Lezione 12 novembre
Early modern Irlanda
L’Irlanda, fin dall’epoca, ha delle caratteristiche precise, ma spesso si tende a considerare tutto ciò che accade nell’isola fino al Novecento come “roba inglese". L’opera di Edmund Spenser è molto legata all’Irlanda, per delle vicende biografiche dell’autore, ma anche perché "l’isola dello smeraldo" è al centro dell’indagine filosofica e storico-letteraria di Spenser.
Edmund Spenser
Nasce nel 1552 e muore nel 1599. Studia a Londra (Cambridge), quindi è profondamente colto. Fu Poet Laureate, quindi poeta di stato, la voce del potere. È una figura controversa, perché gli storiografi e i critici irlandesi ne rivendicano la parziale irlandesità da un lato, mentre dall’altro criticano che Spenser si profuse in una parziale distruzione della cultura irlandese, attraverso i suoi incarichi statali in Irlanda. Infatti iniziò la sua carriera come diplomatico, recandosi proprio in Irlanda negli anni Settanta del 1500. Era segretario di Lord Arthur Grey, che servì a Dublino, dove si stabilì lavorando come voce del governo, coltivando parallelamente la sua vena poetica, sperando di diventare poeta alla corte di Elisabetta, cosa che non riuscì a fare perché era poco disposto a lottare contro certe istanze presenti nella corte, essendo un puritano molto rigoroso.
The Faerie Queene, però, a corte riuscì a presentare i cui primi tre libri gli valsero una pensione congrua nel 1590. Il suo sogno, quindi, si realizzò solo a metà. In Irlanda Spenser combatté nelle rivolte di Desmond, nell’Irlanda meridionale, dovute al fatto che i locali si opponevano all’occupazione inglese. Proprio per il suo valore in queste imprese, a Spenser viene assegnato un castello a Kilcolman, in cui trascorse tutta la sua permanenza irlandese, finché nel 1597 venne dato alle fiamme nel corso di una violenta rivolta, in cui parte dei Faerie Queene manoscritti della andarono perduti e uno dei figli morì. Dovette quindi tornare a Londra, dove morì poco dopo.
A View of the Present State of Ireland
Nel 1596, Spenser scrisse un pamphlet intitolato A View of the Present State of Ireland, che venne pubblicato soltanto 40 anni dopo, postumo, nel 1633. Probabilmente fu pubblicato postumo a causa del suo contenuto "scottante" e piuttosto imbarazzante: in questo testo, Spenser sostiene che l’Irlanda non avrebbe potuto essere pacificata dagli inglesi finché fossero rimasti vivi la cultura, la lingua e il costume locale, quindi distruggerli era l’unico modo per domare e pacificare l’isola. Ancora più importante è il fatto che per Spenser bisognava fare terra bruciata in Irlanda, e provocare una carestia per decimare la popolazione, strategia che era già stata messa in atto in altri luoghi e che Spenser aveva già sperimentato. Da ricordare anche che una grande carestia, The Great Famine, in Irlanda si ebbe davvero, tra il 1845 e il 1849, e causò milioni di morti.
C’è da dire anche che quest’opera è stata considerata, non tanto dal punto di vista socioculturale quanto dal punto di vista storico, una fonte storiografica interessante, poiché propone anche ragionamenti seri sull’uso delle leggi, sulla bontà del governo inglese in Irlanda, etc. La cosa che più colpisce di questo testo è proprio il fatto che inneggi al genocidio, ma che venga anche considerata un’opera interessante dal punto di vista storiografico. Il testo non è sempre negativo, perché in qualche punto, Spenser riesce anche a dare opinioni positive, innanzitutto per quanto riguarda il paesaggio. L’autore ama il paesaggio irlandese, il suo verde, l’acqua, etc. Ma si sofferma soprattutto sui bardi, sui poeti, e apprezza la tradizione poetica gaelica per invidia. I bardi irlandesi erano considerati dei punti di riferimento e venivano stimati dalle tribù gaeliche, perché erano coloro che possedevano la sapienza e trasmettevano la tradizione. Al contrario, lui non era riuscito ad entrare alla corte di Elisabetta, e ammirava il ruolo sociale che i bardi avevano nel contesto dei singoli clan irlandesi. Dice anche, però, che erano bravissimi cantastorie che raccontavano cose turpi, storie di fuorilegge, briganti, e quindi i contenuti non potevano essere apprezzati. È evidente, quindi, la natura invidiosa di questo aspetto del testo.
Un’altra cosa strana del testo, che rientra nel discorso del colonialismo, è che Spenser tenta di dimostrare che gli irlandesi sono discendenti dagli sciiti, una popolazione nota nella storia per essere guerrafondaia e sanguinaria (ma è impossibile che abbiano raggiunto l’Irlanda) per giustificare il pregiudizio nei confronti degli irlandesi.
The Faerie Queene
The Faerie Queene è un poema epico incompiuto, perché ne sono state pubblicate solo due parti: i primi tre libri nel 1590, e altri tre libri (dal quarto al sesto) nel 1596. La prima edizione, quella del 1590, contiene una lettera dedicatoria a Sir Walter Raleigh (era costume dei tempi dedicare una lettera dedicatoria a chi finanziava la stesura dell’opera, si mecenati che sostenevano il poeta). In questa lettera Spenser fa una dichiarazione di poetica e dice che la Farie Queene è un’allegoria, che questo testo è full of dark conceits, concetti oscuri. Infatti il testo è una lunga allegoria che descrive le virtù cristiane calandole nel contesto della leggenda di Re Artù. È un testo denso dal punto di vista delle figure retoriche, ma inserisce la descrizione delle virtù cristiane in un contesto inglese, recuperando una tradizione favolistica, leggendaria e folklorica che appartiene alla cultura inglese.
L’idea originaria di Spenser era quella di scrivere 12 libri, come l’Eneide di Virgilio, quindi l’ispirazione è all’epica classica nella quale tenta di inserire elementi autoctoni per nobilitare la tradizione locale. I 12 libri dovevano essere divisi in 12 canti, ma si persero i manoscritti nell’incendio del castello di Kilcolman, e la morte prematura gli impedì di completare l’opera. Ogni libro è dedicato ad una delle 12 virtù morali, che viene personificata in un cavaliere. È un testo non solo allegorico, ma anche avventuroso e cavalleresco, a suo modo. L’opera, inoltre, risente dell’influsso dell’Orlando Furioso di Ariosto.
Nella lettera dedicatoria a Sir Walter Raleigh, Spenser dichiara apertamente di essersi ispirato all’Orlando Furioso, soprattutto per il fatto che questo ha anche un tono giocoso, meno serioso: in Spenser prevale la solennità del tono, ma non viene trascurato l’elemento giocoso che deriva dall’esempio ariostesco. Per quanto riguarda il clima morale in cui si svolgono le vicende, l’esempio è La Gerusalemme Liberata di Tasso, un’esaltazione morale della conquista e della liberazione di Gerusalemme come la via che porta a Dio.
Il poema è diviso in strofe di invenzione spenseriana, nel senso che Spenser si ispira all’ottava ariostesca ma la modifica attraverso l’aggiunta di un verso: 8 pentametri giambici e un alessandrino conclusivo, perché composto da 12 sillabe. Dal punto di vista della lettura questa è una scelta positiva perché nel verso finale si tirano le fila della strofa e si conclude il discorso fatto negli 8 versi precedenti. La rima è ABABBCBCC, uno schema rimico che si presta molto a defetto vacui, per cui la lettura è piacevole.
La scelta metrica di Spenser è una scelta innovativa, ma allo stesso tempo viene usato un linguaggio volutamente arcaico, che richiama opere precedenti come The Canterbury Tales di Chaucer, per dimostrare l’esistenza di una tradizione anche nel linguaggio: si rifà ad un’opera della sua cultura, antica come quella di Chaucer, e la nobilita nel nuovo schema della strofa spenseriana. Spenser è interessante perché è anche il poeta inglese che meglio di tutti incarna il proposito di fondere diverse componenti poetiche (autoctone ed europee con la tradizione classica).
Cerca, infatti, di modernizzare la poesia inglese attraverso dei prestiti di derivazione soprattutto italiana e classica, rivalutando anche la tradizione nazionale (Re Artù e Chaucer). L’intento è quello di elevare il linguaggio poetico inglese alla pienezza del rinascimento europeo, per avere un rinascimento inglese. La Fairy Queen è la rappresentazione della regina Elisabetta, che viene proposta come regina delle fate, di nome Gloriana. Si celebra quindi la gloria dell’impero, la gloria della nazione. Gloriana tiene corte per 12 giorni e ogni giorno riceve un cavaliere, al quale offre la possibilità di distinguersi. Ogni canto narra le gesta del cavaliere in questione, che rappresenta una virtù.
Nel primo libro vengono narrate le gesta del cavaliere Redcrosse, della Rossa Croce, che è l’incarnazione della santità e rappresenta la chiesa anglicana. È, inoltre, ispirato a San Giorgio, e proprio come San Giorgio si cimenta in una lotta contro un drago che infesta il paese, di nome Errour, che rappresenta il cattolicesimo in un paese che si chiama Una, cioè l’unica vera religione, l’anglicanesimo. Nel secondo libro vengono narrate le avventure di Sir Guyon, simbolo della temperanza. Il terzo libro è dedicato a Britomart, simbolo della castità ma anche del potere militare britannico (Brit, Britannia + Mart, Marte, la guerra).
Il quarto libro sviluppa il tema dell’amore in varie sfumature, dall’amore platonico a carnale. Il quinto libro ha come protagonista Sir Artegall, che rappresenta la giustizia. In questo libro compaiono, più che in altre parti del testo, riferimenti alla storia inglese dell’epoca. È il testo dove per giustificare la giustezza dell’operato degli inglesi vengono menzionati fatti storici riguardanti l’epoca. Il sesto, e ultimo libro rimasto, ha come protagonista Sir Calidore, allegoria della cortesia.
In questa parte Spenser si rifà al concetto di gentilezza elaborato nel rinascimento da Baldassarre Castiglione nel Cortigiano, quindi c’è un’altra influenza italiana. Nella lettera dedicatoria a Walter Raleigh Spenser scrive che «The general end therefore of all the booke, is to fashion a gentleman or noble person in vertuous and gentle discipline», il fine ultimo di tutto il libro è quello di formare un gentiluomo con una virtuosa e nobile disciplina facendo appello alla sua morale ma anche riprendendo da Ariosto l’idea dell’allegria. È un testo che serve a formare la classe dirigente inglese che seguirà Elisabetta I e il tono è sì serioso, ma anche divertente e piacevole, come nelle parti in cui di evocano paesaggi e luoghi fantastici.
Si può dire che The Faerie Queene è un poema vario, ricco di toni e situazioni diverse, in cui si pongono tutti i topi letterari dell’epoca elisabettiana: i temi cavallereschi, quelli patriottici, quelli religiosi e quelli filosofici. Inoltre, vengono fuse componenti medievali con quelle più moderne per creare una nuova letteratura e una nuova tradizione.
I Mutabilitie Cantos
I Mutabilitie Cantos comprendono due canti brevissimi, che i critici spesso definiscono come dei frammenti del settimo libro della Faerie Queene, quello che non ci è arrivato. Sono dei frammenti brevi ma legati alla Faerie Queene, pur avendo uno statuto autonomo, perché il tono dei Mutabilitie Cantos è assolutamente diverso da quello della Faerie Queene.
Il racconto ha come protagonista Mutabilitie, la dea della mutabilità/mutevolezza, che si ribella contro Giove e provoca il caos nell’universo. Per questa sua offesa viene processata da una giuria di dei presieduta dalla dea Natura. Mutabilitie è una dea audace, per cui nel corso del processo chiede alla Luna, Cinzia, di cederle il suo trono di regina, essendo colei che fa mutare il mondo, la padrona del tempo e quindi più importante. Ovviamente la Luna non è d’accordo e oscura il mondo, che privato dalla luce si rivolge a Giove perché questa situazione venga risolta. Giove invia Mercurio da Mutabilitie perché questa ribelle cessi le sue molestie nei confronti della Luna. Mutabilitie non sente ragioni, è lei che governa e nessuno ha più autorità su di lei. Mutabilitie incarna la forza e della volontà del cambiamento. Purtroppo, per questa sua presunzione viene processata e condannata, in una riunione che si svolge in Irlanda. Molti critici sostengono che Mutabilitie sia l’allegoria dell’Irlanda, che muta e corrompe tutte le policy delle leggi.
The Tempest
The Tempest è stato scritto tra il 1610 e il 1611 ma pubblicata nel primo folio del 1623. Nel first folio è definita comedy, ma i critici l’hanno poi spostata nel gruppo dei romance, delle opere che sono un ibrido tra il comico e il tragico, e che comprendono anche elementi fantastici.
Il play inizia quando gran parte degli eventi sono già accaduti: il mago Prospero, che è il duca di Milano, viene esiliato su un’isola con la figlia Miranda per circa 12 anni, dopo che il fratello geloso, Antonio, lo ha deposto e fatto allontanare con la figlia. Prospero possiede arti magiche che ha appreso leggendo libri della sua straordinaria biblioteca, ed è sull’isola aiutato da uno spiritello, Ariel, che ha liberato da un albero dentro il quale era stato intrappolato dalla strega africana Sicorax, madre di Calibano, un mostro deforme che è rimasto sull’isola e l’unico essere vivente prima dell’arrivo di Prospero. Calibano, provocato dalla bellezza di Miranda, tenta di abusarne perché vuole creare una nuova razza, che sia l’unione tra la razza autoctona e quella degli usurpatori.
Prospero crea una tempesta e fa in modo che il fratello Antonio approdi su quell’isola (la commedia comincia qui) e si diverte ad organizzare la presenza degli usurpatori sull’isola senza mai farli incontrare, facendo credere ad esempio a Ferdinando che il padre sia morto. La struttura del play è divergente e convergente, a seconda delle necessità sceniche. Alla fine, tutti i personaggi convergono, raggiungono Prospero e tentano di spodestarlo, fallendo. Ferdinando e Miranda si innamorano, e Prospero, per amore della figlia, rinuncia alla magia. I critici in genere presentano Prospero come lo stesso Shakespeare, che dà l’addio alla vita del teatro come Prospero dà l’addio alle arti magiche.
La magia è un tema centrale del testo, perché è il meccanismo che tiene insieme il testo, ma importantissimo è anche il tema dell’usurpazione: Antonio depone Prospero, Calibano viene usurpato quando Prospero arriva sull’isola, Sebastiano progetta di deporre suo fratello, etc.
Lezione 13 novembre
The Tempest
Il dramma è costellato di riferimenti al rovesciamento di un sistema politico. Dunque il testo indaga cosa può essere una monarchia, un re, e quali sono le dinamiche esatte e positive perché un regno possa andare avanti. Nel XX secolo, in particolare a partire dagli anni Sessanta, i critici, soprattutto quelli interessati ai postcolonial studies si sono molto interessati all’aspetto del potere e dell’usurpazione, e hanno visto in Calibano un rappresentante degli oppressi, che tenta di ribellarsi contro il padrone colonizzatore, contro l’imperialismo. Questo ha dato vita, a partire dagli anni Sessanta, a tutta una serie di riscritture del testo shakespeariano in chiave postcoloniale, soprattutto in quei paesi dove il colonialismo era stato vissuto in prima persona, come nei Caraibi o in aree colonizzate dai francesi.
C’è da dire che ai tempi di Shakespeare, buona parte del mondo era stata già scoperta e tuttavia circolavano delle vicende che parlavano di personaggi strani, isole lontane e terre esotiche, una delle quali era la leggenda dei cannibali dei Caraibi. In questo periodo nascono delle utopiche e ideali città che vengono proposte in scritti filosofici — esotismo e utopia. Attraverso il personaggio di Calibano Shakespeare presenta una riflessione profonda sulla moralità del colonialismo, e rappresenta una voce alternativa a quella del colonizzatore. Nel testo sono proposti diversi punti di vista, come quello di Calibano, il povero animale oppresso e schiavizzato, ma anche visioni utopiche riguardo al futuro dei regni, una delle quali è quella proposta da un personaggio chiamato Gonzalo:
- Gonzalo: E se io fossi il Re, sapete cosa farei? — propone la sua visione ideale del futuro
- Gonzalo: Nel mio stato governerei eseguendo tutto contrariamente agli usi. Non ammetterei nessun genere di commercio. Di magistrati, neanche il nome. Le lettere, sconosciute. Ricchezze, povertà, qualunque servitù, più niente. Contratti, successioni, confini, delimitazioni di terre, colture, vigneti: niente. Non uso di metallo, non grano, non vino, non olio. Niente lavoro. Gli uomini, tutti in ozio, tutti. E anche le donne ma innocenti e pure. Sovranità, nessuna.
- Sebastiano: Però lui farebbe il Re!
- Gonzalo: Tutto in comune. Dev’essere la Natura a produrre, senza fatica o sudore. Tradimenti, ribellioni, spade, picche, coltelli, armi da fuoco e ogni specie di macchine: tutti aboliti.
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