Letteratura artistica (II semestre)
Giovan Pietro Bellori
Giovan Pietro Bellori nasce a Roma nel 1613 e nel 1672 pubblica le “Vite de’ Pittori, scultori e architetti moderni”.
Winckelmann e la storia dell’arte
Nel 1763 a Dresda, Winckelmann pubblica “Storia dell’arte nell’antichità”, sviluppando un interesse particolare per l’opera d’arte in sé, ragione per la quale la sua opera di letteratura artistica non ha più un impianto biografico.
Giuseppe Bossi
Giuseppe Bossi è studioso della Lombardia, essendo nato infatti a Busto Arsizio. Dopo un soggiorno romano a contatto anche con Canova, diviene segretario dell’Accademia di Brera iniziando a sviluppare il contesto museale. Milano, grazie alle soppressioni napoleoniche degli enti ecclesiastici, si trova in questo momento ad avere un grande numero di opere.
Contesa tra manieristi e naturalisti
A parlare per primo in questi termini, tra Cinquecento e Seicento, è Vincenzo Giustiniani, che individua tra i modi diversi di pittura il “dipingere di maniera”, il “dipingere in presenza degli oggetti naturali” e “quello che media tra i due”. Tra i pittori in grado di mediare sono Caravaggio e i Carracci. Quest’impostazione viene definitivamente fissata da Bellori, che guarda anche a Poussin, Rubens e il Cavalier d’Arpino. La critica di Bellori sarà molto aspra nei confronti di Caravaggio, considerato un servile imitatore, mentre porterà in luce i Carracci e Poussin, come coloro che sono ricorsi all’antico.
Teoria della bellezza artistica
Si inizia in questo periodo a sviluppare una teoria della bellezza artistica, una teoria estetica: il bello diventa il principio supremo di ogni creazione artistica. È Bellori per primo a codificare questo concetto, di origine platonica: “è un concetto trascendente ed eterno che appare nella materia in maniera offuscata e imperfetta, ragione per la quale secondo un ordine, un modo e una specie va tratta fuori dalla materia, tramite l’arte” → Dalla bellezza metafisica della natura, attraverso l’arte, si deve arrivare alla bellezza ideale.
Per spiegare questo concetto lo stesso Bellori fa ricorso all’aneddoto dell’Elena di Zeusi: la natura va purificata ed emendata attraverso lo studio delle parti più belle e con lo studio della natura antica. I naturalisti, secondo lui, non fanno questa operazione e consiglia infatti allo studente di pittura di non partire dall’imitazione della natura ma dallo studio dei gessi. La scultura antica contiene in sé una natura più elaborata: l’idea è il principio che viene prima e con regola e norma media la natura. Incarnazione di questo principio dell’idea è la Santa Susanna in Santa Maria di Loreto dello scultore François Duquesnoy.
Il culto per l'antico
Il culto per l’antico è il tema di riferimento all’interno della creazione antica: il ruolo dell’antichità, soprattutto scultura, passa attraverso l’elenco dei capolavori antichi soprattutto romani, ossia i nobilia opera.
- I Dioscuri nella Piazza del Quirinale, Castore e Polluce, diventano il simbolo di questo antico, così come la statua del Marco Aurelio, in originale sul Campidoglio.
- Il Cortile del Belvedere, in Vaticano, è un complesso di statue antiche creato da papa Giulio II, Giuliano della Rovere, tra i primi a favorire gli scavi nell’Urbe. Tra le opere che figuravano in questo complesso papale sono l’Apollo del Belvedere, il Gruppo del Laocoonte e l’Antinoo.
Sulla scia di questa collezione privata, molti aristocratici decisero di costituire collezioni di antichità, come i Cesi o i Farnese, nella cui collezione stavano l’Ercole Farnese e il Toro Farnese, oggi a Napoli.
Inizia da ciò una serie di racconti di questi complessi collezionistici, come quello di Ulisse Aldrovandi nell’opera “Le statue antiche di Roma”. Altro studioso e collezionista grafico è Cassiano Dal Pozzo, che nel Museo Cartaceo riproduce e in parte descrive le più antiche opere di Roma e verrà anche studiato da Winckelmann.
Per la pittura si riscoprono le Nozze Aldobrandini, affresco che risale alla seconda metà del I sec. a.C. (età augustea) riscoperto sull’Esquilino.
Il culto di Raffaello
Il culto di Raffaello è una caratteristica del percorso storiografico della letteratura artistica: Raffaello è l’unico artista che per secoli viene definito l’Apelle, per la sua grazia (venustas) o lo Zeusi (leggenda delle cinque vergini di Crotone dalle quali trasse il principio di bellezza per la sua Elena) dell’età moderna. Anche Vasari nella Vita di Francesco Francia descrive la Santa Cecilia di Raffaello nei termini di una “pittura viva e divina”. Nel proemio alla Terza Età poi definisce Raffaello come “graziosissimo”. Anche Paolo Giovio nelle Brevi Biografie e Ludovico Dolci lo descriveranno come massimo pittore per la sua grazia. Da questo primato di Raffaello come pittore che più aveva imitato gli antichi scaturisce la nozione del bello ideale.
Nel Seicento il primato di Raffaello continua anche a livello collezionistico: lo stesso Carlo I d’Inghilterra volle acquistare dei cartoni autografi del maestro. La canonizzazione di Raffaello come modello di perfezione verrà affermata nel Trattato della Pittura di Giovan Battista Agucchi, che definirà Annibale Carracci come il “nuovo Raffaello”.
L’esaltazione di Raffaello come massimo artista trova definizione teorica anche in Giovan Pietro Bellori, che scrive una descrizione delle Stanze del Palazzo Apostolico in Vaticano. I toni di questa descrizione sono molto letterali in cui viene esaltata la tecnica pittorica di Raffaello e il suo utilizzo della dinamica luministica.
Le Accademie e il loro ruolo
Le Accademie sono il luogo dell’elaborazione artistica, il luogo in cui si elabora la teoria artistica. A Roma le Accademie più importanti saranno quella di San Luca, di cui Bellori sarà segretario due volte e Carlo Maratti sarà principe e l’Accademia di Francia situata nella Villa Medici sul Pincio e fondata nel 1803 da Colbert, ministro francese. Questa ospitava i vincitori del “Premio di Roma”. Bellori farà parte anche di questa seconda accademia, di cui altro protagonista sarà l’incisore delle sue Vite, Charles Errard.
Anche in area milanese l’Accademia sarà un ambiente importante: nel 1801 Giuseppe Bossi diverrà Segretario dell’Accademia di Brera, forgiando la collezione della pinacoteca, con l’idea di farne un luogo di studio per i pittori. Scriverà poi un regolamento per la conservazione delle antichità architettoniche nel 1804.
L’ultimo tema generale e introduttivo è la formazione del sistema delle scuole artistiche regionali, eredità vasariana implementata da Giovanni Battista Agucchi, che esalta quella bolognese dei Carracci.
Il contesto collezionistico a Roma nel Seicento
In questo momento a Roma è preponderante l’azione del papato. Roma era da diverso tempo centro di importanza internazionale, città in cui erano presenti ambasciate straniere e in cui molti stranieri compivano viaggi di apprendimento (es. Autoritratto affianco alle rovine del Colosseo del fiammingo Maarten van Heemskerck). Anche per questa presenza di artisti stranieri si costituiscono le Accademie.
Lo stesso Giovan Pietro Bellori è interessato a questo contesto e infatti dedica un opuscolo al visitatore colto suggerendogli percorsi suggestivi delle principali collezioni della città. L’opera è intitolata “Nota delli Musei, Librerie e Gallerie di ornamenti di statue e pitture ne’ palazzi nelle Case e nei Giardini di Roma” (1664).
A fare oggetto dei suoi studi questo contesto è anche Francis Haskell in Mecenati e pittori, il cui sottotitolo è Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca. Egli sceglie di parlare dell’arte dal punto di vista dei mecenati e non dei pittori tramite le loro biografie come era consueto fino a quel momento, creando un nuovo filone di studi.
Allude sempre a questo contesto il Ritratto di Paolo III Farnese con i nipoti di Tiziano (Napoli, Capodimonte, 1545), perché molti committenti sono cardinali e prelati della curia papale. Tutta la famiglia del pontefice all’insediamento dello stesso si trasferiva a Roma, creando un palazzo nella città e assembrando una collezione di antichità e pittura moderna.
Tra questi palazzi vi era ad esempio il Casino Borghese fuori porta Pinciana, al cui interno era una parte della odierna Galleria Borghese oppure il Casino del Belrespiro della famiglia Pamphili, ricco di giardini all’italiana e al cui interno si conservava il Riposo dalla fuga in Egitto di Caravaggio.
Il pontefice e il cardinal nipote richiamavano quindi a sé artisti provenienti dalla propria città, che si legavano al committente tramite un rapporto detto di “servitù particolare”.
Sull’importanza del collezionismo c’è un contributo importante di Roberto Longhi sulla rivista Paragone Arte dal titolo “Proposte per una critica d’arte”: il gesto collezionistico è infatti secondo lui espressione immediata del giudizio critico.
- Ad esempio, significativa è la scelta che Rubens fa di acquistare per i Gonzaga di Mantova, dai Frati della Scala, la Morte della Vergine di Caravaggio, dipinto oggi al Louvre.
Vincenzo Giustiniani
In lui si legano la figura del collezionista e dello scrittore d’arte. Nasce in Grecia nel 1564 e muore a Roma: qui è banchiere ed eredita dal padre una grossa quantità di denaro. Giunto a Roma si lega all’ambiente degli Ordini religiosi pauperistici, come quello di San Carlo Borromeo. A fianco a lui opera anche il fratello Benedetto.
- Uno dei dipinti più celebri della sua collezione è il San Matteo con l’Angelo di Caravaggio, nella sua prima versione per la Cappella Contarelli in San Luigi de’ Francesi a Roma (perduto nel 1945 nell’incendio della Flakturm Friedrichshain).
In città i Giustiniani riallestiscono un palazzo che già esisteva e diventa Palazzo Giustiniani, che oggi è sede della Presidenza del Senato e si trova di fronte alla Chiesa di San Luigi de’ Francesi. La residenza extraurbana dei Giustiniani è invece un palazzo vicino a Sutri, decorato da Francesco Albani o dal Domenichino, uno dei maggiori allievi di Annibale Carracci. All’interno del palazzo persisteva anche un piccolo teatro, a dimostrare la varietà degli interessi colti di Vincenzo Giustiniani.
Anche il fratello Benedetto era collezionista e all’interno della collezione riconosciamo oggetti legati ai suoi interessi, come quello per l’archeologia cristiana. A lui si devono acquisti precoci dei Carracci e l’acquisizione dell’Incredulità di San Tommaso di Caravaggio oggi a Potsdam nei pressi di Berlino.
Il marchese Vincenzo possedeva più di 600 dipinti e circa 1800 sculture, con pezzi di grande pregio: l’inventario è redatto con la sua partecipazione e ci dimostra l’esistenza di “stanze a quadri”, appositamente dedicate all’ospitare dipinti.
Tra le opere di Caravaggio erano anche l’Incoronazione di spine (oggi a Vienna e detto “sovrapporta” per l’impostazione orizzontale) e il Suonatore di liuto, più precoce. Riassume i vari interessi del marchese, compreso quello della musica: il madrigale riportato è effettivamente musicabile. Ancora, uno dei capolavori della raccolta è l’Amore Vincitore di Caravaggio, ispirato all’egloga di Virgilio “Amor vincit omnia” che allude ad ascendenze neoplatoniche per le frecce di due colori e agli interessi letterari di Vincenzo.
Oltre a Caravaggio ci sono alcune vedute di paesaggio di Annibale Carracci, come il Paesaggio fluviale e opere di artisti stranieri come Nicolas Poussin, di cui possedeva la Strage degli innocenti. Accanto alle opere più contemporanee, ne possedeva anche alcune rinascimentali, con dipinti di Tiziano, Andrea del Sarto, Lotto e una Madonna attribuita a Leonardo.
Vi era poi anche l’antiquario, ossia la collezione di marmi antichi: a testimonianza di ciò abbiamo la “Galleria Giustiniana”, in cui sono presenti delle incisioni della statuaria da lui posseduta → c’è l’idea molto moderna di creare un catalogo. I pezzi antichi stavano in un unico ambiente in registi sovrapposti: tra questi vi era la Hestia Giustiniani, opera di un ignoto scultore di età adrianea. È probabile che Giustiniani si sia ispirato alla residenza di Monaco di Baviera, perché Joachim von Sandrart, di cui sono i disegni per le incisioni, era stato anche lì.
È un connoisseur, un conoscitore: la sua perizia si manifesta anche nella stesura di scritti, opere legate al mondo dell’arte e della sua collezione. Significativa, in questo senso è una lettera che scrive a Teodoro Amideni. La mentalità europea che il marchese possiede è dovuta al viaggio in Europa che compie da giovane. Scrive un trattato anche sulla musica e sulla caccia, oltre che sul viaggio. I suoi interessi si espandono anche verso le scienze naturali ed è uno dei seguaci della filosofia neostoica, che consiglia di non cedere alle passioni ma sottomettersi a Dio. I suoi interessi si riversano anche nella sua biblioteca, in cui compaiono testi di Plutarco e Tacito, assieme a Galileo e il suo interesse empirico, fatto che lo avvicina alla ricerca di Caravaggio.
Scritti di Vincenzo Giustiniani
Suoi tre scritti hanno forma di lettera:
- Discorso sopra la pittura → definisce 12 modi della pittura, di cui c’è una differenziazione tecnica e spicca il “saper ritrarre”, il V modo, in cui maestro è Caravaggio. L’VIII modo riguarda le grottesche, un modo che vuole imitare le pitture antiche negli edifici rimasti interrati e riscoperti in questo periodo. Il X, XI e XII modo sono legati a uno stile e introducono la distinzione tra naturalismo e manierismo: il X è il “modo di dipingere di maniera”, in cui interviene la fantasia; l’XI modo è “il modo di dipingere con avere gli oggetti naturali davanti”, il modo dei dipinti naturalisti come Rubens che si distingue per gli effetti luminosi aderenti al reale; il XII modo di dipingere è “il più perfetto di tutti”, perché unisce il X e l’XI ed è quello di Caravaggio, dei Carracci e di Guido Reni.
- Discorso sopra la scrittura
- Discorso sopra l’architettura
Giulio Mancini
Gli riconosciamo la stesura di alcuni scritti molto importanti che si rivelano fonti importanti anche per la vita di Caravaggio. Di professione è medico, formandosi a Siena e lavorando poi a Roma, dove diventa medico personale di papa Urbano VIII. È comunque grande appassionato di arte e le sue trattazioni in merito non sono teoriche ma consigli concreti su come creare una collezione di dipinti, contenendo suggerimenti sulle cornici e sui dipinti adatti a ogni sala del palazzo e stabilendo una gerarchia tra soggetti.
- Alcune considerazioni appartenenti alla pittura come diletto di un gentiluomo nobile e come introduzione a quello che si deve dire (1617-21)
- Alcune considerazioni intorno a quello che hanno scritto alcuni autori in materia della pittura
Giovan Battista Agucchi
- Estimatore dei Carracci e del Domenichino, ha scritto un trattato sulla pittura di cui è noto un frammento.
- Valorizza la scuola artistica bolognese, esplica la teoria del bello in modo esplicito.
- Lo consideriamo come un protoclassicista.
Nasce a Bologna nel 1570 ed è al seguito del fratello maggiore Girolamo, il quale aveva iniziato la carriera ecclesiastica affianco al cardinale Pietro Aldobrandini, di cui era maggiordomo. Girolamo accompagna il cardinale in una delle missioni più importanti del suo cardinalato, ossia il soggiorno a Ferrara. In questa contingenza Aldobrandini acquisirà alcuni pezzi della collezione estense, come il Noli me tangere di Correggio, oggi al Prado a Madrid, il Doppio ritratto di Navagero e Bezzano di Raffaello e la serie di Baccanali di Tiziano.
Dopo la morte del fratello, sarà lui ad assumere i compiti diplomatici all’interno della curia di Pietro Aldobrandini, ragione per la quale si recherà a Firenze e in Francia. Viene nominato dal nuovo pontefice Urbano VIII Barberini suo segretario personale. Oltre all’attività di diplomazia, svolge quella di uomo di lettere, alla quale affianca l’interesse verso le scienze (matematica e astronomia). Sappiamo anche infatti di un avvenuto incontro con Galileo Galilei.
Ha una forte conoscenza degli antiquaria, da cui l’amicizia con Francesco Angeloni. A lui si deve la scrittura di un trattato, intitolato Diverse figure al numero di ottanta, disegnate di penna da Annibale Carracci, che a lungo gira sotto uno pseudonimo e viene pubblicato solo parzialmente all’interno di un altro testo, Le Arti di Bologna. È una raccolta di incisioni, realizzate dai disegni da parte di Simon Guillain, che rappresentano alcuni mestieri del popolo comuni a Bologna.
Inizia con un paragone molto forte con l’arte dell’antichità: sembra abbracciare l’idea vasariana dello sviluppo delle arti. Riprende la categoria dei naturalisti, opponendola a quella dei pittori che “raccogliendo le bellezze sparse in molti [soggetti] e l’uniscono insieme con finezza di giudizio e fanno le cose non come sono ma come esse dovrebbero”. Riprende il concetto platonico dell’idea, riconducendo l’operazione di selezione all’attività dell’intelletto. Scrive anche che “le cose dipinte e imitate dal naturale piacciono al popolo […] ma l’huomo intendente sollevando il pensiero all’idea del bello che la natura mostra di voler fare da quello viene rapito e come divina la contempla.”
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