Capitolo 5: Le istituzioni e la crescita
Le istituzioni sono le “regole del gioco” di un’economia: alcune di esse sono stabilite da leggi, altre si basano sul mutuo consenso degli individui, altre ancora sono imposte con la forza da élite privilegiate.
Nel corso della storia, man mano che la terra e altre risorse divenivano scarse, molti beni sono stati “privatizzati”, ovvero la proprietà comune venne sostituita alla proprietà privata per ovviare a problemi di esternalità negative (lo sfruttamento da parte di un individuo genera un costo anche per gli altri).
La privatizzazione ha permesso di mettere in evidenza un aspetto fondamentale delle istituzioni: seppur risolvono problemi di inefficienza, con effetti indesiderati, modificano anche la distribuzione del reddito, la cosiddetta “efficienza paretiana”. Essa si caratterizza per l’impossibilità di migliorare la condizione di un individuo senza peggiorare quella di un altro. Con cambiamento delle istituzioni si intende un incremento netto del benessere di gran parte della collettività.
Istituzioni efficienti e istituzioni inefficienti
Un errore commesso da molti economisti è presumere che un’istituzione sia efficiente solo perché si è rilevata durevole nel tempo. Le istituzioni possono sopravvivere anche semplicemente perché sono funzionali agli interessi di alcune élite.
Buone istituzioni stimolano la crescita perché migliorano l’allocazione delle risorse, ad esempio:
- I mercati stimolano la divisione del lavoro
- La moneta stimola gli scambi
- Le banche risolvono il problema delle asimmetrie dei pagamenti e delle informazioni sull’andamento del mercato del credito
- I diritti di proprietà creano una barriera all’eccessivo sfruttamento di una risorsa
Le istituzioni sociali possono anche essere create attraverso le leggi. È il caso delle società a responsabilità limitata, le banche e le istituzioni del welfare state.
Un esempio di istituzione inefficiente è il contratto di mezzadria, utilizzato nel Medioevo. Esso veniva stipulato tra il proprietario del campo e un affittuario, detto mezzadro, il quale non era tenuto a pagare un affitto fisso ma doveva versare al proprietario la metà del prodotto agricolo. Questo contratto veniva usato soprattutto in Italia centrale. Esso, a differenza del contratto canonico, poneva l'affittuario in una posizione di svantaggio, poiché chi paga una rendita fissa ha un incentivo a migliorare la produttività.
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