Crisi demografica e agricola nel '500 e '600
Il '500 aveva conosciuto una crescita demografica piuttosto sostenuta. Ma, a partire dal 1570, la violenza delle epidemie di peste crebbe ed esse non furono più limitate solo alle grandi città. La terza epidemia fu una vera e propria catastrofe: tra 1596 e 1603 furono successivamente colpite Spagna, Germania, Francia, Inghilterra. Dopo questa fase, l’Europa fu attraversata per intero da una lunghissima epidemia, che coincise con lo stato di guerra generale del 1618-48 (Guerra dei Trent’anni).
L’ultimo periodo di offensiva della peste si verificò nel 1647-68; infatti, Londra conobbe nel 1665 la più grave epidemia della sua storia e, con oltre 97 mila morti, vide la sua popolazione ridotta di oltre 1/5.
Crisi agricola e manifatturiera
Oltre alle epidemie di peste, la stagnazione demografica dipese dalla maggiore intensità delle crisi agricole che, negli ultimi vent’anni, furono sempre più negative per tutta Europa. Infatti, ancora nel corso del XVI secolo, non erano stati compiuti progressi decisivi nella tecnologia agricola; per cui il sistema restava ancora molto rigido (concorrenza tra agricoltura/allevamento; cattivo impiego del terreno, causa le rotazioni che imponevano l’incolto periodico su 1/3 del suolo; scarse concimazioni…).
A partire dal 1620 la produzione manifatturiera, soprattutto quella tessile, entrò in una fase di crisi, destinata a protrarsi a lungo. Le manifatture delle Province Unite riuscirono a tenere un elevato ritmo produttivo, ma solo perché approfittarono della crisi che aveva colpito le Fiandre e il Belgio.
Il mercantilismo e la politica economica
Anche nel commercio internazionale, gli olandesi subentrarono quasi completamente ai portoghesi negli scambi con l’India e l’Estremo Oriente. Anche gli inglesi iniziarono ad affacciarsi sulle rotte “coloniali”, ottenendo buoni successi. Mentre la produzione e i commerci restavano stagnanti o tendevano a diminuire, gli stati entrarono in lotta per accaparrarsi il grande commercio internazionale. Si era affermata la convinzione che il volume possibile della produzione e del commercio mondiale fosse +/- fisso e che non ci fosse modo di farlo crescere: il solo modo per aumentare la quota produttiva di ciascun paese consisteva nel limitare la quota altrui, con qualunque mezzo.
Il complesso di teorie e delle pratiche elaborate per raggiungere questi scopi prese il nome di “mercantilismo”. I teorici del mercantilismo facevano poco conto sullo sviluppo agricolo: la potenza dello stato dipendeva invece dalle disponibilità dei metalli preziosi necessari per finanziare le guerre. Occorreva allora che le importazioni dall’estero, soprattutto quelle dei generi di lusso, fossero il più possibile frenate, o imponendo dazi di entrata molto elevati o proibendole del tutto.
Parallelamente, si dovevano sviluppare in questo settore le manifatture nazionali; per cui la politica economica doveva impedire l’uscita delle materie prime dal paese, cercando di farle lavorare e trasformare dalle manifatture interne. Il mercantilismo comportava una politica doganale molto rigida, un controllo minuzioso sulle industrie di lusso, che dovevano raggiungere alti livelli qualitativi, un proliferare di regolamenti industriali e commerciali. Un settore di grande importanza era quello del commercio a lunga distanza. Era verso l’India e l’Estremo Oriente che si rischiava al maggiore emorragia monetaria, specialmente quando in questi traffici si dipendeva da navi e mercanti stranieri.
Monopoli e compagnie commerciali
Elemento essenziale del mercantilismo furono perciò i monopoli costituiti dall’autorità pubblica a favore di compagnie commerciali nazionali, concedendo loro il diritto esclusivo a comprare e vendere in un determinato paese o in un certo settore. Nel corso dei decenni intorno al 1600, gli olandesi erano diventati la prima potenza mercantile del Baltico, sostituendosi alle città tedesche dell’Hansa, ed erano anche comparsi con forza nel Mediterraneo. Mai il caso più clamoroso di espansione fu quello nell’oceano Indiano a danno dei portoghesi.
Nel 1602 esistevano diverse compagnie olandesi per il commercio con le Indie orientali. Allo scopo di eliminare la competizione interna e di escludere da quell’area altri eventuali concorrenti, si fusero dando vita a una Compagnia riunita delle Indie orientali (Voc) e ottennero il monopolio dei commerci in quell’area. La Voc fu la più caratteristica e per lungo tempo anche la più potente delle compagnie monopolistiche. Essa ebbe inoltre una solida organizzazione che le consentì di comportarsi come un vero e proprio potere politico in quell’area, con una propria forza militare e in grado di stipulare trattati con i principi indonesiani.
Ma nel 1621 fu creata una seconda compagnia, che agiva nelle Indie occidentali e che per diversi anni si limitò ad atti di pirateria. Un dato fondamentale nel successo olandese si deve alla sua organizzazione politica: l’Olanda era una repubblica di mercanti, nella quale il diritto a governare deriva dal successo negli affari e non da titoli di nobiltà. La repubblica olandese era governata con gli stessi principi con cui si amministrava una compagnia commerciale: al primo posto c’era la realizzazione di un profitto.
L'espansione inglese e la colonizzazione
La prima comparsa degli inglesi sulle rotte atlantiche era avvenuta con la pirateria contro i convogli spagnoli (sotto Elisabetta I 1558-1603). Negli ultimi anni del '500 le navi britanniche si erano aperte la via anche verso l’oceano Indiano e la Compagnia inglese delle Indie orientali era già stata creata nel 1600. Nel commercio con l’Estremo Oriente, il Baltico e nel settore tessile, l’Inghilterra era seconda agli olandesi. In termini quantitativi l’industria inglese di tessuti era paragonabile a quella olandese, ma era ancora assai arretrata nella tintura.
Nel commercio e nelle manifatture l’Inghilterra cominciò a raggiungere l’Olanda solo dopo il 1660. A quella data il settore nel quale già appariva più forte era però quello agricolo. Erano ormai molti gli esperti che sapevano bene in che cosa dovessero consistere le innovazioni più efficaci. Il pascolo del bestiame doveva avvenire non sprecando lo spazio dei pascoli bradi, ma su prati artificiali seminati con varietà di leguminose e crucifere adatte come foraggi e dotate di elevati rendimenti. L’Olanda si trovava certamente all’avanguardia nella ricerca di nuove soluzioni agronomiche, ma con il limite di essere un paese troppo piccolo e sovrappopolato, dipendente dall’importazione estera, una sorta di “giardino sperimentale” d’Europa.
Trasformazioni agricole e sociali
Una buona azienda agraria non doveva avere solo una base familiare, con un’estensione di pochi ettari che anche un’agiata famiglia contadina poteva riuscire a lavorare con le proprie forze. Doveva poi essere sottratta alle pratiche consuetudinarie tipiche del villaggio a “campo aperto” (campo distinto in varie unità, sulle quali si alternavano di anno in anno le colture primaverili, invernali e il maggese e le singole unità non erano separate da confini visibili). La grande conduzione richiedeva infine un uso abbondante di manodopera salariata, fornita da una popolazione proletarizzata e non più protetta dalla solidarietà comunitaria dei villaggi.
Una trasformazione in direzione della grande gestione terriera era in atto già dal XV secolo e si era accentuata nel corso del '500 attraverso la pratica delle recinzioni delle terre (enclosures). Queste avevano l’effetto di sottrarre gli arativi alle regolamentazioni dei villaggi; inoltre, dividevano gli incolti posseduti dalle comunità come pascoli bradi e ne sancivano il passaggio nelle mani di privati.
Nel corso del XVII secolo, in Inghilterra come in tutta Europa, i prezzi agricoli conobbero fasi di fortissimi aumenti provocati dalle carestie; ma dopo il 1650-60 la loro tendenza fu piuttosto quella di diminuzione, in seguito all’arresto della crescita demografica.
Una parte dell’aristocrazia terriera inglese riuscì a convertirsi a questa gestione della terra che possiamo definire “capitalistica”, ma per lo più la grande nobiltà venne danneggiata prima dall’inflazione del '500 e poi dalla caduta dei prezzi agricoli nel '600. Il ricorso alle recinzioni, implicando un conflitto con le comunità dei villaggi che si vedevano private dei pascoli comuni e dovevano assistere alla dissoluzione delle tradizionali regole di vita, vide protagonisti altri gruppi sociali.
La vecchia aristocrazia era capace solo di uno sfruttamento elementare dei propri contadini, spesso mescolato a un certo paternalismo benevolo: le grandi famiglie nobiliari continuavano a esercitare il loro dominio su gruppi di villaggi, ma erano anche un’autorità capace di garantire sicurezza e protezione, risolvendo come giudici di prima istanza le controversie legali, dando la caccia ai banditi e ostacolando l’avanzata del capitalismo agrario.
Promotori del cambiamento agricolo
I ceti sociali promotori della ristrutturazione del mondo rurale sono due: la gentry, piccola nobiltà le cui origini e i cui titoli non risalivano a prima della fine del XV secolo. Infatti, aveva acquistato una terra feudale e un titolo di nobiltà da Enrico VII o Enrico VIII; poi aveva accresciuto i suoi possedimenti comprando le terre ecclesiastiche nazionalizzate al momento della riforma anglicana. Gli yeomen e i freeholders erano persone appartenenti ai ceti borghesi, titolari come proprietari o affittuari di beni terrieri relativamente estesi. Molti di loro si erano arricchiti all’epoca dell’aumento dei prezzi agricoli, o avevano tratto vantaggio dall’inflazione.
La grande conduzione della terra si mostrò positiva solo per il latifondo signorile affidato al piccolo affitto, sia della piccola proprietà fondiaria. I contadini, invece, che lavoravano direttamente la terra in una di queste due forme, stretti tra il movimento delle recinzioni e i tentativi della nobiltà di difendere i propri redditi, si erano declassati a contadini poveri (con terra insufficiente o del tutto senza terra, costretti a vendere come braccianti la propria forza-lavoro o a vivere come occupanti abusivi di terre altrui) = polarizzazione della ricchezza.
Espansionismo europeo nel XVII secolo
Nel XVII secolo continuava l’espansionismo europeo negli altri continenti, ma con alcune modifiche. Infatti, le potenze europee favorirono la nascita di grandi aziende economiche che, oltre ad avere elevata disponibilità finanziaria, dovevano essere capaci di perseguire le finalità economiche e politico-militari della politica coloniale. Infatti, nei primi anni del '600 nacquero le Compagnie inglese e olandese delle Indie orientali. In particolare, nelle coste nord-atlantiche dell’America (chiamate indistintamente Virginia) gli inglesi passarono dai semplici atti di pirateria a una vera e propria colonizzazione del territorio. Tuttavia, all’inizio del secolo, queste colonie venivano spesso abbandonate a causa delle cattive stagioni. Ma la situazione iniziò a migliorare con l’arrivo di nuovi “piantatori”, di donne e di schiavi africani da impiegare nelle piantagioni.
Le colonie inglesi, al contrario di quelle francesi, divennero un rifugio per gli esuli religiosi, che non potevano esprimere liberamente la propria religione in patria. Questi intendevano formare delle comunità, i cui sviluppi dovevano dipendere dalla madrepatria, secondo i principi e le modalità dell’Atto di navigazione (1651). Infatti, una particolare rilevanza è costituita dalla piccola colonia fondata a Plymouth nel Massachusetts da un piccolo gruppo di puritani nel 1620, dove questi ultimi, prima di sbarcare dalla nave Mayflower, sottoscrissero la loro volontà di creare una “civile società politica”.
Rivoluzione scientifica nel XVII secolo
Il '600 è stato definito il secolo della rivoluzione scientifica, perché accanto alle guerre, alle carestie e alle pestilenze, si verificava una svolta nei metodi e nei contenuti del sapere scientifico. Il primo campo “rivoluzionario” è certamente quello astronomico. Infatti, nel 1543 Niccolò Copernico pubblicò l’opera De revolutionibus orbium coelestium, in cui opponeva un sistema eliocentrico a quello geocentrico pubblicamente riconosciuto. Purtroppo Copernico morì poco dopo la pubblicazione dell’opera e non poté difendersi, ma la chiesa cattolica condannò duramente questa teoria definendola eretica (in quanto contraria a quanto si poteva leggere nella Bibbia) e assurda, poiché negava l’evidenza (i supposti movimenti della terra, infatti, sarebbero stati avvertiti da tutti).
In seguito, Giovanni Keplero tornò a confermare la teoria eliocentrica e, al contrario della teoria tolemaica e dello stesso Copernico, giunse alla conclusione che le orbite dei pianeti non erano circolari, bensì ellittiche. Keplero spiegò le sue teorie nell’opera Astronomia nova, pubblicata nel 1609; medesimo anno in cui Galileo Galilei puntava verso gli astri un cannocchiale (sistema di lenti inventato dagli occhialai olandesi e da lui perfezionato per lo scopo). Nel 1616 l’Inquisizione giudicò la teoria copernicana “stolta e assurda, formalmente eretica” e proibì l’opera di Copernico finché non fosse stata perfezionata.
Frattanto Galilei iniziò l’opera Dialogo sopra i due massimi sistemi, pubblicato nel 1632, in cui metteva a paragone Tolomeo e Copernico, mostrando l’inconsistenza degli argomenti sulla teoria geocentrica. L’anno seguente Galilei fu sottoposto a processo dall’Inquisizione e costretto a ritrattare. Galilei ebbe il merito, inoltre, di individuare un “metodo scientifico”, costituito da due fasi: l’esperimento e l’espressione nel linguaggio matematico. Secondo lui, infatti, la natura non va solo osservata, ma anche interrogata: non bisogna attendere che i fenomeni naturali accadano spontaneamente, ma devono essere individuati con precisione e poter essere provocati e ripetuti più volte dallo scienziato. Egli deve esser in grado di esaminare dettagliatamente questi fenomeni e, a tale scopo, occorreva procurarsi gli strumenti adatti. Nei fenomeni, inoltre, bisognava individuare delle dimensioni quantitative misurabili e studiando le relazioni matematiche tra queste quantità, lo scienziato poteva così raggiungere a rintracciare le leggi scientifiche.
Il più grande interprete del pensiero di Galilei fu l’inglese Isaac Newton (1642-1727) che con la sua legge della gravitazione universale (1687) sintetizzò gli studi sul moto dei corpi e sulla struttura dell’universo.
Unione dinastica tra Inghilterra e Scozia
Nel 1603 morì Elisabetta I Tudor, ponendo così fine alla dinastia dei Tudor. A lei succedette il suo parente più prossimo, Giacomo VI, re di Scozia e divenuto Giacomo I d’Inghilterra (1603-25). Trasferitosi da Edimburgo a Londra, la sua ascesa creò per la prima volta un’unione dinastica tra le corone d’Inghilterra e Scozia. La situazione religiosa in Inghilterra era piuttosto delicata. Infatti, Enrico VIII Tudor (1509-1547) aveva fondato la chiesa anglicana come chiesa nazionale, svincolata da Roma e subordinata alla corona.
Ciò accadde in base ad un’operazione politica: Enrico VIII si era opposto al luteranesimo nel suo stato (per cui il pontefice gli aveva dato il titolo di “difensore della fede”); tuttavia si era stancato della prima moglie, la cattolicissima Caterina d’Aragona (zia dell’imperatore francese Carlo V) e nel 1527 aveva chiesto al papa l’annullamento di tale matrimonio, in favore di quello con la dama di palazzo Anna Bolena. Tuttavia il papa Clemente VII non accontentò il re, per non inimicarsi Carlo V. Così nel 1534, con l’Atto di Supremazia, il parlamento conferì al re il titolo di capo unico e supremo, anche in campo dottrinale, della chiesa d’Inghilterra.
Durante il suo regno, gli oppositori vennero co…
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