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Storia romana

Periodizzazione e cronologia

Parlando di storia romana si deve parlare di periodizzazione perché, in quanto storia, viene vista generalmente come un vettore lineare. Nel caso della storia romana si può applicare una suddivisione in tre periodi: la fase antica, che corrisponde a quella monarchica, la fase intermedia, corrispondente a quella repubblicana, ed una fase tarda, ovvero quella imperiale.

La difficoltà vera e propria si incontra nel segnare un inizio delle varie fasi, operazione che dipende dall’approccio applicato e dall’aspetto considerato. Ad esempio, si può far risalire al 27 a.C., ovvero al passaggio delle istituzioni da repubblicane a imperiali, la transizione dalla seconda alla terza fase storica. La fase imperiale a sua volta può essere suddivisa in alto principato, in principato adottivo e in tetrarchia, ed ancora si può considerare un alto Impero ed un basso Impero (o “Tarda Antichità”, termine che ha sottolineato una rivalutazione del periodo storico finale di Roma).

Anche il periodo monarchico può essere distinto in due fasi sulle basi delle fonti giunte fino a noi, e lo stesso può essere fatto per la fase repubblicana, che fu momento di costruzione della civiltà, periodo di espansione e consolidamento in positivo. Le scansioni cronologiche che vengono poste sono dunque meramente convenzionali, perché si tratta di stabilire anche date per eventi assolutamente incerti come nel caso della fondazione di Roma, stimata tra il XII e il VIII secolo a.C., o per l’inizio dei vari periodi.

Dunque la storia non procede come un semplice vettore, linearmente, ma è un momento non omogeneo in dipendenza del tipo di lettura che si vuole applicare. Ovviamente le etichette che oggi applichiamo per queste epoche storiche nell’antichità non erano utilizzate né sicuramente percepite da coloro che vivevano un determinato momento storico di “passaggio”.

Si parla di “historia” come senso generale di “Storia”, di “civitas” come “civiltà”, cioè l’insieme della “società”, o “societas”, e delle sue strutture. Dalle fonti giunte a noi sono emersi nomi di storici che non hanno scritto di eventi contemporanei alla loro vita, riferiti a molti secoli prima, come nel caso di Tito Livio e Dionigi d’Alicarnasso.

L’età antichissima di Roma è stata il periodo nel quale furono poste le basi delle strutture che si riveleranno nei secoli indistruttibili, anche alla luce del fatto che la società romana è sempre stata conservatrice, sia culturalmente che istituzionalmente, riguardo tutto ciò che “funzionava” ed era considerato quindi indispensabile; non è stato tuttavia un conservatorismo stazionario ma in continuo movimento: sono infatti queste le due facce della medaglia che hanno permesso alla società romana di perdurare per dodici secoli.

Nello studio della storia e delle origini della tradizione romana è fondamentale interrogarsi su quali siano state le trasformazioni avvenute nel corso del tempo. In quanto alle distanze temporali non è importante conoscere quanti secoli sono passati da un certo fatto, bensì quale tipo di secoli.

Dionigi e Livio, tramite con la loro opera di storici, cercarono di coprire un lasso di tempo di otto secoli ma impostando la produzione su una modalità mentale di otto secoli successiva a quella degli avvenimenti. La storia romana non è dunque quasi mai contemporanea ma lo diventa attraverso la ripresa e l’interesse posto riguardo certi argomenti dell’antichità ma contemporanei all’autore: per questo si parla di storici “militanti”, dal momento che ricostruiscono inconsciamente la propria epoca attraverso i fatti storici delle epoche di cui scrivono (come accade per Dionigi riguardo la questione della schiavitù).

Lo storico deve ricostruire gli eventi sulla base delle informazioni ricavate dalle fonti, e cambia via via il pubblico al quale si rivolge: è fondamentale, quindi, conoscere i destinatari delle opere storiche per appurarne finalità e attendibilità.

Altro punto centrale è quello che per ricostruire la storia antica si deve sempre avere come presupposto che più di tanto non potremo arrivare a conoscere, ma dovremo distinguere tra ciò che sicuramente possiamo provare e ciò che concerne il racconto degli eventi: potremo quindi avvicinarci grossomodo alla storia, ma ancora più facile sarà avvicinarsi alla sua narrazione e rappresentazione; dunque, anche la diacronia va interpretata, non solo alla luce del dato oggettivo, cioè che tutte le strutture si trasformano nel corso dei secoli, ma tenendo presente che di tutti questi elementi siamo in grado di comprenderne dalle fonti che possiamo leggere. È un confronto, quello che dobbiamo fare, con il filtro operato dalle fonti, che più o meno hanno seguito un criterio che indica una lettura di carattere personale influenzata da molti fattori.

Le fonti e la loro classificazione

Ma come operano queste fonti e quali sono? Cosa possiamo considerare fonti? Affermare, ad esempio, che le fonti sono quelle prodotte dallo storico, sarebbe una considerazione troppo semplicistica che non risponderebbe ad una ricostruzione storica complessiva perché la storia di Roma è una storia di diversi aspetti con una moltitudine di trasformazioni storiche, politiche, culturali, economiche: si usano quindi varie accezioni, con conseguenti datazioni canoniche, per riferirsi alle fasi storiche di Roma.

Quando parliamo di fonti distinguiamo e facciamo riferimento ad una quadripartizione, una delle tante assunta per comodità, ma, bisogna anche dire, in certi casi quasi superata. Le fonti si suddividono in:

  • Letterarie: fonti scritte su materiale cartaceo, pergamenaceo, papiraceo; queste fonti sono difficilmente catalogabili con precisione perché contengono un vasto insieme di generi letterari.
  • Epigrafiche: fonti scritte su materiale non cartaceo; sono state classificate nella modernità: lo studio dell’epigrafia, infatti, nasce nel Cinquecento, ed è quindi una disciplina relativamente giovane, che le ha riorganizzate in “Corpora” ottocenteschi identificati con le sigle CIL, “Corpus Inscriptionum Latinarum”; ILS, “Corpus Inscriptiones Latines Selectae”; CIG, “Corpus Inscriptionum Graecarum”.
  • Archeologiche: fonti individuabili negli edifici, nelle sculture e nelle strutture, nei manufatti; per queste fonti esistono appositi cataloghi.
  • Numismatiche: fonti individuabili nelle monete; per queste fonti esistono appositi cataloghi, riferiti ai vari periodi e raccolte per aree geografiche diverse.

A livello generale questa quadripartizione viene usata anche dalla storiografia moderna per classificare le diverse fonti, ma può cambiare. Come già detto, le fonti letterarie trattano una moltitudine di argomenti, e il principale genere da analizzare utile alla ricostruzione della storia è la storiografia, sia in senso programmatico che nel senso del racconto delle “res gestae”, dei fatti accaduti. Per il mondo antico la storiografia è tante cose diverse.

Tra gli storiografi che cercarono di dare una visione più completa e complessa della storia di Roma vi furono Tito Livio, storico di età augustea che dedicò tutta la sua vita alla trasmissione della storia, e Dionigi d’Alicarnasso: risultano tra i più significativi poiché furono i primi a fornire dati anche riguardo la fase arcaica dell’Urbe. Dionigi consentirà di parlare della fase arcaica con la sua “Storia di Roma arcaica”, “Romaikè archaiologia”; anche Livio ne parlerà, ma con un’accezione diversa, nella sua “Storia di Roma dalla sua fondazione”, “Ab Urbe condita”.

Il titolo greco di Dionigi indica la parola “romana” affiancata da un’altra che sarebbe stata tradotta come “archeologia” ma, non essendo un testo di carattere archeologico, deve per forza trattarsi di un discorso storiografico sulle origini: secondo lo storico, questa fase si collocherebbe dalla fase monarchica ai primi anni della Repubblica; siamo dunque di fronte ad uno schema diverso, imposto da un personaggio che scriveva nella fase augustea e che guardava indietro al XII secolo a.C. Per Dionigi era importante sottolineare che le origini di Roma erano fondamentalmente greche e che la fase precedente alla monarchia era stata fondamentale.

Persino l’approccio dell’antico che guarda ad un’antichità ancora precedente alla propria cambia e, questo, vale per Dionigi come per Livio. Tito Livio fu uno storico romano nato a Patavium, l’antica Padova, nel 59 a.C. e ove morì nel 17 d.C. Scriverà dello stesso periodo di Dionigi ma riferendosi ad un altro lasso di tempo, occupandosi della storia di Roma “dalla sua fondazione”: dal suo punto di vista è importante trattare il momento della fondazione perché parlare di questo in età augustea significava raccontare del periodo storico che aveva gettato le fondamenta e le colonne portanti di Roma, spiegando di conseguenza perché l’Urbe durasse da secoli e perché aveva tutto il diritto di continuare a farlo, in una legittimazione dell’egemonia e della potenza romana.

La sua opera copre la storia romana dalla sua fondazione fissata al 753 a.C. fino al 9 a.C.: consisteva in 142 libri, sebbene ci siano giunti solo i primi dieci e quelli dal ventunesimo al quarantacinquesimo, insieme a pochi altri frammenti. Livio scrisse “Ab Urbe Condita” con vari scopi, uno dei quali era la commemorazione della storia e lo sfidare la propria generazione per assurgere a quello stesso livello. Essendo impensierito dalla decadenza della moralità, usò la storia come fondamento morale; Tito Livio metteva così in correlazione il successo di una nazione col suo alto livello di moralità e, al contrario, il fallimento per il declino morale: riteneva che a Roma questo fosse accaduto e gli mancò la fiducia che Augusto potesse invertire tale tendenza. Infatti, sebbene condividesse gli ideali dell’imperatore, non fu mai “portavoce del regime”, assumendo il titolo di “pompeianus” di orientamento repubblicano.

Secondo Quintiliano, Livio abbellì la sua opera con ricchezza di linguaggio, includendovi termini poetici ed arcaici, e introducendo molti anacronismi e tecniche retoriche. Questi autori erano dunque “militanti”, perché perseguivano ambizioni ben precise. Le periodizzazioni vengono apposte anche all’interno di una stessa fase cronologica. Nei primi anni successivi al 509 a.C. nessuno poteva già parlare di Repubblica, semplicemente perché le istituzioni non erano cambiate “in un giorno”.

Approfondimento sulla periodizzazione

In linea di massima si suddivide la storia romana in base al regime politico che consentì il governo di quella (sempre più vasta) entità politica in tre grandi fasi:

Età monarchica (753 a.C. – 509 a.C.)

Il 753 a.C. è la data varroniana e prevalente della fondazione romulea della città; il 509 a.C. è la data della cacciata dei Tarquini da Roma, della creazione della prima coppia consolare e dell’inaugurazione del Tempio della triade capitolina. Sono due elementi cronologici che la storiografia antica riteneva sicuri: il secondo più del primo.

L’età monarchica è generalmente suddivisa in due fasi:

  • Il periodo della “monarchia latino-sabina”: 753 a.C. – 617 a.C. (cioè metà VIII secolo a.C. / fine VII secolo a.C.).
  • Il periodo della “monarchia etrusca”: 617 a.C. – 509 a.C. (cioè VI secolo a.C., la cosiddetta “Roma dei Tarquini”).

È opportuno, comunque, tenere presente che Roma non nasce dal nulla e che nel corso del I millennio a.C. le civiltà villanoviane e proto-laziali, ma anche proto-italiche, elaborarono culture e organizzazioni molto meno complesse di quelle sorte in Egitto o in Mesopotamia o nel mondo egeo-anatolico, ma decisive per la formazione della città a ridosso del Tevere. Tuttavia la comunità dei Romani non preesiste alla polis Roma: nasce con la fondazione della città, un evento innovativo e traumatico. Si può dire che la monarchia sia dal punto di vista politico un’anticipazione del Principato; in questo periodo Roma è caratterizzata dalla presenza di un Senato che nelle età successive non avrà la stessa valenza.

Età repubblicana (509 a.C. – 31 o 27 a.C.)

La creazione, per elezione, di magistrati eponimi annuali e la “rivoluzione” politica che mise fine al regno della dinastia dei Tarquini segna certamente già per gli antichi, e poi per i moderni, una cesura, una periodizzazione. Da allora, e per quasi mezzo millennio, Roma fu una città governata da un Senato, da una serie di magistrature elettive annuali e di assemblee cittadine (il cui peso e i cui equilibri di forza mutarono nel tempo).

Sulla data della fine del regime repubblicano a Roma si discute. Alcuni storici fissano il passaggio dalla Repubblica al principato augusteo imperiale nel 31 a.C., quando, il 2 settembre, la flotta di Ottaviano, erede di Cesare, vinse quella di Marco Antonio e Cleopatra nelle acque di Azio, nell’Epiro, e rimase unico arbitro della politica di Roma e del Mediterraneo. La guerra si sarebbe conclusa solo un anno dopo, nell’agosto del 30 a.C., con la presa di Alessandria.

Altri storici fissano, più opportunamente, il momento del passaggio dalla Repubblica all’Impero all’inizio del 27 a.C. Alla metà di gennaio di quell’anno, nel corso di due decisive sedute del Senato, Ottaviano depose formalmente e sostanzialmente i poteri straordinari assunti dopo la scadenza del triumvirato (32 a.C. – 28 a.C.), restituì la “res publica” al Senato e al popolo romano, che gli riconobbero formalmente quella serie di prerogative su cui tutti gli imperatori romani avrebbero retto l’Impero fino al V secolo, e gli offrirono il titolo di “Augustus”.

L’età repubblicana può essere a sua volta suddivisa in più periodi:

  • L’età alto-repubblicana va dal 509 a.C. al 367 a.C.: è l’età delle lotte tra patrizi e plebei, conclusesi con le leggi Licinie-Sestie del 367 a.C., che consentirono l’accesso al consolato anche a membri di famiglie plebee e la formazione della “nobilitas” patrizio-plebea che avrebbe guidato l’espansione di Roma in Italia e nel Mediterraneo.
  • L’età medio-repubblicana va dal 367 a.C. al 133 a.C., detta anche età dell’Imperialismo: è il periodo dell’espansione di Roma in Italia e nel Mediterraneo, caratterizzato da enorme compattezza politico-istituzionale all’interno. Ma per parlare di “fase espansionistica” di Roma, si deve considerare l’espansione all’interno o all’esterno della penisola italica? In realtà si parla di espansione immediatamente dalla fondazione per l’allargamento a discapito delle popolazioni vicine: ma come si stabilisce esattamente il momento di inizio dell’espansione romana? Questa ha inizio, in senso più moderno, solo dopo essersi affacciata ed introdotta nel Mediterraneo, dunque nel periodo di medio-repubblicano. Assumiamo anche che ella non stava solo dominando le popolazioni circostanti ma operava inoltre un processo di unificazione dei popoli: nessun romano infatti parlerà mai di politica espansionistica, perché per loro non significava altro che difendere i propri interessi. L’espansione avviene soprattutto a partire dalle guerre puniche, decisive per il futuro assetto del Mediterraneo e per il destino egemonico di Roma, con le quali si assiste a profondissime trasformazioni nel corpo civico dovute all’afflusso notevole di ricchezza e al potere acquisito dalla classe dirigente romana in seguito alle vittorie militari. Anche l’economia romana subisce un’accelerazione decisiva.
  • L’età tardo-repubblicana va dal 133 a.C. al 31 o 27 a.C., detta anche età della “crisi della Repubblica”: con il tribunato di Tiberio Sempronio Gracco nel 133 a.C. e l’esplosione della questione agraria tutte le intense trasformazioni accumulatesi nelle strutture della società romana negli ottanta anni precedenti producono una sanguinosa crisi politico-istituzionale, aperta dall’assassinio del tribuno nel luglio 133 a.C. Da questo momento e per un secolo Roma mantiene e amplia la sua egemonia ecumenica e non conosce difficoltà economiche, ma il suo apparato istituzionale (non costituzionale, perché Roma non ebbe mai una costituzione scritta) si sfalda, e la compattezza del corpo civico viene meno.

Età imperiale (31 o 27 a.C. – 476 d.C.)

Premessa – Esiste, riguardo alle espressioni “Repubblica” o “Impero” un’ambiguità terminologica. L’insieme di cose e di persone che con termine modernizzante e spesso improprio definiamo “Stato romano”, i Romani lo chiamavano “res publica”: questa “res publica” indicò sempre lo “Stato romano”, sia in età monarchica, sia in età repubblicana, sia in età imperiale (ancora nel VI secolo d.C.); il termine non indicava per i Romani un regime politico-costituzionale, ma un insieme compatto di cose, persone e istituzioni.

Parallelamente, il termine “imperium”, difficilissimo da tradurre, ma che i moderni hanno utilizzato nella forma “Impero” per indicare la fase politico-istituzionale che va da Augusto agli ultimi imperatori d’Occidente, indicò sempre per i Romani il “potere” (“il comando”) di alcuni magistrati dotati di “imperium” sui concittadini e, per estensione, il controllo che la “res publica” ebbe nel tempo su cose e persone esterne (quindi anche l’Impero in senso spazio-temporale). Ma la città di Roma costruì un suo vasto Impero, una sua egemonia sul mondo mediterraneo anti.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/03 Storia romana

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