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Cap. 1 Metodo, metodologia, tecnica, epistemologia, gnoseologia

L'origine greca del termine "metodo"

Il composto metodo significa "strada con la quale" (da meta, oltre, con e odos, cammino).

La visione classica del metodo

Cartesio proclamava il ruolo centrale del metodo nell'attività individuale. Aveva definito il metodo come "regole certe e facili che, da chiunque esattamente osservate, gli renderanno impossibile rendere il falso per vero e lo condurranno alla conoscenza vera di tutto ciò che sarà capace di conoscere." Bacone afferma che il metodo di ricerca mette quasi alla pari tutti gli ingegni. Così possiamo dedurre che:

  • Le regole da seguire sono facili ed automatiche, alla portata di tutti.
  • Le regole sono cogenti per tutti.

Diviene sempre più esplicita l’idea che la verità e la certezza siano coniugabili. L’idea di un programma che stabilisca in anticipo una serie non modificabile di operazioni eseguendo le quali si raggiunge la conoscenza scientifica su un qualsiasi argomento (definizione del problema, formulazione impianto teorico, formulazione ipotesi, scelta strumenti da utilizzare, raccolta dati, analisi dati) è tuttora uno dei significati prevalenti dell’espressione "metodo scientifico" (metodo ipotetico deduttivo).

Critiche alla visione classica

Si parla di un’inesistenza di metodo, il metodo non esiste (Wallis e Roberts) ed anche di un dovere di flessibilità del ricercatore al di fuori del metodo. Sono comunque in parecchi a sottolineare il fatto che il metodo è soprattutto una scelta fra i modi alternativi di procedere. La questione metodologica propriamente detta è la scelta della tecnica in funzione della natura del trattamento che ciascuna tecnica fa subire al suo oggetto.

Se la ricerca deve essere un processo cognitivo piuttosto che un semplice meccanismo di conferma delle idee già formulate, è necessario sapere mantenere la tensione fra la necessaria funzione di riduzione della complessità fenomenica e l’apertura a dimensioni che permettano di aumentare la complessità degli schemi concettuali. Il metodo è quindi qualcosa di molto più complesso di una semplice sequenza unidimensionale di passi.

Metodo e metodologia

A proposito della metodologia in senso proprio, si discute se essa debba essere una disciplina prescrittiva (modo in cui lavorano gli scienziati) o descrittiva (concezione logico-razionale della scienza, ciò che si deve fare per ottenere scienza). Per la seconda alternativa abbiamo Dewey; altri fanno notare che la metodologia dev’essere prescrittiva.

Le tecniche

Il termine tecnica designa una capacità artistica tipica dell’arte domestica, trasmissibile da padre in figlio, dell’artigiano. Secondo Gallino, la tecnica è un complesso più o meno codificato di norme e modi di procedere riconosciuto da una collettività, trasmesso o trasmissibile per apprendimento, elaborato allo scopo di svolgere una data attività manuale o intellettuale di carattere ricorrente. In un secondo significato, una tecnica si serve delle conoscenze acquisite dalle scienze sulla realtà per modificare questo o quell’aspetto della realtà stessa. In un terzo significato, sono le scienze a servirsi delle tecniche per conoscere meglio questo o quell’aspetto della realtà.

Compito del ricercatore metodologo è scegliere via via il percorso, tenendo conto della natura dei sentieri esistenti, del tempo e delle risorse disponibili. L’essenziale del concetto di metodo sta nella scelta delle tecniche da applicare a quello specifico problema, nella capacità di modificare e adattare tecniche esistenti, nella capacità di immaginare percorsi nuovi che diventeranno altre tecniche.

Epistemologia e gnoseologia

Epistemologia designa la riflessione su possibilità, condizioni limiti e scopi della conoscenza scientifica. Gnoseologia designa la riflessione su possibilità, condizioni e limiti della conoscenza in generale. La metodologia occupa la porzione centrale di un continuum fra l’analisi dei postulati epistemologici che rendono possibile la conoscenza del sociale e l’elaborazione delle tecniche di ricerca. Occuparsi di metodologia è tenersi in continua tensione dialettica fra i due poli di questo continuum.

Cap. 2 Il problema della conoscenza: il rapporto fra realtà, pensiero e linguaggio

Il rapporto fra realtà e pensiero

Esempio dell’antropologo e del tavolo: un antropologo chiede a degli originari del luogo cos’è un tavolo e lo indica. Le risposte che ottiene sono molteplici in base alle diverse interpretazioni che dà ogni persona. Ciò ci spiega come lo stesso segmento della realtà può venire concettualizzato in modi radicalmente diversi da soggetti diversi. Fra gli aspetti della realtà e i concetti che li rappresentano non c’è un giunto rigido, una corrispondenza biunivoca. Il fatto che l’assoluta mancanza di una certa esperienza rende difficile la formazione di un concetto che la descriva non comporta che l’esperienza ci detti il modo in cui dobbiamo concettualizzarla. L’idea di una forte dipendenza delle nostre idee dalle nostre sensazioni è la marca distintiva della corrente gnoseologica che va sotto il nome di empirismo.

Il rapporto fra realtà e linguaggio

L’idea di un’automatica corrispondenza tra le cose e le parole che le designano appartiene alla natura umana. Il fatto che il giunto tra referenti e termini non sia rigido non significa affatto che esso sia completamente arbitrario. Il termine non è affatto arbitrario per il singolo parlante, che trova una lingua già fatta; egli è condizionato dai moduli della sua lingua anche quando esercita la sua creatività. Non siamo liberi di assegnare nomi a caso, perché una lingua è un sistema, non una mera sommatoria di elementi indipendenti e quindi ha i suoi vincoli.

Il rapporto fra pensiero e linguaggio

Pensiero e parola sono a tal punto connessi, interdipendenti e condizionati l’uno dall’altro che è del tutto impossibile considerare un elemento facendo astrazione dall’altro. Così anche il giunto fra termini e concetti non è rigido, ma si modifica continuamente nello spazio e nel tempo. Ogni termine viene introdotto non per germinazione spontanea con successive diffusioni a macchia d’olio, ma con una definizione esplicita. Il linguaggio ha principalmente la funzione di fornire un supporto stabile, in modo che i concetti inesatti, nebulosi, fluttuanti possano essere richiamati alla mente ogni volta che è necessario senza alcun pregiudizio alla loro elasticità.

Esplicitato nel linguaggio, il pensiero si oggettivizza: il linguaggio classifica esperienze, permettendomi di incasellare in categorie generali nei cui termini hanno significato non solo per me stesso ma anche per i miei simili. E classificandole, esso anonimizza le esperienze, rendendole comparabili o assimilabili con altre che rientrano nella stessa categoria. Il linguaggio è l’aspetto pubblico dei concetti.

Discipline formali e scienze: matrici di dati e realtà

La matematica può raggiungere la certezza ma non si riferisce alla realtà. Infatti:

  • Non si occupano della realtà; i loro concetti non hanno referenti percepibili con i cinque sensi.
  • È il linguaggio artificiale per eccellenza e tutti i suoi segni sono definiti sin dall’inizio in modo da avere un solo significato.

Le scienze si riferiscono a porzioni di realtà ma non possono raggiungere la certezza. Così, gran parte della ricerca sociale è condotta secondo criteri standard, che consistono nel trarre le affermazioni delle varie scienze attorno ai loro oggetti di studio dall’analisi di una matrice di dati che è stata in precedenza compilata raccogliendo informazioni con varie tecniche anch’esse largamente standard. Sottolineare la mancata corrispondenza tra realtà, pensiero e linguaggio serve a richiamare l’attenzione di chi fa ricerca seguendo i criteri standard sul fatto che la matrice di dati non è affatto la realtà. Al massimo ne rappresenta alcuni segmenti in modo tanto più fedele quanto più accurate sono state fatte le operazioni, intellettuali e pratiche, con cui le informazioni sono state raccolte e trasformate in segni inserite in celle della matrice.

Cap. 3 Gli strumenti elementari della conoscenza: concetti, asserti, spiegazioni

I concetti

Unità fondamentali del pensiero, tutt’altro che rigide e tutt’altro che omogenee fra loro, che non sono unità ultime o indivisibili. Un concetto è un’unità non indivisibile nel senso che se ne possono individuare vari aspetti che sono a loro volta concetti. L’insieme di questi aspetti viene detto intensione del concetto (perché definiamo un gatto come tale). Così un concetto è la sua intensione, cioè l’insieme dei suoi aspetti; possiamo distinguere aspetti definitori e aspetti contingenti.

L’insieme dei referenti di un concetto è detto la sua estensione. L’estensione di un concetto è sempre relativa a un determinato ambito spazio-temporale. (il fatto che una tigre rimane una tigre anche se con tre zampe). I concetti sono situati su differenti gradini di un’ipotetica scala di generalità. Poniamo il concetto A e il concetto B su due gradini diversi della stessa scala di generalità quando consideriamo che tutti i referenti di A sono anche referenti di B, mentre non tutti i referenti di B sono referenti di A. In tal caso, diremo che B è un genere rispetto ad A, mentre A è una specie di B. Due concetti possono appartenere alla stessa scala di generalità solo se siamo disposti ad istituire fra loro questo rapporto di genere/specie. Per ogni diverso modo di articolare l’intensione di un concetto si forma quindi una diversa scala di generalità. Possedere un concetto non significa essere in grado di nominarlo ma essere capaci di applicarlo in modo appropriato nelle situazioni rilevanti.

Comunque, non potendo fotografare il pensiero non abbiamo alcuna garanzia che:

  • Un concetto formulato dal pensante A sia esattamente uguale (quanto ad intensione) a un qualsiasi concetto formulato dal pensante B, anche se A e B designano il loro concetto con lo stesso termine o espressione.
  • Un concetto formulato dal pensante A al tempo t sia esattamente uguale a un altro concetto formulato dallo stesso pensante A al tempo t’, anche se A denomina i due concetti allo stesso modo.

E questa caratteristica dei concetti è proprio ciò che conferisce loro flessibilità. Nell’intensione dei concetti formati da un individuo c’è normalmente una significativa componente di origine interpersonale; c’è però anche una componente di matrice personale che costituisce il possibile contributo di quell’individuo al patrimonio concettuale del suo gruppo.

Le strutture concettuali: classificazioni, tipologie, tassonomie

La classificazione parte dal presupposto che una coppia di concetti che stanno fra loro in un rapporto di genere/specie forma una struttura più complessa del concetto isolato. Nella dottrina classica:

  • I generi si suddividono in specie considerando un solo aspetto dell’intensione del concetto di genere e articolandolo. Fundamentum divisionis (rapporto genere/specie).
  • I confini tra le classi sono rigidamente delimitati: data una qualsiasi coppia di classi, nessun referente dev’essere attribuibile ad entrambe le classi della coppia. Mutua esclusività.
  • Se la mutua esclusività è una proprietà di ciascuna coppia di classi, l’esaustività è un requisito dell’insieme delle classi. Considerate insieme garantiscono che ogni referente del concetto di genere sia assegnato ad una ed una sola delle classi di uno schema di classificazione.

Il livello di complessità aumenta con la tipologia, che viene introdotta articolando simultaneamente più fundamenta divisionis, cioè due o più aspetti dell’intensione di un concetto di genere. In tal modo, anziché una serie unidimensionale di classi, si crea un insieme n – dimensionale di tipi. Un tipo è pertanto un concetto la cui estensione è l’intersezione delle estensioni delle n classi che vengono combinate per formarlo. Il numero di tipi in una tipologia è il prodotto del numero di classi in ciascuno dei fundamenta considerati. Questo ha tre conseguenze negative:

  • Il numero di tipi è altissimo anche se si combinano solo pochi fondamenta con poche classi ciascuno.
  • È probabile che alcuni dei tipi così costruiti siano una mera possibilità logica, priva di interesse concettuale.
  • È ancora più probabile che alcuni tipi abbiano estensione nulla o ridottissima, cioè abbiano pochi o nessun referente.

Un rimedio abituale alla proliferazione dei tipi è la riduzione del loro numero, e quindi della complessità intellettuale della tipologia. È la riduzione. La tassonomia è una struttura concettuale che viene prodotta se, dopo aver diviso l’estensione di un concetto applicando un fundamentum divisionis, l’estensione di alcune o tutte le classi così ottenute viene suddivisa applicandone altre, e così via per suddivisioni successive.

L’ordine in cui i fondamenta vengono considerati è determinante: la tassonomia che si produce usando la proprietà X per articolare l’intensione di un concetto di genere, e poi la proprietà Y per fare altrettanto con alcuni dei concetti di specie che si sono ottenuti, non è la stessa che si produce usando prima la proprietà di Y e poi la X. Dato che non si può stabilire alcuna relazione di inclusione fra le estensioni dei taxa (suddivisioni, ordini) appartenenti a rami diversi di una tassonomia, non si può confrontare il livello di generalità dei relativi concetti; è quindi opportuno ricorrere al concetto di rango che si riferisce semplicemente al numero di passaggi lungo un qualsiasi ramo della tassonomia, partendo dal concetto di più alto livello.

I concetti e le strutture concettuali (classificazioni, tipologie, tassonomie) hanno in comune una caratteristica: non sono né veri né falsi e non sono neppure pensabili come tali. Un concetto non afferma nulla, quindi non può essere pensato come vero o falso. Lo stesso vale per classificazioni, tipologie e tassonomie. Creiamo queste strutture per organizzare i nostri referenti, ma ciò non implica affatto una pretesa che la realtà sia organizzata proprio in quel modo. Nelle attività classificatorie e tipologiche si manifesta nel modo più evidente la fallacia essenzialista, cioè la convinzione che il pensiero sia in grado di attingere le essenze, cioè ciò per cui una certa cosa è quello che è e non un’altra cosa. Se questi non affermano nulla circa i loro referenti, è anche vero che essi sono componenti necessarie di tutte le affermazioni possibili, e in un certo senso le predispongono: individuano infatti oggetti cognitivi a proposito dei quali si potranno formulare affermazioni pensabili come vere o false (preasserti).

Gli asserti

L’asserto è l’unico strumento di pensiero che può essere mostrato vero o falso con un adeguato controllo empirico. Ci sono due diversi tipi di asserti, universali (si riferiscono a un numero illimitato di oggetti e hanno uno status particolare rispetto alla coppia concettuale vero/falso. Es. tutti i corvi sono neri) ed esistenziali (Es. esiste un corvo che non è nero). Un asserto può essere espresso mediante innumerevoli enunciati diversi, ma non viene modificato nella sua essenza dal particolare veicolo linguistico grazie al quale trova espressione. Gli asserti che sono pensati come veri, probabili, possibili, falsi sono controllati e accertati come veri o falsi.

Frasi che non esprimono asserti

Le frasi che non esprimono asserti sono dette "definizioni lessicali". Queste frasi sono abitualmente dette definizioni stipulative o definizioni nominali e possono riguardare termini o espressioni sia nuovi sia già usati con altri significati. Così, non si definiscono concetti, ma termini stabilendo una loro equivalenza semantica con altre espressioni di solito più complesse e articolate. L’equivalenza è stabilita in base ai significati attribuiti da chi fornisce la definizione a tutti termini presenti sia nel definiendum sia nel definiens.

Spiegazioni causali e spiegazioni teleologiche

Le spiegazioni teleologiche spiegano l’evento individuando il fine di chi ha compiuto l’azione che l’enunciato descrive. La spiegazione causale è una proposizione in cui gli enunciati A e B sono messi in relazione da una congiunzione che esprime il legame causale tra i fenomeni che descrivono. (Es. Mario si è raffreddato perché ieri è piovuto. Ieri è piovuto e Mario si è raffreddato). Entrambe sono pensabili come vere o false ma i criteri per determinare la veridicità sono differenti.

La fallacia assertoria

Gli asserti si fondano sempre sui concetti ma anche senza asserto un concetto può essere utilizzato perché esso riorganizza, aiuta a comprendere la realtà. Inoltre, se il concetto non viene definito in modo chiaro anche l’asserto che da esso deriva non sarà chiaro. Nonostante ciò, molto spesso si sottovaluta l’ambito pre-assertorio (concetto) ritenendo che i concetti rispecchiano...

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher caranzame di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fondamenti epistemologici e metodi della ricerca psicosociale per orientare e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università della Sicilia Centrale "KORE" di Enna o del prof Fobert Veutro Maria.
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