Parente fakesenese e contesto storico-politico-culturale
Discorso di Muhammad el-Kurd alle Nazioni Unite
Muhammad el-Kurd è un attivista emerso durante gli scontri dello scorso anno a seguito dello sfratto di famiglie palestinesi nel quartiere di Sheikh Jarrah. Egli fa riferimento a parole chiave della questione palestinese:
- Nakba, nome con cui gli arabi indicano la creazione dello stato di Israele nel 1948
- Sionismo, movimento nazionalista ebraico a favore della creazione di uno stato ebraico
- Pulizia etnica: i palestinesi vengono deportati e finiscono nei campi profughi
Fa riferimento alle misure in cui il suo paese è cambiato da quando è stato fondato lo stato di Israele, e da come i nomi arabi siano stati sostituiti da nomi in lingua ebraica. Ha detto che in Palestina se non vieni arrestato ti sparano per strada e se non ti sparano per strada vieni controllato dai droni sulla Striscia di Gaza. Parla di appetito per terre palestinesi senza palestinesi: il desiderio di prendere le terre senza che ci sia la presenza di palestinesi, in riferimento proprio alla pulizia etnica.
Nella parte finale del suo discorso dice che questa situazione non durerà per sempre: tutti gli imperi cadono (in riferimento alla ciclicità della storia), anche loro saranno un popolo libero e rimarranno nella storia per la loro resistenza all’occupazione.
Prima del 1948
La Palestina in epoca premoderna faceva parte di un’area geografica più ampia insieme a quella siro-libanese, chiamata area dello Šam. Per circa quattro secoli la Palestina è stata sotto il dominio ottomano: fino agli inizi del Novecento faceva parte dell’impero ottomano.
Dopo la Prima Guerra Mondiale, l’impero ottomano viene confitto, quindi il controllo delle aree geografiche del Vicino Oriente passa a Francia e Regno Unito che si spartiscono questi territori sulla base dell’accordo di Sykes-Picot (1916).
L’anno successivo è l’anno della dichiarazione di Balfour: le autorità britanniche hanno espresso l’intenzione di creare una national home (non uno Stato ma un focolaio nazionale) per gli ebrei di Palestina e quelli sparsi nel mondo. Volevano identificare un’area geografica dove far andare a vivere gli ebrei sparsi nel mondo che da tempo erano vittima di antisemitismo. Comunque, le autorità britanniche rassicurano la Palestina dicendo che questo non significa che i palestinesi perderanno le loro terre.
Nel 1922 la Palestina passa sotto il controllo britannico, affidato dalla Società delle Nazioni che vuole far rispettare gli impegni presi dalla dichiarazione di Balfour. Per portare avanti questo progetto si decide di affidare il coordinamento delle azioni necessarie per la creazione della national home per gli ebrei all’organizzazione sionista.
Il sionismo è un movimento che prende il nome dal monte Sion, primo nucleo della città di Gerusalemme. Il movimento viene fondato da un ebreo che viveva a Budapest, Hertz, che sosteneva la necessità di uno stato per gli ebrei. Aveva proposto varie aree geografiche (aveva pensato anche ad Uganda ed Argentina ad esempio), ma si protende per l’area palestinese per motivazioni religiose. Il sionismo nasce come movimento che sosteneva la necessità di creare uno stato ebraico, la necessità di autodeterminazione del popolo ebraico.
Dalla fine dell’Ottocento cominciano grandi ondate migratorie di ebrei verso la Palestina. Gli ebrei fanno di tutto per comprare terre palestinesi e mettere radici, così cominciano a stanziarsi. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, quando la presenza degli ebrei era sempre più forte in Palestina, le Nazioni Unite si espressero a favore della creazione di due stati: stato palestinese e stato israeliano. Per quanto riguarda la città di Gerusalemme, si proponeva un controllo internazionale.
Questa proposta delle Nazioni Unite comincia a preoccupare i palestinesi, portando un’ondata di scontri violenti da parte dei palestinesi contrari a questa proposta dell’ONU. Nel 1948 si giunge alla fondazione dello stato di Israele, mentre i palestinesi restano senza stato.
La questione palestinese: una questione araba
Il progetto sionista di popolare la Palestina con ebrei nel 1948 viene formalizzato con la creazione dello stato di Israele lungo la parte occidentale della Palestina, in quel tempo ancora sotto Mandato britannico. Questo evento storico è stato chiamato dagli arabi nakba, dalla radice per “catastrofe, cataclisma, fine del mondo”, che in italiano viene tradotto solitamente con “la catastrofe”. Con la nakba si fa riferimento alla creazione dello stato di Israele nel 1948, che avviene quando l’area geografica della Palestina è sotto il Mandato britannico.
Il termina naksa significa “ricadute”: la seconda tragedia ebbe luogo nel 1967, durante la Guerra dei Sei giorni. Ricaduta nel senso di seconda sconfitta dovuta al fatto che Israele attaccò l’Egitto approfittando della crisi del canale di Suez con l’appoggio di Francia e Inghilterra, vinse la guerra e occupò territori palestinesi che non facevano parte dello stato di Israele (la Striscia di Gaza, la Cisgiordania, Gerusalemme est e le alture del Golan, la penisola del Sinai - che fa parte dell’Egitto). La naksa è stata la sconfitta dell’intero mondo arabo non solo della Palestina.
La nakba è diventata l’inizio del tormento sia per i Palestinesi della diaspora sia per quelli che vivono come stranieri sotto l’occupazione israeliana. Durante la nakba tanti palestinesi sono portati via con la forza dalle loro abitazioni, le quali sono state distrutte, e sono stati portati o in aree che erano state appositamente identificate per loro oppure in campi profughi. La nakba ha segnato l’inizio della dispersione del popolo palestinese. Infatti, la percentuale di palestinesi che vivevano in quell’area geografica è diminuita drasticamente dalla nakba.
La distruzione della memoria
Lo stato di Israele del 1948 si presentava come uno stato appena nato, senza storia. I nomi di paesi, villaggi, montagne, fiumi, strade che erano arabi sono stati cancellati e sostituiti da nomi ebrei, spesso sono stati scritti nomi di origine biblica (giudaizzazione del territorio) per creare una memoria ebraica della Palestina. È stata portata avanti una campagna di distruzione della memoria araba per la creazione di una memoria giudaica. Sono stati eretti anche statue e monumenti nazionali ebraici con l’obiettivo di celebrare la storia ebraica e far cadere nell’oblio quella palestinese.
Il 15 maggio 1948
La creazione dello stato di Israele viene presentata all’opinione pubblica come una giusta ricompensa del popolo ebraico che era uscito da poco dalla sciagura della Seconda Guerra Mondiale e dei campi di sterminio. Questa giusta ricompensa è avvenuta sulla pelle dei palestinesi che sono stati deportati con la forza dalle loro abitazioni. Il tema del palestinese che non ha più un luogo dove vivere è un tema ricorrente nella letteratura palestinese contemporanea.
I rifugiati che poi si sono riversati spesso in campi profughi di paesi vicini creano tanti problemi, come in Giordania e Libano. Una bassa percentuale di palestinesi è stata inglobata nello stato di Israele e sono quelli che oggi sono chiamati arabi israeliani. I palestinesi della sponda occidentale del fiume Giordano finirono sotto amministrazione del regno giordano, quelli residenti nella Striscia di Gaza finirono sotto amministrazione egiziana. Nel 1967, Israele occupò entrambe le regioni oltre al Sinai, alle Alture del Golan e a Gerusalemme Est.
Cartina attuale
La cartina attuale mostra qual è l’area di Israele e quale territorio resta sotto il controllo dell’autorità nazionale palestinese: la Striscia di Gaza e la costa occidentale del fiume Giordano (West Bank). Si chiamano anche territori occupati perché quest’area geografica è occupata da Israele dalla Guerra dei Sei giorni. La città di Gerusalemme è proprio al centro tra i territori occupati palestinesi e lo stato di Israele.
Tante risoluzioni ONU hanno detto che Gerusalemme non dovrebbe essere controllata da Israele ma di fatto lo è. La Striscia di Gaza si affaccia sul mare, ma sia lo spazio marittimo che quello aereo sono controllati da Israele. Inoltre, la Striscia di Gaza e la Cisgiordania sono separate, non unite. Quando era stata proposta la creazione di due stati dopo la Seconda Guerra Mondiale, i palestinesi si erano opposti dicendo che nei territori assegnati loro non ci sarebbe stato uno sbocco sul mare.
La linea tratteggiata che separa la Cisgiordania dallo stato di Israele viene chiamata linea verde perché si dice che quando è stata disegnata la nuova mappa di Israele venne tracciata una linea per separare i due territori.
La distruzione della Palestina e l’occupazione israeliana
Documentario di al-Jazeera
Un documentario di al-Jazeera racconta come tre città della Palestina storica, Jaffa, Haifa e Yafa siano state distrutte durante la nakba e come il popolo palestinese di quelle città sia stato portato via dalle loro abitazioni. Jaffa era la città più importante della Palestina prima della nakba, principalmente per il porto: era il centro del commercio, dell’industria, dell’economia palestinese. Era importante anche dal punto di vista culturale perché molte riviste venivano stampate lì.
Con la nakba sono state distrutte per prime le città palestinesi, e quando distruggi una città ne distruggi la cultura e la vita. La maggior parte degli archivi palestinesi dalla nakba sono stati distrutti: tantissimi materiali dell’epoca non sono più disponibili. I palestinesi sono stati portati via con la forza dalle loro abitazioni e portati in campi profughi identificati dalle autorità israeliane. I campi in cui i profughi palestinesi venivano portati erano circondati da filo spinato, come se fossero animali e non esseri umani. La città di Jaffa è diventata Tel Aviv, una delle più grandi città dello stato di Israele.
Accordi di normalizzazione con Israele
Nel 1973 ci fu la guerra del Youm Kippur, scatenata dall’Egitto che aveva perso la Guerra dei Sei giorni: attacca a sorpresa l’esercito israeliano e ottiene un iniziale vantaggio, ma poi comunque non ottiene una vittoria. Il fatto che ci sia stato un vantaggio iniziale è considerato ancora oggi una grandissima vittoria, tant’è che il 6 ottobre è festa nazionale in Egitto. Questo fa capire quanto anche un piccolo vantaggio su Israele fosse carico di significato.
L’inizio del tradimento della causa araba si ha nel 1978 quando Sadat firma con Israele gli accordi di pace di Camp David: decide di normalizzare con Israele, per questo Sadat è considerato il traditore della causa palestinese. Il Sinai, occupato da Israele nel 1967, torna all’Egitto, ma tutte le altre aree della Palestina occupate restano sotto il controllo israeliano. Gli ultimi accordi di normalizzazione firmati tra Israele e stati arabi sono gli accordi di Abramo (tra Israele e Bahrein ed Emirati Arabi), con Trump che ha fatto da mediatore.
Erosione dei territori palestinesi nel corso degli anni
La nascita dello stato di Israele fu percepita come un trauma dal popolo e dagli intellettuali arabi. La presa di potere di Nasser sollevò immense speranze non solo in Egitto ma in tutto il mondo arabo. Jamal Abd an-Nasser è il presidente dell’Egitto che nel 1952 ha guidato un colpo di stato che ha rovesciato la monarchia e iniziato la Repubblica: viene visto come un liberatore e salvatore.
Nasser è stato un presidente amato perché aveva un’idea di unione del mondo arabo che tanto aveva sofferto con il colonialismo. Nasser intraprese una serie di provvedimenti rivoluzionari, come la nazionalizzazione del Canale di Suez nel 1956. Nel 1958 dà vita al progetto della Repubblica Araba Unita: i primi due paesi a farne parte sono Egitto e Siria. L’obiettivo era anche dare un sostegno alla causa palestinese contro Israele. Tuttavia, questa unione dura pochissimo a causa di divergenze tra Egitto e Siria.
Nel giro di pochi anni, in realtà, quello di Nasser si trasforma in un regime dispotico e totalitario. Era comunque un presidente amato perché, oltre ad essere panarabo, era contrario a qualsiasi tipo di interventismo straniero in Egitto e nel mondo arabo. Quando ha perso la Guerra dei Sei giorni, ha dato le dimissioni: essere sconfitto da Israele che era supportato dall’occidente era la più grande sconfitta, ma è convinto a rimanere ancora qualche anno.
Il proseguimento degli scontri israelo-palestinesi
Nel 1967 la sconfitta dalla Guerra dei Sei giorni segna un trauma, un punto di non ritorno: un profondo pessimismo segnerà gli intellettuali arabi. Il 1987 è l’anno dell’intifada (scuotersi, ribellarsi): la rivolta dei palestinesi dei Territori Occupati vent’anni prima. Il simbolo dell’intifada è il lancio delle pietre contro la polizia israeliana. Dopo l’intifada ci sono stati gli accordi di Oslo nel 1943 tra Israele e OLP, che riconoscevano una sorta di stato ai palestinesi ma sono sempre rimasti accordi su carta.
Negli anni 2000 gli scontri continuano e si arriva alla seconda intifada, un’altra rivolta delle pietre ma molto più violenta della prima, scatenata dal fatto che un membro del governo israeliano aveva fatto una passeggiata provocatoria sulla spianata delle moschee. Questa intifada è durata per tanti anni, anche se non si riesce ad identificare una fine precisa.
La letteratura palestinese: occupazione e diaspora
La conseguenza principale della nakba è stato l’esilio (nei campi profughi di Libano e Giordania) e la perdita della propria terra, due temi portanti della letteratura palestinese. In generale, la letteratura palestinese è una letteratura politicamente impegnata ed è una letteratura di resistenza: si fa resistenza anche scrivendo, cercando di recuperare la memoria del pre ‘48 che viene volutamente cancellata.
La letteratura palestinese ha tantissime voci, sembra quasi sproporzionata all’area geografica di riferimento. È una letteratura molto drammatica, molto forte, spesso si pensa che sia propagandistica ma non è assolutamente sempre così. Scrivere, per uno scrittore palestinese, è un modo per reagire alla tragedia.
Non tutte le opere palestinesi sono drammatiche, alcune fanno un largo uso dell’umorismo: un modo per sfuggire a una realtà dura. Solitamente, gli scrittori palestinesi vivono nei campi profughi o all’estero, oppure sono scrittori arabi israeliani (cittadini arabi che vivono in Israele), i quali lamentano sempre di essere trattati come cittadini di serie B e di sentirsi stranieri in quella che un tempo era la loro casa. Hanno enfatizzato le conseguenze che questa crisi ha causato agli individui in ogni aspetto della loro vita.
Graffiti palestinesi
I graffiti palestinesi mostrano simboli della lotta palestinese:
- Donna attaccata all’albero, simbolo della terra, albero secolare con radici fortissime, come a dire che non vuole lasciare la sua casa. Frase tipica dei graffiti palestinesi: noi restiamo. Il processo di sfratto dei palestinesi continua ancora oggi.
- Prigione: Muhammad el-Kurd ricorda il proprio vicino arrestato per aver parlato di pulizia etnica. Il filo spinato è simbolo dei campi profughi, di una vita che si basa sulla segregazione.
- Parola chiave della letteratura palestinese: ritorno, il diritto al ritorno, come a dire un giorno torneremo nella nostra terra, i palestinesi rivendicano il diritto al ritorno in tutti quelli che erano i loro paesi prima del 1948.
- Altro simbolo importante è la moschea di Gerusalemme, relativamente al racconto del viaggio notturno del profeta.
- Un murales significativo è quello dell’elenco di paesi della Palestina che sono diventati parte di Israele.
Barriera di separazione israeliana (730 km)
Il muro con la barriera di separazione israeliana in alcuni punti è anche filo elettrico. La barriera che separa la Cisgiordania da Israele viene chiamata muro salvavita dagli israeliani, ma anche muro di separazione razziale dai palestinesi. Costruito da Israele con la scusa di difendersi dagli attacchi terroristici di Hamas, il nome rivendica lo zelo della lotta a favore della Palestina.
La narrazione sionista
La storiografia sionista ha rappresentato la fondazione dello stato di Israele da due punti di vista:
- Da un punto di vista politico come guerra di indipendenza dal colonialismo britannico
- Da un punto di vista religioso come rinascita del popolo ebraico attraverso il suo ritorno nella terra promessa da Dio ad Abramo.
I sionisti sottolineano sempre che una grande percentuale di quella terra è desertica (deserto del Negev), quindi andando lì non toglievano terra a nessuno. Oppure, i pochi arabi che abitavano lì avrebbero abbandonato la terra per vivere nei paesi arabi vicini. Tuttavia, il deserto non è così privo di vita: nel deserto ci sono i beduini. Il mito della terra disabitata è abbastanza un mito.
I miti su cui si basa la narrazione sionista sono quelli della fuga volontaria e della terra disabitata. Il sionismo si basava sulla scrittura biblica. Il sionismo di Israele si presentava come un dono al popolo ebreo che aveva subito il nazismo e anche come il rischio di un secondo Olocausto, nel senso di minaccia di distruzione del popolo ebraico se non si fosse creata una terra per esso.
Il memoricidio palestinese
Il progetto sionista ha portato avanti un processo di cancellazione della memoria palestinese. Il primo passo verso il memoricidio della Palestina è stato fatto alla fine del Novecento quando, nel Primo Congresso sionista, Hertz propose la creazione di un Fondo Nazionale Ebraico per l’acquisto di terre per l’insediamento dei coloni ebrei, preparando in tal modo il terreno agli insediamenti ebraici in Palestina. Si suggerivano anche progetti di riforestazione, piantando tantissimi alberi, simbolo del radicamento e dell’attaccamento degli ebrei alla terra con l’obiettivo di far fiorire il deserto.
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