La religione artistica
L’artefice (il cui lavoro è istintivo, è un ri-produrre) abbandona il lavoro di sintesi (mescolanza di pensiero e elemento naturale) e ottiene la forma dell’attività autocosciente (il suo fare lo porta alla consapevolezza di sé, cioè le forme che produce non sono solo dimore di qualcosa di esterno ma contengono un’interiorità). Lo spirito artefice diventa spirito artista (individuo capace di un produrre consapevole e non solo istintivo).
Lo spirito effettivo che nella religione artistica è consapevole della propria essenza assoluta è lo spirito etico (o vero): esso è sostanza universale e particolare al tempo stesso, perché ha la figura della coscienza e quindi i singoli sanno tale sostanza come opera a loro proprie (la conoscono nella propria singolarità) ma al tempo stesso è sostanza di tutti, è un sentire comune.
Lo spirito etico corrisponde al popolo libero (cioè il popolo greco) che mostra un equilibrio tra singolo (in sé) e mondo (per sé). Tale eticità è instabile perché si compie solo in parte, dal momento che l’individuo non è ancora singolarità libera (= vive nell’unità immediata con la propria sostanza e non ha in sé il principio della singolarità dell’autocoscienza).
La religione dello spirito etico
La religione dello spirito etico consiste nell’elevazione di esso al di sopra della realtà effettiva, è il ritorno al puro sapere di sé stesso, allo spirito consapevole di sé. Si realizza quindi solo quando si separa dalla propria sussistenza.
Realtà effettiva della sostanza etica
Realtà effettiva della sostanza etica si basa su due principi (= movimento dialettico dell’etico):
- Mancanza di conflittualità tra singolo e mondo.
- Autocoscienza organizzata in una pluralità di diritti e doveri, nella partizione in ceti sociali e nel loro fare particolare che cooperano al tutto. Il singolo si accontenta della limitatezza della propria esistenza.
La frattura dialettica è dunque caratterizzata dal concetto di bella eticità (stato/famiglia: il fare appartiene alla polis, l’essere appartiene alla famiglia); nel fatto che il signore non deve lavorare e si occupa delle arti, così facendo comincia a prendere coscienza dell’insufficienza del mondo in cui vive.
Questo mancato ritrovarsi dell’uomo nell’immediatezza del proprio mondo storico è la cultura, cioè lo spirito estraniato da sé, che non si riconosce più nel suo stesso prodotto (autocoscienza interiormente certa di sé in lutto per la perdita del proprio mondo prepara alla religione rivelata).
La religione artistica e l'autocoscienza
La religione artistica è autocoscienza perché offre la rappresentazione dell’essenza divina in un’opera umana. C’è perfetta compenetrazione tra forma esteriore e significato intimo. L’autocoscienza sente la perdita di ciò che è esterno a se stessa, è la perdita del sé determinante (= il divino ha perduto il carattere sostanzialistico e immediato della natura ed è diventato opera umana).
Sul piano della rappresentazione c’è la comparsa della figura umana (= passaggio dall’in sé al per sé). Questa maturazione dal punto di vista della rappresentazione costituisce la massima verità (= momento di assoluto equilibrio destinato a dileguarsi come la bella eticità greca). Lo spirito artista si vede oggettiva nell’opera.
3 stadi della religione artistica
Sono le tre forme in cui si oggettiva lo spirito. Mostrano il passaggio dall’in sé al per sé, da una prevalenza del divino inteso in termini più sostanziali, al suo progressivo coincidere con l’attività della coscienza.
Arte astratta
Arte astratta = divino è contrapposto all’umano cioè si offre come prodotto del fare umano. Tale opera è ancora separata dall’attività di chi la posta in essere, ha ancora carattere cosale. Tra questi abbiamo il tempio (= in sé dello spirito) e la statua (per sé dello spirito). Essi però, a differenza della religione naturale, sono cose – oggetto che hanno significato non in quanto tali, ma lo acquistano solo con una mediazione.
L’arte astratta esige il lavoro dell’artista affinché all’elemento naturale venga infuso spiritualità. (nella sfinge l’animale si mescola con la figura umana; ora la figura umana si spoglia di quella animale e per il dio è solo mero segno, involucro e rivestimento accidentale). L’essenza del dio è unità dell’esistenza universale della natura e lo spirito autocosciente: le figure divine portano al proprio interno il loro elemento naturale come qualcosa di levato (= reminiscenza oscura).
Si tratta per Hegel del passaggio dalle antiche divinità naturali (cioè i Titani - cielo, terra, sole, fuoco, oceano) ai nuovi dei olimpici (potenze etiche, quelli della tragedia; ovvero chiari spiriti etici di un popolo consapevole di sé).
L’artista non si riconosce ancora nel frutto della sua fatica. Il fare umano rimane esterno all’opera. L’artista nella sua opera fa esperienza di non aver prodotto un’esistenza uguale a lui e tale esperienza gli rende la consapevolezza: una moltitudine colma di ammirazione venera l’opera da lui prodotta in quanto essa è spirito che costituisce l’essenza della moltitudine.
Dal momento che tale ammirazione comporta all’artista gioia, l’artista non ritrova il dolore che accompagna il suo produrre, dunque vede l’opera estranea da sé. L’opera d’arte richiede un altro elemento della propria esistenza, ossia il dio manifesta la necessità di uscire dalla mera esteriorità → questo elemento superiore è il linguaggio nella sua dimensione collettiva. Esso è un esistere determinato che è esistenza immediata autocosciente (= esistenza immediatamente autocosciente che non ha bisogno di oggettivazione).
NB: L’autocoscienza esiste come singola ma è anche immediatamente una sorta di contagio universale. L’autocoscienza quindi, quando la sua essenza diviene oggettiva, rimane immediatamente presso di sé; l’autocoscienza è puro pensare, è devozione. Questa si manifesta nella forma dell’inno, cioè una forma lirico corale in cui il popolo canta la propria devozione (oggettività racchiusa nel sé).
L’inno contiene la singolarità dell’autocoscienza, ma essendo la devozione partecipata, l’inno contiene un grado di universalità (che però ancora non supera la cosalità).
Altra forma di linguaggio è quella dell’oracolo che è il primo linguaggio necessario della divinità, non è ancora umano e non ha contenuto universale. Il suo contenuto è oscuro e quindi costringe a familiarizzare con l’arte dell’interpretazione. Nella religione artistica si assiste a una forma più matura di oracolo, cioè non è più linguaggio della natura, ma della divinità nel momento in cui viene interrogata (riferimento a Edipo re). L’oracolo si fa riflessione ponderata dell’attività accidentale (quindi non è linguaggio di una autocoscienza estranea ma è accidentale e particolare).
Si torna allora a far riferimento alla forma di arte astratta dell’inno in cui il suo compositore permette al popolo di raccogliersi in preghiera, svolgendo così una funzione sacerdotale:
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