Lezioni 61-62-63: La sirena – Tomasi di Lampedusa
Nel libro XII dell’Odissea, i versi omerici citano le sirene, viene trattato l’episodio del canto delle sirene che cercano di ammaliare e di fermare la nave di Ulisse per condurla a morte certa. Ma Ulisse sa resistere al canto delle sirene, è animato da curiosità intellettuale e decide di ascoltare quel canto ma si protegge dai rischi che corre facendosi legare all’albero della nave, secondo raccomandazioni e consigli che gli sono stati dati dalla maga Circe.
La fine che attende a coloro che si lasciano ammaliare dal canto delle sirene è la morte certa, una fine terribile, l’immagine del mucchio di ossa lascia intendere chiaramente il tipo di morte in cui i naviganti incauti vanno incontro. Circe consiglia di spalmare sulle orecchie dei compagni della cera affinché non ascoltino. Se Ulisse, legato, ordinerà di essere liberato, i compagni dovranno legarlo con altre funi.
Il potere seduttivo delle sirene
In questi versi non vi è la descrizione fisica delle sirene omeriche ma si fa riferimento al potere seduttivo del loro canto che promette godimento acustico e pienezza di conoscenza. Non sappiamo, però, come sono fatte le sirene. Probabilmente Omero dava per scontato il fatto che i suoi lettori conoscessero com’erano fatte le sirene, si rifà a miti più antichi depositati nelle fonti del suo poema.
Probabilmente faceva riferimento a una favola più antica, alla spedizione degli Argonauti in un testo più antico del quale si serve per la scrittura dei suoi versi. Solo più tardi avremo la rappresentazione visiva delle sirene.
Seduzione e cultura
Un altro aspetto importante è che nella rappresentazione delle sirene, Omero non ci presenta questi esseri mitologici come seduttivi sul piano erotico, non ci dice che essi brandiscono l’arma della sensualità erotica per convincere Ulisse a fermarsi. L’accostamento della sirena alla seduzione erotica è un’acquisizione culturale successiva e si impone soprattutto nei secoli del Medioevo.
Un altro aspetto interessante è il numero delle sirene: Omero ci lascia capire che siano due le sirene che tentano di fermare il viaggio di Ulisse ma non ci dice il nome, anche se il nome lo hanno avuto e lo sappiamo attraverso la lettura di testi successivi. Tra i nomi più famosi di sirene vi è quello di Partenope che a Napoli godeva di un vero e proprio culto, divenendo una divinità cittadina: la sirena che si lascia morire perché non corrisposta da Ulisse e si suicida.
Ci sono altri nomi attribuiti tra gli antichi alle sirene come Leucosia o Lighea. Quest’ultimo è il nome della sirena del racconto lampedusiano. Nel Medioevo abbiamo l’accostamento della sirena al peccato, l’erotizzazione della sirena in quanto vizio, lussuria. In genere, commentando l’episodio omerico del canto delle sirene, gli uomini del medioevo come i padri della Chiesa, tendevano a stabilire un accostamento tra la tentazione di Ulisse e la tentazione di Eva da parte del serpente.
È ovvio che in questo contesto agisce l’assimilazione del serpente con la coda di pesce della sirena. Ancora, nella cultura medievale, le sirene venivano paragonate dai padri della Chiesa alle immagini degli eretici che cercano di convincere i cattolici a convertirsi alle loro fedi, strumentalizzazione delle sirene alle esigenze della cultura cristiana medievale.
Le sirene nella cultura medievale e oltre
Abbiamo accennato alla coda di queste creature, alcune sirene erano bicaudate, cioè avevano due code. Importante però è il loro essere creature miste: metà donne dalla parte superiore fino all’ombelico e poi da lì fino alla parte inferiore pesci. Alcune volte le creature in questione sono state rappresentate unendo altre due parti: la parte di donna e la parte di uccello. Le donne-uccello erano definite anche arpie, ci fu una contaminazione quindi della famiglia delle arpie e quella delle sirene.
In Omero sono due le sirene che, però, spesso, venivano rappresentate come una triade perché tre è il numero perfetto e il numero delle Arpie. Plinio ci descrive come queste creature dilaniassero i marinai imprudenti e sfortunati. C’è chi parla di atti di cannibalismo ma ci sono anche le sirene buone chiamate ondine, cioè le sirene compassionevoli che venivano in aiuto ai marinai nel corso di naufragi o avversità. La figura dell’ondina fa parte del mondo germanico.
Dai tempi di Omero questa figura mitico-mitologica ha segnato l’immaginario collettivo occidentale. Non si contano le riapparizioni della sirena nella letteratura, nell’arte figurativa, rappresentazione visiva di questa figura, nelle fiabe (La sirenetta di Andersen). Nell’ambito della letteratura la figura della sirena è legata alla letteratura fantastica. Questo non deve meravigliarci essendo la sirena una creatura irreale che non trova riscontro nella realtà.
Sirene nella letteratura e nelle arti
Tante potrebbero essere le esemplificazioni, innumerevoli possono essere le varianti e le modalità di riappropriazione del mito. Nell’ambito della produzione scapigliata del primo Verga c’è un romanzo che si intitola La Peccatrice che vede protagonista questa donna narcisa di cui si invaghisce Pietro Brusio che però si stanca di lei e l’abbandona; la donna da seduttrice diventa sedotta, che si lascia morire per il dolore di essere stata abbandonata.
In questo racconto ricorre spesso la parola sirena in relazione alla donna: la sirena diventa un modo di descrivere l’eros femminile. Alle sirene vengono paragonate le femme fatale, le donne seducenti che vogliono mangiare gli uomini e sedurli con la loro bellezza seduttrice; la femme fatale alla quale va il connubio di Eros e di Thanatos, la bellezza che conduce alla morte il cui potere di seduzione è mortifero.
Narcisa Valderi, la protagonista di La peccatrice, si uccide proprio come la sirena Partenope delusa dall’atteggiamento di Ulisse. Se nell’800-‘900 la sirena è associata all’Eros distruttivo e autodistruttivo, nel ‘900 spesso la figura della sirena si muove tra fascinazione ed ironia, un’ironia dissacrante che arriva a mettere in discussione la veridicità stessa, l’esistenza stessa del mito.
Nell’ambito delle riscritture moderne un ruolo di primo piano è senz’altro giocato da un frammento di un celebre racconto di Kafka intitolato: Il silenzio delle sirene, vi è una variante forte che mette in discussione tutta la tradizione mitica incentrata sulle sirene perché qui le sirene non cantano come vorrebbe la tradizione ma cercano di sedurre Ulisse attraverso il loro silenzio. È un’ipotesi ironica e dissacratoria nei confronti della tradizione.
Il racconto di Kafka: ironia e dissacrazione
Ulisse, che si trova di fronte a quest’immagine delle sirene che non cantano secondo Kafka avrà pensato: “Forse non udì il loro silenzio, immaginò che cantassero e che lui solo fosse preservato dall’udirle” (Prima ipotesi). “Ulisse era così astuto che nemmeno il fato poteva penetrare nel suo cuore, può darsi che realmente si sia accorto che le sirene tacevano e che abbia soltanto posto agli Dei la finzione”. (Seconda ipotesi) Ulisse finge di credere che le sirene cantino, finge che le sirene si ripresentino a lui secondo tradizione ma in realtà sa bene che le sirene tacciano. Gioco che mette in discussione il mito, che lo ironizza e ne propone uno stravolgimento del tutto moderno.
La sirena – Tomasi di Lampedusa
In altre edizioni il racconto si intitola Lighea. Emerge fin da subito la questione del titolo. Gioacchino Lanza Tomasi ci assicura che lo scrittore, suo padre adottivo, avrebbe voluto intitolare il racconto “La sirena”. È un racconto pubblicato postumo perché dopo la morte di Tomasi di Lampedusa la vedova lo pubblica una prima volta con il titolo di Lighea. Successivamente il titolo viene ripristinato. Probabilmente la volontà della vedova ha interferito con l’originaria volontà d’autore.
È molto importante sottolineare come il titolo “La sirena o Lighea” orienti l’interpretazione del testo da parte del lettore o meglio l’orizzonte d’attesa, perché la sirena è un titolo che fa nascere subito nel lettore l’idea, l’aspettativa di un racconto di genere fantastico, mentre Lighea è un nome che rimanda sì al mondo greco ed ellenico ma non spinge il lettore ad immaginarsi necessariamente un racconto fantastico e pensare di essere proiettato in un orizzonte di tipo fantastico.
Il racconto di Tomasi di Lampedusa
Il racconto è stato scritto da Tomasi di Lampedusa negli ultimi anni della sua vita, tra il ‘56 e il ‘57. Muore proprio nel 1957 e viene pubblicato postumo. Sono gli stessi anni in cui lavora a rifinire il suo Gattopardo e altri Racconti. In tutto tre sono i racconti che confluiscono in questa edizione insieme a uno scritto autobiografico I ricordi di infanzia.
Il racconto è organizzato in due parti: cornice torinese realistica ambientata nell’autunno del 1938 e poi un racconto fantastico, un racconto nel racconto, ambientato in Sicilia nel 1887. La cornice da una parte, il racconto inserito all’interno della cornice dall’altra. La cornice ha il suo incipit con l’inizio stesso del racconto a P.121, mentre il racconto fantastico ha inizio a P.137 “Dunque nel 1887 avevo 24 anni”.
Se la cornice ci viene raccontata dal giornalista Rosario La Ciura, il racconto del racconto è posto sulla bocca dell’altro protagonista, il grecista Paolo Corbera. Quest’ultimo, infatti, pronuncia le parole d’attacco del romanzo fantastico.
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Federico de Roberto, I Vicerè, Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo
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Santa e la Sirena
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