Antonin Artaud
La coquille et le clergyman (1927)
Francesco Casetti
L’occhio di vetro
(e il meccanismo della vita)
“Una mano che gira la manovella”. Così si sente Serafino Gubbio, di
professione operatore presso la casa cinematografica Cosmograph, e voce
narrante dei Quaderni scritti da Pirandello negli anni ’10 del Novecento (1).
“Una mano che gira la manovella”: e cioè una persona ormai talmente
connessa ad una macchina, la cinepresa, da risultarne una semplice
appendice. La macchina a cui Serafino è legato è in apparenza una
“macchinetta”: ma la sua azione non è meno devastante. Innanzitutto essa
letteralmente ingurgita quanto le passa davanti, fino a cambiargli forma:
“La macchina è fatta per agire, per muoversi, ha bisogno di ingojarsi la
nostra anima, di divorar la nostra vita. E come volete che ce la ridiano,
l’anima e la vita, in produzione centuplicata e continua, le macchine? Ecco
qua: in pezzetti e bocconcini, tutti d’uno stampo, stupidi e precisi” (2). Poi
la “macchinetta” separa dal mondo vero chi viene ripreso, per trasportarlo
in una sorta di altrove: gli attori, strappati dalla comunione diretta con il
pubblico, “qua si sentono come in esilio. In esilio non solo dal palcoscenico,
ma quasi anche da se stessi. Perché la loro azione, l’azione viva del loro
corpo vivo, là, sulla tela dei cinematografi, non c’è più: c’è la loro immagine
soltanto, colta in un momento, in un gesto, in una espressione, che guizza
e scompare” (3). Infine la “macchinetta” richiede una vera e propria servitù
da parte di chi la manovra: in questo modo ribadisce quella che sembra la
vocazione di tutti i dispositivi meccanici, “questi mostri, che dovevano
rimaner strumenti, e che sono invece divenuti, per forza, i nostri padroni”
(4). Divorare, separare, sottomettere: l’effetto finale è quello di uno
svuotamento. Il corpo filmato “è sottratto, soppresso, privato della sua
realtà, del suo respiro, della sua voce, del rumore che esso produce
muovendosi, per diventare soltanto un’immagine muta che tremola per un
momento su lo schermo e scompare in silenzio, d’un tratto, come un’ombra
inconsistente, giuoco di illusione su uno squallido pezzo di tela” (5). E, in
parallelo, chi è al servizio della cinepresa perde ogni sentimento: la qualità
che si chiede ad un operatore “è l’impassibilità di fronte all’azione che si
svolge davanti alla macchina”; una impassibilità che alla fine lo fa essere
simile ad una cosa (“io no, ero una cosa: ecco, forse quella che mi stava su
le ginocchia, avviluppata in una tela nera”, e cioè la pellicola); di più, che lo
fa diventare proprio eguale a una macchina (“finii d’esser Gubbio e diventai
una mano”) (6).
Se la “macchinetta” fa questo, non bisogna pensare che essa sia sola. Il
mondo è ormai popolato di dispositivi meccanici che assoggettano chi
dovrebbero servire, e che insieme ingoiano vita e la riducono a parvenza.
Pirandello ce ne offre alcuni esempi folgoranti: il cannocchiale
dell’astronomo Zeme (“Lei crede che quello sia il suo strumento? Non è
vero. Quello è il suo Dio e lei lo venera”); la monotype che ha sostituito le
vecchie stampatrici (“una bestiaccia mostruosa, che mangia piombo e caca
libri”); e soprattutto la pianola meccanica con cui l’uomo dal violino
dovrebbe suonare, e che rappresenta la negazione stessa della libertà e
della creatività (tanto è vero che il musicista, costretto con il suo strumento
ad “accompagnare un rotolo di carta traforata introdotto nella pancia di
quell’altra macchina lì”, letteralmente si perde) (7). Del resto il mondo
stesso è diventato un “fragoroso e vertiginoso meccanismo...che di giorno in
giorno sempre più si complica e si accelera”: un meccanismo che offre una
serie di forti stimoli, ma che nel contempo cattura e travolge. Proprio in
apertura del romanzo, l’ironica descrizione del “congegno” della vita
moderna ce ne dà una prova: “Oggi, così e così; questo e quest’altro da fare;
correre qua, con l’orologio alla mano, per essere in tempo là. – No, caro,
grazie, non posso! – Ah sí, davvero? Beato te! Debbo scappare... - Alle
undici, la colazione – Il giornale, la borsa, l’ufficio, la scuola...” (8). In
questo quadro tutti rischiano di diventare dei “pagliaccetti”, mossi da “una
molla a mantice sul petto”, e a cui tramite un bottone si possono far aprire
e chiudere le braccia a piacimento; in altre parole, tutti sono costretti a
rinunciare al proprio vero io, per diventare dei burattini chiamati a recitare
una parte che è una pallida “metafora” di sé (9).
Dunque il cinema non costituisce un’eccezione. In un mondo di macchine,
in un mondo ridotto a macchina, il cinema obbedisce ad una legge
generale. Semmai, esso porta allo scoperto i paradossi di questa situazione.
Per un verso infatti rende ancora più drammatico lo svuotamento della vita,
dato che fa sembrare perfettamente vere, grazie alla riproduzione
fotografica, quelle che sono delle pure e semplici rappresentazioni, per lo
più false. Coloro che lavorano alla Cosmograph possono anche mettere in
scena le vicende più approssimate e improbabili; la macchinetta, con
perfidia, “darà apparenza di realtà a tutte le loro finzioni” (10). Per un altro
verso però il cinema apre anche dei capitoli nuovi. In particolare, forse non
riuscirà mai a fare quello che ha fatto il pittore Giorgio Mirelli nei suoi
ritratti di Varia Nestorof, e cioè rivelare la personalità profonda di chi ci
circonda (sulla tela Varia è proprio lei, mentre sullo schermo è un’altra che
lei non riconosce né conosce ...)(11); insomma, forse il cinema non riuscirà
mai, riscattando i propri limiti, a restituirci la pienezza di quanto viene
ripreso; tuttavia, con il suo sguardo, esso può arrivare a mettere a nudo la
sottile logica che sta alla base del “congegno” del mondo moderno. Il
cinema infatti può farsi testimone di questa logica; in particolare può
mostrarci la assoluta casualità che ormai domina la nostra esistenza, e
attraverso questa via renderci consapevoli di quello di cui non ci
accorgiamo. Basta che, sfruttando la sua impassibilità, lo si utilizzi per
cogliere “la vita così come vien viene, senza scelta e senza alcun proposito”:
ecco che allora esso giungerà a “presentar agli uomini il buffo spettacolo
dei loro atti impensati, la vista immediata delle loro passioni, della loro vita
così com’è. Di questa vita senza requie, che non conclude” (12). Sullo
schermo, nonostante tutto, vediamo quel che siamo diventati. Ma il cinema
può fare anche di più: può infatti incarnare esso stesso la logica del
“congegno” in cui siamo presi; in particolare, può offrirci una visione delle
cose per così dire dal punto di vista di un meccanismo. Basta lasciare che
la cinepresa si muova come sa fare: ecco c
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