La Scapigliatura (1860-1880)
Subito dopo l’Unità d’Italia (1860) si affermano due tendenze letterarie nel campo della poesia:
- La Scapigliatura (si oppone al romanticismo con una poesia di rottura)
- La poesia carducciana (si oppone al romanticismo esaltando le forme classiche ed il mondo antico)
Caratteristiche della Scapigliatura
In particolare, la Scapigliatura si afferma a Milano. Gli scrittori (gli Scapigliati) rifiutano in toto il romanticismo (cioè l’impegno civile, la politica, la visione cristiana del Manzoni) ed esaltano invece gli aspetti materiali, crudi, del vivere comune. Essi, siccome non potevano raggiungere il Bello Ideale, si rifugiano nell’orrendo, utilizzando termini crudi, conflittuali, sconcertanti, per impressionare il lettore. Il loro riferimento è il francese Baudelaire e la corrente “bohème” di origine francese.
Gli Scapigliati sono insofferenti verso le convenzioni della letteratura contemporanea (romanticismo, manzonismo) ma anche verso i principi ipocriti e i costumi della società borghese dell’epoca. Il termine “Scapigliatura” fu proposto da Cletto Arrighi e indicava un gruppo di ribelli che vivevano in modo eccentrico e disincantato come appunto i bohemiens francesi.
Con l’arrivo degli Scapigliati, anche in Italia compare per la prima volta nell’800 il conflitto tra artista e società, già apparso negli altri paesi Europei. Gli Scapigliati assumono un atteggiamento ambivalente, ambiguo, rispetto alla modernizzazione della società, al progresso scientifico, di quel tempo. Come artisti vogliono aggrapparsi ai valori antichi del Bello, dell’Arte, della Natura, però rendendosi conto che questi valori erano ormai perduti, essi si rassegnano a rappresentare il “vero”, cioè gli aspetti più crudi e reali dell’esistente, anche quelli più materiali e turpi, utilizzando termini brutali e prettamente scientifici (medici, chimici, biologici, ecc.).
Avanguardia mancata
Il movimento della Scapigliatura, però, non riuscì a rappresentare una vera “avanguardia” culturale e poetica del tempo. L’elaborazione culturale dei vari intellettuali non ebbe una visione chiara, né una profondità di pensiero, né il coraggio di aprire nuovi orizzonti alla poesia italiana, come invece accadde, successivamente, con il Decadentismo. Di conseguenza, non riuscirono ad elaborare né a far affermare una nuova lingua poetica.
Il Naturalismo francese
I fondamenti teorici
Gli scrittori “veristi” italiani prendono le mosse dal Naturalismo francese degli anni ’70 dell’800. Il movimento letterario del “Naturalismo” in Francia nasce dal movimento culturale e di pensiero del Positivismo, cioè l’applicazione della tecnologia e della scienza, alla vita di tutti i giorni. Il Positivismo rifiuta ogni visione religiosa, metafisica, idealistica, nella convinzione che il tutto si riconduce alle forze chimiche, fisiche, biologiche, regolate e spiegate dalla scienza (e non dalla religione).
Il pensatore di riferimento del movimento letterario del Naturalismo francese fu Hippolyte Taine, che indicò la strada alla letteratura di analizzare la realtà. Gli scrittori maggiori del Naturalismo francese furono Honoré de Balzac, che scrisse di anatomia umana, e Gustave Flaubert, che traspose questi modelli letterari naturalisti in un romanzo (Madame Bovary). Ma fu soprattutto Émile Zola, il vero caposcuola del Naturalismo francese. Tutta la concezione della narrativa zoliana si trova condensata nel volume “Il romanzo sperimentale” del 1880. Egli sostiene che il metodo sperimentale (ossia la dimostrazione scientifica del singolo fatto) applicato alla chimica, alla fisica, alla fisiologia, dev’essere applicato anche alla sfera “spirituale”, cioè agli atti intellettuali e passionali dell’uomo. Quindi, anche la letteratura e la filosofia devono entrare a far parte delle scienze.
Il Verismo italiano
L’immagine di Zola si diffuse rapidamente in Italia come un romanziere scienziato, “realista”, “sociale”, a favore del progresso e dell’umanità. A Milano furono per primi gli ambienti socialisti a sposarne e diffonderne le tesi, ma non riuscirono a realizzare una teoria artistica. Cosa che invece riuscì a due intellettuali non socialisti, ma conservatori: Luigi Capuana e Giovanni Verga.
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