Il seduttore di Siviglia e il convitato di pietra – Tirso de Molina
Don Giovanni seduce Tisbea, poi scappa e arriva a Siviglia. Qui lo raggiunge l’ordine del re di sposare Isabella, ma Don Giovanni è interessato a un’altra donna: Donna Anna, figlia di Don Gonzalo, commendatore di Calatrava. Don Giovanni riesce a sostituirsi al fidanzato di Donna Anna (il Marchese della Mole), ma Donna Anna se ne accorge e lo comunica al padre. Don Giovanni lo uccide e fugge col suo servo Catalinon. Arrivano in un paesino in cui si celebrano delle nozze contadine. Qui c’è Aminda, fidanzata di Patricio; Don Giovanni la seduce e poi scappa. Torna a Siviglia e vede il monumento funebre (una statua) eretto in onore del padre di Donna Anna che lui aveva ucciso. Per deridere la statua, Don Giovanni la invita a cena e la statua accetta. In seguito, la statua invita Don Giovanni e il suo servo ad un’altra cena. Don Giovanni accetta l’invito e al congedo di questa cena, quando Don Giovanni e la statua si danno la mano, la statua trascina Don Giovanni con sé all’Inferno senza che egli potesse essersi confessato (elemento religioso). Catalinon assiste a questa scena e la racconta al re a cui spetta l’ultima parola della pièce, e il re annuncia che l’ordine è stato ripristinato.
La figura di Don Giovanni secondo Giovanni Macchia
Giovanni Macchia, in Vita, avventure e morte di Don Giovanni, ricostruisce la figura di questo personaggio che è precedente anche al seduttore di Tirso de Molina. Una delle prime espressioni della leggenda è quella del Dramma del conte Leonzio. Leonzio è giovane di animo buono che diventa ateo perché affidato a Machiavelli. Abbiamo il commento del gesuita Zehentner che ci descrive il conte Leonzio esclusivamente abbandonato al piacere e all’utile, che impara a sue spese l’esistenza di Dio e ne paga la punizione: incontra un teschio e gli dà un calcio, poi lo invita a cena per derisione e il teschio accetta, facendo scappare lo stesso Machiavelli. Si presenta dunque il doppio tema: il tema sovrannaturale, ovvero il morto che si rianima, e l’elemento comico, ovvero la paura che fa scappare anche Machiavelli.
L'ateista fulminato
L’altro testo che presenta Macchia è L’ateista fulminato, la storia di Aurelio, un bandito che insulta le statue dei parenti morti del Duca Mario, che era stato incaricato dal re di uccidere Aurelio. Le statue rispondono ad Aurelio invitandolo a lasciar riposare i morti, ma Aurelio le sfida; una statua lo invita a pentirsi, ma lui non si pente: cade un fulmine dal cielo in cui si apre una voragine in cui sparisce il bandito. L’elemento della statua che si anima sarà ripreso nel Don Giovanni di Molière.
Leonzio e Aurelio sono dunque due figure che si avvicinano a quella di Don Giovanni, in quanto ne condividono l’ateismo e l’atteggiamento di sfida, ma l’ateismo è solo un presupposto del dongiovannismo. L’ateo diventa Don Giovanni solo nel momento in cui l’erotismo diventa la suprema delizia del suo essere ateo. Per Don Giovanni, essere ateo vuol dire non essere interessato alle dispute teologiche; Don Giovanni pensa semplicemente ad altro, al pratico, tanto che, se utile, può anche arrivare a rinnegare il suo ateismo, come accade in Molière quando chiede di essere confessato mentre precipita all’Inferno.
Don Giovanni: un personaggio complesso
Don Giovanni può essere sia un personaggio complesso, come diventerà nella sua evoluzione, sia un personaggio da commedia dell’arte, in quanto si tratta di un personaggio con caratteristiche popolari. Nel teatro, la vicenda del Don Giovanni non potrebbe rispettare le unità, perché senza il suo muoversi e compiere azioni non potrebbe sussistere proprio il personaggio. Sia nella commedia dell’arte che, soprattutto, in Tirso de Molina e in Mozart, l’omicidio di Don Gonzalo avviene sul palco, mentre Molière immagina che il delitto sia avvenuto in un tempo anteriore allo svolgimento della pièce. Spostando il misfatto in un tempo anteriore, quindi togliendo il verificarsi di un fatto cruento, Molière fa rispettare la bienséance e lo fa rientrare nell’unità di tempo. Il terzo risultato che ottiene è che fa perdere all’omicidio l’importanza che avrebbe avuto se fosse avvenuto durante la pièce e in generale ne svaluta quindi l’importanza, e questo si ritrova anche nella frase di Don Giovanni: “Mais je ne l’ai pas bien tué?” Invece sia nel testo di Molina che di Mozart l’omicidio è l’evento dominante.
Caratteri del Burlador di Tirso de Molina
Altri caratteri importanti del Burlador di Tirso de Molina sono i continui rimandi che compaiono nel testo al tema della vendetta, al tema della morte, alla mitizzazione di Don Giovanni, flagello delle donne, e all’ospitalità sempre comparata alla città di Troia. E’ presente inoltre in tutto il testo un forte attacco generazionale: da una parte abbiamo i figli che non accettano più le decisioni dei padri, dunque i matrimoni combinati; dall’altra il Commendatore rappresenta la colpevolezza dei padri perché non è realmente preoccupato per il fatto che ci sia Don Giovanni nella stanza della figlia, ma per l’onore ed i pettegolezzi. Tutti i padri comunque sono colpevoli, chi per un eccesso di autorità paterna, chi per un eccesso di indulgenza come nel caso di Don Diego, padre di Don Giovanni.
E’ interessante anche guardare la natura di Don Giovanni, che è vittorioso nel regno dei vivi (emblematico il primo banchetto in cui la statua non mangia e non proferisce parola) e perdente nel regno dei morti (Don Giovanni perde: muore, nonostante continui comunque a sfidare la religione e il tabù che impedisce di mangiare il cibo dei morti – quello del banchetto vietato è un tema che appariva già con Tantalo nella mitologia, cibo degli dei).
Don Giovanni è un personaggio caratterizzato da un coraggio fondamentalmente inutile che non gli fa temere la morte, né la statua che lo invita a cena. In realtà paga per una colpa non commessa: confessa di non aver goduto di Donna Anna, ma viene punito ugualmente secondo il principio per cui l’intenzione di compiere un misfatto è già una colpa.
Don Giovanni di Molière
In Tirso de Molina abbiamo subito l’entrata in scena del burlador, mentre qui abbiamo una presentazione indiretta fatta da Sganarello, il suo servitore. Abbiamo un personaggio nuovo, un’invenzione di Molière: Donna Elvira, sposa di Don Giovanni. E’ ancora giovane Don Giovanni in Molière, ma non è più il giovane di Tirso de Molina. Don Giovanni qui è fortemente ateo, riprende il personaggio del conte Leonzio.
Molière scrive quest’opera durante il trionfo del Classicismo, tuttavia non rispetta a pieno i canoni della dottrina classica. Ad esempio, se guardiamo i personaggi, abbiamo l’impressione di avere uno strano miscuglio: un nome spagnolo, seguito dal nome di una maschera farsesca (Sganarello) e alla fine abbiamo annunciato uno spettro, e gli spettri sono molto rari nel teatro classico francese. La pièce si svolge in due giorni; Molière è costretto a ridurre la consistenza della figura del Commendatore – che è già morto quando si alza il sipario – che invece in Tirso de Molina rappresenta una figura centrale.
La pièce si apre con l’elogio al tabacco, che per Molière rappresenta un attacco ai nemici in quanto la Compagnia del Santo Sacramento era contraria all’uso del tabacco. Il fumo prende anche il significato di dépense, dispendio così come inteso da Bataille, spreco, bisogno di perdita, elemento centrale del capitalismo, che pure cerca in qualche modo di cancellarlo. Il fumo non è dunque solo un fatto fisico, quanto un bisogno mentale, la mente che ha bisogno di rilassarsi e abbandonarsi a qualcosa privo di senso, tanto che fumare diventa la cosa più estranea all’intelletto. Quest’idea di dépense viene già da Marcel Mauss (Essais sur le don) un dispendio che c’è in natura, che parte già dal sole che dispende la sua energia.
C’è tutta una simbologia legata all’elemento dell’abito. Il povero che Don Giovanni incontra è vestito di stracci e Don Giovanni gli dice infatti “Prega Dio che ti dia un abito.” Sganarello indossa gli abiti del medico e questo, anche agli occhi del suo padrone, gli conferisce maggior rispetto e autorità. Inoltre è importante anche l’abito dello spettro che prende le sembianze di donna velata.
Nei primi due atti la questione dell’abito è concentrata su quello di Don Giovanni, un abito aristocratico; c’è una descrizione – che avviene dopo il naufragio – anche molto nel dettaglio fatta da Pierrot che serve in qualche modo a ridicolizzare appunto l’aristocratico. L’abito è ancora tema centrale nella fuga: Don Giovanni che toglie l’abito aristocratico per indossare una semplice tenuta da viaggio per non essere riconosciuto. Altri due passaggi in cui è centrale l’abito sono la critica all’abito romano indossato dalla statua del Commendatore e il rovesciamento che vede passare Don Giovanni da aristocratico a debitore nei confronti di M. Dimanche, fornitore di tessuti.
Una scena importante è quella in cui il padre di Don Giovanni, Don Luigi, tira in ballo la vita di Don Giovanni, confrontandola con quelli che sono i valori familiari. Si parla quindi di virtù, gloria, onore e rispetto degli obblighi. Don Giovanni rappresenta la caduta di tutti questi valori, ridotti a luoghi comuni e convenzioni. Rappresenta un punto in comune col Burlador di Tirso de Molina, poiché anche lì i giovani non credevano più nei valori dei padri.
Altro elemento importante di questa scena è l’invito di Don Giovanni al padre di sedersi; durante le tragedie infatti i personaggi recitavano sempre in piedi. Questo invito svalorizza ogni solennità, Don Luigi reagisce con ira all’insolenza del figlio. Sia l’ira di Don Luigi che la risposta di Don Giovanni ruotano intorno al desiderio di morte dell’altro; nel caso di Don Giovanni è introdotto il tema del parricidio che ritroviamo esempio in Balzac (Elisir di lunga vita).
Una figura importante e nuova è sicuramente quella di Donna Elvira, specialmente dopo il cambiamento. Donna Elvira si fa messaggera del Cielo, vive nella carità che la spinge a voler salvare colui che aveva invece tentato di portarla nella dannazione. Tuttavia, nonostante il cambiamento, capiamo che Elvira ha paura di ricadere nella passione in cui Don Giovanni tenta nuovamente di indurla, per questo decide di allontanarsi dalla scena.
La figura del Commendatore varia molto da Tirso a Molière; qui è una figura alquanto anonima, ridotta all’essenziale. Abbiamo una ripresa solo nella cena dalla quale la statua viene in qualche modo esclusa e la richiesta di Don Giovanni ai servi di cantare, come avveniva in Tirso. Il Commendatore qui rappresenta il terzo inviato dal Cielo, dopo i tentativi di Don Luigi e Donna Elvira. Tuttavia, anche davanti all’evidenza, Don Giovanni continua a rifiutare l’idea del soprannaturale e a non considerare la statua come segno del Cielo.
Lo spettro nel Don Giovanni di Molière
Figura innovativa, invenzione tutta di Molière, è lo spettro che appare sotto forma di donna velata, assume queste sembianze in rappresentanza di tutte le donne sedotte e innamorate, ed in particolare di Donna Elvira toccata dalla grazia. Riassume infatti anche quanto detto da lei precedentemente, rappresenta inoltre un’aggiunta all’elemento soprannaturale della statua. Lo spettro in seguito si trasforma in allegoria del Tempo: il tempo è scaduto, d’ora in poi tutto è deciso, si svolgerà senza possibilità di modifiche. Lo spettro vola via mentre Don Giovanni cerca di colpirlo per verificarne la natura. Nonostante questo, di fronte a tante prove, Don Giovanni rifiuta di arrendersi e di pentirsi.
Jacques Truchet è considerato il teologo del Don Giovanni di Molière. Rilegge Don Giovanni in chiave teologica del tempo di Molière. Si parla di indurimento nel peccato, ovvero l’ostinazione alla volontà del peccato la cui conseguenza è la privazione della grazia. Il peccatore incallito è quello che si preclude definitivamente la via della salvezza: c’è un limite nella misericordia di Dio. Il peccatore si trova condannato alla dannazione eterna, ma Dio non è responsabile della sua dannazione, Dio non può che volere il bene e dipende dunque dal libero arbitrio dell’essere umano cadere o meno nell’indurimento, tanto che per evitare che accada il peccatore viene ripetutamente avvertito (Sganarello, Don Luigi, Donna Elvira). Il testo di Molière è lontano dal clima di Tirso de Molina, tuttavia sembra che Molière tenga conto dell’insegnamento teologico presente nel Burlador: chi la fa, la paga.
Modifiche di Molière rispetto alla leggenda
- La cena sembra svolgersi per strada, il testo è molto ambiguo e dà poche indicazioni a riguardo. Non si parla di cena con i morti come in Tirso de Molina.
- L’ultima parola è data ad un servo, il solo a manifestare una morale espressa in realtà da un personaggio quasi da farsa, privo di una sua reale identità.
- Nell’ultima scena è la statua che si avvicina a Don Giovanni, a sottolineare la passività di questo personaggio in antitesi col conquistatore descritto nel primo atto.
Vita, morte e miracoli di Don Giovanni, Giovanni Macchia
Ritroviamo le origini di Don Giovanni nella storia del Conte Leonzio e nell’Ateista fulminato, con Aurelio. Tuttavia, occorre del tempo affinché l’ateo si trasformi nel Don Giovanni: l’ateismo (ed elementi come le statue parlanti) non bastano a caratterizzarlo infatti, occorre che l’erotismo diventi il piacere più grande del suo essere ateo. Nonostante diventerà un personaggio complesso, ha comunque molti elementi da personaggio popolare, come viene considerato dai comici della commedia dell’arte. Don Giovanni non può rispettare da un punto di vista teatrale le cosiddette unità; senza il cambio di luoghi e il susseguirsi di più tempo, non potrebbe neppure esistere il personaggio.
La commedia dell’arte porta senza eccelsi risultati sul palco personaggi molto diversi tra loro; in Don Giovanni abbiamo dal ricco al povero, tutto ciò che c’era di tragico nella vicenda è portato a conseguenze semicaricaturali. L’impostazione di Tirso non risparmia i lazzi col cadavere del Commendatore sulla scena. Tutto questo sparirà con Molière.
Per comprendere il Don Giovanni di Molière è importante rapportarlo alla tradizione; questo consiste in un intelligente dosaggio di elementi ripresi dalle varie fonti, utilizzando ciò che l’autore ritenesse utile. Dato il mancato rispetto delle unità, è stato rimproverato al suo Don Giovanni di essere scucito e avventuroso, in realtà poiché per i motivi sopraelencati era impossibile rispettare le unità, Molière cercò di rendere la vicenda meno incredibile da un punto di vista temporale, restringendo il teatro agito a vantaggio di quello raccontato. In questo modo fa anche avvenire l’omicidio fuori dalla pièce, in modo tale da andare incontro sia a un tipo di verosimiglianza dovuta al ristringimento dei tempi, sia alla bienséance.
Mentre Tirso scrive il Burlador in velocissimi versi, Molière scrive il suo Don Giovanni in prosa, non incontrando l’approvazione di nessuno. Come già avveniva nella commedia dell’arte, egli volle presentare personaggi dialettali che parlano in patois, che rendeva un effetto simile a quello del bolognese o del bergamasco in Italia. Al servo di Don Giovanni, Sganarello, dette una dimensione scenica importante; appare sulla scena addirittura un numero di volte superiore a quello del personaggio principale e interpreta lui stesso (Molière) da attore questo ruolo.
Nel Don Giovanni di Molière incontriamo il significativo incontro con il Povero. Si pensa che questo personaggio provenga sia dal Pellegrino di Dorimon e Villiers, anche se il suo migliore antecedente è il Romito nell’Ateista fulminato. Nell’Ateista, in realtà, i documenti ci hanno dimostrato che questa scena venne in parte censurata.
Oggi nell’immaginario moderno Don Giovanni non ha più il ruolo di eroe; per antonomasia si fa riferimento ad un giovane conquistatore, ma rappresenta anzi quasi una caricatura. Nel 1900 possiamo ritrovare ciò che resta del Don Giovanni nel Marchese di Priolà di Lavedan; qui Don Giovanni non è già più un eroe. Non si può dire precisamente quando nacque la figura di Don Giovanni, ci sono diverse ipotesi. Kierkegaard parla di Don Giovanni come invenzione medievale strettamente legata alla cristianità, mentre uno studioso francese – di cui Macchia non fa il nome – assicura che la sua origine non sia anteriore al 1600.
Oggi la paternità viene data al Burlador de Sevilla di Tirso de Molina, del 1630. Questo testo fu a lungo attribuito a Càlderon de la Barca, tanto che Goldoni stesso nel 1700 criticandolo lo attribuiva a lui: ne critica la ragionevolezza e la verosimiglianza. Tuttavia questa critica lascia un po’ il tempo che trova, nel senso che la non ragionevolezza o meglio la non-misura, il mancato equilibrio e la inverosimiglianza sono esattamente quello che caratterizzano l’opera che altrimenti non potrebbe neppure sussistere. Nel dramma di Tirso il segno che contraddistingue questo Don Giovanni è la gioia; qui più che il seduttore, D.G. incarna proprio il beffatore, colui che gode nell’ingannare e nel travestirsi, più che del reale possesso delle donne. Gira tutto intorno quasi a questa volontà di annullare se stesso, in favore di una maschera, e questo aspetto è evidente fin dal primo momento in cui Tirso ci presenta un uomo e una donna e