Le Tartuffe: la posta in gioco del teatro
La prima posta in gioco dell’opera è teatrale. Le Tartuffe non è un errore nella carriera di Molière, si iscrive in una storia e un contesto che spiegano la violenza della reazione che l’opera ha suscitato e la volontà inflessibile di Molière nel riuscire a far rappresentare la sua commedia. Il contenuto ne ha occultato la forma. Le Tartuffe è legata alla natura specifica dell’opera – una commedia – e costanza che apposta Molière nell’imporre che essa si spieghi con tutt’altro metodo che far trionfare un’ideologia. Ciò che mette in scena nell’opera è la concezione stessa della commedia.
Il teatro comico, alimentato dalla farsa, dalla commedia dell’arte e dalla commedia spagnola, è rimasta accantonata a un posto subalterno nella gerarchia dei generi drammatici. Dopo il 1630 si effettua la distinzione per cui solo la tragedia, mettendo in scena grandi personaggi e grandi sentimenti, può trattare grandi soggetti. Alla commedia si affidano personaggi mediocri, sentimenti e soggetti anche. Molière cerca di spezzare questa classificazione.
La questione drammatica non è l’unica ad esser presa in causa, è quella rivelatrice di un gioco più profondo che include l’ordine sociale stesso. Se la commedia si è vista esser considerata un genere inferiore dai dotti, è certo che, anche grazie ad Aristotele, essa appare un parente della tragedia. La commedia non è da prendere sul serio, non impegna e stimola il piacere, ma ciò che mette l’uomo di fronte a ciò che c’è di più profondo in essa, non ce lo si aspetta di cercarlo su una rappresentazione comica.
Un’altra restrizione che lega la commedia ai suoi limiti è che, anche se il riso non è tra le prime definizioni della commedia (1630, Corneille nella préface di Don Sanche d’Aragon scrive “Movere risum non constituit comoediam”), ma lo spettacolo della mediocrità offre a colui che la guarda questo sentimento di superiorità che provoca la risata. Se il teatro esercita le passioni che le vie cristiane cercano di combattere, il teatro comico aggiunge a questa circostanza l’aggravante del suscitare la risata, che si oppone alla carità cristiana, poiché secondo alcuni Cristo non ha mai riso.
Nel XVII secolo, il teatro si vede rilanciato soprattutto grazie alla riuscita delle opere drammatiche. Molière ha iniziato con la farsa, a cui deve il suo successo a Parigi, ma è sempre stato attratto dalla tragedia per poi dedicarsi alla commedia a cui assegna un altro volto rispetto a quello del mero divertimento. L’elemento farsesco resta nelle sue opere, ma fissa nelle commedie un elemento nuovo: vuole tradurre la propria visione del mondo, considera sia adatta a trattare qualsiasi soggetto. Aspira alla tragedia o tragi-commedia, facendola uscire dai limiti stabiliti fino ad allora.
Ciò rende possibile l’assimilazione al mondo umano, poiché la commedia si preoccupa degli uomini, di coloro che si reputano di un altro ordine. Soprattutto nel 1663 con l’Ecole des femmes manifesta il crearsi di grandi nemici. Con quest’opera Molière cerca di raggiungere un genere definito come non serio, su domande relative la stabilità sociale: l’educazione delle ragazze, il matrimonio, il posto delle donne, la libertà di amare. Nessuna commedia si era occupata di tali riflessioni fino ad ora. La lunga guerra comica prende in considerazione l’attentato alla moralità e la separazione rigorosa dei generi.
Molière provoca direttamente anche gli altri autori di teatro affinché allarghino e arricchiscano il campo drammatico. Dunque le accuse si rivolgono ad Agnès che scopre il piacere passando da sermoni moralizzanti, dunque giunge l’accusa di empietà, di mancata moralità e spiritualità. Le giustificazioni di Molière rimangono comunque saldamente legate alla sua concezione di teatro. La difesa che presenta della commedia di fronte alla tragedia, la riabilitazione di una risata che non mira alla morale ma al far ridere gli uomini onesti, la nozione centrale del piacere fondamento estetico naturale e un gusto nuovo, tutti gli elementi che mostrano il suo modo di fare teatro sulla base di riflessioni teoriche approfondite, questa è l’arte che Molière difende, la sua ragione d’esistere.
La posta in gioco del potere
Prèface
È una commedia che è stata molto perseguitata e le persone che in quest’opera vengono prese di mira, sono i potenti di Francia. I marchesi, le donne saccenti, i cornuti e i medici, che hanno sopportato con dolcezza e finto di divertirsi del ritratto che ne era stato fatto. Ma gli ipocriti si sono inferociti, giudicando strana la rappresentazione di alcuni modi di vivere che coinvolgono alcune persone per bene. Non l’hanno attaccata per ciò che li riguarda, ma si sono nascosti dietro la causa di Dio reputando Le Tartuffe, una commedia che offende la pietà.
È abominevole, ogni sillaba è intrisa di empietà, anche i gesti sono criminali. Ha apportato delle correzioni, l’ha sottoposta al giudizio del re e della regina che l’hanno vista, approvata e onorata da principi e ministri, persone oneste l’hanno giudicata giovevole, ma nulla è stato utile. Ogni giorno qualcuno lo rimprovera, gli dice delle ingiurie e lo proclama dannato per carità. Nonostante ciò, non si preoccupa di ciò che possono dire, del farsi nemiche persone che rispetta e del fatto che attirino dalla loro parte gente onesta, che per gli interessi del Cielo, accolgono le impressioni che gli vengono comunicate.
Per questo si difende. Si vuole giustificare proprio con veri devoti, li scongiura, prima di condannar la sua commedia, di verificare i fatti come stanno, di togliersi ogni pregiudizio e di non seguire chi è governato dalla doppiezza. Se si analizza realmente la commedia, ci si renderà conto che le intenzioni sono innocenti e che non canzona su ciò che dev’esser venerato. Ha trattato l’argomento con ogni precauzione utile in rapporto all’argomento trattato. Ha utilizzato tutta l’arte e le cure possibili per distinguere il personaggio devoto dall’ipocrita. Gli ci son voluti due atti per preparar l’arrivo dello scellerato protagonista, in nessun momento egli tiene lo spettatore nell’incertezza; non c’è momento in cui dica o faccia qualcosa che non metta in risalto la sua malignità in contrasto con quella del vero uomo onesto.
È noto che chi critica questa commedia, sostiene che il teatro non sia il luogo adatto per trattare un tale argomento, ma non comprende su cosa sia basata tale massima. È un’affermazione che loro suppongono ma che non possono dimostrare, in quanto il teatro degli antichi si è originato sulla religione; gli stessi spagnoli, non celebravano nessuna ricorrenza senza l’aggiunta di una commedia e anche in Francia stessa, essa deve la sua nascita a una confraternita a cui appartiene ancora oggi l’Hotel de Bourgogne.
Il teatro è sorto proprio per rappresentare i misteri della fede, vi sono ancora commedie scritte con caratteri gotici con il nome di dottori della Sourbonne e vi sono state anche opere sante recitate del signor Corneille, che hanno riscosso ammirazione in Francia. Se lo scopo della commedia è di correggere i vizi degli uomini, non è possibile che ci siano vizi privilegiati. Il problema in questione ha conseguenze pericolose e il teatro ha una grossa capacità di correzione.
La satira è il più efficace modo di ammonimento, in quanto dipinge i difetti degli uomini. Esporre i vizi al riso della gente equivale a sottoporli a un duro attacco. Accettiamo di esser malvagi, ma non vogliamo esser ridicoli. Gli viene rimproverato di aver messo parole di pietà in bocca al suo impostore, ma è stato il modo migliore per rappresentare il carattere di un ipocrita. Ha fatto conoscere i motivi delittuosi che gli fanno dire determinate cose e ha evitato termini consacrati.
Nel quarto atto c’è una morale perniciosa, ma non è nulla che la gente non abbia già sentito; sono idee detestate che non possono colpire l’animo dell’uomo, non è pericoloso rappresentarle né metterle in bocca a uno scellerato. Bisogna dunque approvare la commedia de Le Tartuffe o condannarle tutte. Non può negare che alcuni Padri della Chiesa abbiano condannato la commedia, ma non si può neanche negare che altri l’abbiano trattata con più comprensione; menti illuminate dalla stessa luce hanno, dunque, dato pareri diversi: alcuni l’hanno considerata nella sua purezza, gli altri l’hanno vista nella sua corruzione.
I contrasti nascono dal fatto che si intendono con le stesse parole cose opposte, basta togliere il velo dell’equivoco e guardare la commedia in sé, per vedere se è condannabile. Si constaterà che essendo solo un ingegnoso poema, che riprende i difetti degli uomini con gradevoli insegnamenti, non la si può censurare senza commettere un’ingiustizia.
Nelle testimonianze degli antichi, emergono ostilità contro i vizi del secolo, Aristotele ha consacrato i suoi giorni al teatro e ha ridotto in precetti l’arte di fare commedia. Alcuni degli autori più grandi tra gli antichi, hanno fatto vanto di comporre opere di teatro, altri hanno disdegnato di recitare in pubblico quelle che avevano composto. La Grecia ha ricevuto grande fama per i suoi teatri e anche Roma ne ha ricevuta grazie al teatro, non la Roma corrotta degli imperatori, ma quella saggia dei consoli, quando la virtù romana era in pieno vigore.
Ammette che in certe epoche la commedia sia stata corrotta e non c’è nulla che non sia mai stato corrotto. Non c’è niente di cui non si possa farne cattivo uso. La medicina è un’arte utile, la filosofia è un dono del Cielo: ci è stata data per riconoscere un Dio attraverso la natura, anche se spesso è stata deviata dai suoi scopi, utilizzandola per sostenere l’empietà. Anche le cose più sante non sono al riparo dalla corruzione, vi sono sempre scellerati che abusano della pietà per metterla al servizio dei delitti; ma non bisogna per questo rinunciare a fare delle distinzioni.
Si deve sempre separare il cattivo uso dalle intenzioni dell’arte, non si può condannare la commedia perché è stata riprovata in certe epoche, quelle stesse riprovazioni avevano delle motivazioni che ora non esistono più. Bisogna lasciare che la commedia si estenda, che abbracci l’innocente insieme al colpevole. La commedia che è stata attaccata, non è quella che vogliamo difendere, bisogna distinguere le due: non hanno alcun rapporto comune se non il nome, non si può condannare Olimpia, donna per bene, solo perché c’è stata un’Olimpia che era scostumata. Se così facessimo, tutto sarebbe condannato; siccome questo non accade, bisogna usare la stessa indulgenza con la commedia e approvare opere di teatro che appaiono istruttive e oneste.
Sa che ci sono degli spiriti che ritengono le più oneste, le più pericolose; che le passioni dipinte sono tanto eccitanti quanto piene di virtù e che le anime sono intenerite da queste virtù. Non si può essere insensibili, non c’è nulla di male ad intenerirsi di fronte alle virtù. Ammette che sia meglio frequentare altri luoghi che il teatro ma l’esercizio della pietà porta qualche interruzione e gli uomini hanno bisogno di divertimento e non ce n’è nessuno più innocente della commedia.
Termina con le parole di un principe su Le Tartuffe. Otto giorni dopo la sua proibizione, si rappresentò davanti alla corte un’opera chiamata Scaramuccia Eremita, il re uscendo disse al principe in questione: mi piacerebbe sapere perché la gente che dice tanto della commedia di Molière non dice una parola per quella di Scaramuccia. Rispose il principe: La ragione sta in ciò, che la commedia di Scaramuccia prende in giro il cielo e la religione, di cui quei signori non si curano; invece quella di Molière prende in giro loro stessi: è questo che non possono sopportare.
Prima supplica presentata al re sulla commedia “Le Tartuffe”
Siccome è compito della commedia correggere gli uomini divertendoli, ha voluto attaccare i vizi degli uomini del secolo, dipingendoli come ridicoli, soprattutto gli ipocriti. Ha dunque composto una commedia per denigrare gli ipocriti e esaltasse gli eccessivamente lodevoli, falsari della fede, che vogliono ingannare gli uomini.
Ha composto la commedia con molta cura dato l’argomento, esaltando il carattere che doveva descrivere. Non ha tralasciato equivoci, niente che potesse far confondere il bene con il male, servendosi in questa pittura di tratti immediati che permettono subito di riconoscere l’ipocrita.
Nonostante la dura critica che ha subito la commedia, lui stesso si era addolcito grazie al modo in cui Vostra Maestà si era espressa a riguardo, in quanto ritenuta innocente. Nonostante la dichiarazione del più grande re del mondo, legato al pontificio e a molti prelati, dopo le letture fatte, compare un libro che smentisce tutto questo scritto da un curato. La commedia viene qui ritenuta diabolica, così come lo stesso autore che, oltre ad essere l’incarnazione del diavolo, è anche un libertino, un empio. Il curato non vuole che Dio abbia misericordia di lui, non deve limitarsi a bruciare la propria opera, vuole che lu...
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