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Critica del giudizio 1790 – Kant

Introduzione

La Critica del giudizio è notoriamente la terza delle critiche Kantiane; successiva alle due edizioni della Critica della ragion pura ed alla Critica della ragion pratica, e pubblicata nel 1790. L’opera Kantiana assume connotati critici proprio come le opere precedenti poiché imperniata sulla necessità di proporre una riflessione circa il campo relativo alla capacità di giudizio dell’essere umano. La Critica del giudizio tuttavia differisce dall’andamento sistematico delle precedenti opere, proponendo infatti una riflessione trascendentale volta al ricomponimento della frattura esistente tra le capacità conoscitive dell’uomo, riferibili ad una legislazione data a priori (Critica della ragion pura) e la libertà assoluta dell’azione umana (imperativo categorico Critica della ragion pratica), agendo quasi in maniera retrocessa proprio sulle trattazioni delle precedenti opere; cercando di ricomporre il dualismo Kantiano. Alla stregua l’opera Kantiana propone una vera e propria riflessione sul campo, definito dallo stesso Kant, della “finitezza”, analizzando la capacità di giudizio dell’uomo nel caso in cui quest’ultimo sia impossibilitato a ricondurre problemi e situazioni a forme di casualità necessaria o a principi ultimi della ragione. La Critica del giudizio non è solo mezzo mediatico per ricomporre la frattura fra casualità necessaria e libertà morale, ma anche come luogo di apertura alla “contingenza”, che rimane completamente oscura alla Critica della ragion pura e Pratica.

Parte I

La questione della terza critica kantiana è primariamente quella imperniata sul giudizio riflettente, che affronta il tema relativo alla legittimità dei giudizi di gusto puri. Kant sostiene anzitutto che il giudizio di gusto è un giudizio di tipo soggettivo non nell’accezione di privato ed arbitrario, ma nell’accezione che riguarda la dimensione soggettiva del giudicare che non è individuale ma che può invece essere condivisibile ed accomunare il giudizio dei soggetti giudicanti. Gli unici giudizi considerati arbitrari da Kant sono quelli riguardanti il “gradevole”. I giudizi di gusto puri riguardano invece la disposizione delle facoltà assunte dai soggetti giudicanti di fronte all’oggetto giudicato, armonicamente o disarmonicamente. Soggettivo per Kant → intersoggettivo. Gadamer sosterrà che Kant sia l’apritore della strada dell’autorizzazione dell’estetica.

  • Kant sostiene che il giudizio di gusto puro prescinda dal concetto rappresentato dall’oggetto giudicato, e quindi prescinda dalla conoscenza. È formulato infatti solo attraverso la rappresentazione che produce una disposizione armonica o disarmonica delle facoltà dell’animo. Spostamento dal campo della predicazione → Autonomia data dalla non necessità della conoscenza → frattura gusto estetico / conoscenza.
  • Tuttavia la frattura tra conoscenza e giudizio non è chiara e questo incide sull’automizzazione dell’estetica. Non si occupa infatti solo di temi estetici, ma si riferisce anche a temi riguardanti la conoscenza.

Tavola sinottica

Facoltà dell’animo - Facoltà conoscitive complessive - Principi a priori - Applicazione a:

Facoltà conoscitiva Intelletto Legalità (indagine fisico-scientifica) Natura (Critica della ragion pura 1781-1787)
Sentimento del piacere e dispiacere Capacità di giudizio Finalità Arte (Critica del giudizio 1790)
Facoltà appetitiva (desiderio) Ragione Fine definitivo Libertà (Critica della ragion pratica 1788)

La tavola sinottica introduce al percorso di analisi di Kant nella Critica del giudizio, ed è autografa. Facoltà complessive dell’animo → Sono da intendere non come proprietà ascritte al soggetto o come metafisica della sostanza, ma sono da intendere come modi di accessibilità e relazione al mondo fenomenico.

Analisi della tavola sinottica

  • Critica della ragion pura: Secondo Kant la conoscibilità riguarda esclusivamente ciò che ha radici nella sensibilità. La ragione, secondo Kant, ha la caratteristica di emanciparsi dalla sensibilità producendo idee (dialettica trascendentale). Le idee sono estremamente potenti, idee quindi che non hanno riscontri ultimi nella sensibilità. L’intelletto è una modalità conoscitiva regolata sulla base di forme a priori, ma ancorato nella sensibilità. Fermo al mondo fenomenico, è quindi garanzia di una conoscenza fenomenica circoscritta. La legalità è intesa come conformità a leggi, come casualità necessaria, imputabile secondo Kant al campo della fisica newtoniana.
  • Critica della ragion pratica: Valorizza estremamente la ragione nel campo dell’azione, emancipata dagli interessi e dalle idiosincrasie che renderebbero l’azione non libera ed autonoma. La libertà noumenica dell’azione sta quindi al solo principio a priori dell’imperativo categorico. Il fine definitivo è inteso come termine ultimo del mio agire che assurge al principio di una legislazione data a priori.
  • Critica del giudizio: Nella critica del giudizio l’attenzione è posta nella capacità del giudicare nel contingente, e sulle condizioni di possibilità che abbiamo nel giudicare il contingente. Per Kant, giudicare significa mettere in relazione il particolare con un’universalità. L’universale a cui tuttavia riconduciamo il particolare può non essere già dato; in questo caso il giudizio di gusto è quel giudizio in cui l’universale viene prodotto dalla facoltà dell’immaginazione produttiva per ascriverne particolare percepito (nel caso in cui sia dato, noi sussumiamo e quindi attribuiamo il particolare a categorie universali già date).

L’immaginazione produttiva viene applicata (nel caso in cui il giudizio riflettente non abbia un universale) all’arte, intesa però nella sua accezione non di “arte bella”, ma in quella di tekna, greco, ovvero un qualsiasi tipo di attività produttiva. L’arte e la natura solo se pensata non come regno della causalità necessaria ma come prodotto finalistico di un intelletto divino. Il principio della finalità è inteso come oggettiva o soggettiva, e nel caso dei giudizi di gusto puri essa sarà riferibile solo come finalità oggettiva e senza scopo.

Della capacità di giudizio come facoltà legislatrice a priori

Par. IV
La capacità di giudizio in generale è la facoltà di pensare il particolare come contenuto sotto l’universale. Se è dato quest’ultimo (la regola, il principio, la legge), allora la capacità di giudizio, che sussume sotto di esso il particolare, è determinante (anche se essa, in quanto capacità di giudizio trascendentale, fornisce a priori le condizioni secondo le quali soltanto è possibile sussumere sotto quell’universale). Ma se è dato solo il particolare, per il quale la capacità di giudizio deve trovare l’universale, allora essa è meramente riflettente.

  • Caso delle scienze esatte
  • Azione dei singoli: nella misura in cui l’azione sta sotto la legge morale, ovvero l’imperativo categorico.

Parte II

Kant sostiene quindi che i principi universali con cui determiniamo la natura fisica lasciano completamente intaccate le situazioni particolari del contingente per cui noi dobbiamo trovare le forme di regolarità opportune che però non sono a nostro possesso. È questa quindi la situazione del giudizio riflettente, che deve produrre i nuovi universali, che saranno tuttavia deboli, poiché non legati alla sensibilità l’unica che, essendo circoscritta, può essere una conoscenza sicura. Il giudizio riflettente ha quindi una strutturale debolezza epistemica.

Giudizio riflettente

Il giudizio riflettente è un giudizio non derivato dall’attività di sussumere il particolare ad un universale. È un giudizio creativo, il cui potenziale epistemico è indebolito.

  • Il giudizio di gusto: È un tipo di giudizio derivato dal sentimento di piacere (anche solo di piacevolezza) o dispiacere che una determinata rappresentazione suscita nel soggetto giudicante. Non ha quindi valenza cognitiva.
  • Il giudizio teleologico: È un giudizio basato sull’idea di un ordine unitario della natura, come se questa fosse stata prodotta in vista di un fine. In vista di una rappresentazione alla quale non sia stato attribuito un universale, questo viene prodotto a partire proprio dalla convinzione secondo la quale la natura abbia una finalità, riducendo la dimensione epistemica del giudizio, ovvero la sua valenza conoscitiva (universale inventato), ma al contempo aumentandone il suo potenziale euristico; indagando sulle strutture della natura in un modo che sarebbe precluso nel caso in cui la natura fosse concepita come retta da leggi causali e necessarie.

Il giudizio di gusto: puro e empirico

Giudizio di gusto puro Giudizio di gusto empirico
È un giudizio di gusto espresso quando il soggetto che giudica prescinde dall’interesse per l’esistenza effettiva dell’oggetto giudicato. La purezza del giudizio dipende dal disinteresse. Nella misura in cui il giudizio di gusto puro prescinda dall’interesse nei confronti dell’oggetto giudicato, può assumere la qualità di condivisibilità. Può essere quindi passibile di universalizzazione; non è arbitrario, privato, ma intersoggettivo. È un giudizio di gusto soggettivo nel senso contemporaneo del termine, come organo per il medio del piacevole, di ciò che piace al singolo in relazione alla sua personale predisposizione. Non ha quindi alcuna pretesa di condivisibilità. È un giudizio che ha a che fare con un interesse del soggetto per l’esistenza effettiva dell’oggetto giudicato. Kant sostiene che l’interesse nei confronti dell’esistenza dell’oggetto giudicato inficia in maniera strutturale la possibilità che il giudizio di gusto venga condiviso da altri soggetti giudicanti, poiché vi è un legame arbitrario con il soggetto giudicante.

Giudizio di gusto puro e concetto di bello

Kant sostiene il concetto di bello attraverso quattro categorie fondamentali:

  • La qualità: Bello viene definito ciò che produce un sentimento di piacere senza interesse per l’esistenza dell’oggetto giudicato.
  • La quantità: Bello è quel giudizio di gusto puro universale per tutti i soggetti giudicanti, nella misura in cui tale universalità sia senza concetto, ovvero non inscritta nel concetto che l’oggetto giudicato rappresenta, ma nella comune disposizione armonica delle facoltà dei soggetti giudicanti alle prese con la rappresentazione data.
  • La finalità: È una finalità senza fine, una struttura finalistica senza un fine; la disposizione delle facoltà dell’animo sembra orientata ad un fine, derivato dall’oggetto giudicato che in realtà non pronuncia nessun tipo di necessità.
  • La necessità senza concetto: Il giudizio di gusto puro e disinteressato è necessario, ma non si tratta di una necessità logica bensì estetica, ovvero fondata sulla sensibilità.

Sezione analitica

Par. I pag. 149

Il giudizio di gusto è estetico
Kant sostiene che il giudizio di gusto fa riferimento al sentimento di piacere o dispiacere sensibile (quindi estetico); il soggetto giudicante apprezza non l’oggetto giudicato ma la disposizione armonica o disarmonica delle facoltà dell’animo mentre assistono alla rappresentazione. Ciò comporta il fatto che il giudizio di gusto non comporta alcun contributo alla sfera conoscitiva del soggetto giudicante. La bellezza quindi non è ascritta nelle cose ma deriva dalla relazione del soggetto giudicante con l’oggetto giudicato.

Piacere senza interesse

Par. V

Confronto fra le forme specificamente diverse di compiacimento
“Il giudizio di gusto puro è meramente contemplativo, indifferente all’esserci dell’oggetto giudicato.”

  • Qualità: La qualità del giudizio di gusto. Kant sostiene che l’aspetto contemplativo del giudizio di gusto riguarda la misura in cui è indifferente all’esistenza dell’oggetto che viene giudicato bello; riguarda quindi il carattere disinteressato del giudizio in questione. Il giudizio di gusto puro connette la rappresentazione data alla disposizione delle facoltà dell’animo.

Analisi paragrafo: Il senso di piacere è privato, personale, legato ad idiosincrasie personali, ma soprattutto strettamente connesso all’interesse per l’esistenza dell’oggetto giudicato. Anche nel caso del giudizio morale è impossibile prescindere dal concetto preso in considerazione e quindi giudicato, ciò significa che converge sull’interesse per l’esistenza dell’oggetto giudicato. Al contrario il giudizio di gusto puro, è meramente contemplativo ossia indifferente all’essere di un oggetto, che connette la sua costituzione solo al sentimento del piacere o del dispiacere. La contemplazione non è quindi un tipo di conoscenza. Nell’acontemplazione l’oggetto giudicato è connesso alla disposizione armonica o disarmonica delle facoltà dell’animo, producendo un piacere o un dispiacere libero da bisogni.

Universalità senza concetto

Par. VII

Il bello è ciò che è, senza concetti, viene rappresentato come oggetto di un compiacimento universale.

  • Quantità: Per quali soggetti giudicanti vale? Secondo Kant, il giudizio di gusto, nella misura in cui è puro, è un giudizio che può ambire ad una universalità fondata soggettivamente: il giudizio di gusto può valere per tutti perché essendo fondato sul disinteresse, la disposizione armonica delle facoltà dell’animo del soggetto giudicante può valere per qualsiasi soggetto giudicante che nutra un disinteresse nei confronti dell’oggetto giudicato; l’universalità è spostata quindi sul versante soggettivo della predicazione. Il bello è ciò che piace a tutti poiché derivato dal piacere libero dal giudizio fisiologico e morale, disinteressato. L’universalità secondo Kant è senza concetto, vale per tutti i soggetti che giudicano e deriva dalla sensibilità che l’oggetto giudicato suscita. Il carattere pubblico del giudizio di gusto puro prescinde dalle inclinazioni personali e dà vita al “senso comune”, inteso come sensibilità comune, e non come opinione dei più. La bellezza non è un attributo ascritto nelle cose, ma dipende dalla relazione che intercorre fra me e gli oggetti giudicanti.

Analisi paragrafo: Kant sostiene che il concetto di bello è fondato sul disinteresse, fondato su un piacere libero, non costretto a una facoltà morale o fisiologica. Il soggetto giudicante che prescinde da un interesse che comprometterebbe il giudizio di gusto, può presumere che la propria disposizione armonica possa valere anche per gli altri soggetti giudicanti, ciò sta a fondamento di una universalità soggettiva, ricreabile in ogni soggetto giudicante. Poiché non fondato su un qualche interesse, il soggetto giudicante. Il giudizio di gusto puro quindi per Kant è un giudizio che pretende universalità in maniera legittima, tuttavia solo se slegato da idiosincrasie o vincoli di sorta tra i soggetti giudicanti.

Par. VIII

Un’universalità senza concetto e quindi soggettiva è estetica poiché non riguarda la conoscenza dell’oggetto giudicato ma la disposizione armonica o disarmonica che suscita, dimostrando una quantità oggettiva. La condivisibilità quindi è legittima e non idiosincratica. Kant parla anche di una “voce universale” che si esprimerebbe nel giudizio di gusto puro, riferendosi ad un tipo di compiacimento che si esprimerebbe senza la presupposizione di concetti, di conoscenza rispetto all’oggetto giudicato. Giudizio di gusto è estetico → soggettivo (non privato).

Finalità senza scopo

Il giudizio di gusto è totalmente indipendente dal concetto di perfezione.

Par. XV

L’aspetto della relazione tra il soggetto giudicante e l’oggetto giudicato deriva dalla concezione di arte per Kant, comprendente l’accezione contemporanea di arte ma comprendente anche il senso greco di arte, ovvero teknae, come competenza e sapere pratico; e la natura, nella misura in cui questa sia assimilabile ad un prodotto di un intelletto divino (giudizio teleologico). Nel concetto di relazione tre soggetto giudicante e oggetto giudicato impera il concetto di finalità, senza fine e senza scopo; in un’ottica quasi ossimorica.

  • La finalità esterna o oggettiva: È un tipo di finalità determinata da scopi, e può essere formale (in discipline matematiche e fisiche) o materiale (morale, quindi ad esempio in valore di uguaglianza, giustizia ecc.).
  • Un altro tipo di finalità oggettiva è quella interna, derivata dal concetto di perfezione, intesa come soddisfacimento di tutte le proprietà ascrivibili ad un certo oggetto.
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/04 Estetica

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