Nota introduttiva
Sono quasi sempre avvolte nel mistero le origini delle città, anzi per crearselo, questo mistero, spesso si cerca di procedere all’indietro nel tempo, quanto più sia possibile, fino a quello che comunemente si chiama il mito. Una divinità, una persona fuori dal comune, un evento straordinario ne costituiscono gli elementi preferiti.
Napoli in proposito non fa eccezione e la sua antichità trova espressione anche nelle sue varie denominazioni, a cominciare da Partenope, e nei racconti che ne hanno fatto soprattutto gli autori classici. Elisabetta Moro nel suo lavoro presenta innanzi tutto un florilegio di citazioni e di posizioni sul mito di fondazione di Napoli, «da popoli di Calcidia venuti sopra le vetuste ceneri de la Sirena Partenope edificata», alla quale si innestano poi altre figure, come quella di Patrizia, la Santa venuta dal mare, dal lontano Oriente. Partenope fonda la città, Patrizia la rifonda, «la fa rinascere cristiana, facendone un baluardo contro ogni eresia». «Il tema, mitico e poi agiografico, proprio nel suo apparentare simbolicamente il mondo del paganesimo e il mondo della Riforma, si dispiega di fatto nello spazio e, insieme, nel tempo».
L’autrice nelle sue conclusioni precisa che «si è cercato di trattare il mito e l’agiografia con gli strumenti dell’antropologia, facendo ricorso alla teoria levistraussiana delle trasformazioni del racconto mitico e delle loro funzioni. Integrando la dimensione, prevalentemente – anche se non esclusivamente – sincronica in cui si dispiega l’arco delle trasformazioni mitiche nell’analisi levistraussiana con una lettura diacronica, indispensabile in un contesto caratterizzato da una estrema densità di variabili e di trasformazioni di ordine storico quale è quello analizzato. Se, infatti, la fondazione della città e la reinvenzione cristiana della figura della fondatrice si collocano in una rete strutturale di opposizioni e di analogie costituita da numerosissime varianti, essa è ascrivibile al tempo stesso ad una rete d’altro ordine – precisamente d’ordine diacronico – che taglia, trasversalmente, la prima nel senso della profondità».
Il libro
Il libro presenta due parti. Nella prima (la fabbrica dell’ancestralità) si incontrano passi di autori quali Jacopo Sannazaro, Benedetto di Falco, Giulio Cesare Capaccio, Matilde Serao, … Nella seconda (il ritorno della vergine) è Patrizia che prende il posto di Partenope: «entrambe, venute da Oriente, hanno trovato la morte sulle rive del golfo di Napoli. L’una e l’altra costituiscono motivo di vanto per la città».
Introduzione al testo
Napoli viene edificata da un gruppo di coloni greci nel VIII secolo a.C. su un sito abitato da popolazioni autoctone (ossia chi vive dove è nato). Dopo tre secoli dalla fondazione la città subisce una rivoluzione urbanistica, cioè una vera e propria neofondazione.
L’antica Parthenope, fondata sull’isolotto Megaride (oggi Castel dell’Ovo) ed estesa sul monte Echia (una collina, in tufo, sulla quale venne fondato il centro abitato, difeso su tre lati dal mare e dal quarto, verso monte, delimitato dal vallone di Chiaja, che era in una posizione ideale) nel V secolo a.C. venne affiancata dalla Neapolis («città nuova», cioè il nuovo nucleo urbano) per distinguerlo dalla «città vecchia» (Paleopolis). La doppia origine di Napoli è uno dei fattori determinanti dalla grecità destinata anche a sopravvivere sia alla latinizzazione e poi al cristianesimo.
Fonti sul mito
- Alcune appartengono alla storia
- Altre rientrano nel mito
Ma questa distinzione è comunque difficilmente applicabile per quanto attiene alla fondazione di Napoli. Infatti, se la fonte utilizza un metodo esclusivamente scientifico, al suo interno forse inconsapevolmente ci sono elementi mitologico-leggendari. Su questo aspetto, Claude Lévi-Strauss sostiene che «un mito si avvicina sempre ad avvenimenti passati, ossia, a tanto tempo fa».
Quindi, come sostiene la prof. Moro, nel caso di racconti di fondazione, c’è sempre un continuo intreccio fra mito e storia.
La Magna Grecia
Per quanto riguarda gli studi sulla Magna Grecia (è l'area geografica che fu anticamente colonizzata dai Greci a partire dall'VIII secolo a.C.), la tradizionale storiografia colloca la colonizzazione greca tra l’VIII e il VII secolo a.C., ma una tradizione favolosa fa risalire questa origine ad un periodo antecedente. In breve, come sostiene Moro, i cosiddetti elementi favolosi devono essere tenuti in conto anche dagli storici. Sembra dunque che MITO e STORIA si mescolino da sempre.
La fabbrica dell’ancestralità
Fondare miticamente la polis
In un passo dell’Arcadia, Jacopo Sannazzaro descrive la fondazione di Napoli e ricorda sia le fonti mitiche che quelle storiche al fine di informare i lettori non napoletani. Egli cita le popolazioni che per primo abitarono Napoli (greci), sistemati sopra le «vetuste ceneri della Sirena Parthenope», ed indica la collocazione della città. Ossia, mette in rilievo, la straordinarietà del sito e della città.
Da Omero ad Anna Maria Ortese, da Strabone a Norman Douglas, si snoda l’immagine di Napoli, delle sue origini, del popolo straniero che per primo l’avrebbe fondata. Una imponente produzione di testi, racconti e leggende nei quali viene posta la questione specifica di chi per primo abbia fondato la città.
Secondo il giudizio di Fustel de Coulanges «nessuna città non ha mai pensato a chi fosse stato il fondatore e ricordare soprattutto la cerimonia sacra che aveva segnato il suo nascere con la celebrazione di un sacrificio annuale per ricordare questa la fondazione della polis».
Questa considerazione scaturisce dal desiderio comunitario di sapere chi sia stato il primo cittadino a fissare con la posa della prima pietra il luogo in cui la comunità ha stretto il suo munus (cioè il suo sito) e nello stesso tempo ricordarsi ogni anno della detta nascita per ricordare il sacrificio fondativo.
Ma questa riflessione, secondo la prof. Moro, non sempre è dimostrabile. Infatti, gli studi sulla città non dispongono quasi mai di fonti univoche secondo una cronologia rigorosa. Si tratta, infatti, di fonti che non appartengono solo alla storia ma spesso sono fonti di tipo mitico-leggendario. Ma su queste tesi va annotata ancora la posizione contenuta nel testo «La città antica» di Fustel de Coulanges nella quale dice che: «l’urbe (la città), presso gli antichi, si fondava tutta in una volta, in una sola giornata. Per fare ciò era necessario che la città fosse già costituita ed era l’opera più difficile e più lunga. Quando le famiglie, le tribù avevano stabilito di unirsi e di avere uno stesso culto, fondavano l’urbe, perché questa fosse il santuario del culto comune e perciò la fondazione di un’urbe era sempre un atto religioso».
La scelta del sito
Nel mondo antico infatti per costruire una città nuova non è sufficiente la volontà degli uomini; è necessario il consenso degli dèi che si esprime attraverso l’oracolo (ossia, il responso dato dalla divinità).
Per Josef Rykwert, la fondazione di una città per gli antichi è innanzitutto mitica e solo in un secondo momento intervengono le ragioni funzionali che la città deve avere. Questa tesi è dimostrata dal fatto che nel mondo antico spesso i coloni o conquistatori si fissavano in una città già costruita, perché non era impedito a loro di occupare le case dei vinti. Ma essi dovevano lo stesso compiere la cerimonia della fondazione, ossia porre il proprio focolare e fissare nella nuova dimora le loro divinità nazionali. L’esempio più noto è quello di Roma, la qual venne fondata prima da Enea e la seconda volta da Romolo e Remo. E questa ri-fondazione conferma il fatto che ogni edificazione di città è un atto innaturale, ossia artificiale; infatti la città è sempre e prima di tutto forma simbolica e poggia sulle sue fondamenta immateriali ancor prima che su quelle materiali. Lo spazio umano non va visto per come ci appare, ma per quello che ha significato in termini religiosi, sociali politici per i suoi abitanti antichi e moderni.
Per Lombardi Satriani, il sito di una città è oggetto di una specifica individuazione soprannaturale. Infatti su questa tesi, Platone nell’opera «Leggi» sostiene che esistono dei luoghi tutti particolari nei quali «spira un certo soffio divino». Quindi, non sono gli uomini a scegliere ma è la divinità che indica un sito propizio per un nuovo insediamento, dal quale dipende il destino di un popolo. In caso contrario, cioè quando a scegliere è l’uomo, senza attenersi alla decisione degli dei, accade sempre un ostacolo: un terremoto, una pestilenza, una carestia.
La storia delle fondazioni delle città del Mediterraneo è disseminata di fondazioni fallite. Strabone racconta che la Pizia (profetessa e sacerdotessa di Apollo a Delfi) aveva offerto a due aspiranti ecisti (L'ecista nella Grecia antica, era un condottiero scelto da un gruppo di cittadini per guidarli alla colonizzazione di una terra) di nome Archia e Miscello, di dire quale valore la salute o la ricchezza fosse più importante per la città che intendevano fondare. Il corinto (dalla città di Corinto) Archia scelse la ricchezza e la sacerdotessa Pizia gli affidò l’edificazione di Siracusa. Miscello invece scelse la salute e gli venne affidata Crotone. Ma giunto sulla costa ionica non riuscì ad individuare il sito indicato dall’oracolo: tornò allora ad interrogarlo: giunto per la seconda volta nel golfo di Taranto, pur avendo individuato il posto dove fondare Crotone, gli parve più bello il sito di Sibari, ma l’oracolo lo ammonì intimandogli di rispettare i dettami della tradizione e indicandogli di apprezzare il dono che gli dèi gli facevano.
Etnografia cristiana
Anche nell’etnografia (lo studio dei costumi e delle tradizioni dei popoli) cristiana è presente l’idea che solo un essere soprannaturale possa scegliere il luogo della fondazione di una città. Si narra infatti che statue o tele pittoriche raffiguranti la Vergine Maria o i santi mostrano una precisa intenzione di rimanere in un luogo o al contrario di voler risiedere in uno diverso da quello che gli uomini li vorrebbero destinare.
Abbiamo un esempio a Guardia Sanframondi in provincia di Benevento, dove si celebra ogni sette anni un rito penitenza corale e si racconta dell’invenzione della statua dell’Assunta la quale secondo la leggenda (la statua) fu ritrovata in un territorio intermedio, tra il paese di Guardia Sanframondi e quello di San Loreno Maggiore. Le due comunità si contesero la statua e cercarono di trasportarla nel proprio territorio: però nessuno riuscì a sollevarla. Solo quando gli abitanti di Guardia Sanframondi inginocchiatosi davanti alla statua fecero penitenza battendosi il petto fino a farlo insanguinare e la statua si fece più leggera, autorizzando la traslazione della statua nella città di Guardia. La vergine in questo caso scelse dove stare e con chi, ricalcando un topos (ossia un concetto diffuso che diventa luogo comune) molto ricorrente nei racconti di fondazione dei culti mariani.
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