale sentire.

La storia di Abelardo e Eloisa era nota anche a Dante, come anche la concezione dell’amore che

prende piede a Parigi e che si ritrova in Boezio di Dacia; infatti quando Dante a 20 anni, fa delle

soste frequenti a Bologna dove comincia ad assimilare la poetica dello stil novo in quanto Bologna

era legata a Parigi e da qui questa concezione dell’amore era arrivata subito. Lo stesso Guinizzelli

aveva assimilato qui tutte le norme fondamentali dello stil novo come quella del cuore gentile e del

fatto che l’amore per la donna porta alla virtù, quindi le norme dello stil novo vengono da Parigi.

Questo amore che travolge in maniera assoluta Paolo e Francesca ricalca un po’ la storia di

Abelardo e Eloisa; nel canto V Dante ha appena lasciato il limbo in cui aveva dichiarato che la sua

arte e la sua poesia erano altrettanto grandi come quelle dei maggiori poeti dell’antichità.

Il canto quinto ha come cifra costitutiva quella del dialogo: all’inizio del canto compaiono Minosse

e due pellegrini; Minosse era il re di Creta, quindi non era un personaggio mostruoso, ma lo era il

Minotauro di cui Minosse qui prende la forma, infatti si tratta di un mostro per metà umano e per

metà toro; egli poi ha una coda con la quale scaglia i dannati nel proprio girone (v. 4 allitterazione

della r e la parola chiave è “ringhia”); l’assumere un mostro come giudice ha la funzione di

terrorizzare i dannati prima del giudizio: si tratta del mostro che costituisce l’esecutore della volontà

divina. Non appena ci viene presentata questa scena subito abbiamo poi il primo dialogo in cui

Minosse, come farà Catone nel Purgatorio, dice a Dante di stare attento a dov’è e di rispettare le

regole (anche Catone nel Purgatorio si presenta come custode della legge): quindi il fatti di dover

rispettare la lex, il λογος, la norma è ciò che Dante mette all’inizio della narrazione e poi di quella

degli altri canti.

Al v. 21 pur può indicare sia la continuazione, la ripetizione dell’azione, può voler dire anche o

benché con valore concessivo; v. 22 fatale primo perché è voluto dal fato, secondo perché è il

cammino che compierà il destino di Dante; v. 23 questo significa che l’ha deciso Dio, cioè colui che

emette la regola; v. 25 note sono i suoni, ma anche le parole in versi e con questo aggettivo Dante

vuole sottolineare come i suoi versi raccontino il dolore; v. 26 farmisi cioè farsi sentire attraverso

me che scrivo questo poema; v. 29 similitudine: il mugghia si affianca al ringhia ed entrambi sono

termini del lessico comune, comico di Dante; la comparazione è riferita al sonoro, poi segue il

visivo, v. 31 e poi ancora il sonoro, v. 34: in tre terzine Dante allinea suono/immagine/suono.

V. 39 Abelardo distingue tra il vizio e il peccato e anche se Dante non condivideva appieno la sua

visione, essa ogni tanto trapela; secondo Abelardo il vizio era la tendenza a fare qualcosa di

condannabile, mentre il peccato era l’atto con cui si dava corpo a questa tendenza, ma per essere un

peccato non basta questo atto, ma ci deve essere l’intenzione esplicita di violare la regola; quindi vi

è una differenza tra il commettere un peccato con la volontà di fare del male e il commettere un atto

peccaminoso credendo che sia una cosa buona. La posizione di Dante è che se la regola è quella,

cmq bisogna rispettarla, ma ogni tanto tale divisione è labile anche in Dante.

V. 40 si tratta della prima di quelle similitudini con gli uccelli che sono centrali nel canto; le

similitudini sono una di seguito all’altra e questo è un procedimento insolito nella Commedia.

Dante quindi, all’inizio della descrizione, prima di passare a raccontare chi c’è nella bufera ci

presenta due similitudini dove gli “stornei” stanno per l’amore giocoso, giovanile, che non ha fine,

che ha risposta positiva, mentre le gru indicano l’amore dolore, l’amore non corrisposto, che crea

lacerazione ed è l’amore dell’abbandono. Dopo le similitudini Dante chiede chi sono quelle anime

che la bufera infernale castiga in quel modo e segue un lungo elenco in cui i personaggi storici

hanno lo stesso valore di quelli letterari e qui entra in gioco Abelardo. Tra l’XI e il XII sec in

filosofia si dibatteva sul problema degli universali, cioè una sorta di contenitori, presenti nella

mente, in cui io metto i singoli oggetti e posso avvicinarli poi ad atri oggetti: Roscellino diceva che

gli universali altro non erano che flatus vocis, cioè erano solo dei nomi che mi servono

grammaticalmente per comunicare; secondo altri gli universali erano contenitori, ma erano cose con

una sostanza. Abelardo sosteneva invece che gli universali non erano né entità fisicamente tangibili,

né pure voci, ma delle immagini che abbiamo nella nostra mente, come delle silhouette e se

un’immagine appartiene a quella silhouette allora poso ricondurla a una categoria. Questa visione

venne poi fatta propria da Dante, quindi non importa se il personaggio che cita è un personaggio

letterario o realmente esistito perché tutti rimandano alla stessa immagine e quindi allo stesso

universale.

Dante guarda questa lunga schiera e poi capiamo quello che sta guardando solo dalle sue parole, v.

73: Dante infatti adotta diverse tecniche di narrazione, a volte indica cosa vede e poi chiede

spiegazione a Virgilio, altre volte vede una cosa, ma il lettore non sa bene ancora cosa ha visto.

Quindi vi sono vari modi di narrare, quello classico per cui si raccontano le caratteristiche dei

personaggi e poi si fanno parlare oppure un altro modo è quello di far parlare prima i personaggi e

poi dire qualcosa di loro; Virgilio in qualche modo era stato introdotto prima, invece l’ingresso di

Farinata degli Uberti nel X canto è un ingresso di taglio, infatti Dante sta parlando con Virgilio in

una landa cupa e silenziosa, quando si sente la voce di Farinata e in questo caso il personaggio non

era stato né introdotto né preannunciato. Invece nel quinto canto i personaggi vengono prima

introdotti; v. 74 insieme: sappiamo che la peggiore condanna è la solitudine, la privazione della

presenza di Dio e della speranza di poterlo raggiungere, quindi ogni dannato è solo e tutti i dannati

sono l’un contro l’altro armati. Paolo e Francesca sono gli unici dannati che stanno insieme (anche

nel canto di Ugolino i due dannati stanno insieme, ma si tratta di una situazione diversa). Dante,

rivolgendosi alle due anime (v. 80/81) non ordina, prega e questo già indica come la cifra del

dialogo sarà gentile; poi vi è una similitudine; v. 86/87 vi è una contrapposizione potente tra aere

maligno e affettuoso grido e questo contrasto sottolinea la qualità del personaggio che sta per

parlare, cioè Francesca. Francese è l’intellettuale di provincia, colei che per prima parlerà di poetica

amorosa esplicitamente e si rivolge a Dante in modo cortese: nel discorso vediamo un’alternanza di

elementi positivi e negativi (grazioso/benigno, aere perso/sanguinoso, pace/male perverso). La

memoria terrena di Francesca è ancora presente in Francesca. Auerbach sostiene che lo strumento di

lettura è la figura che secondo lui è stata messa a punto nei primi anni della diffusione del

cristianesimo per cercare di spiegare l’Antico e il Nuovo Testamento ai pagani; Auerbach mette a

punto la figura a proposito della “Divina Commedia” e la figura è un personaggio che mantiene nel

mondo dell’aldilà le stesse caratteristiche comportamentali che aveva nel mondo terreno e questo

rimanda al concetto cristiano che la vita terrena è un segmento transeunte, transitorio che trova il

suo compimento nell’aldilà. Dante quindi fa mantenere nell’aldilà le caratteristiche peculiari che

l’individuo aveva nel mondo terreno: il mondo dell’aldilà rappresenta la fine del percorso, cioè la

nostra vita che dura un soffio si compie nell’aldilà dove i personaggi che compiono il loro percorso

sono memori di quanto hanno fatto sulla terra. Francesca è una potente figura e mentine la stessa

gentilezza, cortesia e cultura che aveva in vita. Nel 1275 Francesca da Polenta viene maritata a un

Malatesta: il padre di Francesca vuole questo matrimonio perché era minacciato dai vicini e i

Malatesta erano potenti e potevano proteggerlo; tuttavia un suo consigliere anziano gli consiglia di

non maritare Francesca in quanto ancora giovane e bella, ma il padre non sente ragioni. Il giorno del

matrimonio Paolo va a prendere Francesca che, credendo che quello fosse il suo promesso, si

innamora perdutamente di lui; in realtà Francesca scopre l’inganno il giorno dopo, ma ormai era

troppo tardi; Francesca ebbe una figlia e nel 1284 morì: dal matrimonio sono passati nove anni in

cui ella ha avuto una relazione con Paolo che a sua volta si era sposato. Dante ha bisogno di questa

storia che suscita compassione perché alla fine Francesca era stata portata a forza a Rimini per il

matrimonio, ma Dante trasfigura questo personaggio inventando che sia una persona colta, di

lettere, cioè le attribuisce delle qualità che probabilmente non aveva; tuttavia Francesca ha

sicuramente un'altra qualità, cioè ella si innamora follemente di un uomo per cui poi muore.

Francesca, appena comincia a raccontare la sua storia dice di essere nata in Romagna, ma poi vi è

un forte iato, infatti si interrompe e segue la triplice terzina che fa di lei la testimone più gentile

dello stil novo: ella infatti non racconta la sua storia, ma parla d’Amore (che è personificato) in

generale e esordisce con un enunciato teorico, cioè sottolinea come Amore si attacca rapidamente al

cuore dell’amante, come l’amante ancora si risente perchè non ha potuto continuare la sua storia

amorosa e il v. 103 è uno dei più complicati della Commedia. Qui Dante dice che l’Amore è una

forza così potente che quando una persona entra nell’area in cui Amore esercita il proprio potere,

questa persona non può non rimanerne scossa, cioè se una persona si avvicina a un'altra persona che

è innamorata davvero, la prima non può rimanerne indifferente e questo porta tale persona ad amare

a sua volta. Dopo il racconto di Francesca il turbamento di Dante è immediato e china la testa;

Virgilio allora gli chiede a cosa sta pensando e Dante ci fa capire dalle sue parole (v. 112) che gli

interessa meno che abbiano peccato, mentre gli interessa più quale forza li ha posseduti. Quindi

dante chiede a Francesca come si siano innamorati e come siano morti e Francesca non risponde

subito, ma prima ella sottolinea come la memoria della gioia passata fa male perché fa pesare

ancora di più la propria decadenza; v. 123 tuo dottore: è rara questa collisione tra due personaggi;

Francesca facendo riferimento a Virgilio parla di quando lui aveva ancora la speranza di arrivare al

suo Dio pagano, ma venne riportato alla realtà quando giunse al limbo venendo così privato della

presenza di Dio. Dal v. 127 il racconto di Francesca è fatto in maniera lineare: qui si instaura un

rapporto stretto tra letteratura e amore, infatti l’amore spinge a leggere e la lettura spinge all’amore;

v. 137 Galeotto è un personaggio del ciclo bretone, quindi era uno dei cavalieri della tavola rotonda

che ebbe poi un proprio ciclo personale. In questi versi la letteratura assume un valore assoluto,

infatti se non avessero mai letto insieme quel testo forse non sarebbe mai sbocciato l’amore; quindi

qui vediamo come la parola crea dei mondi, causa delle forti emozioni.

V. 140 mentre Francesca parla Paolo piange senza dire nulla e il racconto è così emozionante che

Dante è sopraffatto dall’emozione e perde conoscenza: le perdite di conoscenza nella Commedia

vogliono rimandare a riti iniziatici per cui si perde conoscenza per diventare qualcosa d’altro.

Nella seconda metà dell’800 F. De Sanctis sia nella sua “Storia della letteratura”, sia nelle opere più

specifiche, procede, analizzando la “Divina Commedia” per campioni, cioè i grandi personaggi di

Dante. Il VI canto, quello dei golosi che come pena, sono cacciati nel brago dove di solito si

muovono i maiali, prevede la presenza di un personaggio nei confronti del quale Dante si comporta

con assoluto disprezzo, cioè Ciacco dell’Angiullaria, che per tutta la vita è stato dominato dalla

voglia smodata di cibo; Dante è invece un uomo che rifugge da qualsiasi eccesso dettato dagli

impulsi fisici.

Nella Commedia ci sono ogni tanto canti che svolgono la funzione di cerniera, cioè canti in cui, tra

le varie tipologie di peccato, c’è una stasi, una pausa o un silenzio e un esempio di canto simile è il

X canto, quello degli avari e dei prodighi, la cui pena è quella di dover spingere enormi massi in

cima a una collina e nel frattempo si insultano bestemmiando; nel X canto Dante, frastornato dalle

urla, dalle strida, arriva a una zona silenziosa, dove non vi è alcun rumore e vede delle arche

apparentemente fredde, ma che in realtà sono roventi e in queste sono condannati gli eretici. Gli

eretici sono per Dante coloro che non credono alla immortalità dell’anima, quindi egli per eresia

intende un’adesione non completa alla teologia cattolica; qui Dante inserisce due personaggi a cui è

profondamente legato, un politico e un poeta: il politico è Farinata degli Uberti che apparteneva a

una famiglia ghibellina (i ghibellini erano scomparsi proprio con la scomparsa della famiglia degli

Uberti e di Farinata) a cui Dante, che non condivideva quasi niente del modo di vedere la politica di

Farinata, per l’altezza dell’intelletto e dell’anima, porge omaggio; questo gesto indica che in

politica sarebbe bene che ognuno avesse rispetto per gli altri. Il fatto che colloca Farinata in un

posto in cui la pena non si vede è un modo di riconoscere l’altezza del personaggio.

Il poeta è Cavalcante de Cavalcanti che, non appena vede Dante gli chiede del figlio: si tratta di un

modo per indicare che quella sarà la pena di Guido dopo la morte e questo rappresenta un altro

segno di rispetto per un uomo che non poteva essere salvato, ma che cmq non poteva essere messo

in un girone con i delinquenti comuni. Un altro personaggio cui Dante mostra stima e affetto è

Brunetto Latini che viene messo con i sodomiti nel XV canto, ma Dante, che punisce Brunetto per

questa sua modalità esistenziale, mostra attenzione a lui come persona e come letterato. Il canto in

cui sono puniti i sodomiti mostra uno scenario più movimentato: il cerchio esterno è delimitato da

un marciapiede marmoreo su cui si trovano Dante e Virgilio e sotto vi è una distesa di sabbia

rovente su cui corrono nude frotte di anime, che quindi corrono molto veloce e che nel frattempo

devono anche difendersi dal fuoco che cade dal cielo e per questo cercano di ripararsi con le mani.

Dante li guarda per cercare di riconoscere qualcuno che conosce, ma un’anima con il volto sfigurato

dalle fiamme si avvicina a lui e gli chiede se lo riconosce; Dante riconosce il proprio maestro a cui

deve: l’idea di un poema in cui lo scibile umano sia per intero compreso e l’idea di un poema in

versi in cui questa materia fosse presente (tuttavia l’epitome in volgare del “Tresor” era in prosa ed

era il classico manuale che veniva distribuito nelle scuole). Dante quindi nel canto rende omaggio a

un poeta, perché anche se è dannato non perde il carattere che aveva in vita.

Il XVII canto è un altro canto di snodo in cui i due incontrano Gerione e quindi passano dal cerchio

dei sodomiti a quello delle malebolgie in cui non troviamo un personaggio con cui Dante mostra di

avere affinità intellettive e d’affetto, tranne un personaggio che egli non ha conosciuto, presente nel

XXVI canto, cioè Ulisse; un altro personaggio che Dante non ha conosciuto, ma che fa parte della

sua storia è Ugolino della Gherardesca. Circa il XXVI canto Dante arriva con Virgilio in questa

vallata dove si muovono le fiamme in cui si trovano le anime dei consiglieri fraudolenti e Virgilio,

quando Dante chiede di poter parlare con queste anime, dice che esaudirà il suo desiderio, ma a suo

modo, cioè Dante non può parlare, anche perché non sapeva molto bene il greco; quindi è Virgilio

che si rivolge alla fiamma e gli chiede di raccontare la sua storia. Virgilio mostra di sapere tutto e a

volte mostra di sapere meno di quello che realmente sa, ma quando si trovano sulla soglia della città

di Dite, dopo aver attraversato l’area antistante alla porta, quando Virgilio sta per entrare i demoni

lo minacciano di morte, quindi egli torna indietro perché ha paura. Egli quindi mostra di essere

capace più di quanto non mostri e in questo senso il personaggio di Virgilio è umanissimo, infatti

ogni tanto, come tutti gli uomini, falla o perché non ce la fa o perché non ha sufficiente potere.

Ulisse, nella mitologia, è il guerriero che a poco più di 20anni, sposato e dopo aver avuto un figlio,

parte per andare a combattere a Troia; egli è giovanissimo, nonostante sia già saggio e astuto; egli,

una volta raggiunta l’età che ha circa Dante quando inizia il suo viaggio, parte per tornare a Itaca e

ci impiegherà dieci anni. In dieci anni di viaggi egli ha un solo pensiero fisso, quello del ritorno, ma

durante il viaggio si lascia sovente tentare come uomo dal femminino che ha intorno per una sorta

di curiosità che è ben diversa dalla sete di conoscenza che ha l’Ulisse della “Divina Commedia”.

Infatti il personaggio di Ulisse di Dante non ha niente del guerriero della mitologia, ma si tratta di

un uomo che in età avanzata è ancora lì che cerca; egli ha i tratti caratteristici dei navigatori da cui

la gente toscana deriva, mentre questa sorta di desiderio inesausto di andare, scoprire è una

caratteristica della letteratura mediterranea, dei romanzi alessandrini e di “Mille e una notte”; questa

stessa sete di viaggiare per Ulisse diventa sete di conoscenza tout court, cioè egli vuole il sapere in

generale, ma esiste un limite perché la mente non riesce a concepire la nozione di assoluto,

altrimenti impazzisce. Ulisse non impazzisce, ma si perde, infatti egli vuole andare ai confini del

lecito, ma per Dante esiste un limite alla conoscenza, perchè la ragione può arrivare fino a un certo

punto e poi subentra la fede, cioè egli riteneva che dall’alto il sapere ti arrivasse perché qualcuno

dall’alto te lo avesse concesso per sua grazia. Ulisse se ne infischia delle paure e delle proteste dei

suoi compagni e compie il suo ultimo viaggio perché, oltrepassate le colonne d’Ercole, giunti

nell’Atlantico, la nave incappa in un turbine e affonda. Tuttavia sottile e persistente è nel canto il

rispetto e l’ammirazione dell’autore nei confronti di questo personaggio e una sorta di situazione

affatto diversa è quella di Ugolino.

Nel poema vi è la presenza costante di personaggi che costituiscono una sorta di alter ego del Dante

narratore, cioè dei personaggi con cui Dante mostra di avere delle affinità di intelletto, d’animo e di

cultura, nonostante alcuni siano collocati fra i dannati: Farinata è il suo alter ego politico, infatti

hanno in comune che entrambi hanno amato Firenze più di ogni altra cosa (entrambi si erano

opposti alla presa e alla devastazione di Firenze); quindi Dante costruisce un personaggio e

contemporaneamente costruisce il suo personaggio, cioè Dante per costruire il personaggio del

narratore inserisce una serie di personaggi che raccontano il modo in cui Dante sente l’amore

(Francesca), il modo in cui sente di doversi muovere in politica all’interno della città (Farinata),

mentre Brunetto Latini rappresenta il maestro e la vocazione magistrale che è presente nel poema,

ma soprattutto nel “Convivio”. Ulisse rappresenta il viaggio e anche il viaggio di Dante è un

viaggio verso la conoscenza, un viaggio verso Dio attraverso tutto lo scibile umano; però Ulisse

rappresenta ciò che Dante è e ciò che non è, cioè un avventuriero disattento al fatto che non si

hanno delle guide e non si ha il placet dall’alto senza cui il viaggio non può riuscire. Dante quindi è

cosciente dei propri limiti, mentre Ulisse ha sbagliato perché non aveva fatto i conti con i suoi

limiti. Quindi tutti questi personaggi hanno a che fare con la costruzione del personaggio narratore.

Il canto di Ugolino ci presenta una situazione un po’ diversa, in quanto è sempre una sorta di alter

ego di Dante: si tratta della sottile e disperata storia di un politico cinico e senza scrupoli che fu il

signore di Pisa che, per ambizione smisurata, si alleò con i Visconti che erano i signori di Milano

facendo sposare la figlia a Nino Visconti; poi strinse alleanza politica con i signori di Napoli, infatti

voleva che Pisa fosse il perno politico dell’Italia; quindi Pisa non poté fare a meno di scontrarsi con

la potentissima città di Genova e infatti vi fu una battaglia furibonda vicino allo scoglio della

Melaria, di fronte a Livorno, poco più a sud della foce dell’Arno. Qui la flotta pisana venne

devastata e i genovesi catturarono tutti i maschi dai dieci anni in su delle famiglie maggiorenti di

Pisa, decapitando così la parte maschile delle più importanti famiglie pisane e li rinchiuse nelle

prigioni di Genova dove la maggior parte morì d’inedia. I pisani, che per decenni non si ripresero da

questo evento, accusarono Ugolino di averli venduti a Genova, di aver suggerito il piano della

battaglia e di aver suggerito di portare via tutti i maschi delle famiglie maggiorenti, quindi lo

accusarono di aver distrutto la città; questa è la storia che arriva a Dante e a cui egli mostra di non

credere del tutto. I pisani catturarono quindi Ugolino e lo rinchiusero nella torre della fame con tre

figli e un nipote; in questo caso in Dante c’è un po’ di discrasia perché quando Ugolino era stato

imprigionato aveva circa 80anni, quindi i tre figli erano per certo uomini adulti ultraquarantenni e vi

poteva essere un solo adolescente. Cmq qui Ugolino e i suoi parenti vengono lasciati morire

d’inedia, quindi con una morte lunga e un’agonia disperante.

Ma cosa lega Dante a Ugolino? certo non la sua storia personale, ma il fatto che anche Dante era un

padre, infatti egli aveva quattro figli che, quando viene mandato in esilio, è costretto ad

abbandonare insieme alla moglie e a Firenze la moglie e i figli sono praticamente condannati a

morire d’inedia; sappiamo che almeno tre sopravvissero, Pietro, Iacopo e Beatrice, mentre del

quarto non sappiamo nulla. Lo strazio di Dante padre non compare in nessun altro luogo delle opere

di Dante dove la sua situazione famigliare viene completamente rimossa, tranne che nel XXXIII

canto dove si percepisce che lo strazio di Ugolino è lo strazio di Dante che per anni non saprà più

nulla dei propri figli finché la figlia, suor Beatrice, non lo ritroverà in quel di Romagna e gli rimarrà

affianco fino alla morte.

Nel X canto Cavalcante e Farinata non sono legati solo da affinità di idee, ma anche da un rapporto

di parentela, infatti Bice era il nome della figlia di Cavalcanti che venne data in moglie a Farinata,

quindi Cavalcante era il suocero di Farinata; egli nasce intorno al 1210, si affaccia alla vita politica

intorno al 1240 e muore nel 1273; Dante nasce nel 1265, quindi alla morte di Farinata ha otto anni,

mentre l’ultima cacciata da Firenze di Farinata è del 1266, quindi per un piccolo tratto la storia di

Dante è coeva a quella di Farinata. Canto X (fino v. 72): v. 3 circa l’andamento dei due essi non

camminano uno di fianco all’altro, ma uno dietro l’altro, secondo la modalità dei frati francescani

che camminavano per la strada uno dopo l’altro. Qui vi è la presentazione dei due personaggi fatta

in modo magistrale e i due sono uno l’opposto dell’altro: Dante entra in questa landa dove vi sono

le arche infuocate e chiede a Virgilio che tipo di persone vi siano in queste arche e Virgilio risponde

che si tratta di coloro che hanno creduto alla mortalità dell’anima; v. 14 la filosofia di Epicuro viene

erroneamente indicata con il termine di edonismo, ma essa dovrebbe meglio essere designata con il

termine di eudemonismo, cioè la ricerca della felicità che può essere anche quella spirituale,

intellettuale, ma secondo Epicuro tale ricerca deve avvenire qui e ora (l’edonismo è una

banalizzazione della filosofia epicurea); v. 19/21 Dante si giustifica con Virgilio anche della misura

delle sue parole, quindi esiste un minuetto di etichetta tra Dante e il suo maestro; Dante spesso dice

cose che per noi sono incomprensibili, infatti si scusa se parla tanto o se resta in silenzio. Mentre i

due minuettano interviene con un appellatio Farinata la cui apparizione avviene di taglio; v. 23

parlando onesto significa che Dante parla un buon fiorentino colto, quindi il modo di parlare di

Dante lo qualifica come un fiorentino, come una persona colta che si destreggia con la sua lingua,

ma questo non basta a Farinata che chiede a Dante chi sono i suoi antenati: emerge qui l’alterigia

aristocratica di Farinata che parla solo con i suoi simili. Dante, però all’inizio ha paura (v. 30) e si

avvicina tremante a Virgilio che lo apostrofa dicendogli con l’atteggiamento un po’ divertito, un po’

pieno di compassione del maestro verso l’allievo, “ma girati, che fai?”; v. 34/36 abbiamo una

ipotiposi che è una figura retorica che designa le rappresentazioni di oggetti e di persone tanto

plastiche da essere quasi fisiche; v. 34 viso, sineddoche e metonimia; v. 36 l’alterigia e l’altezza di

Farinata esplodono nella domanda “da chi nasci?”; v. 46/51 Farinata dice che davvero la parte di

Dante è stata avversa alla sua e che per due volte i ghibellini avevano cacciato i guelfi e Dante,

risentito per questa affermazione ricorda che per due volte i guelfi sono però ritornati a Firenze,

mentre i ghibellini non avevano imparato l’arte di tornare in quanto, essendo stati cacciati una volta

non avevano fatto più ritorno. Questo battibecco viene interrotto, infatti quando il pathos diventava

troppo alto veniva interrotto o da un silenzio o da un diversivo, in questo caso è Cavalcante che si

affaccia, alza la testa e in particolare si alzò dalla parte dell’arca che era scoperchiata (v. 52) e che

quindi permetteva una maggiore visibilità. Mentre Farinata si rivolge direttamente a Dante,

quest’anima prima guarda con timore intorno a sé: v. 57 sospecciar è un neologismo dantesco e

significa guardare in modo continuativo e quasi sospettoso; v. 59 per altezza d’ingegno, si tratta di

una captatio benevolentiae e significa che Cavalcanti ha riconosciuto Dante, che sapeva chi era in

terra e quindi sappiamo che Dante a Firenze era già noto; v. 61 Dante risponde a Cavalcanti dicendo

che non è lì da solo per l’altezza del suo ingegno e i versi 62/63 hanno due ipotesi: “colui che

attende là” per qualcuno è Virgilio, per qualcun altro è Dio e questo spiegherebbe il terzo verso

della terzina (v. 63), ma a questo si contrappone l’ipotesi che sia riferito a Virgilio il “colui che

attende là” ; v 61 “Da me stesso non vegno” si tratta di una clausola che rimanda a due cose

differenti: non vengo da solo perché c’è qualcuno che mo fa da guida e non vengo da solo perché

c’è qualcuno che vuole che faccia questo viaggio. Quindi il v. 62 è riferito a Virgilio, il v. 63

significa “forse, cioè se il viaggio avrà buon esito, Dio che il vostro Guido ha negato.

I dannati sono tutti presbiti, cioè vedono bene il futuro remoto, ma mano a mano che gli eventi si

avvicinano vedono sempre più sfocato: Guido morirà di lì a poco, ma Cavalcanti non vede niente e

quindi non lo sa; quando egli si accorge dell’esitazione di Dante si rintana nell’arca e non parlerà

più. Quindi riprende il colloquio con Farinata che gli dice che non passeranno tre lune che Dante

saprà quanto è duro l’esilio, quindi prevede la cacciata e l’esilio di Dante da Firenze.

Nel XIII canto egli incontra Pier delle Vigne: Dante è nella selva dei suicidi, non capisce bene il

paesaggio che ha intorno che è cupo, silenzioso e pieno di sterpi; Dante chiede a Virgilio che cosa

sono quegli sterpi ed egli risponde di provare a strapparne uno, così, quando Dante o lo strappa si

sente un lamento e una voce che gli chiede “perché mi scerpi?”. Si tratta della voce di Pier delle

Vigne che era stato un poeta della scuola siciliana ed era stato il grande consigliere di Federico II;

ma l’invidia aveva mosso l’animo dei cortigiani alla corte, che lo accusarono di tradimento e furono

talmente abili che Federico II lo fece imprigionare con l’accusa di alto tradimento; qui egli si

impicca non tanto per aver perso la propria carica, ma perché deluso dal fatto che l’uomo a cui

aveva dedicato tutta la sua vita, a cui aveva dato tutto, non l’aveva creduto. I suicidi, nel giorno del

giudizio universale nella valle di Giosafat, quando le anime si ricongiungeranno al proprio corpo,

saranno gli unici che avranno il corpo attaccato agli sterpi perché essi con il suicidio avevano

rifiutato il proprio corpo.

Abbiamo parlato di tutta una serie di modalità di fare critica e una di queste faceva riferimento alle

vicende personali dell’autore; nell’Inferno avvertiamo l’urgere di passioni, di collere, di ire di Dante

che sono in relazione alla sua vicenda biografica. Il canto di Ugolino è uno dei canti in cui queste

rabbie, queste collere represse sono presenti e Ugolino è da intendere come alter ego di Dante in

relazione al fatto che Ugolino ha visto morire i suoi tre figli e un nipote sotto i suoi occhi così come

Dante dovette abbandonare al suo destino i figli che avrebbero potuto morire di fame; ma un altro

elemento è la rabbia, la collera, l’indignazione vivamente presente nei confronti di chi ha

condannato Dante a morte e quindi lo ha quindi costretto all’esilio ed è la stessa collera che Ugolino

mostra nei confronti del vescovo Ruggeri; infatti sappiamo che dall’inizio della scrittura della

scrittura della Commedia sono passati pochi anni del suo esilio, in quanto egli iniziò a scrivere la

Commedia nel 1307, quando abbandonò la stesura di qualsiasi altra opera. Ugolino mostra un

desiderio di vendetta, figlia di una rabbia che non riesce ad essere lenita, ma se è vero che Ugolino è

l’artefice primo della pena di Ruggeri, il fatto di rodere la sua testa rappresenta la pena di Ugolino,

non il suo sollievo e questo la dice lunga sul concetto di perdono: i dannati infatti non sanno

perdonare che significa avere la capacità di rimuovere l’oggetto della sofferenza, ma finché una

persona non riesce a perdonare chi le ha fatto del male, questa rimarrà sempre schiava del desiderio

di vendetta; nel caso di Ugolino la sua vendetta è la sua pena e questo rimanda a un nodo centrale

della teologia cristiana, quello del perdono che costituisce il gene della vita, infatti essere in grado

di perdonare rappresenta un buon modo di vita.

Dante entra nello spazio occupato dal lago di Cocito e sa da Virgilio che lì sono puniti i traditori,

cioè coloro che hanno operato con malizia nei confronti di coloro cui avevano dato la propria parola

di essere leali, fedeli; i traditori sono conficcati nel ghiaccio ad altezze diverse e quanto più grave è

stato il loro tradimento, tanto più profondamente sono conficcati nel ghiaccio.

Fine del canto XXXII: v. 125 si tratta della seconda volta il cui troviamo due anime insieme, infatti

già avevamo trovato Paolo e Francesca nel canto V, ma loro due erano insieme per amore; Dante

quindi vede due anime che hanno una posizione in modo che la testa di uno sta sopra a quella

dell’altro e poi si accorge che quello soprastante rode la testa di quello sottostante con la stessa

voracità con cui si divora il pane quando si ha molta fame e poi Dante ricorda un episodio della

mitologia. Analizzando il modo in cui Dante si rivolge a quello che rode dobbiamo dire che mentre

Dante si rivolge a Francesca con un linguaggio cortese, con un atteggiamento attento, educato,

pieno di affetto, invece in questo caso egli usa un lessico comico, familiare e chiede all’anima di

raccontargli chi sia e chi sia colui che sta rodendo in modo che, una volta tornato nel mondo dei

vivi, avrebbe potuto vendicarlo ulteriormente rivelando a tutti la storia del peccato di quello che

stava rodendo e Dante promette che dirà la verità (v. 139 “mi si potesse seccare la lingua se dicessi

una bugia”). Si introduce quindi un personaggio che il lettore comune potrebbe ritenere un

personaggio basso, ma che nella prima metà del XXXIII canto si rivela essere un personaggio

altamente tragico. Quindi vi è una potente discrasia tra la fine del XXXII e la prima parte del

XXXIII e infatti sovente il pathos e la commozione è suscitata dall’inatteso.

Canto XXXIII (fino v. 99): il canto si presta a diversi modi di lettura; la figura di Ugolino è trattata

alternando continuamente lo stile comico a quello tragico con inserzioni della memoria del testo del

V canto; v. 6 l’identificazione con la storia di Francesca si avverte altrettanto potente in questo

canto proprio perché qui vi è la memoria del testo del V canto e infatti Umilino dice Dante vuole

che egli rinnovi il suo dolore che diventerà ancora più acuto in quanto deve ricordarlo, quindi la

memoria viene vista come strumento di sofferenza. Un altro elemento che ricorda Francesca è al v.

9, cioè il parlare piangendo, esternando con una tale passione da far sgorgare le lacrime; al v. 11

vediamo di nuovo il riconoscimento (vedi Farinata), da parte di un personaggio dell’Inferno della

fiorentinità di Dante, cioè il riconoscimento da parte di un dannato che fa sì che questi accetti Dante

come interlocutore; v. 1/3 si tratta di un ipotiposi: Ugolino ha i baffi, la barba e i capelli e si pulisce

la bocca che era piena di sangue e di capelli, nei capelli di colui che rode; v. 7 Dante con queste

parole dice che vuole dare ulteriore infamia al personaggio che sta rodendo; v. 13 Ugolino si

presenta, e non racconta tutta la sua storia che Dante conosceva, ma dice che racconterà ciò che egli

non poteva sapere (v. 19), cioè quello che era successo nella torre: quindi è un racconto di interno.

Già Francesca aveva raccontato cosa era successo tra quattro mura perché era una storia che

nessuno poteva conoscere; non a caso nelle biografie l’invenzione dell’autore si fa sentire nel

privato di cui nessuno sa niente. Ugolino quindi inizia a raccontare la sua agonia che è

preannunciata da un sogno: era parte integrante diffusa nella cultura medioevale che i sogni fossero

forieri di verità; essi infatti chiariscono a te quello che volevi o desideravi, ma che non riuscivi ad

ammettere a te stesso e i sogni più forieri di verità sono quelli che si fanno subito prima di

svegliarsi, all’alba. Quando Ugolino si sveglia si accorge che tutti hanno fatto lo stesso sogno e che

quindi sono turbati, ma cosa c’è nel sogno? Il sogno di Ugolino ha come forma la caccia infernale.

Un monaco francese, Elinando di Nantes predicava nel 200 e predicava di un Dio che era giusto, ma

talmente giusto da essere impietoso; queste sue prediche avevano la finalità di spaventare gli

interlocutori perché non peccassero e soprattutto non peccassero di lussuria e in una di queste

prediche egli aveva raccontato di una caccia infernale di cui Dante si ricorda in questo canto e nel

XIII, quello di Pier delle Vigne e che troviamo anche in una delle novelle di Boccaccio. Si tratta

della storia di un amore adultero, la signora tradisce il marito con un giovane e baldo cavaliere,

finché il marito non lo scopre e li uccide. Elinando però non dice niente sulla sorte del marito che

aveva ucciso la moglie e l’amante, invece la moglie deve correre nuda per l’eternità, inseguita dal

cavaliere a cavallo che quando la raggiunge la trafigge con la lancia e muore; poi questo

inseguimento riprende finché l’amante non la raggiunge di nuovo e la trafigge di nuovo. Quindi la

caccia infernale è la caccia dell’amante che ha come pena quella di dover inseguire la donna e

trafiggerla, quindi il fatto di fare del male costituisce la sua condanna. In Dante questa caccia

infernale che avviene tra le fiamme, diventa però qualcosa di diverso; chi è che corre? Sono le

cagne che nel XIII canto, correndo e latrando rompono gli sterpi che sono i corpi dei suicidi e

inseguono altri suicidi che hanno ancora il corpo, quindi in questo caso l’inseguimento ha un

duplice scopo. Nel sogno di Ugolino vi sono le cagne che inseguono il lupo con i suoi lupicini e

queste cagne rappresentano le tre famiglie pisane (v. 32) che sono quelle che hanno perseguitato e

messo a morte Ugolino; ancora più tragica è la scena del lupo che inseguito dalle cagne potrebbe

salvarsi, ma ha al seguito i lupicini che corrono più piano e quindi si deve fermare per aiutarli e

quindi verrà ucciso; i lupicini sono i primi che verranno uccisi, feriti dai morsi delle cagne e infatti

sono i figli di Ugolino i primi a morire. V. 28/36 vi è il contenuto del sogno e la prefigurazione di

quello che accadrà di lì a poco; Ugolino si sveglia e sente piangere i figli addormentati per la fame e

qui si ha una pausa in cui egli dice v. 42. Qualche critico sostiene che Ugolino diventò antropofago

e che mangiò i figli; questi critici per sostenere questa tesi si attaccano al v. 75: dopo il sogno

Ugolino sente chiudere a chiave la porta della torre e capisce che essi sono condannati a morire di

fame; passano i giorni e i piccoli muoiono uno ad uno; v. 55 Ugolino vede i volti scavati i coloro

che ha intorno e si morde le mani per soffocare un urlo di dolore perché non voleva turbare chi

aveva intorno, ma un piccolo equivoca questo gesto e gli dice che avrebbe potuto mangiare i loro

corpi; da qui alcuni critici sostengono che Ugolino mangiò i suoi figli. Egli era sopravvissuto di più

perché era vecchio, mentre i giovani muoiono prima di fame per una questione di diverso

metabolismo; v. 73 ai crampi della fame subentra la cecità e v. 75 Ugolino dice che più che la

sofferenza fu il digiuno a portarlo alla morte. Dopo la terzina di cerniera in cui Ugolino termina di

parlare e torna al suo lavoro eterno, esplode una delle invettive più celebri della Commedia; la voce

che pronuncia le invettive è quella del narratore che vuole la pace, la giustizia, che è antipapale e

anticlericale. Dante se la prende con i personaggi storici come Bonifacio VIII perché rappresenta

l’emblema della Chiesa corrotta che gli risulta inaccettabile; se la prende con un imperatore,

Alberto tedesco a cui dice che, anziché restare in Germania, dovrebbe tornare a Roma che ormai è

diventata un bordello; se la prende con una serie di personaggi fiorentini, infatti non c’è quasi canto

dell’Inferno in cui egli non se la prenda con il popolino fiorentino; se la prende con intere città

come Firenze, Lucca, Pistoia, Siena perché esse avevano fatto delle cose di volta in volta

inaccettabili; c’è un’invettiva in cui Dante esordisce con un’invettiva disperata e rabbiosa che poi si

muta in sarcasmo (“…e per lo Inferno il tuo nome si spande”); si tratta del modo che egli ha per

vendicarsi della sua città, infatti non c’è canto in cui non ci sia un fiorentino. Il punto centrale

dell’invettiva del canto XXXIII è che ci deve essere una giustizia nel comminare le sanzioni e che

la pena non può essere sproporzionata al peccato; v. 88/90 innocenti in realtà lo erano poco perché

almeno tre di loro erano ultraquarantenni, ma si piange di più per un fanciullo che muore

ingiustamente. Nella Tolomea, dove sono conficcati i traditori vi sono due personaggi che sono

presenti alla metà del canto e che sono frate Alberigo dei Manfredi e Branca Doria e che hanno

ucciso a tradimento alla termine del pranzo (Tolomeo era il governatore di una zona della giudea

che aveva invitato a pranzo il suocero e i due figli, ma alla fine del pranzo per odio e per la volontà i

ereditare tutti i beni del suocero egli lo fece uccidere con i due figli). Alla fine del canto XXXIII c’è

una piccola invettiva contro Genova (v. 151); la Tolomea è l’unico luogo in cui l’anima arriva

subito dopo aver commesso il peccato di tradimento, mentre il corpo è ancora in vita.

Nell’Inferno non troviamo città che si salvi perché la cifra usuale di comportamento al tempo di

Dante è la discordia intestina sia nelle singole città sia fra i comuni.

Dante, procedendo il suo cammino si trova davanti l’ultima potente immagine, quella di Lucifero

descritto come mostro a tre teste che maciulla in ognuna delle fauci i tre grandi traditori; v. 28

ipotiposi, Lucifero è il sovrano del regno del male; v. 28 ha la stessa postura di Farinata e in più

Dante dice che c’è più vicinanza tra la sua statura e quella di un gigante rispetto a un gigante e le

braccia del mostro che quindi era enorme. V. 36 il peccato d’orgoglio si paga con la dannazione

eterna; v. 41 le tre teste sono collegate alla base del collo che è il tronco comune e sono di colori

diversi; v. 47 e 49 i paragoni continuano perché Dante ha bisogno di spiegare al lettore la

straordinaria grandezza di Lucifero; v. 51 Dante spiega che il Cocito rimaneva ghiacciato grazie al

movimento meccanico delle ali di Lucifero; v. 54 il pianto e la sanguinosa bava ricordano gli

ignavi. V. 69 la visione dell’Inferno è al termine e Dante viene preso in braccio da Virgilio che si

gira su sé stesso di 180gradi e si infila in un cunicolo stretto da cui lo porta a vedere le stelle; v. 133

vediamo questa immagine dell’uscire dal nero cunicolo e del rivedere le stelle (questo ricorda la

novella di Pirandello “Paulo scopre le stelle”, cioè la storia di un piccolo caruso che non ha mai

visto la luna perché ha sempre lavorato in miniera, ma un giorno esce prima del tramonto e quando

scopre la luna gli si apre un mondo nuovo).

Da qui in poi entriamo in un mondo nuovo dove tutti i suoni e i colori sono diversi; nell’Inferno i

colori sono il nero, l’antracite, cioè il ferrigno e il rosso, invece i colori del Purgatorio diventano

colori pastello che vanno dall’azzurro che incontriamo all’inizio del Purgatorio al marrone al bianco

variegato dei vari cerchi fino al grigio che è presente in vari cerchi fino ad arrivare al XXVII canto

da cui ha inizio il Paradiso terrestre; quindi dal XXVII al XXXIII canto lo scenario sarà diverso,

infatti troviamo l’erbe fresca, i ruscelli, gli uccelli e giovani donne che cantano; il Paradiso terrestre

fissa il canone di quel paesaggio dell’idillio che fu diffusissimo nel romanticismo (vedi lo Iacopo

Hortis). Nell’Inferno i suoni erano i sospiri, le grida, gli alti guai, e qui non incontriamo più le voci

dell’Inferno che erano voci stridenti, individuali, perché a questo individualismo si sostituisce il

coro per cui Dante sente le anime dell’oltretomba parlare insieme e le sente cantare. La musica

irrompe potentemente nella “Divina Commedia” con il secondo canto del Purgatorio dove Dante

incontra un suo amico, Casella, cioè colui che aveva musicato le canzoni del “Convivio” e la

musica fa questo effetto: quando le anime muoiono si radunano tutte alla foce del Tevere da cui la

nave dell’angelo nocchiero fa la spola tra la riva e il Purgatorio dove li accoglie Catone che, come

aveva fatto Minosse nell’Inferno, indica alle anime dove andare; c’è un momento di tensione

narrativa quando Casella riconosce Dante e lui prova per tre volte ad abbracciarlo senza riuscirci e

quindi gli chiede di cantare una canzone e Casella inizia a cantare una canzone; la musica è tale che

tutte le anime si fermano e la nostalgia della vita appena passata è così forte che le anime non

riescono a muoversi; arriverà poi Catone a rompere l’incanto.

Vi è uno stato d’animo che gli inglesi chiamano spleen che costituisce una sorta di mescolanza tra

la malinconia e lo struggimento ed è uno fra i momenti più intensi che l’uomo possa provare e che

come stile risponde a quello della elegia; si tratta di uno stato d’animo intermedio che corrisponde

allo stato d’animo del personaggio Dante nel Purgatorio ed è anche lo stato d’animo più frequente

nelle anime del Purgatorio. Nell’Inferno Dante aveva incontrato figure mosse dall’ira, da rabbie, da

rancori, rimpianti e grandi dolori, quindi lo stile adottato era quello tragico e comico, quasi mai

elegiaco; nel Purgatorio si ha lo stato d’animo proprio di chi sta per lasciare la propria casa e non

riesce ad allontanarsene, di chi sta per arrivare in un luogo che non conosce, a cui aspira ad arrivare,

ma di cui ha paura. Dante uscendo dall’Inferno torna a vedere le stelle, sconvolto perché l’empatia

con i dannati era stata frequente, e si avvicina ad una montagna fino ad arrivare ad una spiaggia.

Dobbiamo dire che il Purgatorio come luogo, non era mai stato descritto prima, quindi Dante se lo

inventa: infatti si era parlato di Paradiso, di Infermo, si parlava anche di un momento di passaggio

in cui ci i lavava dai peccati terreni, ma non si era mai parlato di Purgatorio; quindi Dante ha un

terreno vergine e crea il Purgatorio come la fotocopia rovesciata dell’Inferno, infatti esso prende

forma esattamente come l’Inferno nel momento in cui Lucifero viene scagliato giù dal Paradiso.

Il Purgatorio assume la forma di una grande montagna che si erge nell’oceano Atlantico, dall’altra

parte di Gerusalemme. Nel Purgatorio viene rappresentato un momento che coincide con

l’allontanamento da tutto ciò che si è amato per raggiungere una zona ignota, infatti le anime

quando arrivano sulla spiaggia dell’antipurgatorio hanno paura ed è lo stesso sentimento che

provavano le fanciulle quando lasciavano la casa materna per trasferirsi in quella del marito.

Tutte le anime destinate al Purgatorio si radunano su una spiaggia alla foce del Tevere da cui

l’angelo nocchiero con la sua navicella fa da spola fino al Purgatorio vero e proprio. Sulla spiaggia

dell’antipurgatorio si trova un personaggio che, come Minosse è stato collocato all’inizio

dell’Inferno, anch’egli viene collocato all’inizio del Purgatorio, cioè Catone; ma come mai Dante

mette un personaggio che si è ribellato all’autorità di Cesare all’inizio del Purgatorio? Il

personaggio di Catone costituisce la somma di due personaggi diversi che sono Catone l’Uticense e

Catone il censore, ma il personaggio del Purgatorio rimanda al primo di essi, cioè colui che era stato

esiliato da Cesare e che si era ribellato alla sua autorità (egli si uccide per sottrarsi al potere invasivo

di Cesare), quindi si era ribellato all’autorità civile, ma non solo perché con il suicidio si era

ribellato alle leggi prescritte dalle divinità, quindi si tratta di una persona che per due volte si era

ribellata alle autorità. Dante è tutto sommato rispettoso delle leggi, ma ammette sempre uno smacco

soprattutto per le persone che hanno dimostrato un animo alto. Un bene che Dante ritiene il più

prezioso è quello della libertà e per lui la prima libertà è quella di poter scegliere il proprio destino

all’interno di un percorso che porti verso il bene assoluto che per Dante è Dio; la libertà cioè non è

fare ciò che ci piace o ergere sé stessi al di sopra di tutto, ma libertà è muoversi per il

raggiungimento di un bene proprio e comune. Si tratta di un moto armonioso e il bene collettivo

deve coincidere con quello individuale che a sua volta deve coincidere con il bene assoluto.

Catone rappresenta il campione della libertà perché nel momento in cui Cesare si è comportato da

tiranno, privando la città della propria libertà, egli si è eretto come figura che con il suicidio (Catone

si suicida nel 46 aC) ha protestato contro questa tirannia e quindi Dante lo mette all’inizio del

Purgatorio come garante delle leggi.

Dante, all’inizio del canto è accanto a Virgilio, ma non sa cosa lo aspetta e uno degli stati d’animo

più frequenti è la stupefazione e il timore. Il primo canto è abbastanza complicato: qui troviamo la

canonica invocazione agli dei perché aiutino il poeta a scrivere un tema alto; era solito infatti,

all’inizio delle opere poetiche porre un invocazione agli dei o alle Muse perché si teme che la

propria forza non basti. Però è curioso che un cristiano si rivolga alle divinità pagane, ma qui

possiamo intendere le Muse come l’intelligenza divina. V. 2 vi è una grande metafora in cui

l’ingegno viene paragonato a una navicella; v. 3 un mare sì crudele indica l’Inferno, mentre poi dice

che ora parlerà del Purgatorio, cioè dove l’anima umana si purga. Quindi nelle prime due terzine

Dante indica la materia della seconda cantica; v. 7 la poesia dei morti resurga riferisce all’Inferno,

poi vi è l’invocazione alle Muse e in particolare a Calliope che era la Musa della poesia; v. 10

seguitando significa accompagnando il mio canto con il suo suono che ha fatto sì che le povere

Piche siano diventate quello che sono. Quindi nella terza e quarta terzina vi sono l’invocazione e la

descrizione dell’ora e del paesaggio (v. 13/27,30): sono le sei del mattino, è l’alba e Dante, come

all’inizio dell’Inferno, inizia a raccontare con lo spuntar del sole, ma nella descrizione all’inizio del

Purgatorio assistiamo al dispiegamento assoluto del registro elegiaco; v. 13 si tratta di un colore

azzurro chiaro; v. 15 mezzo è lo spazio che va dall’occhio umano fino al punto più lontano che

l’occhio può raggiungere, cioè fino all’orizzonte: qui Dante sta dicendo che per quanto potesse

scorrere con gli occhi e guardare lontano il cielo era tutto azzurro limpido e che questo colore dava

piacere ai suoi occhi, in quanto era appena uscito dall’Inferno. Dante in queste terzine utilizza dei

verbi che nessuno ha più utilizzato dopo di lui: v. 19 egli scrive che Venere illuminava in modo che

la sua luce desse gioia a tutta quella parte del cielo che poteva vedere e rider è insieme una metafora

e una personificazione ed è un verbo che da la misura di quello che Dante vede e di quello che ciò

che vede, provoca dentro di lui. Poi vede la costellazione dei Pesci e le quattro stelle che prima di

lui nessuno aveva mai visto, stelle che rappresentano le virtù cardinali; v. 25 goder indica la gioia

che non solo la vista da al soggetto che la percepisce, m anche che da al cielo stesso: Dante riesce a

cogliere al di là della superficie l’essenza delle cose con una semplicità assoluta; v. 27 la parte

settentrionale del cielo che non può vedere le stelle è meno felice.

La vista delle stelle riempie Dante di un’emozione intensa e quando allontana lo sguardo dalle stelle

vede un vecchio (Catone ha 48 anni quando si suicida) solo: Catone è quindi un personaggio

autorevole fin dalla sua presentazione, infatti egli si presenta vestito di una lunga veste bianca e di

una barba divisa in due liste che gli scendono sul petto; la barba divisa in due liste rimanda alla

rappresentazione di Dio in diversi luoghi, quindi la sua figura rimanda all’autorevolezza assoluta,

così come il fatto che Dante vede dietro di lui quattro luci sante che irradiano dalla sua testa

rimanda alla rappresentazione di Dio, ma Dante aggiunge che le luci al tempo stesso illuminavano

anche il suo viso in modo che sembrasse che il solo illuminasse il suo viso. Quindi Catone arriva

glorioso d’aspetto e circondato di luci: Dante all’inizio non sa chi è, ma il suo ingresso non avviene

di taglio, infatti nessuno lo presenta, ma il personaggio comincia a parlare e il dialogo è basato su

una sequenza di interrogazioni. V. 41 il primo segnale che il contesto del canto è la libertà è il

riferimento al termine prigione che rappresenta la privazione della libertà, infatti essere dannati

significa non essere liberi, cioè non poter raggiungere il sommo bene; v. 42 movendo quelle oneste

piume, cioè scuotendo la testa; nel dialogo di Catone emerge quella differenza di colori tra l’Inferno

e il Purgatorio. V. 46 Catone si chiede se a tal punto sono state infrante le regole dell’Inferno o se

sono cambiati i decreti celesti per cui, pur essendo dannati Dante e Virgilio giungono nel suo

territorio; v. 49 Virgilio spinge verso il basso Dante, cioè lo invita a inginocchiarsi in atteggiamento

reverente, quindi gli indica come comportarsi; questo conferma come ci sia un rituale da seguire,

pena la perdita della strada per raggiungere Dio. V. 52 Virgilio prende la parola e spiega a Catone

perché sono qui e prima di tutto dice che Dante non è ancora morto e dal v. 69 egli inizia una

captatio benevolentiae, solo che questa volta Virgilio va un po’ fuori misura, è eccessivamente

lezioso nella sua captatio benevolentiae che dura troppo a lungo e quindi Catone lo rimprovererà.

V. 70 vediamo l’uso di un lessico cortese di cui aveva già fatto sfoggio Francesca; v. 71/72 Foscolo

utilizza gli stessi versi nell’epigrafe di Iacopo Hortis, infatti egli non poteva più vivere non solo

perché Teresa era stata promessa ad un altro, ma Iacopo decide di uccidersi dopo la morte

dell’ultimo individuo di cui conosceva l’onestà e che faceva politica; ora, dopo la sua morte, in

politica non c’era più nessuno che potesse garantire la libertà e per questo si suicida; anche per Saul,

nella tragedia dell’Alfieri, il suicidio è il supremo atto di rifiuto e di ribellione verso Dio; non per

questo motivo si era ucciso Catone.

V. 79/81 prosegue la captatio benevolentiae e Virgilio dice che se Catone li farà passare, quando

tornerà nel limbo racconterà a Marzia, che era stata sua moglie, del suo comportamento generoso.

In queste terzine emerge lo spleen: v. 85 Marzia viene messa in una posizione dominante all’inizio

del verso e Catone dice che l’ha amata molto, ma ora che si trova nel limbo tutto ciò che elle pensa

e prova non lo tocca, in vista di quelle leggi che bisogna rispettare una volta morti.

Questo però contraddice quanto le anime del Purgatorio continuano a chiedere a Dante, cioè gli

chiedono di far sì di essere ricordate dalle persone che hanno amato; ma in questo caso Marzia è

morta e quindi non è più in grado di agire in virtù del libero arbitrio.

In più noi sappiamo che le anime del Purgatorio sono condannate a scontare delle pene diverse

(curioso è il fatto che ci sia un tempo dove il tempo non c’è), ma come si può spiegare che le anime

chiedono a Dante di farli ricordare alle persone che hanno amato in terra in modo che queste

preghino per loro, riducendo così la pena? Sappiamo infatti che Dio stabilisce una durata del tempo

di purgazione e quindi emette una legge, un decreto divino per cui ognuno deve scontare quella

pena, ma allora che senso ha che il purgante chieda a Dante di fare in modo che le persone amate si

ricordino di loro, in modo che queste preghino per loro, riducendo così la pena? Il purgante deve

infatti sopportare una quantità x di dolore e Dio decide che quella quantità x deve essere sopportata

in 10 anni, ma il problema primario non è il tempo, ma che l’anima esaurisca la quantità x di dolore;

se però qualcuno sulla terra prega e compie un gesto d’amore, questa penitenza che si fa sulla terra,

va a rosicchiare la quantità x di dolore che quindi è mutata perchè c’è qualcuno che la condivide e

ce la sopporta per l’anima purgante. Quindi la legge divina viene rispettata e la condivisione del

dolore fa sì che la quantità di dolore del purgante possa essere ridotta, la condivisione fa diminuire

la pena e questo nella vita quotidiana rimanda a qualcosa che proviamo e che è sempre vera

(quando stiamo male il calore umano, l’avere qualcuno che ci sta vicino ci fa stare un po’ meglio).

V. 91/93 Catone sottolinea che è in nome della donna che li ha mandati che li lascerà passare; in

queste terzine vi è un altro elemento: Catone diventa maestro di cerimonia e rituale, dice a Virgilio

cosa deve fare e gli indica un giunco che nasce sulla spiaggia; quindi Catone dice a Virgilio che

deve legare la vita di Dante con il giunco e lavarlo per bene e così bardato potrà continuare il

cammino. Quando toglie il giunco subito ne ricresce un altro e questo provoca meraviglia in Dante:

siamo nell’ambito del magico e del meraviglioso che non è così frequente nella Commedia. Non

sappiamo a quale rito facesse capo l’usus di cingere la veste con il giunco, sappiamo però che in

questo modo la cultura designa il grado di iniziazione e di abilità acquisite.

Il secondo canto è forse il canto più struggente dell’intero Purgatorio: esso si colloca in un momento

in cui il sole non illumina più di bianco il cielo, ma esso si tinge di una luce più forte e dei colori del

giallo e dell’arancio; arriva un gruppo di anime e Dante vede un biancheggiare in lontananza, ma

non capisce di che cosa si tratti; l’immagine si fa poi più definita e Dante capisce che si tratta

dell’angelo nocchiero che sta ritto sulla prua della sua navicella, vestito si bianco e con le ali

spaventate. Le anime salgono spaventate sulla navicella dell’angelo perché non sanno cosa le

aspetta e tra le anime che restano una si distacca da gruppo e si dirige verso Dante che all’inizio non

capisce chi sia; egli si accorge poi che si tratta di Casella, colui che in vita musicava le sue canzoni,

in particolare quelle del “Convivio” e Dante per tre volte cerca di abbracciarlo, ma per tre volte non

riesce; quindi egli, addolorato e sofferente per ciò che ha visto, chiede all’amico di cantargli una

canzone e Casella intona “Amor che nella mente mi ragiona”.

Dal v. 13: si tratta di un canto a metà descrittivo e in parte narrativo; la prima parte è descrittiva,

infatti Dante fa una zoommata sull’immagine che sta arrivando, cioè l’angelo sulla navicella e lo

descrive con una precisione diabolica. V. 13 all’inizio egli vede solo una luce vaga, un rosseggiare

come Marte, ma questa luce è coperta di nebbia e tutto è nebbioso e indistinto, ma il lume si

avvicina molto rapidamente; Dante quindi si gira per chiedere a Virgilio di che cosa si tratti, ma non

appena riporta l’occhio sulla luce questa è già molto più vicina; v. 22il bianco gli appare da ogni

parte e prima vede il bianco delle ali, poi quello della veste, ma nel frattempo Virgilio non aveva

ancora parlato; v. 25 la forma si fa chiara e a questo punto capiamo che anche Virgilio non aveva

chiaro cosa fosse questa immagine, infatti solo quando era sicuro di chi fosse, allora fa

inginocchiare Dante e gli dice che da questo momento di angeli ne vedrà a iosa e che ogni volta

avrebbe dovuto inchinarsi (Virgilio questa volta parla per sé). V. 32 l’unico strumento che l’angelo

utilizzava come vela erano le sue ali e quest’angelo diventa, v. 38 uccel divino in metafora. V. 39

Dante vede l’angelo così chiaro e così luminoso che non riesce a sopportare la luce e china gli

occhi: è la prima volta che Dante non riesce a sostenere la luce e china gli occhi e questo succederà

spesso; v. 42 la navicella guidata dall’angelo non naviga bassa sul mare, ma la sua chiglia afiora la

superficie perché le anime, come l’angelo non pesano niente. V. 46 le anime attaccano a cantare un

salmo che racconta la dipartita e la liberazione degli ebrei dall’Egitto; le anime cantano tutte asiema

a una voce, cioè Dante sottolinea la coralità che è una cifra non solo uditiva, ma anche intellettuale

e concettuale del Purgatorio. V. 49 come il sacerdote che alla fine della messa fa il segno della

croce così fa l’angelo con le anime e le benedice una a una; v. 50 gittarsi rimanda al desiderio di

purgazione perché questa prima ha inizio e prima avrà fine; v. 51 abbiamo una sequenza di

monosillabi che indicano come l’angelo riparta in modo automatico, quasi fosse una sorta di robot

meccanico; v. 52 la turba si guarda intorno sospettosa come colui che assaggia un cibo nuovo.

v. 55 l’ora è quella in cui il sole sorge nella costellazione dell’ariete, quindi sono le 6.30/6.45 del

mattino e le anime appena arrivate chiedono a Dante e a Virgilio di indicare loro la strada per il

monte, ma Virgilio risponde che anch’essi sono pellegrini proprio come quelle anime; v. 64 dianzi

significa poco tempo prima; v. 65 Dante si cita e ripete lo stesso ritmo del primo canto dell’Inferno.

Le anime, quando capiscono che Dante è vivo impallidiscono per la meraviglia e si avvicinano a lui

cercando di farsi belle in modo che Dante scelga una di loro come interlocutore privilegiato; v. 76

Dante vede un’anima allontanarsi dal gruppo: si tratta dell’anima di Casella che Dante cerca di

abbracciare, ma quando non riesce Casella si stacca da lui e sorride: v. 83 spesso Dante compie

delle ingenuità e le anime sorridono con un’area tra il divertito e il compassionevole; v. 86 Dante

riconosce chi è e quindi lo prega di fermarsi un po’ a parlare, esattamente come accade nel canto

XV dell’Inferno con Brunetto Latini (Cappellano aveva scritto che la gentilezza e le buone maniere

erano fondamentali); il parlare infatti significa fermarsi a parlare e l’unica eccezione è costituita da

Brunetto Latini che non poteva fermarsi perchè se si fosse fermato avrebbe patito troppo, tuttavia la

norma è che quando si cammina e si incontra qualcuno ci si ferma a parlare, e questo rappresenta un

momento di comunione intensa e bellissima; v. 88/90 Casella reitera la sua dichiarazione d’affetto

per Dante e gli chiede perché sta compiendo questo cammino; Dante risponde e chiede a Casella

come mai si trova nel Purgatorio e Casella risponde che non è stata un’ingiustizia, ma che Dio è

stato giusto e che ora per lui il tempo della purgazione è iniziato, ma si tratta di un cammino di

felicità.

Racconta un episodio in cui la memoria della quotidianità dantesca è molto forte; non è un caso che

per indicare quanto potente sia la nostalgia per il mondo appena lasciato egli scelga un personaggio

che è anche un musico, infatti niente come la musica è in grado si sollecitare le passioni. C’è una

vecchia diatriba che cerca di attribuire di volta in volta il primato alla pittura o alla poesia o alla

musica; noi sappiamo che dalla latinità la pittura e la poesia sono sempre state indicate di volta in

volta, ora l’una ora l’altra come la forma più alta e più completa di espressione, ma probabilmente

ebbe regione il romanticismo nel sostenere che niente è paragonabile al linguaggio musicale, cioè

niente ti mette in contatto con l’universo nel suo complesso come la musica perché si tratta di un

linguaggio che non ha bisogno di essere decodificato, mentre la parola sì.

Questo è ben noto a Dante per il quale la parola e la possibilità di fare poesia è espressione

altissima, ma ancora più alta è quella musicale; è per questo che le anime dei dannati utilizzano

rigorosamente le parole, infatti nell’Inferno non c’è canto né musica, ma solo urla, pianti e gemiti,

cioè suoni difformi che stridono all’orecchio e provocano reazioni negative nell’animo. Invece, a

partire dal secondo canto del Purgatorio, si inizia a cantare e il primo a cantare è un personaggio

legato biograficamente a Dante che ha musicato una sua canzone, quindi per Dante si ha

l’espressione più alta, anche a livello musicale, quando alla musica si accompagna la voce umana e

quando essa recita versi alti. Quindi non è la parte rigorosamente strumentale della musica che per

Dante tocca livelli eccelsi, ma quella in cui è presente la voce umana che recita poesia; in questo

caso si tratta però della voce di uno solo, mentre nel secondo canto inizia un’altra qualità di

espressione musicale, cioè quella corale, infatti le anime cantano insieme un salmo “In exitu Israel

de Aegypto”; il coro elemento che sempre tornerà sia nel Purgatorio che nel Paradiso perché se di

straordinaria fattura può essere l’espressione della voce di un singolo, il coro ha la capacità di

commuovere perché c’è sinergia fra elementi diversi. Il cammino del Purgatorio è un cammino

dolente in cui molto più che nell’Inferno la misura umana e la comprensione per la fatica di vivere

che hanno gli uomini è espressa da Dante e se nell’Inferno Dante ricorreva a delle tecniche che oggi

chiameremmo effetti speciali (egli infatti vuole atterrire, vuole impaurire, vuole emozionare

potentemente e creare pathos), tutte queste tecniche sono rigorosamente abbandonate nel Purgatorio

dove domina l’elegia, il tono medio. Ma se è vero che abbandona questi effetti spettacolari, ci sono

tuttavia dei momenti di commozione assoluta: Dante nel corso della Commedia mette dei puntelli

per cui noi sappiamo che tutti e tre i VI canti vengono definiti canti politici, anche se in realtà la

materia politica non è presente solo in questi canti, ma più che in altri in questi la quantità di questa

materia è presente; nel V canto dell’Inferno c’è la commozione per il personaggio di Francesca,

mentre nel V canto del Purgatorio c’è un personaggio, anche se solo brevemente accennato che crea

una grande commozione ed è Pia de Tolomei; in questo canto Dante, con grande sapienza narrativa

dedica prima un lungo spazio narrativo alle due figure maschili, poi in fondo mette Pia de Tolomei

che descrive come aggraziata, signora di corte e ben educata, esattamente com’era Francesca.

Ci sono due personaggi, uno è Buonconte da Montefeltro, l’altro è Iacopo del Cassero (l’accento

tonico nella lingua italiana può essere di tre tipi, proparossitono, parossitono e ossitono e

corrispondono rispettivamente a sdrucciolo, a piano e a tronco; i termini proparossitoni sono quelli

in cui l’accento tonico, cioè quello più importante della parola, cade sulla terzultima sillaba; i

termini parossitoni sono quelli in cui cade sulla penultima sillaba e termini ossitoni sono quelli in

cui cade sull’ultima sillaba); Iacopo del Cassero ha in comune con gli altri due personaggi, come

tutti coloro che sono presenti nel V canto del Purgatorio, la caratteristica di essere morto di morte

violenta, cioè di essere stato assassinato; ma perché coloro che vengono uccisi devono passare per il

Purgatorio e perchè vengono messi tutti assieme? La matrice comune di tutte queste anime è quella

di non aver avuto sufficiente tempo per pentirsi, cioè per la contrazione finale dell’esistenza; infatti

secondo la teologia cristiana il pentirsi è condizione necessaria e sufficiente per salvare l’anima,

cioè il ravvedersi nell’ultimo istante della propria vita, anche dopo una vita di delitti e di

comportamenti negativi, è condizione necessaria e sufficiente. I personaggi presenti nel V canto

hanno avuto almeno un secondo per ravvedersi, però resta il problema, che Dante non risolve, di

coloro che vengono uccisi senza rendersene conto.

Iacopo del Cassero e Buonconte da Montefeltro sono due uomini adulti, maturi che però non sono

personaggi limpidi , ma sono personaggi che hanno fatto entrambi politica e muoiono uccisi in due

modi diversi: Iacopo del Cassero viene assassinato scientemente, cioè è vittima di un omicidio

premeditato e volontario; egli stava attraversando le paludi del delta del Po’ inseguito dai sicari di

Azzo d’Este e aveva abbandonato le strade principali sapendo di essere in pericolo, ma i sicari si

accorgono della sua deviazione, lo seguono, lo pugnalano a morte ed egli cade nella palude. Altra

modalità è quella con la quale muore Buonconte da Montefeltro che muore in battaglia, quindi è

vittima di un omicidio, ma mentre Iacopo non poteva prevedere che sarebbe stato ucciso, chi si reca

in guerra sa che ha poche probabilità di sopravvivere; Buonconte quindi durante la battaglia viene

ferito a morte e cade vicino a un corso d’acqua e qui compaiono un angelo e un diavolo, come era

successo per il padre, ma questa volta vince l’angelo che prende la sua anima e la porta in

Purgatorio e al diavolo non rimane che fare scempio del suo corpo e infatti lo farà portare via

dall’acqua corrente e non si trovò mai più il corpo.

Dopo un racconto così lungo e pieno di violenze e di emozioni arriviamo nella fase finale del canto

ed è come se si verificasse di nuovo l’episodio che si era verificato con Francese: la bufera infernale

si ferma e c’è un attimo di quiete; v. 97 il personaggio in questione è stato ferito; v. 101 egli ha la

percezione di essere sul punto di morire, infatti è stato trapassato da una spada e sa che sta per

morire e quindi l’ultima parola che pronuncia è il nome di Maria e questo gli garantisce la salvezza

dell’anima; fino v. 129 la narrazione è velocissima, vorticosa. A questo punto con una tecnica che

Dante sovente mette in atto non c’è nessuna pausa narrativa, infatti vi è la battuta di un personaggio

che racconta una storia dalla dinamica intensa e drammatica e subito dopo parte un'altra battuta e di

nuovo, come nel caso di Farinata, c’è l’ingresso di taglio di un personaggio; infatti un personaggio

entra, ma il lettore non sa che c’è, non se lo immagina e resta in qualche modo spiazzato. La battuta

di Pia dura 6 versi, ma resta un personaggio assolutamente memorabile nella Commedia; le parole

di Pia danno la misura di un terzo modo di morire violentemente che crea molto più pathos di quelli

precedenti; noi sappiamo che gli esseri che destano maggiore commozione con la loro morte

violenta sono i bambini, le donne giovani perché la morte è immatura è perché sono incoscienti. Pia

non ha colpe, non è un condottiero, né uomo politico, ma una giovane fanciulla che, di nobile

famiglia senese, ha sposato un giovane altrettanto nobile senese, Nello de Pannocchieschi, e si

prefigurava una vita dolce, agiata, normale, ma per ragioni politiche (siamo nel V canto e infatti

Iacopo del Cassero e Buonconte da Montefeltro muoiono per motivazioni politici) anche Pia morirà

perché Nello vuole imparentarsi con la famiglia degli Aldobrandeschi, potentissima famiglia

romana, e avendo già una moglie l’unico mezzo è quello di ucciderla. Ci sono diverse versioni della

storia di Pia, ma secondo la leggenda che Dante segue, Nello porta Pia nel suo castello nella

Maremma (v. 134 chiasmo) dove crede che Nello le voglia far fare una sorta seconda luna di mieli,

ma Nello è cupo, silenzioso, non le parla e lei continua a far finta di niente, fa finta di non capire; la

mattina dopo Nello non c’è più, infatti è tornato a Siena e Pia passa i giorni sperando che lui ritorni,

ma Nello non tornerà; dopo qualche mese capisce che non tornerà più. Adesso si innestano due

diverse versioni sulla sorte finale di Pia, la prima secondo la quale lei muore di stenti, di dolore e di

malaria, infatti la Maremma era paludosa (è stata bonificata solo negli anni del fascismo); l’altra

versione che è la più diffusa è quella che lei sia stata defenestrata (siccome non moriva abbastanza

rapidamente Nello ordina di buttarla dalla finestra) e poiché il castello era stato eretto su un dirupo,

questo sarà la sua tomba finale. La storia di Pia de Tolomei è stata cantata in una novella romantica

in versi, quindi in ottave, nel 1820 da Bartolomeo Sestini che era un poeta estravagante, un

improvvisatore (tra la fine del 700 e i primi dell’800 si sviluppa una forma di poesia che era

definita come quella degli improvvisatori; vi erano sia uomini che donne) e la ballata romantica,

improvvisata da lui a Milano in un banchetto napoleonico, poi diventò testo scritto; in quest’opera

Bartolomeo Sestini indica una diversa modalità di morte, cioè la prima per cui Pia muore di dolore e

di sofferenza e Nello che arriva, per vedere come vanno le cose, proprio nel momento in cui c’è il

funerale di Pia, si ravvede parzialmente e passa il resto della sua vita nel castello dove Pia è morta,

questo secondo la versione di Bartolomeo che non è quella di Dante. In Dante l’amore che Pia ha

per Nello, nonostante sappia che è stato lui a volere la sua morte emerge al v 137/138: in questi

ultimi due versi emerge quanto sia forte il legame indissolubile che si crea con il matrimonio. In

questi pochi versi si legge anche la captatio benevolentiae di Pia (v. 130/131/133) in cui dice a

Dante di ricordarsi di lei, ma lo fa con una leggerezza assoluta e in virtù di questa leggerezza Pia è

rimasta nella memoria degli autori nei secoli.

Questa tenerezza e questa nostalgia è presente anche in numerosi incipit, cioè numerosi inizi di

canto; un sentimento, una passione nel senso tecnico, indicato da Cartesio, che è lo spleen, la

nostalgia, la malinconia, è la nota dominante dell’inizio del canto VIII (v. 1/9). In che cosa può

consistere la tecnica che Dante usa per creare effetti così forti? V. 1 è il crepuscolo, l’ora in cui la

malinconia è più vivamente presente; infatti quando si è in uno stato di incertezza scattano le paure,

come la paura del domani, la paura di non rivedere le persone care, la paura di non tornare dal luogo

da cui si è partiti (v. 3 lo dì è una sineddoche). V. 1 Dante non parte dal dato fisico, ma parte

dall’emozione che il dato fisico provoca nell’animo umano; la seconda terzina è un po’ meno chiara

della prima perché “lo novo peregrin d’amore punge” è qualcosa di nuovo, di indeterminato e non

di certo; le spiegazioni sono molteplici, ma le opzioni sono soprattutto due, o che è il novo peregrin

come peregrino che è appena partito, oppure è il pellegrino che compie il suo primo pellegrinaggio;

quindi l’elemento di incertezza è il termine nuovo nel primo caso perché si tratta di un percorso di

un pellegrino che è appena partito e nel secondo caso perché si tratta di un’esperienza nuova. V. 5 si

tratta della bucatura che arriva nell’anima, quando si ha una percezione di malinconia e nostalgia.

La grande capacità di Dante di arrivare al cuore e al cervello delle persone consiste nell’individuare

esattamente gli effetti che le esperienze, anche le più piccole, hanno sull’animo umano; Dante non

descrive l’evento in sé, ma da l’effetto che la cosa produce nell’animo umano; ma Dante riesce ad

avvertire una gamma talmente vasta di sentimenti che risponde alle esigenze di qualunque lettore e

che un lettore avverte solo dopo averli letti. La grande poesia allarga lo spettro della tua capacità di

sentire in modo esponenziale perché riesce a raccontare, come effetti sull’animo e sulla mente,

anche cose che una persona in precedenza non credeva di poter sentire, di poter provare.

Quando questo sentimento di nostalgia acuta punge il cuore se v. 5/6; v. 6 c’è una dislocazione

artificiale dei termini all’interno del verso, quindi è un’anastrofe. Percepita l’intensità dell’ora e del

momento e la commozione che provoca si alza un’anima, esattamente com’era successo nel II

canto,

Nel canto XVII dell’Inferno Dante passa dal luogo in cui sono puntiti i violenti e, sulla groppa di

Gerione scende verso le malebolgie; si tratta di un luogo di passaggio e di spiegazione e sappiamo

che Dante ripete in maniera quasi maniacale gli stessi temi negli stessi canti; nel canto XVII del

Purgatorio Dante chiede a Virgilio spiegazioni sulla struttura del Purgatorio e Virgilio gliele

fornisce: nel Purgatorio scontano le loro colpe coloro che hanno male amato, mentre nell’Inferno

vengono puntiti coloro che sono stati incapaci di amore, quindi nel Purgatorio l’amore è cmq

presente. Virgilio dice a Dante che l’amore può essere di due tipi, l’amore naturale, cioè l’amore

che ad esempio ha la madre per il figlio, quindi si tratta di un amore che è figlio dell’istinto; poi c’è

l’amore volontario che è figlio del libero arbitrio, di una scelta e non della natura (un’amicizia figlia

è di una scelta, così come il mantenimento di questo amore). L’amore naturale deve quindi essere

corroborato, aiutato dall’amore volontario; se l’amore di una madre per il figlio è un amore

naturale, che non ha bisogno di grandi sforzi per mantenersi tale, l’amore fra due coniugi è un

amore volontario, non naturale e deve essere corroborato giorno per giorno ed è figlio costante di

una scelta volontaria (Andrea Cappellano). Ma qual è dei due l’amore che può fallare? Ovviamente

quello volontario, quando la scelta viene male indirizzata e vi sono tre grandi gruppi di penitenti che

hanno male indirizzato il loro amore e sono gli iracondi, gli invidiosi e i superbi. Queste sono le tre

grandi categorie di amore male indirizzato perché i superbi hanno amato sé (arroganza e

egocentrismo) più di quanto abbiano amato gli altri, quindi c’era una sproporzione a proprio favore

di amore volontario; gli iracondi perché non hanno fatto esercizio di pazienza, gli invidiosi perché

hanno desiderato per sé quello che gli altri avevano. Queste sono quindi le tre grandi divisioni del

Purgatorio; questo amore è male amministrato perché o è eccessivo o è carente (il superbo pecca di

eccesso di amore per sé e di scarsità di amore nei confronti degli altri). Tutto il Purgatorio fino al

XXVII canto che è l’ultimo canto effettivo del Purgatorio prevede che vengano presentati esempi di

virtù ed esempi di vizio uno contrapposto all’altro; mentre nell’Inferno non c’era posto per esempi

di virtù, infatti erano presenti solo esempi di vizio, di peccato, nel Purgatorio invece non accade

così perché una buona operazione didattica deve dire cosa non si deve fare, ma come e cosa deve

essere fatto. La creatura che più di ogni altra è risultata virtuosa è Maria che è il personaggio che nel

Purgatorio che è costantemente presente o citato direttamente o indirettamente; Maria non è stata

superba, ma è stato l’esempio di più alto di umiltà, infatti quando l’angelo Gabriele le aveva

annunciato che Dio l’aveva scelta come madre di suo figlio, lei si è annullata, per lei contava solo

Dio; inoltre Maria è esempio di amorevolezza, di sollecitudine, di costanza, a rovescio dell’invidia

ella gioisce quando gli altri gioiscono e gioisce meglio e di più di quanto gioisca per le cose che

accadono a lei. Al personaggio di Maria vengono affiancati personaggi che appartengono alla storia,

alla letteratura e alla mitologia e gli esempi di virtù o di vizio, come vengono raccontati nel

Purgatorio? Secondo alcune modalità, ad esempio gli esempi i virtù o di vizio possono essere

scolpiti nella pietra e quindi possono essere dei bassorilievi che in canti diversi e per pene diverse

sono scolpiti nel costone verticale del monte oppure possono essere scolpiti come bassorilievi sulla

strada sulla quale camminano le anime e Dante e Virgilio; possono essere raccontati da voci di

esseri invisibili (si racconta il peccato o il vizio di cui si è macchiato il personaggio x e la virtù

opposta di cui si è fatto fregio il personaggio y); possono essere narrati dalle stesse anime. Quindi

per tutti i sette gradoni del Purgatorio in cui queste anime purganti sono messe, ci sono modalità

diverse di narrazione e per ogni gradone Dante che si era visto comparire all’ingresso del Purgatorio

sette P sulla fronte, ogni volta che passa a un gradone successivo si vedrà cancellare dalla fronte una

P che sta per peccato.

A partire dal VI canto del Purgatorio accanto a Virgilio si colloca, come compagnia di percorso, un

altro personaggio che è un giullare, cioè Sordello da Goito; ma perché riteniamo che sia necessaria

questa presenza a partire da un certo momento in poi? Perché il personaggio di Virgilio comincia a

perdere forza, infatti egli è stato sufficiente per tutto l’Inferno, per l’antipurgatorio, ma ora non

basta più Virgilio come poeta, quindi gli si affianca un altro poeta; dobbiamo ricordare che il ruolo

di Dante poeta è costantemente presente a partire da Francesca, infatti Dante è un personaggio che è

anche un poeta all’interno della “Divina Commedia” in cui ricostruisce la storia della poesia e

questo è molto più frequente nel Purgatorio di quanto non sia nel Paradiso. Quindi accanto a

Virgilio si pone un poeta giullare, un trovatore, Sordello da Goito, ma troviamo anche Arnaut

Daniel, Bertrand del Born , poeti provenzali, si fa riferimento a Federico e ad Enzo, poeti siciliani,

si parla di Bonaggiunta Orbicciani da Lucca e della scuola toscana con Guittone d’Arezzo, si

ricorda di Cavalcanti di cui si era parlato nell’Inferno e si parla di Guinizzelli.

Quindi la poesia, soprattutto mano a mano che si prosegue nel percorso del Purgatorio diventa

sempre più insistente e frequentemente presente; quindi la presenza di Sordello da Goito offre a

Dante l’occasione per un’invettiva contro la Chiesa e l’imperatore, ma egli è soprattutto

primariamente un poeta e accanto alla grande poesia latina Dante mette, attribuendogli un valore

molto alto, la poesia trobadorica.

Nel canto VI (dal v. 52 fino al 151) del Purgatorio abbiamo l’incontro tra Sordello e Dante e

Virgilio; dal v. 52 Dante ha appena finito di parlare con delle anime, poi si era rivolto a Virgilio

chiedendogli come sarebbe proseguito il loro cammino e Virgilio aveva risposto dicendo che non

sapeva bene come procedere, quindi di provare a chiedere a un’anima che egli aveva visto starsene

da sola; v. 58/60 si tratta di uno dei quei momenti che diventeranno sempre più frequenti nel

Purgatorio in cui Virgilio dice di non sapere bene la strada e quindi propone di chiedere aiuto a

qualcun altro. V. 148/151 questa immagine è poi stata ripresa da Leopardi nella “Sera del dì di

festa” dove c’è l’immagine dell’inferma che continua a girarsi nelle “piume e non trova requie e

sollievo al suo dolore”. C’è in questi versi una grande quantità di autocitazioni, ma questo canto che

è il più noto fra i canti politici del Purgatorio, è che nei versi dal 52 al 151 è potentemente dipartito:

una prima parte più breve è quella che riguarda l’incontro con Sordello, una seconda parte, più

ampia è quella che è coperta dalle tre invettive; qui per l’unica volta in tutta la Commedia abbiamo

tre invettive in una climax discendente che sono rivolte rispettivamente all’Italia, all’imperatore

Alberto Tedesco e a Firenze, quindi sono rivolte a una nazione che di fatto non c’è, a un

personaggio e a un insieme di cittadini.

Quello che viene trattato nella prima parte è la reazione di un personaggio, Sordello, che è

perfettamente sconosciuto ai due viandanti. Sordello è un personaggionsplendidamente

rappresentato da Dante: egli è da solo, chiuso dentro di sé, accovacciato contro il muro per terra,

con la testa abbassata e Virgilio quando vede quest’anima soletta dice a Dante che avrebbero potuto

chiedere a lui quale potesse essere il loro cammino; egli si avvicina e con gesto cortese risponde alla

domanda su chi fosse, ma Sordello, appena sente “Mantua” non lo lascia nemmeno finire parlare.

Nell’Inferno Farinata aveva riconosciuto Dante dalla lingua, ma questo non gli bastava, quindi gli

aveva chiesto chi fossero i suoi antenati, quindi in un personaggio complessivamente positivo come

quello di Farinata ci sono delle resistenze e delle remore che Sordello non ha, infatti a lui non

importa chi sia, ma l’importante è che sia della sua terra, della sua città. Quello che è dolorosamente

presente all’interno della Commedia è questa rissosità fiorentina e questa lotta continua che va dalle

piccole alle grandi cose e che caratterizza il comportamento degli abitanti della sua città.

v. 61 vi è un’anticipazione nella presentazione di un personaggio, infatti Dante nella memoria loda

il personaggio in questione prima ancora che inizi a parlare; v. 62 altera e disdegnosa richiama

Farinata, v. 63 onesta e tarda richiama Catone, quindi c’è una contaminazione di due personaggi

diversi, quello di Farinata e quello di Catone nella presentazione di questo personaggio di cui noi

ancora non sappiamo il nome; v. 66 è il guardare fisso, calmo, contratto nell’immobilità assoluta del

leone quando è in riposo, attento, vigile e immobile; v. 68 fra personaggi alti il chiedere chi uno sia

è la norma e il gesto che Sordello compie nei confronti di Virgilio ricorda quello che Casella e

Dante compiono l’uno nei confronti dell’altro; v. 75 Virgilio e Sordello riescono ad abbracciarsi

perché sono anime. Dal v. 76 alla fine del canto vi sono le tre invettive: v. 76/78 enumeratio in una

climax ascendente che parte dal luogo abitazione di dolore, quindi il luogo in cui alberga e vive il

dolore, poi è una nave senza guida e infine Dante dice che l’Italia non è una signora, cioè una

nazione che sia padrona di sé stessa, ma un bordello in cui ognuno cerca il suo piacere, fa ciò che

gli pare senza alcuna guida. Quindi abbiamo in una climax ascendente, l’ostello, la nave e il

bordello, la rappresentazione dell’Italia e c’è una sorta di potente personificazione dell’Italia sicché

è possibile che la voce narrante si rivolga a questa entità dandole del tu, come se stesse parlando a

una persona. V. 79 Dante ribadisce che quell’anima gentile, nel senso stilnovistico del termine, fu

così veloce, soltanto per aver sentito il suono della cadenza della lingua mantovana, a fare festa al

suo concittadino che Dante si aspetterebbe che i suoi cittadini (cioè i cittadini italiani) facessero

altrettanto, ma invece non c’è un solo cittadino dentro di lei (l’Italia) che non sia in guerra contro un

altrio. V. 83 l’un altro si rode ricorda Ugolino, quindi indica il rodere, la rabbia feroce che l’uno ha

contro l’altro, la voglia di vendetta, di rivalsa che anima tutti i cittadini l’uno contro l’altro.

L’invettiva si fa poi sarcastica, anzi il sarcasmo è la nota che caratterizza i versi dal 76 fino alla fine

del canto; inoltre nell’invettiva, mano a mano aumenta pressione del ritmo, infatti prima la

definisce, poi aggiunge che nessuno dentro di lei è in pace è poi c’è una sorta di sensazione fisica

che trasmettono questi versi dal v. 85 dove si avverte una sorta di pressione fisica da parte della

voce del narratore. V. 85/87 c’è un ritmo incalzante dato dal ripetersi del pronome personale tu o

dei suoi sostituti che continua anche nella terzina seguente; quindi c’è una sorta di corpo a corpo

con questa personificazione dell’Italia e quello di cui Dante accusa questa penisola che potrebbe

essere splendida, potrebbe avere tutto, è semplicemente il non saper evitare l’invidia, la superbia e

l’avarizia che non permettono all’Italia di vivere in pace. Quello di cui accusa l’Italia è la sua

fondamentale anarchia, ma non nel senso alto del termine perché anarchia rimanda a una visione del

mondo alta in cui i cittadini riescono a vivere in modo corretto senza bisogno di un capo, perché

tutti i cittadini sanno cosa devono fare e quindi non c’è bisogno né di un capo né di leggi né di

sanzioni; c’è però la degenerazione dello stato anarchico in cui ognuno fa quello che vuole. Questa

caratteristica (ognuno pensa per sé, non c’è il senso complessivo dello stato) viene attribuita

all’Italia da Dante ai prima del 300.

Il paradiso terrestre è una sorta di palcoscenico in cui vi è una rappresentazione dove centralmente

si colloca il carro allegorico che cammina e vi è una scena che chiude il percorso allegorico del

carro, cioè la violenta caduta dall’alto di un’aquila che si getta contro il carro attraverso i rami della

selva che le sta intorno; si tratta di un’immagine allegorica che indica come la corruzione sia in

grado di sfrondare e rendere arido il terreno della Chiesa, infatti l’aquila si getta contro la Chiesa

distruggendola, ma a difesa del carro vi è il grifone, un’animale mitologico, metà uccello e metà

leone che simboleggia il Cristo e che si oppone all’aquila e la vince; questo indica che cmq

l’insegnamento del Cristo vincerà sulle deviazioni del comportamento della Chiesa.

Gli elementi che dal paradiso terrestre passano attraverso altri autori e arrivano fino a noi sono gli

elementi di carattere paesaggistico e quelli del rapporto tra la figura femminile e quella maschile.

Canto XXVIII (fino al verso 69): Dante ha lasciato alle spalle la fiamma dei lussuriosi e si ritrova in

un paesaggio insolito, un luogo dove il dolore sembra d’incanto cessato; egli vede il canonico

paesaggio primaverile e il tutto è come se fosse fermo, sospeso; v. 1 Dante è desideroso di capire

cosa sia questa divina foresta: egli in questo verso si autocita, infatti ricorda il primo canto

dell’Inferno. V. 3 un termine tipico del paradiso è temperare, cioè quando tutto è perfetto, è a

misura ottimale, quindi la divina foresta si sveglia nelle sue modalità temperate; v. 4 il termine riva

si riferisce alla riva dei lussuriosi; v. 6 l’uso degli aggettivi lento lento indica quel rallentare i passi

tipico di una persona che cammina in un luogo in cui sta bene, rimanda a quel camminare


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei beni culturali
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher veroavalon84 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Zampese Cristina.

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