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Storia della filosofia antica

Lezione del 02/10/2019

Idealmente si fa ricondurre la nascita della filosofia antica in Grecia circa al VI secolo a.C., con la Scuola di Mileto. Platone nasce ad Atene che, dopo la fine delle Guerre Persiane, era divenuto polo principale della cultura nel bacino Mediterraneo, attirando ogni anno numerosissimi intellettuali. Egli nasce circa nel 428 a.C., data rientrante nel circa trentennio durante il quale ebbe luogo la Guerra del Peloponneso fra Atene e Sparta, al tempo le due principali potenze balcaniche che avevano raggiunto il massimo della propria espansione.

Platone nasce da una famiglia aristocratica ateniese e diviene sin dai primi anni della giovinezza discepolo di Socrate. In costante conflitto col regime democratico ateniese (durante il circa ventennio intercorso fra le guerre persiane e la guerra del Peloponneso era emersa la figura di Pericle), egli proponeva una totale riforma che si sarebbe dovuta attuare nella città, basata su una nuova forma di conoscenza: la Filosofia.

Origine del termine "Filosofia"

È ora doveroso e importante chiarire l’origine del termine e tracciarne una breve storicizzazione. Sin dalle origini ci si imbatte nel verbo philosohèin, la cui etimologia viene da phìlos (amico, amante) e sophòs (sapiente). In prima traduzione, dunque, filosofare è "amare la sapienza". Si nota anche come in prima istanza phìlosophos venga usato come aggettivo e che, una volta delineato il tipo umano del filosofo, esso venga sostantivato.

Normalmente assumiamo che il termine greco sophòs, sophìa abbia il significato di "sapiente, sapienza". Esiste tuttavia un’altra accezione di significato che è quella di "detentore di un’abilità, di un sapere legato all’ambito tecnico". Il termine di "filosofia" non si riferisce tuttavia ancora a un carattere specifico della conoscenza, ma a un suo amore più generale, legato comunque all’osservazione della realtà e a una certa curiosità nei suoi confronti.

Il primato per l’uso del termine viene normalmente attribuito a Pitagora, che sembra averlo usato per la prima volta in una conversazione col tiranno Leonte, riportatoci dalle Tuscolane di Cicerone. Il tiranno, incuriosito dalla capacità di elocuzione di Pitagora, gli chiede in cosa egli sia particolarmente competente; egli risponde di non possedere alcuna abilità specifica, ma di essere filosofo. A questa affermazione Leonte ribatte chiedendo chi siano i filosofi, e Pitagora risponde con un’emblematica parabola:

"A mio parere la vita umana è simile a una di quelle feste che si tengono con grande apparato di giochi e sono frequentate da tutta la Grecia [i famosi Giochi Olimpici]. Ivi infatti alcuni cercano la gloria e la fama di un premio nelle gare sportive, altri sono attirati dal guadagno trafficando a comprare o a vendere, e c’è poi una categoria di persone che non cercano né l’applauso né il guadagno, ma ci vanno come spettatori e osservano attentamente ciò che avviene e come avviene. Non diversa è la vita umana, dove siamo giunti come se fossimo partiti da una città verso un mercato affollato: alcuni schiavi della gloria, altri del danaro e pochi altri che cercano di capire quello che succede e perché. Questi si chiamano appunto filosofi, cioè amanti della sapienza."

Questa prima concezione sembra comunque difficile da concedersi a Pitagora, in quanto le figure che vengono rappresentate nella parabola (commercianti, atleti, spettatori) corrispondono alla tripartizione dell’anima di Platone.

Con Platone si ha dunque una nuova concezione del termine. Prima del filosofo ateniese, anzitutto, le parole con il prefisso philo- non indicavano il desiderio o l’amore per qualcosa che non si ha, ma qualcosa con cui si aveva sempre un contatto quotidiano. È anche vero che l’ottenimento di questa sophìa sembra qualcosa proprio solo del Dio, così come si intuisce dall’Apologia di Socrate nella quale il filosofo, recatosi presso la Pizia, scopre di essere il più sapiente fra gli uomini non per le conoscenze che possiede, ma per il suo ritenersi pienamente "ignorante" rispetto alle questioni davvero importanti. Emerge quindi che risulti esser meglio l’essere consapevole di non possedere conoscenze piuttosto che possederne alcune di ambito specifico.

I sophòi, dunque, non filosofano poiché sono già sapienti. I filosofi sono piuttosto coloro che sono consapevoli della propria ignoranza e aspirano dunque a conoscere. Da qui sembrerebbe lasciata aperto il discorso riguardante la possibilità per un uomo di essere sapiente, e la quindi eventuale distinzione fra sapienza umana e divina. A chiarire il punto è Platone nel Fedro, che dice attraverso Socrate che chiamare "sophos (sapiente)" un uomo sembra qualcosa di decisamente troppo grande, adatto solo a un dio; è giusto invece chiamarlo "philosophos (amico della sapienza)".

Seppur analoga per certi versi è leggermente differente la concezione di Aristotele. Secondo Aristotele (come dice nella Metafisica) tutti i filosofi desiderano conoscere, dove conoscere significa conoscere le cause prime dei fenomeni. La scienza che se ne occupa è la Sophìa. Come per Platone la filosofia nasce sia dall’ignoranza che dal desiderio, ma prima ancora dal fascino provato di fronte alle cose di difficile spiegazione. Essa, inoltre, nasce dalla libertà delle occupazioni ed è l’unica scienza libera. Egli infine, affermando l’enorme divario che esiste fra sapienza divina e umana, delinea il carattere "divino" di questa scienza che l’uomo ha fatto propria.

Successivamente egli fonda una propria accademia, nella quale veniva fornita una formazione di tipo filosofica, politica e matematica. Venne frequentata, fra gli altri, dal diciassettenne Aristotele.

Come confine demarcante la fine della filosofia antica si indica la data del 529 d.C., anno nel quale l’ultima accademia platonica (l’Accademia di Atene) venne chiusa dall’imperatore bizantino Giustiniano. La religione di stato all’interno dell’impero bizantino era ormai diventata il cristianesimo e per questa ragione l’imperatore si impegnò nel far chiudere tutte le scuole pagane.

Nello stesso anno, il 529 d.C., un altro avvenimento importante segnò la storia: la fondazione dell’Abbazia di Montecassino da parte di Benedetto da Norcia.

Il "corpus" di opere di Platone è l’unico, insieme a quello di Plotino, a esserci pervenuto per intero in circa 1200 anni di filosofia antica. Ciò rende i testi di Platone i più longevi e letti della storia, e tale longevità permise all’autore di ottenere l’appellativo di "divus".

Lezione del 03/10/2019

Dopo la morte del suo maestro Socrate nel 399 a.C., Platone intraprese una serie di viaggi lontani da Atene per assicurarsi che in sua assenza le acque potessero calmarsi. Atene aveva infatti appena perso il conflitto contro Sparta e viveva ormai in una fragile democrazia, ben diversa da quella che la città aveva conosciuto con Pericle. Il ritorno di Platone ad Atene si identifica idealmente con la fondazione della sua Accademia.

Gli scritti di Platone non ci danno modo di poterne stabilire una cronologia precisa. Lo studio degli scritti platonici, fiorito soprattutto in Germania nel 19° secolo, permise agli studiosi di proporre una cronologia basata sulle variazioni metrico-stilistiche dei dialoghi. La fine di tali studi si ha, più o meno, con la Prima Guerra Mondiale, a seguito della quale moltissimi degli studiosi del mondo antico persero la vita. Durante gli studi essi convennero inoltre che fosse improbabile che Platone scrivesse le sue opere un blocco, iniziandone e finendone una per passare alla successiva. Gli studiosi ritenevano invece che fosse molto più plausibile che egli ne componesse più di una contemporaneamente, e che fosse solito tornare sulle proprie opere precedenti per attuare una revisione e una correzione.

La Repubblica

I Libro

Alcune delle opere di Platone presentano, all’inizio, una cornice introduttiva. Altre, invece, sono scritte nella forma di un vero e proprio copione teatrale. Il caso della Repubblica è a sé stante. Non presenta né una né l’altra struttura, ma attua una sorta di sintesi fra le due. Il protagonista dell’opera è Socrate che, parlando in prima persona e raccontando i fatti che gli sono accaduti, sembra parlare direttamente con noi.

L’intera opera è ambientata in casa di un ricco ateniese, tal Cefalo, che possiede una villa al Pireo. Il Pireo, il porto di Atene, era all’epoca abitata dal censo dei Teti, persone di estrazione sociale molto bassa che, all’interno della gerarchia ateniese, erano i più poveri. Tale luogo aveva comunque per Platone grandissimo valore simbolico, così come possiamo comprendere dall’incipit dell’opera:

"Discesi ieri al Pireo..." (vd 327a)

In questo incipit, che può sembrare all’apparenza banale, è concentrato invece un enorme significato, dato soprattutto dalle parole "Pireo" e "Discesi". È interessante ricordare anche che queste furono le ultime parole scritte da Platone prima di morire.

  • Pireo → Il Pireo, come detto, era il porto di Atene. Il luogo rappresentava innanzitutto la potenza navale ateniese, ma allo stesso tempo identificava anche la potenza democratica dell’Atene dell’epoca, rafforzata soprattutto dalla forte ideologia democratica che era diffusissima fra i teti. È quindi evidente il fatto che Platone ambienti la sua opera nel luogo fulcro di quel regime democratico che egli tanto criticava, che definiva addirittura un "tumore", e al quale si riproponeva di trovare una cura nel corso dell’opera stessa. (Il titolo "La Repubblica" non ha niente a che vedere con un regime di governo repubblicano)
  • Discesi → Vi è un’analogia nell’uso di questa parola. Essa viene infatti usata sia come incipit dell’opera che nel VII libro, quando si descrive l’analogia della caverna. La "discesa" o "catabasi" rimanda alla più famosa catabasi della tradizione letteraria, ovvero quella di Odisseo narrata nell’Odissea di Omero. In occasione di quell’evento l’eroe "discende" nell’Ade, dove incontrerà l’ombra lamentosa di Achille. Il riferimento all’episodio omerico, conosciuto praticamente a tutti i greci, è evidente, e serve a creare un’analogia fra la discesa al Pireo e la discesa nell’Ade. Ancora una volta Platone sostiene la propria posizione di antidemocratico, andando ad associare al fulcro della democrazia ateniese l’immagine degli inferi.

Egli sta scendendo al Pireo accompagnato dall’amico Glaucone (fratello di Platone). Ad esso Socrate si rivolgerà sempre nei momenti chiave delle discussioni. I due hanno intenzione di offrire omaggi alla dea (che noi ancora non sappiamo essere la Dea Bendis, di tradizione tracia) e di vedere gli spettacoli organizzati in occasione della sua prima celebrazione.

Lezione del 07/10/19

Dall’esordio della Repubblica di Platone capiamo anche il ruolo dei personaggi. Se Socrate incarna la figura del filosofo, sempre restio a dare mostra e sfoggio della propria conoscenza, Glaucone si rivela invece essere il personaggio che dà avvio alla conversazione. Chiamati da Polemarco mentre ritornano verso la città, infatti, è proprio questo personaggio che, prendendo parola anche per Socrate, risponde "aspetteremo".

Una volta giunti a casa di Cefalo il dialogo si imposta subito sul tema centrale della giustizia. All’interno del dialogo sono presenti vari termini ricorrenti e fondamentali, intorno ai quali si articolano molte delle discussioni. È opportuno dunque dare una definizione di tali parole in chiave antica che, come vedremo, risulta attribuire a queste parole sfumature di significato ben diverse da quelle che intendiamo oggi. Questi termini sono giustizia, buono, virtù e felicità.

  • Giustizia → Se ai giorni nostri la concezione di giustizia può essere intesa in base a vari ambiti (giuridico, etico, politico ecc..), e se anche Aristotele stesso distingueva fra giustizia retributiva (l’assegnazione delle pene) e distributiva (divisione delle ricchezze), Platone l’utilizza invece con significato diverso. La giustizia per Platone è infatti la giusta forma di convivenza fra gli uomini, l’indagine sui comportamenti che possano garantire una buona convivenza inter-personale. È importante ricordare come un tema del genere fosse piuttosto delicato se studiato nel contesto nel quale venne scritta l’opera. Dopo la guerra del Peloponneso, nella quale la violenza e lo scempio regnarono sovrani, il ristabilire una giusta convivenza fra le persone non era questione banale.
  • Buono (Agathon) → In questo caso l’accezione Platoniana indica una capacità, un essere in grado di fare qualcosa. Un "buon coltello" o un "buon cavallo" sono ancora oggi espressioni che vengono utilizzate per indicare il grado di "utilità" rispetto a una determinata qualità di un determinato ente. Il buono, per questo, coincide spesso anche con l’utile e con ciò che "dà giovamento".
  • Virtù (Aretè) → Indica il saper esercitare una capacità in modo eccellente, il raggiungimento di un fine. Secondo Platone gli esseri umani posseggono delle capacità che, qualora vengano impiegate in modo eccellente, possono essere definite virtù. Ancora oggi possiamo definire "virtuoso" un bravo pianista, ad esempio.
  • Felicità (Eudamonia) → Normalmente viene associato a una sensazione di benessere e soddisfazione che è spessa momentanea ed effimera. Per Platone, e per gli antichi in generale, l’"Eudamonia" (lett.. "avere un buon demone") consisteva nell’avere un’esistenza favorevole, riuscita. Lo scopo della Repubblica è quello di far convergere giustizia e felicità. Ovviamente la questione controversa riguarda il definire cosa possa voler dire per un essere umano riuscire nella propria vita.

Lezione del 09/10/19

Come vediamo dall’inizio del dialogo, il primo argomento che è oggetto di discussione è la giustizia. Quando Cefalo si sofferma sullo spiegare perché le ricchezze siano una comodità e siano "utili", egli inizia una serie di esempi di azioni esteriori che dovrebbero incarnare l’idea di giustizia.

Da 331b.: "Infatti il possesso di ricchezze contribuisce molto a non ingannare il prossimo e a non mentire neanche controvoglia, a non dovere dei sacrifici a un dio o del denaro a un uomo, e infine a non andarsene di qui pieni di paura."

In questo stralcio egli afferma come le ricchezze lo aiutino a essere un uomo onesto, ovvero un uomo buono che persegue quelli che, secondo lui, rappresentano la giustizia. Ma a seguito di questa asserzione Cefalo viene apostrofato da Socrate.

Da 331c: "Dici benissimo. Ma questa cosa in sé stessa-la giustizia-diremo così semplicemente consiste semplicemente nella verità e nel restituire ciò che si è preso in prestito da uno, o queste stesse azioni sono a volte giuste, a volte ingiuste? Un esempio: se uno ricevesse delle armi da un amico che è in senno e poi questi, impazzito, le chiedesse indietro, chiunque direbbe che non bisogna restituirgliele e che non agirebbe giustamente chi gliele restituisse, così come se volesse dire tutta la verità a uno che si trova in tale stato"

Socrate sta cercando una definizione e non una serie di esempi. Egli addirittura propone un contro-esempio per confutare la tesi di Cefalo. Già l’inizio, il "Dici benissimo", indica la classica ironia socratica, che mostra il totale disaccordo del filosofo con quanto detto.

Da questo importante passo emerge anche il classico metodo argomentativo socratico-platonico, che consiste non nel condannare le tesi altrui, ma nel continuo interrogare alla ricerca di una vera definizione di quanto si stia parlando. Socrate, infatti, era il primo ad affermare di non possedere conoscenze, e in questo pone interrogativi ai suoi interlocutori facendoli arrivare alla situazione di aporia. Una situazione di stallo dalla quale non si riesce a uscire. Tale interrogazione assume la forma del "Ti esti?" letteralmente "che cos’è?". Nel cercare di far spiegare a questi presunti esperti in cosa consista la materia nella quale essi credono di essere periti, Socrate riceve solamente risposte in forma di elenco di esempi.

Tornando al dialogo, nel momento in cui Socrate contrappone il proprio esempio, Cefalo abbandona la conversazione, poiché egli non è un uomo in grado di discutere di filosofia. A difendere la tesi del padre interviene il figlio di Cefalo Polemarco, che tira in ballo il poeta Simonide. Egli utilizza un tale metodo argomentativo poiché citare filosofi all’epoca voleva dire citare grandissimi maestri di cultura, figure di riferimento che si facevano veicolo per la condivisione di valori condivisi. Nell’antichità, infatti, la tradizione dei racconti era quasi del tutto orale, e le declamazioni poetiche venivano considerate essere grandissimi momenti di apprendimento e di comprensione del mondo.

Lezione del 10/10/19

Iniziata la conversazione fra Polemarco e Socrate il primo afferma, riguardo alla definizione di cosa sia giusto o meno, che:

Da 331b: ". è giusto rendere ciò che è dovuto".

Questa affermazione deriva chiaramente da una concezione di giustizia identificata con il proprio popolo o la propria tribù. In base a questo ragionamento la parola "rendere" assume un significato di carattere economico, nel vero senso di "restituire". Il termine "dovuto" assume invece significato di tipo morale, in quanto può essere interpretato come un obbligo verso la propria comunità.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/07 Storia della filosofia antica

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