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EUGENE IONESCO- “LA CANTATRICE CALVA”

*(tra parentesi troverete delle scritte in grassetto e in corsivo. Sono dei commenti

personali che mostrano ancora meglio le contraddizioni e le assurdità rappresentate

da Ionesco contro il mondo falso in cui vive).

SCENA I

Viene fatta la descrizione di un interno. Vediamo come Ionesco dia molta importanza

alle didascalie, visto che accentua il termine “inglese” per ogni cosa che descrive:

interno borghese inglese, poltrone inglesi, fuoco inglese,serata inglese, signor Smith inglese e

accanto a lui in un’altra poltrona inglese la signora Smith, inglese, e… un lungo momento di

silenzio inglese. L’orologio a pendolo batte 17 colpi inglesi. La prima a parlare è la signora

Smith che constata quanto abbiano mangiato bene quella sera, pesce, patate,insalata, perché

stanno al centro di Londra e perché si chiamano Smith. Il signor Smith mentre la moglie parla

continua a fare schioccare la lingua. La signora continua a parlare e dice che l’olio del

droghiere all’angolo era più buono di quello del droghiere di fronte o di quello ai piedi della

salita, che stavolta Mary, la cameriera aveva cotto le patate al punto giusto mentre la volta

prima no e che a lei piacciono solo quando sono ben cotte. Dice ancora che il pesce era fresco,

buono da leccarsi i baffi, che ne ha preso 3 volte e anche lui, ma che l’ultima volta lui ne ha

preso di meno e che quindi ha mangiato di più lei, strano visto che di solito accade il contrario.

La minestra era invece troppo salata e c’erano troppi porri e poche cipolle. La prossima volta

dovrà dire a Mary di mettere anche un po’ di anice stellato. La signora continua a parlare (da

sola visto che il marito non fa che schioccare la lingua), e dice che il figlio avrebbe voluto la

birra, si vedeva da come fissava la bottiglia ma lei gli ha riempito il bicchiere con l’acqua. Elena

invece (la figlia femmina) somiglia più a lei, è una buona donna di casa. Lei non chiede mai di

bere birra, come anche la bambina più piccola che mangia solo pappa e latte e da questo si

vede che ha appena due anni e si chiama Peggy. La signora dice ancora che la signora Parker

conosce un droghiere rumeno specialista in yogurt e se ne farà dare una pentola di quello

rumeno perché non ci sono cose così nei dintorni di Londra. Lo yogurt è ottimo per lo stomaco

e i reni e questo lo ha detto anche il dottor Mackenzie che ha curato i figli dei vicini, i Johns.

Questo medico è veramente bravo, prima di curare i pazienti fa esperienza su se stesso, ad

esempio prima dio operare il signor Parker al fegato si è fatto operare lui stesso senza neanche

essere malato. Il signor Smith chiede allora come è possibile che lui sia ancora vivo se il signor

Parker è morto; questo vuol dire che lui non è un bravo medico perché o l’operazione riusciva

a tutti e due oppure sarebbero dovuti morire entrambi: il medico deve morire con il paziente

se non può guarire con lui, come il capitano di una nave che affonda con il battello e non

sopravvive senza. La signora dice però che non si può paragonare il malato ad un battello ma il

marito non è d’accordo perché anche il battello ha le sue malattie. Il signor Smith dice allora

che tutti i medici sono dei ciarlatani, e anche i malati, e che solo la marina è onesta in

Inghilterra (ma non i marinai, aggiunge la moglie). Il pendola batte ancora i suoi colpi (prima 7

poi 3 poi silenzio: fa a modo suo, come gli pare) e sempre leggendo il giornale il signor

Smith dice alla moglie che Bobby Watson è morto e la signora quasi sconvolta chiede quando,

ma il marito le dice di non avere quell’aria tanto stupita perché lei già lo sapeva visto che è già

morto da due anni. La moglie non capiva allora perché lui era così stranizzato di vederlo scritto

nel giornale e il marito dice che infatti non era scritto nel giornale ma che se n’era ricordato

solo per associazione di idee. Lui è ben conservato, è il più bel cadavere di tutta l’Inghilterra;

poverino, dice, non sono neanche 4 anni che è morto ed è ancora caldo… (prima aveva detto

che era morto da due anni). La moglie dice “la povera Bobby” e il marito la corregge “il

povero Bobby” forse voleva dire, ma la signora dice che stava pensando alla moglie che si

chiama lui, Bobby Watson e spesso quando erano insieme non si capiva chi era il maschio e chi

la femmina. Lei chiede al marito se la conosceva e lui risponde di averla vista solo una volta al

funerale di Bobby e lei gli chiede se è bella e il marito risponde che ha i tratti regolari ma non

si può dire che sia bella perché è alta e troppo grossa, poi aggiunge che i suoi tratti non sono

regolari e che è veramente molto bella, peccato che sia troppo bassa e magra e insegna canto.

La moglie chiede al marito quando tutti e due pensano di sposarsi (anche se stava parlando

ancora della vedova di Bobby Watson) e lui risponde al massimo la prossima primavera e

che allora bisognerà andarci al matrimonio e la signora dice anche che si dovrà comprare un

regalo e il marito consiglia di regalargli uno dei 7 piatti d’argento che hanno ricevuto per il loro

matrimonio e che non gli sono mai serviti a niente. Dopo una breve pausa di silenzio la moglie

dice che è triste rimanere vedovi così giovani, ma per fortuna, aggiunge il marito, non avevano

figli. Il marito aggiunge che lei è ancora giovane e che potrebbe risposarsi. Il lutto le sta così

bene, risponde la moglie, ma chi terrà i suoi bambini?loro avevano infatti un maschio e una

femmina. Si chiamano Bobby Watson e Bobby Watson come i loro genitori. Il loro zio, il

vecchio Bobby Watson è molto ricco e potrebbe farsi carico dell’educazione del maschio,

mentre la zia, la signora Bobby Watson potrebbe occuparsi di Bobby Watson, la figlia.

(cominciano così a parlare di tutta la parentela, come si è soliti fare quando si cerca

di spiegare una persona a qualcuno, solo che qui tutti si chiamano allo stesso

modo….).

La moglie gli chiede allora se si riferisce a quello che fa il commesso viaggiatore e il signor

Smith dice che tutti i Bobby Watson fanno i commessi viaggiatori, che è un lavoro duro ma che

comunque si fanno dei buoni affari, quando non c’è concorrenza e cioè martedì, giovedì e

martedì e in questi giorni Bobby Watson si riposa e dorme (anziché lavorare proprio nei

giorni in cui non c’è concorrenza…).

Il signor Smith prima dice che non può rispondere a tutte le sue domande idiote, ma visto che

la signora sembra offesa, il marito le si avvicina teneramente e dice che non voleva umiliarla. I

due si abbracciano come due giovani innamorati…

SCENA II

Mary entra in scena e dice che ha passato un pomeriggio davvero piacevole., è stata al cinema

con un uomo e ha visto un film con delle signore e all’uscita sono andate a bere acquavite e

latte e poi hanno letto il giornale.. la signora Smith spera che lei abbia passato una bella

serata, che sia stata al cinema con un uomo, che abbia bevuto latte e acquavite (sono le

tipiche frasi già pronte che si trovano in un libro per apprendere le lingue. Ionesco

infatti decide di scrivere questa commedia per fare una critica alla falsità del mondo,

proprio dopo aver acquistato una grammatica inglese per apprendere la lingua e

averne lette le assurdità. Da notare infatti tutte le contraddizioni che Ionesco mette

in bocca ai suoi personaggi).

Mary dice poi che i signori Martin, loro invitati sono alla porta e che dovevano cenare con loro;

la signora Smith dice che li aspettavano, ma che siccome tutto il giorno non avevano mangiato

niente (dopo tutto quello che aveva descritto all’inizio…), avevano fame e hanno cenato

senza di loro. Mary ride, poi si mette e piangere e sorride. La signora dice a Mary di fare

entrare gli ospiti mentre loro vanno a vestirsi.

SCENA III (MARY E I SIGNORI MARTIN).

Mary rimprovera i signori Martin per il loro ritardo (comportamento normale per una

cameriera), dicendo che sarebbero dovuti arrivare in orario e che un comportamento così non

è educato. Gli dice comunque di sedersi e aspettare.

SCENA IV (GLI STESSI SENZA MARY).

Ci sono solo i signori Martin, seduti l’uno di fronte all’altra, senza parlare, sorridono

timidamente. Il signor Martin con voce monotona e cantilenante dice alla signora che gli

sembra di averla vista da qualche parte e anche la signora risponde di avere avuto la stessa

sensazione e lui dice che forse l’ha vista a Manchester e lei risponde che potrebbe essere ma

che non ricorda. È strano, si dicono che entrambi abbiano lasciato la città 5 settimane prima;

lui dice di aver preso il treno delle 8 e mezzo di mattina per Londra e lo stesso, strana

coincidenza, ha fatto anche lei. Il signor Martin dice che forse si sono incontrati sul treno e lei

continua a dire che la possibilità non è da escludere ma che proprio non ricorda. Lui ha

viaggiato in seconda classe, anche se non ci sono treni di seconda classe in Inghilterra e lei

dice, cosa bizzarra e curiosa, che ha fatto lo stesso (sempre la stessa storia). Lui continua,

vagone 8, sesto scompartimento, la signora dice che lei aveva il posto alla finestra di fronte a

lui ma che non si ricorda se si sono incontrati lì. Lui dice ancora, dopo un attimo di silenzio che

adesso sta a londra, in via Broomsfield e lei, strana coincidenza pure… al n.19, 5^ piano,

appartamento 8… che coincidenza…anche io. Lui dice che la sua camera da letto è in fondo al

corridoio, il letto ha una coperta verde… la signora risponde sempre allo stesso modo… forse si

sono visti proprio la notte prima ma lei non si ricorda… Lui dice anche di avere una bambina di

2 anni, bionda di nome Alice, con un occhio bianco e uno rosso. Dopo un altro attimo di

silenzio il pendolo suona 29 volte (altro fatto impossibile perché sappiamo che le ore al

giorno sono massimo 24…). Il signor Martin si alza lentamente e si dirige verso la signora e

dice che non ci sono più dubbi, che loro si sono già visti,e che lei è allora la sua sposa,

Elisabeth e che l’ha ritrovata. Anche lei si avvicina a lui e il pendolo suona talmente forte da

farli sussultare entrambi, ma la didascalia dice che gli sposi non l’hanno sentito.. si mettono in

un angolo, si stringono e si abbracciano. Mary entra in punta di piedi e si rivolge direttamente

al pubblico.

SCENA V (GLI STESSI E MARY).

Dice Mary che Elisabeth e Donald sono troppo occupati per poter ascoltare e che quindi può

rivelare un segreto su di loro: Elisabeth non è Elisabeth e Donald non è Donald e la figlia di cui

palavano non è la stessa bambina: una ha l’occhio rosso a destra e quello bianco a sinistra,

l’altra al contrario, ma questo particolare è stato evitato di proposito da Donald perché avrebbe

distrutto la sua teoria. Entrambi hanno fatto finta di essere Donald ed Elisabeth ingannandosi a

vicenda. Lei non sa chi davvero sono, ma siccome nessuno vuole tutta questa confusione, è

meglio lasciare le cose come stanno. Poi si rivolge al pubblico e dice “Il mio vero nome è

Sherlock Holmes”.

SCENA VI (GLI STESSI SENZA MARY).

Il pendolo suona ormai tutte le volte che vuole. I coniugi dopo un po’ si separano e

riprendono le loro posizioni iniziali e il marito dice che adesso che si sono ritrovati è meglio

dimenticare tutto e tacere per vivere felici come prima.

SCENA VII (GLI STESSI E GLI SMITH).

I signori Smith entrano da destra senza alcun cambiamento nei loro vestiti (avevano detto

all’inizio di dover andare a cambiarsi…). la signora li saluta e si scusa per averli fatti

aspettare tutto quel tempo, ma visto che loro erano arrivati senza farsi annunciare, hanno

pensato di non mettersi il loro abito da sera per ricambiare il favore. Il signor Smith inoltre li

riprovare per essere arrivati in ritardo (ma non aveva detto che erano arrivati senza farsi

annunciare? Come possono essere in ritardo?). egli si siede di fronte ai visitatori e il pendolo

suona a seconda dei casi; i signori Martin sono imbarazzati e timidi, per questo la

conversazione sarà riempita di lunghi silenzi e pause, esitazioni ecc…e non fanno che ripetere

hm…hm…hm…dicono che fa freddo, che non ci sono correnti d’aria. Il signor Martin dice alla

moglie di raccontare quello che ha visto quel giorno ma lei risponde che non ne vale la pena

perché tanto non le crederebbero; il signor Smith dice che loro non metterebbero mai in

dubbio la sua buona fede. La signora si decide e racconta di aver visto per strada una cosa

straordinaria, un uomo ben vestito, di una cinquantina d’anni che si allacciava i lacci delle

scarpe che si erano sciolti. Fantastico! esclamano gli altri tre. (quante volte ci è capitato di

voler raccontare qualcosa che ci è successa come se fosse la migliore al mondo e gli

altri ci fanno tanti complimenti solo per farci contenti ma in realtà il nostro episodio

è solo qualcosa di banale….).

Il signor Smith dice che se non l’avesse raccontato lei non ci avrebbe creduto e il signor Martin

dice che anche lui quel giorno ha visto una cosa strana, un uomo che seduto su una panchina

si leggeva tranquillamente il giornale e la signora Smith dice che è una cosa veramente

originale.

Intanto suonano alla porta e la signora Smith si alza per andare a vedere chi è ma dice che

non è nessuno e la scena si ripete per altre due volte e la terza volta neanche vuole alzarsi e

dice che se le prime due volte non c’era nessuno perché di dovrebbe essere qualcuno adesso;

perché hanno suonato, dice il marito, ma lei risponde che questa non è una buona ragione. Il

marito sostiene che quando suonano c’è qualcuno alla porta che suona perché gli venga

aperto. La moglie insiste dicendo che in teoria è vero ma che in realtà le cose sono diverse.

Continua il battibecco e non va nessuno, suonano così una 4^ volta e la signora dice che lei

non andrà ad aprire perché tanto sa che non ci sarà nessuno. Il signor Smith decide di andare

a vedere lui, apre e trova il capitano dei pompieri.

SCENA VIII (GLI STESSI E IL CAPITANO DEI VIGILI DEL FUOCO).

Gli Smith spiegano al capitano il motivo della loro aria sconvolta, gli dicono che lui pensa che

quando suonano ci debba essere qualcuno, lei dice invece che non c’è nessuno e che in questi

casi la quarta volta non conta e che effettivamente per 3 volte non c’era nessuno. Il signor

Smith chiede allora al capitano da quanto tempo era dietro la porta e lui risponde da ¾ d’ora

ma che in quel tempo non ha sentito suonare nessuno. Il signor Smith chiede allora se la terza

volta che avevano sentito suonare era stato lui e il pompiere dice di sì e che si era nascosto

quando hanno aperto, per ridere. La signora Smith dice che non c’è niente da ridere perché è

una cosa seria. Il pompiere per metterli d’accordo dice che quando suonano alla porta alcune

volte c’è qualcuno, altre volte non c’è nessuno. I signori gli chiedono cosa era venuto a fare e

lui risponde che era in missione di servizio e chiede se da loro c’è qualche incendio da

spegnere e loro rispondono di no, ma che se avessero avuto degli incendi lo avrebbero

chiamato. Dice che gli affari vanno molto male, che in città non bruciava niente e anche il

premio di produzione è scarso. Dice che anche negli altri campi gli affari vanno male, niente

grano o inondazioni, c’è solo dello zucchero che viene dall’estero e aggiunge che fare venire

degli incendi dall’estero sarebbe troppo difficile, troppe tasse…

Gli dicono che visto che non ha altri impegni può restare li con loro un po’ e il pompiere

propone di raccontare degli aneddoti perché d’altra parte la verità non si trova mai nei libri ma

nelle storie vere. Il pompiere dice allora che comincia se promettono di non ascoltarlo e gli altri

dicono che se non lo ascoltano non possono sentire quello che dice. A questo, dice, non ci

aveva pensato.

La prima storia è “il cane e il bue”: il bue chiede al cane perché non ha ingoiato la sua tromba

e quello risponde che non pensava di essere un elefante! (la parte dei proverbi ha ancora

meno senso di tutto il resto del discorso delle persone nel salotto…). La signora Martin

chiede allora qual è la morale della storia e il pompiere risponde che spetta a loro trovarne

una. Il secondo aneddoto è di un vitello che mangiava briciole di vetro e che fu costretto a

partorire una vacca ma questa non poteva chiamarlo mamma perché il vitello era maschio, né

papà perché era troppo piccolo. Così si sposò on una persona che prese le misure delle

circostanza alla moda. Il terzo aneddoto è quello di un gallo che vuole fare il cane ma che fu

subito ricociuto e la signora Martin aggiunge che viceversa il cane che volle fare il gallo non fu

mai riconosciuto. Adesso tocca alla signora Smith che dice di sapere un solo aneddoto, quello

sul bouquet, e il marito dice alla moglie che è una romantica, una vera inglese e che tutti la

invidiano. Un fidanzato porta un mazzo di fiori alla fidanzata e prima ancora che lei potesse

ringraziarlo lui, per darle una lezione se li riprende e si allontana.

Il capitano dice che è ora di andarsene perché è molto stanco e la signora Martin gli dice allora

di avere un pezzo di ghiaccio al posto del cuore e che loro erano sui carboni ardenti aspettando

la sua storia. Anche la signora Smith si inginocchia per supplicarlo e quando accetta, il signor

Smith dice all’orecchio della signora Martin che è seccato che lui abbia accettato e che è stata

colpa sua perché è stata troppo educata. Inizia così il lunghissimo aneddoto del pompiere che

si intitola “il raffreddore” (ma che non fa altro di parlare di parentele, questo conosce quello,

questo sposa il fratello di…del parente di… di… che aveva… e altri rapporti che non finiscono

mai) e alla fine dice che la nonna del parroco, di inverno come capita a tutti si era presa un

raffreddore. Dicono gli altri che è una storia incredibile e che quando ci si raffredda bisogna

prendere il valzer e il signor Smith aggiunge che è una precauzione inutile ma assolutamente

necessaria. Dicono poi la pompiere di restare ancora e lui dice che dipende da che ora è e gli

Smith dicono di non avere orologi in casa perché la pendola funziona male e ha lo spirito di

contraddizione perché indica sempre il contrario dell’ora che è.

SCENA IX (GLI STESSI E MARY)

Mary entra interrompendo i discorsi dei signori e dicendo che anche lei vorrebbe raccontare un

aneddoto; gli altri la prendono per pazza e le chiedono chi si crede di essere. Il pompiere

riconosce Mary e quasi non crede che sia lei, i due infatti già si conoscevano e Mary gli si butta

al collo. Ai signori però queste scene non piacciono e la signora Smith dice che lei è solo una

cameriera, che non ha istruzione, ma il pompiere risponde che loro hanno troppi pregiudizi. La

signora Smith dice che comunque non le farà raccontare l’aneddoto e che è meglio che vada in

cucina a leggere le sue poesie davanti allo specchio. Il signor Martin dice che anche se lui non

è una cameriera, anche lui legge poesie davanti allo specchio. La moglie dice però che quella

mattina, quando si è guardato allo specchio non si è visto e lui dice che non era ancora lì.

Mary dice allora che potrebbe recitare una piccola poesia (è la storia di una pietra che prese

fuoco, il castello prese fuoco, la foresta prese fuoco, gli uomini… le donne… gli uccelli…l’acqua

prese fuoco, la cenere prese fuoco, il fumo prese fuoco, il fuoco prese fuoco, tutto prese fuoco,

prese fuoco,prese fuoco).

SCENA X (GLI STESSI MENO MARY).

IL SIGNOR Martin dice che c’era un certo calore in quei versi e il pompiere dice di averli trovati

meravigliosi, che esprimono una bella visione del mondo e che gli fa venire in mente che lui

deve andarsene perché ha un incendio da spegnere fra ¾ d’ora e 16 minuti (intanto ¾ d’ora

e 16 minuti corrispondono ad un’ora, e poi gli incendi si programmano prima…!?!),

anche se non è una cosa da molto, solo un piccolo fuoco di paglia e un bruciore di stomaco.

Prima di andar via il pompiere chiede “e la cantatrice calva?” e dopo un silenzio generale di

imbarazzo, la signora Smith risponde che si pettina sempre allo stesso modo.. il pompiere

saluta la compagnia e gli altri gli augurano “buon fuoco!”.

SCENA XI (GLI STESSI MENO IL POMPIERE).

La signora Martin dice che lei può comprare un coltello tascabile per suo fratello ma loro non

possono comprare l’Irlanda per suo nonno; il signor Smith risponde che si cammina con i piedi

ma ci si riscalda con il carbone o con l’elettricità. La signora Smith aggiunge che nella vita

bisogna guardare le cose dalla finestra. Il signor Martin dice il soffitto sopra, il pavimento

sotto… Continuano tutte queste stranezze sempre a turno, fino a diventare sempre più bizzarre

e l’ultima battuta è quella del signor Smith che dice “abbasso il lucido!” e dopo questa frase gli

altri tacciono un attimo. Sia nell’aria che dal suono del pendolo si avverte che c’è un certo

nervosismo. L’ostilità e il nervosismo vanno crescendo al punto che i personaggi si ritrovano in

piedi, vicini gli uni agli altri e si gridano le loro battute a pugni alzati, come se fossero pronti a

gettarsi addosso agli altri. Se prima almeno recitavano delle battute, poi ognuno comincia a

dire solo ciò che gli viene in mente, uno solo le vocali, uno l’alfabeto senza vocali, un altro le

doppie, uno imita il treno. Finiscono tutti insieme per gridarsi nelle orecchie a vicenda fino a

che la luce si spegne e in modo sempre più rapido dicono tutti insieme “non è di qua ma è di

là”.

Le voci cessano di colpo e i Martin sono seduti esattamente come lo erano gli Smith all’inizio

della commedia, e la commedia stessa ricomincia con i Martin che dicono le battute della prima

scena, poi il sipario si chiude lentamente.

(Ionesco vuole dimostrare l’intercambiabilità dei personaggi ormai svuotati al loro

interno. Ognuno di noi potrebbe benissimo essere qualcun altro perché abbiamo

perso la nostra personalità).

EUGENE IONESCO “LA LEZIONE” - ATTO UNICO

MATERIA: LETTERATURA FRANCESE II

L’opera è stata presentata per la prima volta la Teathre de Poche il 20 febbraio 1951: la prima

cosa che viene fatta con la prima didascalia è la descrizione della scenografia, dell’ufficio del

vecchio professore utilizzato anche come sala da pranzo. Nella sala ci sono due porte, quella a

sinistra conduce alle scale, quella a destra verso un corridoio e in fondo sulla sinistra, una

finestra non troppo grande e con delle cosa semplici. Da lontano guardando dalla finestra si

scorge la piccola città, il cielo è blu e grigiastro; il tavolo, usato anche come scrivania si trova

al centro della stanza. Ci sono 3 sedie attorno al tavolo.

Quando si alza il sipario la scena è vuota e così resterà per un bel po’ di tempo, poi si sente la

campanella della porta di ingresso e la voce della donna di servizio che dice “si subito!”. La

domestica è robusta di circa 45/50 anni. Suonano alla porta e lei va ad aprire: è una ragazzina

di circa 18 anni, vestita di grigio con una valigetta sotto il braccio e dice di aspettare il

professore per la lezione. Si siede vicino al tavolo ed esce i quaderni come per ripassare la

lezione un’ultima volta mentre la domestica le annuncia che il professore scenderà subito.

Viene fatta nella lunga didascalia che segue le battute iniziali e che occupa quasi tre pagine, la

descrizione della ragazza, dicendo che dai suoi comportamenti sembra molto educata ma allo

stesso tempo gaia e dinamica, con un sorriso fresco sulle labbra, ma che man mano che andrà

avanti la recitazione il suo umore cambierà, i suoi movimenti si faranno più lenti e sarà sempre

più stanca e sonnolenta, di una depressione nervosa, quasi da sembrare paralizzata sia nei

gesti che nelle parole che usciranno dalla sua bocca. Diventerà sempre più passiva e inerte fino

a quando non reagirà più.

Poi entra il professore, un vecchio con la barba bianca, tutto vestito di nero, dalla cravatta al

golfino, fino ai pantaloni. All’inizio sembra un tipo timido, educato, con una voce che esce

appena dall’emozione. Ma nel corso dello spettacolo la sua emozione diminuirà

progressivamente assieme alla sua timidezza e diventerà sempre più nervoso e aggressivo,

dominatore nei confronti dell’allieva che sarà solo un oggetto tra le sue mani. Anche la sua

voce, da debole e sottile diverrà potente e sonora al punto che quella dell’allieva neanche si

sentirà più perché sovrastata dalla sua. Il professore chiede all’allieva come sta ( i due

personaggi non hanno dei nomi ma sono solo professore e allieva) e si scusa per averla fatta

aspettare, ma la ragazza dice di non preoccuparsi, che ha subito trovato la cittadina e la sua

casa e che chiedendo in giro di lui tutti lo conoscono. Il professore dice che a lui non piace

abitare lì e che avrebbe preferito vivere a Parigi, la capitale della… e la ragazza risponde “della

Francia!” e il professore si compiace con lei della sua brillante risposta e di come conosca bene

la sua geografia nazionale. Poi il prof parla del tempo e dice che per fortuna non c’è brutto

tempo, non piove e non nevica più e la ragazza dice che non c’è da meravigliarsi visto che

sono in estate ma il professore aggiunge che ci si può aspettare di tutto e non si è più sicuri di

niente. La ragazza dice che la neve cade in inverno che è una delle 4 stagioni e le altre sono…

Ripete così le 4 stagioni e anche stavolta il professore dice che è molto contento di lei e che è

sicuro che sarà un’ottima allieva e che farà grandi progressi perché si vede che è intelligente e

che un giorno arriverà a conoscere le stagioni ad occhi chiusi, come fa lui, anche se è difficile.

La ragazza risponde che ha tanta voglia di istruirsi e che i suoi genitori vogliono che lei

approfondisca le sue conoscenze e che si specializzi visto che ormai è necessario nella lor

epoca. Lei vorrebbe presentarsi, visto che ha già il diploma, al primo corso di dottorato dopo 3

settimane e che vorrebbe fare il dottorato totale anche se sa di essere troppo giovane. Il

professore propone allora di cominciare subito e quando la ragazza risponde di essere a sua

completa disposizione il professore ha un bagliore negli occhi che però viene subito scacciato

via e si limita a rispondere che lui è il suo servitore.

Gli chiede quindi com’è la sua conoscenza del plurale e la ragazza risponde che è vaga e

confusa; il professore le propone prima di fare un po’ di aritmetica. Entra intanto la cameriera

mentre lui parla e dice al professore di non dimenticare di mantenere la calma ma il

professore, urtato, le dice di pensare agli affari suoi, che lui non tollera le sue insinuazioni

perché lui sa come comportarsi. Le dice ancora che il suo posto non è lì, di ritornare in cucina

perché non sa che farsene dei suoi consigli. Poi il prof si rivolge di nuovo all’allieva e le dice di

non fare caso a Marie, la domestica che si preoccupa sempre che lui si stanchi troppo e teme

per la sua salute e le dice di ritornare velocemente all’aritmetica e la ragazza sembra contenta.

Il professore inizia a chiedere quanto fa 1+1,2+1,3+1 e sembra stupito che la ragazza sappia

rispondere alle sue domande, che non la credeva così avanti con gli studi e che otterrà

facilmente il suo dottorato totale. Dice allora di passare alla sottrazione ma quando le chiede

quanto fa 4-3 la ragazza risponde 7, poi 4, poi 3 insomma non sa rispondere. Le chiede allora

se sa contare e la ragazza risponde fino all’infinito ma il prof dice che non è possibile e che

bisogna sapersi limitare e la ragazza dice allora fino a 16. il prof le chiede se è più grande 3 o

4, perché ci sono dei numeri più grandi e altri più piccoli. La ragazza però nonostante le

spiegazioni non capisce cosa intende per numero più grande. Il professore dice allora che le

farà un esempio concreto con i fiammiferi (segue poi una didascalia con la descrizione della

scena e Ionesco dice che gli oggetti non esistono davvero, né i fiammiferi, né la lavagna e il

gesso).

Chiede quanti fiammiferi restano se da 4 ne toglie 3, che se fa uno sforzo anche se è difficile

può arrivarci, poi chiede se ha due nasi quanti ne rimangono se ne toglie uno; la ragazza

risponde nessuno e nonostante il prof la corregga e le dice che la risposta giusta è uno lei

continua ad insistere e sembra convinta. Allora il prof per spiegarsi meglio prende una lavagna

immaginaria e scrive dei bastoncini che rappresentano delle unità che possono essere

sommate o sottratte tra di loro. La ragazza continua a ripetere tutto ciò che dice il professore

per memorizzarlo meglio. Il professore le dice che se lei non capisce queste operazioni

elementari non potrà mai fare un lavoro di politecnico, né operazioni molto più complesse

come le moltiplicazioni. Le fa quindi un esempio di moltiplicazione con due numeri difficilissimi

ma la ragazza quasi in modo assurdo risponde correttamente senza rifletterci poi tanto.

Il prof rimane sbalordito e chiede come è possibile se non conosce neanche i principi di base

dell’aritmetica e la ragazza risponde che non potendo fare affidamento sul ragionamento, ha

imparato a memoria tutti i risultati possibili di tutte le operazioni possibili. Il professore sembra

scontento di questa risposta e dice che la matematica è nemica della memoria.

Entra di nuovo la domestica che inizia nuovamente a disturbare il professore che invece fa

finta di non vederla e continua a parlare con l’allieva della possibilità di presentarla solo ad un

dottorato parziale e che ora è meglio passare a nuovi argomenti come la linguistica e la

filologia comparata, ma la domestica glielo sconsiglia perché portano al peggio e quando il prof

le dice di uscire lei gli risponde che poi non deve dirle di non averlo avvertito. Il professore le

dice allora che lui è maggiorenne e che sa come comportarsi.

Il professore si rivolge ancora alla ragazza e dice che questi sono concetti difficili ma che grazie

al suo corso potrà imparare in 15 minuti e la ragazza entusiasta batte anche le mani ma lui con

tono autorevole la rimprovera dicendo di fare silenzio. Il professore agitato si alza, cammina

per la stanza, si ferma in mezzo, poi vicino la ragazza e lei è costretta a girarsi continuamente

per poterlo seguire con lo sguardo. Dice che lo spagnolo è la lingua madre da cui sono nate

tutte le lingue neo-spagnole e queste lingue hanno dei tratti distintivi simili che le differenziano

dalle altre. Il professore dice di essere contento che questi argomenti interessino la ragazza,

come si vede dal suo sguardo quasi sedotto da ciò che lui dice. Poi dice ancora che tutte le

lingue non sono che la somma di un unico linguaggio che si compone di suoni e se si

pronunciano dei suoni insieme questi si attaccano a vicenda e formano delle sillabe, parole e

frasi più o meno importanti, puramente irrazionali e prive di senso.

Mentre il professore parla la ragazza ha l’aria di soffrire e dice di avere mal di denti ma il prof

dice che questo non ha importanza così se ne frega e va avanti nonostante i lamenti della

povera ragazza. Parla ancora della lingua neo spagnola e racconta la storia di un ragazzo che

ha conosciuto quando faceva il militare che non sapeva pronunciare la F e che al posto di “fille”

diceva “fille” (le parole sono in realtà pronunciate e scritte allo stesso modo) ma che sapeva

nascondere talmente bene il suo difetto che gli altri neanche se ne accorgevano.

Man mano che la ragazza continua a dire di avere mal di denti il tono della voce

dell’insegnante si fa sempre più duro. Egli continua con le sue spiegazioni con i suffissi, i

prefissi, le radici (che possono essere quadrate o cubiche) e dice di prendere come esempio la

parola “fronte” e la ragazza chiede “con cosa la devo prendere?” e il professore risponde che

può prenderla con quello che vuole basta che non lo interrompa, poi le chiede se l’ha presa e

spiega degli esempi con i suffissi (come frontespizio) ma la ragazza non fa che dire che ha mal

di denti.

Il prof continua e dice che in tutte le lingue le parole hanno sempre lo stesso significato e le fa

ripetere in tante lingue la frase “les roses de ma grande-mere sont aussi jaunes que mon

grand-pere qui est asiatique”, prima in francese, poi le fa tradurre la stessa frase in spagnolo e

neo spagnolo e alla fine in latino (nelle varie lingue, nonostante le correzioni che il professore

dice di fare, la frase viene detta sempre allo stesso modo, in francese). Il professore le chiede

se ha capito la differenza fra le varie lingue e le chiede ancora di tradurre la stessa frase in

rumeno. Il professore dice quindi che solo chi ha una grande esperienza può capire la

differenza tra frasi identiche nella scrittura, dall’intonazione, dal ritmo e dalla pronuncia.

La ragazza dà invece la sua solita affermazione e cioè che ha mal di denti. Il professore le

grida di non interromperlo altrimenti non risponderà più di lui e che adesso passerà alla

spiegazione dei casi eccezionali, perché ci sono alcune espressioni che cambiano da lingua a

lingua. Se ad esempio si chiede a Madrid “qual è la tua patria?” la risposta è “la mia patria è la

Spagna” in Italia invece la risposta non sarà “la mia patria è la Spagna” ma “la mia patria è

l’Italia” e il termine Italia in francese sarà tradotto Francia, in orientale Oriente, “la mia patria

è l’Oriente”; in portoghese il Portogallo e lo stesso esempio può essere fatto con la parola

“capitale”, perché quando un uomo dice “io abito nella capitale” noi dobbiamo sapere se è

italiano, francese, spagnolo cercando di indovinare a quale metropoli si riferisce con questo

termine perché non sarà lo stesso posto per tutti.

La ragazza dice ancora una volta di avere mal di denti e il professore le urla “Silenzio! O ti

fracasso il cranio!” il professore le prende il polso e glielo torce dicendole di stare ferma e di

non dire una parola, ma l’allieva piagnucolando dice di avere mal di denti. Il professore allora

continua la sua spiegazione e ogni tanto si interrompe per vedere se la ragazza sta seguendo e

le dice di non fare l’insistente altrimenti per lei sono guai, di non sbattere i piedi e non

muovere le gambe.

Continua la sua spiegazione: quando un uomo fa una domanda in spagnolo ad un francese

quello risponde in francese perché non sa una parola di spagnolo è convinto che quello abbia

risposto in spagnolo e che quindi conosca bene la sua lingua (tanto sono tutte uguali) e in

realtà si sbagliano tutti e due perché si tratta del latino. Si finisce così per parlare, senza

sapere quale lingua si sta parlando ma le persone si capiscono lo stesso e questo è un

paradosso, un non senso della natura umana, l’istinto che ha il sopravvento.

Il professore rimprovera ancora una volta la ragazza dicendole che invece di guardare le

mosche farebbe meglio a stare attenta ma la ragazza risponde ancora “Mal di denti!” e il

professore le dice che è una maleducata e che adesso spasserà alle varie spiegazioni della

parola “couteau” (coltello).

Il professore chiama la domestica più volte ma visto che lei non arriva, esce lui stesso per

andare a chiamarla e la ragazza rimane da sola con lo sguardo nel vuoto. Poi entra il

professore con Marie dicendole che la ragazza non capisce più niente e la domestica risponde

che è il sintomo finale. La domestica vorrebbe andare via ma il professore dice di averla

chiamata per cercargli dei coltelli in spagnolo, neospagnolo, portoghese, orientale. La

domestica risponde di non contare su di lei. Allora sarà il professore stesso a prendere un

coltello invisibile e con aria gioiosa lo mostra alla ragazza e le dice che se anche ce n’è uno

solo sarà sufficiente a spiegare tutte le lingue. Le dice quindi di ripetere la parola coltello.

La ragazza prima ripete, poi dice di averne abbastanza (come se si fosse svegliata dallo stato

di trance in cui si trovava prima ) e dice che ha mal di denti, di testa, di piedi e che la sua voce

stridente le dà fastidio alle orecchie, ma il professore continua a ripetere la parola coltello. La

ragazza ripete mentre si tocca le parti del corpo doloranti, la gola, i seni, le spalle, il ventre.

Il professore cambia improvvisamente il tono della sua voce e le dice di fare attenzione perché

il coltello uccide.

Il professore uccide così la ragazza con un colpo di coltello spettacolare. La ragazza prima

grida, poi cade immobile su una finestra che si trova vicino la finestra; le sue gambe pendono

ai due lati della sedia e il professore dopo un primo colpo di coltello ne dà un altro, poi dice di

essere stanco; cade su una sedia e borbotta delle parole incomprensibili, pian piano il suo

respiro si va regolarizzando.

Si alza, guarda prima il coltello, poi la ragazza e si chiede che cosa ha fatto, cosa è successo e

chiama la ragazza dicendole di alzarsi perché la lezione è finita e che può andare via, che

pagherà un’altra volta.. poi si accorge che è morta, che è una cosa terribile. Chiama quindi

Marie, che entra subito e la domestica si abbassa severa verso il cadavere e gli chiede in tono

sarcastico se lei è contenta della sua allieva, se ha capito bene la lezione. Il professore,

nascondendo il coltello dietro la schiena dice che la lezione è finita ma che lei non vuole

partire. Il professore le dice ancora di non essere stato lui ma che forse è stato il gatto, è

possibile….

La domestica dice che è la quarantesima volta quel giorno, che succede sempre la stessa cosa

ogni giorno, che lui dovrebbe vergognarsi alla sua età, perché prima o poi non gli resteranno

più allieve. Ma il professore irritato si giustifica dicendo che non è colpa sua, che lei era

disobbediente una cattiva allieva che non voleva apprendere. Il professore si avvicina alla

cameriera come se avesse voluto colpire anche lei con il coltello ma la donna gli afferra il polso

e glielo gira facendo cadere per terra l’arma. La domestica colpisce il professore che cade e lo

chiama piccolo assassino, dicendogli che lei non è una delle sue allieva. Gli ordina quindi di

rimettere il coltello al suo posto e il professore obbedisce perché ha paura che la cameriera

possa colpirlo di nuovo e dice che lo aveva avvertito che l’aritmetica porta alla filologia e che la

filologia porta al crimine, ma il professore dice che aveva capito che Pire(peggio) era una città

e che la filologia portasse a quella città, ma Marie lo accusa di essere un bugiardo. Poi gli dice

che in fondo gli fa pena perché sa che lui è un bravo ragazzo e che è disposta ad aiutarlo se le

promette di non ricominciare.

Ora lei andrà a seppellirla assieme alle altre 39 e chiamerà le pompe funebri, e il suo fidanzato,

il curato Augusto e poi ci vogliono le corone di fiori, ma il professore dice di non prenderle

troppo costose perché in fondo non ha neanche pagato la lezione.

La domestica dice che bisognerà anche prendere 40 bare ma il professore dice che con 40 bare

rischiano di farsi scoprire perché la gente, stupita, potrebbe chiedersi cosa c’è dentro. La

domestica dice di non preoccuparsi perché diranno che sono vuote.

Entrambi poi prendono il corpo della giovane uno per le spalle e l’altra per le gambe ed escono

dalla porta di destra, e il professore dice di stare attenti a non farle del male. Escono e la scena

rimane vuota per qualche istante e come nella scena iniziale si sente suonare alla porta e la

domestica dice di corsa “subito, arrivo!” e chiede alla ragazza se lei è la nuova allieva e se è

venuta per la lezione e che il professore la attende e lei andrà ad annunciargli il suo arrivo.

Nella rappresentazione della scena si vede che la domestica prima di aprire prende i quaderni

che erano rimasti sul tavolo e li getta in un angolo dove sono ammassati altri quaderni e lo

stesso viene fatto con le altre cose delle ragazze che vengono assassinate.

Poi si chiude il sipario mentre si sentono ancora in lontananza dei colpi di martello.

BRUNEL – STORIA DELLA LETTERATURA FRANCESE

IL XX SECOLO

LA LETTERATURA DELLA “BELLE ÉPOQUE”

La “belle époque” è l’ottimismo che caratterizza la Francia agli inizi del ‘900, una Francia che

vive nella soddisfazione e nella frivolezza, e che vede l’emergere della borghesia e della classe

media.

La letteratura di questo periodo (che sembra tanto bello, ma che ha pure i suoi problemi come

le lotte con l’Inghilterra e le crisi marocchine), è una letteratura di sopravvivenza, una

letteratura cioè che pur sembrando aperta al mondo si richiude spesso nell’interiorità, come si

vede nell’opera simbolo di questo periodo, l’opera di Marcel Proust.

IL TEATRO

Né il naturalismo né il simbolismo si erano espressi bene con il teatro e le uniche due forme più

“accettabili” erano le Théâtre Libre e L’Oeuvre, mentre gli altri tentativi erano decisamente da

escludere. Gli unici due drammaturghi importanti furono infatti Jarry e Claudel mentre per il

resto la scena veniva contesa da movimenti e tendenze confuse, come il teatro Neoromantico

di Edmond Rostand i cui temi sono aspirazione evangelica, evocazione degli amori, eroismo e

guasconate (in Cyrano de Bergerac del 1897); il teatro naturalista i cui temi erano soprattutto

la meschinità della vita di famiglia, la tirannide del denaro; il teatro di idee tipico di Alexandre

Dumas e del suo moralismo, con i problemi del matrimonio, del rapporto madri-figli, i problemi

sociali come l’atteggiamento dei padroni nei confronti dei loro operai, l’utilizzo come cavia di un

essere umano; il teatro d’amore in cui si analizza la passione e le sue fatali conseguenze, dove

si mescolano gli interessi dell’amore e quelli del denaro; la commedia, anch’essa un genere

molto utilizzato soprattutto con le commedie di carattere, di costume che fanno caricature

brevi ma pesanti contro militari, burocrati, avvocati, ecc…

Sicuramente la caratteristica comune a tutti questi tipi di teatro è la loro servilità nei confronti

dei gusti dello spettatore e devono il loro successo all’armonia creata tra loro e il pubblico: è

questo il teatro dei Boulevard, un teatro borghese che spesso si confonde con il teatro della

Bella Époque.

Proprio la belle époque crea armonia all’interno di questo teatro fittizio, fatto di convenzioni, in

un ambiente di vita facile in cui ci si dedica esclusivamente al piacere e al gioco, diventati

quasi un mestiere come si vede da un termine molto usato all’epoca: “i lavoratori del piacere”,

in cui si mescolano amore e denaro, il concubinaggio diventato ormai molto comune. È un vero

e proprio trionfo della convenzione, con intrighi, inganni, fantasia e gaiezza; questo è tutto ciò

che il pubblico va a trovare a teatro; esso è infatti in conformità con i gusti della maggior parte

degli spettatori, “riunisce tutto ciò che piace a tutti”(forma massima di volgarità).

IL ROMANZO

Nel XX secolo il romanzo che cerca di continuare le tendenze dell’800, vive una profonda crisi e

gli unici che riescono a dare una svolta sono Gide con la “Nouvelle Revue Française” e Proust.

Dopo la crisi si cercano così vie diverse da quella del Naturalismo, di cui Leon Bloy nel 1892 ha

“celebrato i funerali”. Anche qui si affermano, come nel teatro, tipi differenti di romanzo: ad

esempio il romanzo psicologico, anche se Zola, Hugo e Balzac erano stati accusati di volersi

occupare solo di una psicologia sommaria senza scavare a fondo nell’uomo, cercando di

spiegare solo la molteplicità della persona, di rivelare ciò che si nasconde in noi e che noi non

conosciamo. Ad esempio Bourget in “L’irréparable” fa vedere in un suo personaggio Noémie

che la personalità della donna scrupolosa si sostituisce alla personalità della libera donna di

mondo. Bourget è stato accusato invece del contrario, di aver creato cioè delle anime senza

corpi piuttosto che dei corpi senza anima perché analizzava la psicologia dei personaggi ancora

prima di vedere come si comportavano. L’inchiesta psicologica poteva infatti diventare

talmente invadente da uccidere il romanzo stesso abolendole la trama. Un altro genere nato

contemporaneamente al simbolismo è il romanzo poetico che si ispirava a Gabriele D’Annunzio

e al principio che il romanzo è un poema e che ogni romanzo che non sia un poema non esiste.

Solo che questo principio era molto vago e le applicazioni che ne derivarono furono molto

diverse: alcuni davano molta importanza al paesaggio lirico in cui ambientare il romanzo, altri

trasformavano il romanzo in una serie di meditazioni liriche. L’opera migliore di questo genere

è “Le grand Meaulnes” di Alain Fournier che ha saputo comunicare al lettore la sua storia e

confidargli le indimenticabili impressioni che hanno lasciato su di lui i paesaggi della sua

infanzia nella Sologne. Ma questi successi, questo distacco dalle opere naturaliste erano solo

dei casi eccezionali che la maggior parte delle volte non succedevano e anzi il romanzo

rischiava di entrare in crisi e colare a picco. La produzione dei romanzi a causa dello sviluppo

della stampa dei grandi poemi, del dover soddisfare continuamente i gusti del pubblico,

diventa industriale e iniziano ad essere prodotti migliaia di romanzi ogni anno (e secondo

Albert Thibaudet, il consumo dei romanzi è ormai un’abitudine proprio come quella del

tabacco). Si ha l’impressione di essere in una fase di stallo e si arriva anche ad affermare che

“il romanzo non ha futuro”. Questo anche perché in quella fase di confusione, non si sa più

neanche cosa sia davvero un romanzo e già nel 1887 Maupassant nella sua prefazione a

“Pierre et Jean” aveva sottolineato questa incertezza, perché fino ad allora il criterio utilizzato

per giudicare un romanzo era quello della tabulazione cioè se lo scrittore sapeva raccontare

una storia, ma anche questo criterio entra in crisi e Jules Renard afferma addirittura che “la

formula del romanzo sarà quella di non fare romanzo!” e la stessa idea era espressa da Valery

nella sua opera (La soirée avec Monsieur Teste), che dà valore solo all’intelletto uccidendo lo

spirito…

Gide vuole precisare inoltre, “c’è crisi del romanzo, o c’è crisi del romanzo francese?”. Da ogni

parte si esaltavano infatti i romanzi stranieri, quelli russi, quelli inglesi e anche quando nel

1913 un giornalista lo invitò a dargli i nomi dei dieci romanzi francesi che preferiva, a lui

venivano in mente solo quelli stranieri. Lo stesso Thibaudet diceva che i francesi non sono un

granché come romanzieri, ma esitano tra il teatro e il saggio quando vogliono scrivere un

romanzo. Qual’ era la soluzione: tornare alla tradizione o andare avanti e tentare forme ancora

sconosciute?

LA NOUVELLE REVUE FRANÇAISE

Nel 1909 viene fondata a Parigi la “nouvelle revue française”, diretta da Jacques Copeau,

André Ruyters e Schlumberger e ad essa aderirono anche Gide, e Jacques Rivière. Essi

vogliono reagire contro il conformismo dei “maestri” e del pubblico insistendo sulla necessità e

sul valore di una creazione lucida e vuole staccarsi dal naturalismo e dal simbolismo; questi

romanzieri sembrano volere un passo indietro, un ritorno al classicismo e un’analisi psicologica

e tecniche rigorose. La nouvelle revue française ha avuto anche un ruolo importante per la

conoscenza in Francia di scrittori stranieri.

LA LETTERATURA TRA LE DUE GUERRE

Quattro anni di guerra hanno sicuramente sconvolto l’Europa e lasciato come disse Proust delle

”rughe profonde”. Tra le vittime dei massacri (1 milione e 400.000) ci sono anche Péguy,

Alain-Fournier, André Lafon; lo stesso Apollinaire non ha resistito all’epidemia spagnola che lo

ha ucciso e anche quelli che sono sopravvissuti fisicamente, sono morti interiormente: come

Anatole France che si richiude nella sua tenuta di Béchellerie per meditare sull’errore di un

ottimismo troppo ingenuo e consolarsi con i ricordi infantili; altri invece vogliono celebrare lo

stesso gli avvenimenti del momento nonostante gli orrori provocati ma i versetti di guerra non

hanno sicuramente reso grandi dei poeti. Per altri poeti invece gli anni di guerra furono quattro

anni di “grandi vacanze”, una letteratura leggera, di gratuità e Dada ne sarà la maggiore

espressione. La fantasia serve ad allontanare la tristezza, come un raggio di sole in “lacrime

menzognere”. Sotto questo apparente cinismo non bisogna però dimenticare la gravità dello

scrittore, degli avvenimenti. Nelle opere i personaggi non fanno che ingannarsi l’un l’altro e

ingannare se stessi e una soluzione a questi atteggiamenti è la morte o la separazione. Non

rimane che una lucidità glaciale e l’emozione è al massimo grado della sua intensità. In Francia

il cosmopolitismo letterario diventa una tendenza naturale. A questa generazione di “regolari”

ne seguirà un’altra di “secolari” ed è il momento del secondo manifesto di Breton in cui i

surrealisti si pongono il problema del loro rapporto con le rivoluzioni politiche; anche Sartre fa

emergere una nuova coscienza allo scrittore, con la propria storicità, la speranza di mantenere

equilibrio del mondo che si era risposta nella società della Nazioni nel 1919, adesso era venuta

meno: il patto Briand-Kellog del 1928 fa nascere nuove minacce, con l’ascesa al potere del

partito nazionalsocialista tedesco con Hitler che si voleva ad ogni costo svincolare dal trattato

di Versailles. La Germania si riarma, annette l’Austria e parte della Cecoslovacchia e nel 1939

attacca la Polonia.

Con la guerra i governanti di tutti i paesi saranno messi di fronte alle loro responsabilità. Si

sente la necessità di ritrovare nuovi valori e Valery lancia un grido d’allarme dicendo che “la

civiltà ha capito di essere mortale”. Se gli anni 20, immediatamente successivi alla guerra

erano anni in cui tutto era distrutto, gli anni 30 sono quelli in cui si cerca di ricostruire nuovi

valori e gli intellettuali sia di destra che di sinistra invitano all’impegno attraverso la loro

letteratura. Tra questi ricordiamo gli interventi di Emmanuel Mounier che fondò una rivista

“Esprit” in cui vuole discutere di problemi concreti e mantenere allo stesso tempo una libertà

interiore. Bisogna attendere, dice lo scrittore, “l’avvento di un mondo di persone”, dove si

capisca che l’esistenza è più importante e soprattutto indipendente dagli avvenimenti esterni

che la circondano.

IL SURREALISMO

Almeno sul piano dell’estetica questo è il principale movimento del XX secolo e anche il più

difficile da definire;la sua attività si deve collocare tra il 1924 e il 1939 ma le sue idee

esistevano già prima che Breton, Aragon, Elvard e gli altri le illustrassero e continueranno ad

esistere e ad esercitare la loro influenza anche sulle generazioni successive nonostante la

scomparsa dei loro promotori. Bisogna distinguere tra un surrealismo storico, caratterizzato da

date, tappe, nomi…e uno spirito surrealista, in temporale che lo precede e lo segue. Non si

deve però limitare il movimento surrealista all’arte e all’estetica perché l’obiettivo di scrittori e

pittori che fondarono il movimento non era certo la creazione di poesie ma volevano

giungere,come dissero loro stessi,all’elaborazione di un uomo nuovo. Non bisogna quindi

considerare il surrealismo come una scuola letteraria,ma è meglio definirlo una “rivoluzione

culturale” che vuole una riforma di idee,immaginazione,mentalità,che cambi la concezione che

abbiamo di noi stessi e del mondo. É come se il surrealismo avesse voluto costruire un nuovo

umanesimo riprendendo la libertà dell’uomo e i suoi desideri. Non si può comunque superare il

surrealismo dal periodo storico in cui esso è nato e si è sviluppato,dalle guerre,dai

cambiamenti artistici,culturali,filosofici e politici che hanno caratterizzato la fine del 19° secolo.

La prima guerra mondiale,per i giovani,non poteva che affermare il fallimento di una società

che li aveva addestrati per uccidere;l’atteggiamento surrealista deriva dal rifiuto di questa

civiltà e dei suoi valori, di una vita che imprigiona l’individuo. Breton stesso dice di voler

rifiutare le condizioni in cui li costringevano a vivere e questo rifiuto si estendeva anche agli

obblighi intellettuali, morali, sociali e non solo politici:il loro obiettivo è quello di cambiare

l’uomo in profondità. I surrealisti non erano di certo i primi a porsi questi obiettivi e anche se

dicevano di non avere “antenati” cioè precursori, si ispiravano certamente al romanzo nero

inglese, alla vita e alle opere del marchese Sade, ai romantici tedeschi che volevano evadere

da una vita falsa e far penetrare il mistero poetico nel quotidiano. Per loro la poesia non era

ricerca artistica ma un’attività della mente, e lo stesso Jarry per il suo Ubu impone ai surrealisti

un aspetto fondamentale, l’umorismo.

Un altro modello a cui si ispiravano i surrealisti fu Lautreamont che diceva che la poesia non

doveva essere fine a se stessa ma che doveva portare da qualche parte: questi scrittori ribelli

davano ai surrealisti degli esempi, delle vie che restavano solo da aprire. Anche Freud diede un

importante contributo al surrealismo con i suoi temi dell’incrocio e del sogno; si afferma il

desiderio di riscoprire una mente libera da ogni costrizione, sociale, culturale, religiosa e da

questo deriva l’amore dei surrealisti per le culture erotiche e le produzioni primitive.

DADA: non fu un vero e proprio movimento organizzato ma un’esperienza situata fra il 1916 e

il 1921; già prima della guerra la ricerca estetica era una forma di insurrezione e ad esempio

Arthur Cravan scandalizzò il pubblico con il suo opuscolo “Maintenant” su carta da macellaio.

Alcuni giovani tra cui il rumeno Tristan Tzara battezzarono il loro movimento con la prima

parola che trovarono sul dizionario: “DADA”: la loro posizione è nettamente di rifiuto contro le

convenzioni e i pregiudizi della società. Il loro motto è “spazzare e ripulire” Dada pone infatti

l’azione prima di tutto; loro disprezzano l’opera d’arte tradizionale, la poesia, il linguaggio,

compongono poesie con parole ritagliate dai giornali ed estratte a caso da un cappello,

ridicolizzano la civiltà moderna e i suoi oggetti. Il dadaismo viene scoperto da Breton nel 1917

a casa di Apollinaire e l’influenza di Dada trasforma completamente le tendenze della rivista

“Litterature” fondata da Breton, Aragon, e Soupault. Le attività scandalose del gruppo

proclamano la morte della civiltà; ma verso 1922 Breton si separa da Tzara e dichiara la morte

di Dada e da quel momento lui e i suoi amici si dedicheranno ad attività fino ad allora rimaste

sconosciute ed estranee all’uomo come il sogno, l’inconscio, il meraviglioso. Accanto a Breton,

definito “la testa” del gruppo si riuniscono tanti scrittori e artisti che contribuiscono ad

allargare il movimento e nel 1924 viene fondato ufficialmente con il primo manifesto in cui

Breton attacca il realismo definendolo “ostile ad ogni progresso intellettuale e morale”; viene

colpito soprattutto il romanzo, genere simbolo del realismo e contro la ragione Breton e i suoi

amici esaltano la fantasia definendola la vera vita dell’uomo; solo la poesia e una scrittura

automatica possono dare spazio all’inconscio e ai desideri dell’uomo, creando una “scrittura di

pensiero”. Il surrealismo è infatti definito come “AUTOMATISMO PSICHICO CHE SI PROPONE

DI ESPRIMERE VERBALMENTE E PER ISCRITTO IL REALE FUNZIONAMENTO DEL PENSIERO,

TRAMITE FORME DI ASSOCIAZIONE PRECEDENTEMENTE TRASCURATE, DISTRUGGENDO

INVECE OGNI MECCANISMO PSICHICO”. La scrittura automatica è sicuramente alla base

dell’esperienza surrealista; il poeta deve trascrivere subito le frasi che gli vengono in mente,

senza preoccuparsi di sbagli e correzioni. I poeti diventano “modesti registratori del fenomeno”

la liberazione della personalità dell’uomo può avvenire solo attraverso la liberazione del

linguaggio, fino a giungere, come disse Aragon, ad una nuova dichiarazione dei diritti

dell’uomo. Accusati di essere solo dei giovani idealisti ribelli, i surrealisti si avvicinano ai gruppi

che seguono il pensiero marxista: Breton, Aragon, Elvard e altri aderiscono infatti al partito

comunista e Breton non nasconderà mai la sua ammirazione per Trotsky.

Successivamente nascono dei conflitti interni al partito e al gruppo, Antonine Artaud e Philippe

Soupault vengono esclusi per aver dato all’attività letteraria un valore proprio, fine a se stesso

e con il secondo manifesto del surrealismo uscito nel 1929 dopo ulteriori crisi interne serve a

Breton per ricordare fermamente i principi fondamentali del movimento. Dopo questa fase di

crisi il movimento include nuovi artisti tra cui Dalì con il suo metodo “paranoia-critico” che

vuole inserire il desiderio nell’universo materiale; i surrealisti cercano oggetti insoliti che

rispondano ai loro desideri inconsci, che uniscano armonicamente la vita quotidiana e reale con

la vita sognata. Nel 1930 Aragon aderisce definitivamente al partito comunista mentre Breton

e Elvard vengono estromessi: questa volta la rottura tra il surrealismo e i principi dell’URSS è

totale. Il movimento intanto diventa internazionale e Breton viaggia molto, in Cecoslovacchia,

Svizzera, Inghilterra, Brasile, Giappone. Durante la seconda guerra mondiale Breton va in

esilio negli Stati Uniti e lì continua le sue attività, mentre Dalì verrà escluso dal gruppo,

accusato di mercantilismo e per manifestare il suo disprezzo Breton farà un anagramma del

suo nome, dalla connotazione sicuramente negativa; “AVIDA DOLLAR”. Nel ’46 Breton ritorna a

Parigi ma verrà accusato per i suoi comportamenti sia da Tzara e dagli amici di un tempo che

da Sartre che lo definisce un intellettuale borghese ma nonostante questi attacchi Breton non

demorde, il surrealismo continuerà ad influire proprio grazie a lui sulle generazioni successive e

alcuni considerano addirittura il maggio del ’68 come una “tardive esplosione surrealista”.

I surrealisti hanno voluto cambiare la vita, trasformare il mondo, mostrare il meraviglioso sotto

tutte le sue forme, contro la troppa razionalità della società; contro un’esistenza povera e

limitata hanno voluto liberare l’inconscio, in quella che Aragon chiamava “un’ondata di sogni”.

Hanno reinventato l’amore, senza distinguere tra lo spirito e il corpo e anche s loro

affermavano di non avere niente a che fare con la letteratura, la letteratura ha avuto molto a

che fare con loro e allo stesso modo anche la pittura e il cinema, perché hanno liberato la

poesia da ogni costrizione formale, hanno purificato il linguaggio dagli scopi solo economici

affidandosi invece all’automatismo e alla libertà dello spirito. Hanno rifiutato le cancellature che

“tradiscono la liberta e la verità del pensiero” (questo è almeno quello che teorizzavano perché

in realtà solo pochi scrittori hanno davvero utilizzato la scrittura automatica). Gli scrittori si

sono serviti di metafore, simboli, immagini e per loro le parole “fanno l’amore” unendosi tra

loro e generando un mondo nuovo.

TZARA: fu lui che dopo aver fondato il movimento a Zurigo lo fece conoscere in tutto il resto

d’Europa e si separò definitivamente da Breton e dagli altri amici quando questi fondarono il

surrealismo e lui continuò la sua attività da solo. Le sue opere (Manifestes Dada, I vingt-

poèmes) si scagliano con violenza contro la società, la cultura e il linguaggio. Invece nel suo

capolavoro “L’homme approximatif” del 1931, quasi un poema epico per la sua lunghezza,

l’autore ricrea un mondo caotico e un uomo incompiuto per mostrare le sofferenze dell’uomo e

le miserie della storia.

IL ROMANZO DEGLI ANNI VENTI

La grande produzione narrativa nel periodo successivo alla prima guerra mondiale potrebbe far

pensare che la crisi del romanzo sia finita, ma non è così e non ci dobbiamo fare ingannare

dalle apparenze: intanto molte opere non sono altro che delle traduzioni di opere straniere e

questo è solo una delle tante minacce. Si ha, dopo gli sconvolgimenti della guerra un ritorno al

naturalismo e soprattutto al realismo e alcuni pensavano addirittura che il romanzo sia fatto

per il realismo. La soluzione opposta a questa era l’idealismo, il romanzo di idee che seguiva

Bourget, Huysman, Anatole France solo che il flusso di idee interiore rischiava di “soffocare” la

narrazione. Spesso i romanzieri del dopo guerra sono dei saggisti, che usano la scrittura per

parlare di loro stessi, delle confidenze personali. Nel secondo manifesto del surrealismo viene

ipotizzata l’idea di un nuovo romanzo, il romanzo poetico che sfuggisse alla logica e al

realismo, anche se non si poteva parlare ancora di romanzo surrealista: il filo della narrazione

si assottiglia, fino a scomparire quasi del tutto.

Se prima della guerra il problema principale (affrontato ad esempio da Thibaudet) è quello di

definire i vari tipi di romanzo, quello attivo che racconta una crisi, quello passivo che parla di

tutta una vita; quello “grezzo” che invece dipinge un’epoca, dopo la guerra gli scrittori si

preoccupano di distinguere il romanzo dai generi vicini: ad esempio Gide crea una distinzione

tra “roman” e “recit” anche se le due cose potevano essere molto simili e quindi confondibili tra

loro. Ancora con James Joyce si era accentuato il monologo interiore e il flusso di coscienza;

alla continuità del monologo e del flusso si opponeva invece il romanzo della discontinuità,

dove più monologhi interiori giustapposti l’uno all’altro la narrazione non è più continua, ma

interrotta da commenti, riflessioni dell’autore come viene ad esempio con Proust in cui la

discontinuità fa capire la psicologia del personaggio con i suoi sbalzi di umore e le sue

contraddizioni interiori. Lo stesso Mauriac non vuole che si inseriscano nel romanzo delle

logiche esterne al personaggio: le scoperte di Freud avevano sicuramente aperto un grande

spazio nella coscienza per far posto all’inconscio.

Con queste tecniche non cambia solo il personaggio, ma anche la figura del narratore. Ad

esempio Proust nella sua opera “Recherche du temps perdu” cambia spesso i punti di vista

sulle persone

Che incontra nel corso della sua vita; fino a quel momento infatti il punto di vista era quello del

romanziere onnisciente come nei romanzi di Balzac che mostrava il comportamento dei

personaggi e la loro psicologia: secondo Gide la “storiografia” e il troppo realismo sono uno

degli elementi che distinguono il “roman dal recit”. Eliminando il narratore onnisciente, la storia

viene presentata attraverso la coscienza del personaggio centrale o dei vari personaggi,

moltiplicando così i punti di vista (ci sono quelli dei personaggi, quello del narratore e anche

quello dell’autore che interviene in modo diretto). Spesso i romanzieri degli anni 20 oscillano

tra il realismo oggettivo e realismo soggettivo e molti di loro assumeranno una posizione

intermedia cioè adottano l’ottica dei personaggi senza che però il narratore onnisciente venga

escluso completamente.

Queste soluzioni che si allontanavano dal romanzo tradizionale avevano comunque dei rischi: il

romanzo-monologo interiore poteva creare confusione se era troppo complesso, rischiava delle

contraddizioni interne e soprattutto rischiava di essere noioso. La troppa psicologia rischiava di

indebolire la trama e l’interesse del lettore. Anche con “la mise en âbine” cioè una scena

dentro l’altra si rischiava di rovinarle entrambe se queste non erano descritte con attenzione

anche nei particolari.

IL ROMANZO DEGLI ANNI TRENTA

Negli anni 30, specie all’inizio, si è verificata una svolta nel campo del romanzo che si allontana

dal dopoguerra e soprattutto dal XIX secolo. Il rinnovamento non riguarda solo le tecniche che

subiscono l’influenza dei romanzi americani e del cinema, ma soprattutto l’apertura alle

tematiche moderne e ai problemi che toccano in modo concreto la società in cui quegli scrittori

vivono. Il romanzo ha ancora un rapporto molto limitato con il suo pubblico che resta

essenzialmente borghese; il romanzo è per questo pubblico una letteratura di consumo per

occupare il tempo e colmare i vuoti lasciati dalla pigrizia come con i viaggi nel tempo e come

quando i lettori sono trascinati in un mondo fantastico. Il pubblico da un lato vuole chi difende i

suoi valori, dall’altro lato chi lo diverte anche prendendosi gioco di loro stessi, molti romanzi

infatti si svolgono in un ambiente borghese.

Claude-Edmond Magny oppone in una sua distinzione, i romanzieri del 1918 a quelli del 1930

perché i primi si ripiegavano su se stessi, mentre gli altri vogliono agire sul mondo per

trasformarlo. Si parla così di letteratura “militante”. Si descrivono così scene della vita

francese, sia attuali che passate, e ancora la rivoluzione di Shangai del 1927, gli inizi del

Nazismo in Germania, la guerra in Spagna, lo sviluppo dei trasporti. Il romanzo si avvicina

molto al reportage. Man mano che passano gli anni e ci si avvicina alla guerra infatti cresce

l’angoscia e anche le opere diventano sempre più nere e pessimiste, specie nel periodo

dell’Anschluss, annessione dell’Austri, della dichiarazione di guerra. È una letteratura della

dispersione e l’unica risposta a queste crisi e a queste situazioni è un atteggiamento di

impegno personale. Un esempio da citare è quello di Antoine de Saint-Exupéry che si ispira

nella scrittura alle difficoltà del suo mestiere di aviatore e che morirà proprio durante una

missione in aereo a 44 anni, nel”cielo della gloria”. Facendo il pilota di linea ha assistito ai

primi grandi voli, i collegamenti aerei intercontinentali, come il tragitto Tolosa-Dakar lascia per

un periodo l’aviazione e si dedica al mestiere di giornalista e scrittore e scrive “Terres des

hommes” e “Le petit prince”,ma quando scoppia la guerra riprende il suo posto per essere un

pilota di guerra.

I romanzieri degli anni 30 non sono importanti solo per “il vissuto”, ma perché rappresentano

l’impegno personale degli scrittori: Malraux ad esempio partecipa alla rivoluzione, Aragon si

iscrive al partito comunista, Bernanos lascia il partito di destra per gli orrori della guerra in

Spagna.

Tra il 1930 e il 1939 la rivoluzione avviene davvero nei fatti e non solo nelle forme. Da un lato

proprio per tutte queste delusioni, gli scrittori si accontentano di rifarsi ad opere passate,

completando o copiando le esperienze dei loro predecessori.

Molti romanzieri continuano a rimanere rifugiati nella loro torre d’avorio. La novità arriva

invece dagli scrittori stranieri, ad esempio a Kafka a cui si sono ispirati Camus, Blanchot e

ancora i romanzieri americani con il loro simultaneismo, il monologo interiore e l’obbiettività

come Hemingway. La loro influenza sarà determinante per gli scrittori esistenzialisti.

I ROMANZIERI CATTOLICI

MAURIAC (1885-1970). Se si riflette solo sugli ultimi anni della sua vita, Mauriac sembra

uno scrittore impegnato, invece bisogna distinguere nettamente la fase del giornalismo da

quella dello scrittore, perché i suoi personaggi vivono invece in un mondo chiuso e questo è il

mondo della sua infanzia e della sua adolescenza, come se da quel momento in poi lui non

avesse più vissuto. Tutte le sue opere potrebbero infatti avere un solo titolo “ Commencements

d’une vie” che poi sarà il titolo di un’opera del 1932. François Mauriac nacque a Bordeaux ma

la sua infanzia vera non fu quella vissuta nella città, ma quella delle campagne di Aquitania,

delle Lande, delle cavalcate nei boschi a cui è sempre rimasto legato a che ha ripreso nelle

raccolte di poesie (orages-le sang d’Arys) in cui domina la presenza della madre terra, cibale.

Nelle opere successive si farà invece sentire l’influenza dell’ambiente, della città borghese,

Bordeaux definita dallo stesso Mauriac la città più altezzosa della Francia. Ad esempio nel

romanzo “Thérèse Desqueyroux” vengono messi in primo piano la carriera politica, il denaro, in

una famiglia basata sull’eredità, dove si è pronti a tutto per salvare la faccia. Anche le

esperienze personali si ritrovano nelle sue opere, la prematura perdita del padre a cui non è

mai riuscito ad abituarsi, l’autorità della madre, il fatto di essere cresciuto in collegi religiosi:

Mauriac infatti è sempre stato ossessionato dal peccato e anche nelle opere ripropone la

distanza tra l’amore del mondo e l’amore di Dio(ad esempio nell’opera “ Vie de Jean Racine”) e

questo sarà il tema principale di tutta la sua produzione narrativa.

Mauriac ha rifiutato di essere definito un “romanziere cattolico” ma ha voluto essere un

“cattolico che scrive romanzi” perché non studia solo la coscienza cattolica dei suoi personaggi,

ma affronta il ondo delle passioni e del peccato. Di solito i suoi personaggi sono uomini passivi

che si lasciano trascinare dalle cose e dagli eventi quasi senza rendersene conto e finiscono,

senza capirlo, sulla via del peccato. Mauriac non si pronuncia sull’esito del loro destino, ma

questo non vuol dire che egli non abbia amato i suoi personaggi e “anche se sceglie dei

peccatori, non ci presenta un inferno”, come dice lui stesso nella prefazione di Thérèse

Desqueyroux. La passione, anche se colpevole, riscopre il mistero di un’anima e come lui dice

in “la fin de nuit”, tutte le sozzure di una vita non riescono ad alterare lo splendore di una

persona e in “les anges noirs” dice che quelli che sembravano essere candidati, erano invece

stati eletti prima degli altri e la profondità della loro caduta dà la misura della loro vocazione:

per questo ha preferito i violenti, i cattivi ai santi! L’indulgenza nei confronti dei suoi

personaggi non è però un punto di partenza quanto un punto di arrivo perché all’inizio lui era

amaro e duro e a volte viene anche definito GIANSENISTA per il suo rigore morale. All’inizio

Mauriac aveva aderito al cattolicesimo sociale, ma solo durante gli avvenimenti della guerra di

Spagna esce dalla reclusione letteraria e attacca le tirannie moderne sia durante la Resistenza,

che per le lotte coloniali.

L’unica cosa che dà continuità a tutta la sua vita e alle sue opere è la fedeltà a se stesso e

anche quando si apre al mondo vuole rimanere fedele alla sua voce profonda come dice lui

stesso nei suoi “Memoires Intérieurs”.

BERNANOS (1888-1948). Egli fu un romanziere molto impegnato, che si mantiene ben

saldo nelle sue prese di posizione e nei suoi principi, tra cui la fede cattolica, lo spirito di

fanciullezza, lo spirito di povertà che poi si riflettono nella sua vita di romanziere. Egli inizia a

scrivere tardi, a più di 40 anni perché dice lui stesso che prima viene la vita, con le sue lotte e i

suoi sogni, e poi le opere, suscitate proprio dalla vita. Bernanos studia a Parigi diritto e lettere,

viene a contatto con gli ambienti monarchici, ma accusato di tradimento contro il re viene

messo in prigione nel 1909; nel 1913 inizia a dirigere un giornale di Roven, “ L’avant-garde de

Normandie” in cui pubblica anche le sue prime novelle e dove esprime le sue idee contro il

troppo sentimentalismo e contro uno sterile intellettualismo. Partecipa alla guerra attenendo

ferite e decorazioni ma per lui questa lotta sarà sempre ridicola e nell’opera “Les énfants

humilies ” dirà di aver servito come un servo, come uno schiavo, un uomo di fatica perché sa

che la guerra serve solo ai politici, infatti si dimetterà dal partito “Action Française”; nel 26

esce il suo primo romanzo “Sous le soleil de Satan” anche se aveva iniziato a scriverlo già

prima dell’armistizio e l’opera presenta infatti i segni di smarrimento in cui lo avevano posto le

guerre e gli altri avvenimenti. Il successo del suo primo romanzo spinge Bernanos a dedicarsi


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Letteratura francese. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti:Ionesco, “la cantatrice calva”, Maria Antonietta la barbera, “perché letteratura oggi”,Beckett: “finale di partita”, Ionesco: “la lezione”, Brunel: “storia della letteratura francese. Il xx secolo”.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere moderne
SSD:
A.A.: 2007-2008

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