Capitolo 1: Valori e dimensioni valoriali
Valori = sono alla base di atteggiamenti, credenze e opinioni. Un individuo manifesta certe opinioni o assume certi atteggiamenti in una determinata situazione sulla base dei suoi valori. Sono in una posizione intermedia rispetto alle norme e alle opinioni e atteggiamenti: si può dire che un individuo nutre dei valori, ma le dimensioni valoriali sono riferibili a una cultura; si formano nella fase adolescenziale.
Norme = si avvicinano ai valori e talvolta appaiono come mezzi procedurali per realizzarli; sono riferibili direttamente a una collettività, in cui ogni individuo le conosce, le interiorizza e le segue.
Opinioni e atteggiamenti = sono attribuibili ai singoli soggetti anche se, ovviamente, possono essere condivisi; i tratti della personalità (introversione/estroversione, stabilità/instabilità...) si formano durante la prima infanzia, mentre i valori si formano in seguito, nella fase adolescenziale.
Dimensione valoriale: usata nel libro per esprimere due valori (o famiglie di valori) contrapposti; individuare una dimensione valoriale significa stabilire stretti legami fra quello che il membro-tipo di una certa cultura pensa si debba fare in certe situazioni anche molto diverse; l’atteggiamento adottato in una certa situazione può essere governato da dimensioni valoriali diverse in membri diversi della stessa cultura; la persona stessa può, di fronte a situazioni apparentemente assai simili fra di loro, assumere atteggiamenti e intraprendere azioni governate da dimensioni valoriali diverse a seconda del contesto, del suo stato d’animo, di fattori imponderabili.
A livello di dichiarazioni: tra il dire e il fare si può inserire un diaframma determinato da:
- Moda (è di moda esprimere un certo atteggiamento) o dal
- Timore (di manifestare atteggiamenti che l’intervistatore potrebbe tacitamente disapprovare)
Questo rende opinioni e atteggiamenti pubblici non necessariamente coincidenti con opinioni e atteggiamenti privati; il diaframma riduce l’affidabilità dell’intervista strutturata su questi temi; esso si va ad aggiungere ad un altro diaframma che si frappone sempre fra ricercatore e soggetti studiati: non si può mai dare per scontato che un intervistato interpreti la domanda nel modo in cui il ricercatore l’ha formulata e pensa debba essere interpretata.
In un sondaggio, la gente dice quello che pensa di pensare ma di solito la gente non sa quello che pensa prima di essere messo in una situazione in cui deve trattare le conseguenze pratiche di quello che pensa; la soluzione più diffusa è stata il ricorso a batterie di frasi esprimenti giudizi su questioni semanticamente collegate con il valore o i valori oggetto della ricerca (es: scale Likert) le quali permettono di:
- Accelerare i tempi di rilevazione
- Accelerare i tempi di decodifica (anche grazie all’introduzione negli anni ’70 del potenziamento dei mezzi di calcolo elettronico)
Per conseguire questo obiettivo (illusorio) si offrono all’intervistato gamme ridottissime di risposte prefabbricate, che li costringono a inscatolarsi per forza in categorie immaginate da altri. Le reazioni degli intervistati sono estremamente sensibili alla formulazione della domanda.
Esiste poi un’ulteriore differenza fra ciò che si pensa sia giusto fare e ciò che uno fa effettivamente; intervengono altri diaframmi costituiti da:
- Difetti di informazione
- Interessi (del soggetto)
- Dalle pressioni e dall’influenza degli altri
- Dalle circostanze (opportunità che una situazione offre)
Capitolo 2: Le storie
Storia = episodio costruito e presentato in modo da stimolare una reazione da parte dell’intervistato inducendolo a prendere una posizione sull’argomento e rivelare così le sue opzioni di valore in modo più completo e meno sorvegliato rispetto a quando si risponde ad una domanda diretta; è opportuno che sia ispirata ad un episodio realmente accaduto o che potrebbe accadere; l’episodio deve essere presentato con tutti i dettagli necessari per consentire all’intervistato di ancorare la situazione, per esprimere correttamente il suo giudizio manifestando così il suo atteggiamento di valore; una domanda diretta nella forma abituale è necessariamente più generale, più astratta, priva di tutti i necessari riferimenti al contesto.
L’effetto combinato del racconto dell’episodio e della domanda diretta che lo segue fa sì che le reazioni siano inquadrate in un patrimonio cognitivo recentemente attivato e immediatamente articolato e quindi facciano riferimento a situazioni ragionevolmente simili.
Moduli = a volte seguono il nucleo base (episodio + domanda diretta); elementi che possono essere aggiunti o meno; i moduli sono:
- Un’altra domanda relativa alla stessa base fattuale (es: la prima domanda chiede cosa farà o dirà il protagonista di un episodio, la seconda può chiedere se l’intervistato approva queste azioni o dichiarazioni –> si usa questo genere di domanda per capire se l’intervistato si è proiettato o no nel protagonista della storia)
- Un’articolazione che consiste nel modificare una o più condizioni dell’episodio appena raccontato con lo scopo di indurre l’intervistato a precisare meglio la sua posizione
Nelle prime ricerche condotte con le storie, Marradi faceva un ampio ricorso alle vignette ispirate al TAT (Thematic Apperception Test = disegni iconograficamente chiari, non una macchia come nel test di Rorschach, ma semanticamente ambigui; agli intervistati veniva mostrata una vignetta chiedendo loro di darne un’interpretazione narrativa: quale scena viene mostrata dalla vignetta, come si è arrivati a quella situazione, quali sono gli sviluppi); l’ambiguità è una caratteristica fondamentale di tutte le vignette ispirate al TAT; esse devono poter suggerire più interpretazioni plausibili; dall’interpretazione che dà l’intervistato, e dalla storia che costruisce attorno, si traggono informazioni sulla sua personalità; vignetta = mira a rilevare la posizione dell’intervistato su una certa dimensione valoriale e –> ha una funzione perfettamente uguale a quella di una storia.
Il successo dell’intervista sta nel riuscire a creare un’atmosfera che induca l’intervistato ad abbassare le difese, facendogli dimenticare il più possibile che non si tratta di una vera conversazione; questa naturalezza è in netto contrasto con la natura dell’intervista strutturata; tanto più l’intervista è simile ad una conversazione tanto più è probabile che il colloquio faccia emergere le reali convinzioni dell’intervistato; è necessario riuscire a creare un’atmosfera confidenziale; dato che alcune storie pongono problemi etici di grande spessore, l’intervistatore deve avvertire preliminarmente l’intervistato che il colloquio può porlo di fronte a scelte impegnative su questioni delicate.
Non si può dare per scontato che l’intervistato interpreti una storia o un passaggio della stessa come le interpreta il ricercatore che l’ha ideata quindi è necessaria l’attenzione dell’intervistatore per comprendere questi casi e aiutare l’intervistato a capire in modo corretto la storia; inoltre, molti intervistati tendono a smussare o ridefinire le storie in quanto queste evocano problemi etici delicati che mettono in tensione convinzioni profonde; per evitare di prendere posizione, gli intervistati:
- Riformulano la storia per sfuggire così alla scelta
- Tendono a scagionare il personaggio "cattivo" della storia per rendere più plausibile la loro scelta (la radice di questo atteggiamento potrebbe essere riscontrata nella clemenza e nella propensione al perdono che quasi tutti gli italiani apprendono da piccoli attraverso l’educazione cattolica)
- Abreazione: l’intervista manifesta reazioni emotive violente e scomposte quando una storia mette in discussione e critica aspetti che l’intervistato dà assolutamente per scontati (alcuni reagiscono sostenendo le tesi più assurde, cadendo in evidenti errori logici; es. storia lotterie)
L’intervistatore non deve influenzare l’intervistato e deve essere attento alle sue dichiarazioni; l’uso del registratore è indispensabile per trarre indicazioni necessarie per rendere più incisivo il testo, introducendo particolari che consentono di contrastare le riformulazioni.
Le prime storie preparate per una ricerca a Taranto nel 1979-80 commissionata dall’Italsider al fine di scoprire le radici della reazione di rigetto che la cittadinanza tarantina manifestava nei confronti dell’azienda alla fine degli anni ’70, dopo averla osannata e considerata una manna dal cielo nel periodo precedente; alcune cercavano di far emergere tale atteggiamento e le cause mettendo l’intervistato di fronte a episodi negativi (incidenti sul lavoro, inquinamento...) altre facevano emergere la posizione dei cittadini nei confronti della politica e dei sindacati.
Janet Finch nel 1987 descriveva il ricorso assai simile (chiamato in inglese vignette) per una ricerca sulla sensibilità ai doveri verso i familiari anziani per sopperire all’astrattezza dei giudizi tipica dei questionari.
Capitolo 3: La dimensione normativista
L’atteggiamento chiamato normativista è la propensione a obbedire ciecamente a una norma solo perché tale, senza porla in questione sindacando sulla sua accettabilità etica (killer e titoli) o la sua rilevanza (incrocio); Kant contrappone le morali:
- Eteronomiche: la norma appare come qualcosa di estraneo e imposto dall’alto; il soggetto le obbedisce se costretto da uno stimolo esterno
- Autonomiche: il soggetto è guidato nelle sue azioni dalla sua coscienza morale; l’azione è disinteressata; non è suggerita da paure o speranza, ma è compiuta in forza della convinzione del suo intrinseco valore;
All’opposto dell’atteggiamento normativista c’è la propensione a rivendicare il proprio diritto di giudicare quando una norma è irrilevante o inopportuna (questo atteggiamento non va confuso con l’insofferenza verso qualsiasi norma, il rifiuto a priori, l’anomia, o con la capacità, molto diffusa in Italia, di interpretare qualunque norma a proprio favore).
Titoli servizio che le banche mettono a disposizione dei clienti; un funzionario non consiglia i titoli della sua banca come ordinatogli ma consiglia i clienti nel loro interesse –> si chiede se l’intervistato approva il comportamento del funzionario. Viene poi aggiunto un modulo in cui il cliente soddisfatto incontra il direttore della banca e gli riferisce del buon consiglio ricevuto –> il direttore licenzia il funzionario che si rivolge al sindacato e il cliente è citato come testimone e il cliente giura il falso per non far licenziare il funzionario: viene chiesto se l’intervistato approva questo comportamento. Viene qui proposto due volte il conflitto coscienza morale individuale / norme sanzionate:
- Primo conflitto è etico (fare gli interessi del cliente e l’obbligo di fare gli interessi della banca)
- Secondo conflitto ancora più profondo: obbligo morale specifico (rimediare a un danno causato a una persona che ha rischiato per comportarsi correttamente) e l’obbligo morale generale (non giurare il falso) –> questo conflitto è davvero lacerante per molti intervistati
La storia contrappone l’etica della situazione (ogni azione può essere buona o cattiva; va giudicata secondo la situazione stessa) all’etica dell’obbligazione (obbedienza ad un corpo di regole formulate da un’autorità).
Killer giovane avvocato difende un venditore ambulante accusato di spaccio che poi gli rivela di essere un killer professionista, il giovane avvocato va in crisi e rinuncia a difenderlo dall’accusa di spaccio; un avvocato più vecchio gli ricorda il dovere di difendere chiunque.
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