Il cinema e la letteratura moderna
Il cinema satura la letteratura moderna. E, reciprocamente, quest'arte misteriosa ha accolto molta letteratura. La collaborazione cine-letteraria ha prodotto finora, è vero, soprattutto gli adattamenti di Le crime de Sylvestre Bonnard e di Travail, film che non saranno criticati mai abbastanza e che sviano il fragile germoglio di un mezzo di espressione ancora incerto, ma più preciso e sottile di qualunque altro.
Se la visione di un film qualsiasi, il cui regista ignorante in fatto di letteratura non conosce altro che l'Accademia e cose del genere, ci fa pensare, malgrado il regista o piuttosto a sua insaputa, alla letteratura moderna, è perché tra quella letteratura e il cinema esistono naturalmente degli scambi che rivelano più di una parentela.
Innanzitutto:
La letteratura moderna e il cinema sono entrambi nemici del teatro. Ogni tentativo di conciliazione si rivelerà vano. Due estetiche, come due religioni diverse, non possono vivere l'una accanto all'altra senza scontrarsi. Sotto il duplice attacco delle lettere moderne e del cinema, il teatro, se pure non morirà, si indebolirà comunque progressivamente. Il teatro, in cui un bravo attore lotta contro un monologo di quarantav versi forzatamente regolari per essere vivo malgrado l'eccesso di sproloqui, che cosa potrà mai opporre allo schermo, dove si vede il minimo movimento fibrillare e dove un uomo, che non ha nemmeno bisogno di recitare, mi rapisce semplicemente perché, in quanto uomo, il più bell'animale della terra, cammina, corre, si ferma e si volta per dare il suo volto in pasto al pubblico famelico?
Per potersi sostenere reciprocamente, la giovane letteratura e il cinema devono sovrapporre le loro estetiche.
a) Estetica della prossimità
La successione dei dettagli che sostituisce lo sviluppo negli autori moderni e i primissimi piani alla Griffith rientrano nell’estetica della prossimità.
Tra lo spettacolo e lo spettatore, nessuna barriera.
Il cinema e la letteratura moderna
Il cinema satura la letteratura moderna. E, reciprocamente, quest’arte misteriosa ha accolto molta letteratura. La collaborazione cine-letteraria ha prodotto finora, è vero, soprattutto gli adattamenti di Le crime de Sylvestre Bonnard e di Travail, film che non saranno criticati mai abbastanza e che sviano il fragile germoglio di un mezzo di espressione ancora incerto, ma più preciso e sottile di qualunque altro.
Se la visione di un film qualsiasi, il cui regista ignorante in fatto di letteratura non conosce altro che l’Accademia e cose del genere, ci fa pensare, malgrado il regista o piuttosto a sua insaputa, alla letteratura moderna, è perché tra quella letteratura e il cinema esistono naturalmente degli scambi che rivelano più di una parentela.
Innanzitutto:La letteratura moderna e il cinema sono entrambi nemici del teatro. Ogni tentativo di conciliazione si rivelerà vano. Due estetiche, come due religioni diverse, non possono vivere l’una accanto all’altra senza scontrarsi. Sotto il duplice attacco delle lettere moderne e del cinema, il teatro, se pure non morirà, si indebolirà comunque progressivamente. Il teatro, in cui un bravo attore lotta contro un monologo di quaranta versi forzatamente regolari per essere vivo malgrado l’eccesso di sproloqui, che cosa potrà mai opporre allo schermo, dove si vede il minimo movimento fibrillare e dove un uomo, che non ha nemmeno bisogno di recitare, mi rapisce semplicemente perché, in quanto uomo, il più bell’animale della terra, cammina, corre, si ferma e si volta per dare il suo volto in pasto al pubblico famelico?
Per potersi sostenere reciprocamente, la giovane letteratura e il cinema devono sovrapporre le loro estetiche.
a) Estetica della prossimità
La successione dei dettagli che sostituisce lo sviluppo negli autori moderni e i primissimi piani alla Griffith rientrano nell’estetica della prossimità.
Tra lo spettacolo e lo spettatore, nessuna barriera.
Non si guarda la vita, la si penetra.
Questa penetrazione permette ogni sorta di intimità. Un volto, sotto la lente, fa la ruota, sfoggia la sua fervente geografia.
Cataratte elettriche scorrono nelle foglie di questo rilievo che mi giunge cotto dai tremila gradi dell'arco.
È il miracolo della presenza reale,
la vita manifesta,
aperta come una melagrana matura,
privata della scorza,
assimilabile,
barbara.
Teatro della pelle.
Non mi sfugge nessun sussulto.
Uno spostamento di piani devasta il mio equilibrio.
Proiettato sullo schermo atterro nell'interlinea delle labbra.
Che valle di lacrime, e muta!
La sua doppia ala si tende e trema, vacilla, decolla, si sottrae e fugge:
Splendido allarme di una bocca che si apre.
Alla luce di un dramma seguito col binocolo di muscolo in muscolo, quale teatro di parola non appare miserabile?
b) Estetica della suggestione
Non si racconta più, si indica. Questo lascia il piacere della scoperta e della costruzione. In modo più personale e senza ostacoli, l'immagine si organizza.
Sullo schermo, la qualità essenziale del gesto è di non compiersi mai. Il volto non si esprime come quello del mimo ma, ancora meglio, suggerisce. La risata interrotta, come la si immagina per averla intravista.
E su quel palmo che si apre appena, verso chi sa quale lunga strada di gesti, l'idea, allora, si orienta.
Perché?
Lo sviluppo di un'azione abilmente accennata non aggiunge nulla alla com-prensione. Si prevede, si intuisce.
I dati di un problema sono sufficienti per chi conosce l'aritmetica.
La noia di leggere per esteso una soluzione banale che troviamo più in fretta da soli.
Soprattutto, la vacuità di un gesto che il pensiero, più rapido, coglie sul nasce-re e, dunque, precede.
c) Estetica della successione
Movies, dicono gli inglesi, avendo forse capito che la prima fedeltà per ciò che rappresenta la vita sta nell'essere altrettanto mobile. Una calca di dettagli costitu-sce un poema, e il decoupage di un film ingarbuglia e mescola, goccia a goccia, gli spettacoli. Solo più tardi si centrifuga, e dal fondo si attinge l'Impressione genera-
le. Cinema e lettere, tutto si muove. La successione rapida e angolare tende verso il cerchio perfetto della simultaneità impossibile. L'utopia fisiologica di vedere insieme è sostituita dall'approssimazione: vedere in fretta.
d) Estetica della rapidità mentale
È quanto meno possibile che la velocità di pensiero possa aumentare nel corso della vita di un uomo e delle generazioni. Gli uomini non pensano tutti alla stessa velocità.
I film che scorrono in fretta ci costringono a pensare in fretta. Un metodo educativo, forse.
Dopo un po' di Douglas Fairbanks, posso essere un po' indolenzito, ma non di certo annoiato.
La velocità di pensiero che il cinema registra e misura, e che spiega in parte l'estetica della suggestione e della successione, la si ritrova in letteratura. In pochi secondi bisogna forzare la porta di dieci metafore, se no la comprensione si fa oscura. Non tutti riescono a seguire; chi pensa lentamente arriva tardi sia in letteratura sia al cinema, e tormenta il vicino con continue domande.
Nelle Illuminations di Rimbaud, in media un'immagine al secondo in una lettera ad alta voce.
Nei Dix-neuf poèmes élastiques di Blaise Cendrars; stessa media, talvolta un po' bassa.
In Marinetti invece, non si trova più di un'immagine in cinque secondi. La stessa differenza che nei film.
e) Estetica della sensualità
Nella letteratura, “nessun sentimentalismo!” in apparenza.
Nel cinema, il sentimentalismo è impossibile.
Impossibile a causa dei primissimi piani, della precisione fotografica. Che farsene dei fiori platonici quando viene offerta la pelle di un volto violento da quaranta lampade ad arco?
Gli americani, che hanno in parte capito alcuni aspetti del cinema, non hanno ancora capito questo.
f) Estetica delle metafore
La poesia: una cavalcata di metafore che si impennano.
Abel Gance ha avuto per primo l'idea della metafora visiva. Tranne che per una lentezza che la falsa e un simbolismo che la maschera, si tratta di una scoperta.
Il principio della metafora visiva è giusto nella vita onirica o normale; sullo schermo, si impone.
Sullo schermo, una folla. Un'automobile passa con difficoltà. Ovaione. Si alzano dei cappelli. Mani e fazzoletti, macchie chiare, si agitano al di sopra delle teste. Un'innegabile analogia richiama questo verso di Apollinaire:
Quand les mains de la foule y feuillolaient aussi
e questi altri:
Et des mains, vers le ciel plein de lacs de lumières'envolaient quelquefois comme des oiseaux blancs.
Immediatamente, immagino una sovrimpressione, che nasce in dissolvenza, poi sempre più netta, interrompendosi all’improvviso:Delle foglie morte che cadono e turbinano, poi, un volo di uccelli.Ma: VELOCE (2 metri)SENZA SIMBOLISMO
(che gli uccelli non siano né colombe, né corvi, ma semplicemente degli uccelli).Entro cinque anni scriveremo poemi cinematografici: 150 metri e 100 immagini in serie su un filo tenuto dall’intelligenza.
g) Estetica momentanea
Sono rare le critiche letterarie in cui non si trovi scritto che una bella immagine poetica deve essere eterna. È un’idiozia. Innanzitutto, eterno non significa nulla. Diciamo: durata. Un’immagine non può essere duratura. Scientificamente, il riflesso della bellezza si logora: l’immagine, invecchiando, si trasforma in luogo comune. Le immagini, ai tempi di Racine, dovevano offrire molte immagini al suo pubblico e decisamente inconsuete. Ma che ne è rimasto oggi? Delle banalità. Là dove il testo sosteneva le dizione, oggi la dizione salva il testo. Come può un’opera resistere a un tale controsenso? Di Racine ci resta solo il ritmo, la metà di quello che era. Dal luogo comune può rinascere un’immagine, ma a condizione che prima lo si dimentichi. Dimentichiamo Racine. Non parliamone più per trecento anni. Un orecchio nuovo lo ritroverà e, finalmente sincero, lo troverà gradevole.
La scrittura invecchia sempre, ma non sempre alla stessa velocità. La scrittura attuale invecchierà molto rapidamente. Non è un rimprovero. Se cose esistono persone che giudicano il valore di un’opera d’arte dalla durata del suo successo. Affermano: «Resterà e non resterà». Parlano di posterità, di secoli, di millenni e di eternità. Disprezzano le mode. Non sanno valutare il loro piacere più dei giochi sbaditi delle generazioni morte.
Ad ogni modo, bisognerebbe che la smettessero con questo ricatto sentimentale. Al mio bisnonno piaceva Lamartine e portava i pantaloni con i sottopiedi. Il rispetto filiale non mi impone i sottopiedi, perché dovrebbe impormi Jocelyn? Non si leggono i capolavori, e quando si leggono, tombe! Che danza, sulle vostre pietre tombali! Una pagina che dura non è mai una pagina completa: è troppo generica. Alcune opere segnano una tappa con una precisione tale che, una volta bruciata la tappa, di essa resta solo pelle secca. Ma quale spettacolo per i compagni di viaggio! Anche a scuola, quello che l’istituttore apprezza di Corneille, Corneille giustamente lo disprezzava. Non auguro nemmeno al mio peggior nemico di