MALLARMé (1842-1898)
I dati anagrafici relativi a Mallarmé non sono particolarmente rilevanti.
Mallarmé fu sempre un impiegato statale che lavorò come insegnante di
inglese.
Era una persona molto schiva, che parlava in modo oscuro e non ottenne per
questo motivo molto successo come insegnante. Lavorò anche come critico.
Egli abitava in Rue de Rome a Parigi, dove si teneva ogni martedì una riunione
con il pubblico in cui Mallarmé dava ogni tanto sentenze oscure: abitava nella
zona di Parigi, la rive gauche, sede dei bohémiens, degli avanguardisti (a
differenza invece della rive droite che era invece sede della cultura ufficiale,
lungo la quale ancora oggi sono presenti gli edifici più eleganti). Queste riunioni
erano solamente per adepti quindi la cultura ufficiale non ne sapeva nulla.
Nel 1864 Mallarmé inviò delle lettere ad uno dei suoi più cari amici, nelle quali
affermò di essere convinto che “peindre (dipingere) non la chose mais
l’effet qu’elle produit”, a invece differenza dei parnassiani che dipingevano
le cose esistenti.
Il passo che già fatto da Baudelaire era quello di ritrarre non le cose ma l’uomo
rispetto alle cose; Mallarmé arrivò invece a riprodurre non le cose, ma ciò che
esse producevano: ciò che Mallarmé voleva fare non era quindi “dire”, ma
creare una “suggestion”, cioè “suggerire”. Questa “suggestion” implicava
quindi che il lettore completasse il senso, il significato di quanto rappresentato,
nella profondità del suo inconscio.
Questo è l’inizio di una nuova scrittura, del Lettore come secondo creatore: è
colui che completa il senso che di per sé non è mai completo (per questo il
testo è in attesa di essere letto).
La stessa parola “inconscio” nasce proprio in questo periodo.
Hartmann e Schopenhauer parlano di inconscio e le loro opere arrivano anche i
Francia: questo è un concetto che viene elaborato lentamente e che circola in
tutta Europa, ma è comunque un tema che nasce nella poesia e non in altri
campi.
Nel 1866 Mallarmé rifletté particolarmente sul senso del divino e ebbe una crisi
esistenziale profonda: egli giunse alla conclusione dell’inesistenza di Dio,
giunse a concepire il nulla; l’unico Assoluto che rimane è quello della
parola.
In una lettera egli disse infatti che l’uomo era solo “vana materia, ma
capace di inventare Dio e la propria anima”: questo fa dell’uomo una
creatura grandissima.
La poesia venne così definita da Mallarmé “gloriosa menzogna” (“glorieux
mensonge”).
Che la poesia sia menzogna lo si dice da sempre già nelle teorie estetiche
dell’antichità, in quanto questa non imita il reale ma il verosimile, la poesia è
quindi finzione: la poesia inventa, dicendo ciò che non c’è, ma, facendo ciò,
essa afferma il vero, in quanto essa parla dell’Assoluto e quindi del vero.
Nel 1886 Mallarmé realizzò l’opera “Hérodiade”, opera che nacque con l’idea
che potesse essere messa in scena: il poeta iniziò poi a pensare a quest’opera
nella versione teatrale, per lui arte assoluta.
Mallarmé diventò celeberrimo però solo nel 1887 con la pubblicazione di “À
Rebours Huysmann”, che diventò una vera e propria bibbia per i poeti
decadenti. Diventato celeberrimo, egli iniziò a tenere conferenze su qualunque
argomento.
L’opera che però davvero lo consacrò venne pubblicata nel 1897, alla fine
quindi della sua vita, e fu la sua ultima opera, intitolata “Un coup de dés
jamais n’abolira le hasard” (“Un tiro di dadi mai abolirà il caso”): in questa
opera Mallarmé teorizzò la scrittura assoluta: il suo progetto per la vita era
quello di creare “le livre”, l’opera ultima, nel quale le varie pagine potevano
essere scambiare per dimostrare la perfetta circolarità della scrittura, la sua
assolutezza.
Anche Mallarmé arriva all’ermetismo come Rimbaud, ma è sicuramente più
comprensibile rispetto a Rimbaud.
LA POETICA
Mallarmé ha ereditato da Baudelaire l’idea del mondo diviso, che viene però
ricomposto grazie all’atto poetico. Eredita invece dai parnassiani l’amore per
l’eleganza e per gli oggetti preziosi che diventano il dato sensoriale dal quale
Mallarmé parte per il suo tentativo di assolutizzazione dell’oggetto stesso.
In Mallarmé l’associazione tematica si riduce solamente all’associazione
dell’oggetto/immagine con l’Assoluto: l’atto poetico consiste infatti nel
condurre un oggetto a trascendere la sua natura e qualità materiale, lo si porta
alla sua smaterializzazione quindi, per raggiungere la sua natura
trascendente, la sua vera essenza.
La poetica di Mallarmé erode quindi l’oggetto rappresentato fino a mostrarne la
sua essenza.
Questo avviene in quanto il vero poeta no si ferma alla sola apparenza
dell’oggetto che rappresenta.
Lo strumento di mediazione tra la realtà empirica e l’Assoluto è il linguaggio,
nel quale il reale si spoglia di ogni materialità e immanenza e si smaterializza,
diventando universale.
Per marcare ulteriormente la smaterializzazione dell’oggetto, Mallarmé passerà
alla sua negazione: vengono quindi usati termini caratterizzati da negatività,
assenza, non-essere.
Salut - pag. 22 (dispensa)
Nel 1899 viene pubblicata l’Edition Deman Poésie, una raccolta in cui
Mallarmé ripubblica alcune sue poesie.
“Salut” era stata composta nel 1893 in occasione del Banque de la Plume: la
Plume era una rivista in cui scriveva la maggior parte dei poeti simbolisti e in
questo periodo Mallarmé era già un mito.
Questo banchetto si teneva una volta all’anno in cui si rendeva onore ad alcuni
poeti e si recitavano poesie: quell’anno Mallarmé portò una poesia che
all’epoca si chiamava “Toast” (cioè “brindisi” in francese in onore di…). Il
fatto di riprendere la stessa poesia, di cambiarle il titolo in “Salut”, porla
all’inizio della raccolta e per scelta di Mallarmé stesso scrivendo il titolo in
corsivo piccolo, tutto ciò sta ad indicare che la poesia è un saluto non a quelle
singole persone alle quali si rende onore quella sera, ma al destinatario, tutti
noi quindi, che è invitato ad unirsi all’incerta navigazione della poesia.
Tutta la raccolta viene posta infatti sotto il segno della prima parola di questa
poesia: “nulla”/”rien”. Tutto è basato sul nulla, sul non-essere; si afferma
quindi il paradosso secondo il quale la poesia attraverso il suo negare
afferma l’esistenza di se stessa.
Altro tratto tipico di questa poesia e dell’intera raccolta è quello della
metafora poesia-navigazione: la poesia è un’odissea poetica; in una nota
della raccolta si ritrova infatti la frase “Iliade/Odyssée/modernes”. La poesia è
quindi secondo Mallarmé un viaggio.
Questo tema del viaggio che anche riscontrabile nell’ultimo verso di “Salut”,
dove compare la “toile”, che significa sia tela che vela delle navi.
Mallarmé parla spesso degli antichi e della poesia greca: nulla secondo lui è
stato detto in modo migliore rispetto a quanto fatto dalla poesia greca; con
ripresa di questa poesia.
In questa poesia, come in moltissime altre della raccolta, Mallarmé fa grande
uso di associazioni tematiche e lo fa non con lo scopo di creare un’armonia
tra le immagini ma tra le parole stesse: l’Assoluto è dato dalle parole e questo
dimostra la totale autoreferenzialità della poesia.
La schiuma che compare riguarda sia lo champagne usato per il brindisi ma
anche quella del mare. La coppa è sia quella dello champagne, ma viene
questo termine viene anche usato per le navi per descriverne la struttura a
forma appunto di coppa.
Le sirene fanno poi chiaro riferimento all’Odissea: nell’Odissea le sirene
strillano attirando i naviganti verso la morte; i naviganti dell’Odissea si tuffano
in mare per il bisogno di sapere cosa esse dicono (ricerca del sapere assoluto).
Le sirene in questo caso annegano all’indietro.
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