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2. Educazione estetica

L'uomo deve essere educato alla bellezza come stimolo di realizzazione di tale ideale dell'umanità

(piena e compiuta)

RIPASSO LEZIONE 3/10/16

Lettere sull’Educazione Estetica dell’Uomo  Pubblicate nel 1795, a soli 5 anni di distanza dalla

pubblicazione della Critica del Giudizio di Kant, è un testo in forma epistolare su cui si proietta

l’ombra del filosofo illuminista avendo una rilevanza cruciale.

L’interrogativo che muove Schiller è un interrogativo diverso da quello di Kant, e riguarda

innanzitutto la situazione politica: il problema per Schiller è comprendere come sia possibile e quali

strade siano percorribili dagli uomini per realizzare una forma di Stato che sia capace di garantire

un pieno e armonico sviluppo dell’umanità. Per fare questo Schiller opta di ricorrere ad una strada

lunga, in quanto la strada breve era quella della rivoluzione politico-sociale e in Francia aveva

avuto conferma come la Rivoluzione fosse sprofondata in una situazione di violenza, finendo per

essere un tragico fallimento. La strada che Schiller propone invece passa attraverso l’arte e la

cultura e, rendendosi pienamente conto che una tale risposta possa sembrare del tutto

inopportuna e marginale, pone la questione in maniera esplicita attraverso il rapporto fra estetica e

politica, un rapporto che passerebbe attraverso una determinata concezione dell’uomo.

Una contraddizione di fondo che viene messo in luce da H.G. Gadamer nel ‘900 è come sia

possibile che uno dei due “padri fondatori” della cultura estetica, cioè di quel tipo di tradizione

culturale che ha portato ad una fatale differenziazione dell’ambito estetico rispetto agli altri ambiti

rilevanti delle forme di vita umane come quello morale, conoscitivo e politico, sia anche il primo a

avvertire come necessaria una rieducazione estetica dell’uomo per riformare la politica stessa?

Come fare a mettere insieme questi elementi? La questione è molto complessa e

come sempre è necessario distinguere fra la lettera del testo schilleriano e la lettera del testo

kantiano dall’influenza storica che questi due autori hanno avuto; occorre anzitutto cercare gli

elementi effettivamente contrastanti nel testo di Schiller. Se Schiller

è chiaro nell’affermare quanto sia necessario perseguire una soluzione al problema politico

attraverso una via estetica, tuttavia il modo in cui persegue questa soluzione è un modo che

sostiene/porta acqua alla tesi di Gadamer che attribuisce a Schiller un ruolo fondamentale nella

soggittivizzazione e differenziazione dell’estetico. Schiller insiste molto sulla necessità di NON

OCCUPARSI delle bellezze empiriche, ma di avvicinarsi alla bellezza da un punto di vista

trascendentale. Questo perché se noi ci fermiamo alle bellezze empiriche non abbiamo criteri di

giudizio validi, cioè non possiamo dirimere tra le bellezze che mano a mano incontriamo quali

siano più valide rispetto a quelle che non sono tali, quale gerarchizzazione stabilire per esse.

Occorre ricorrere ad un concetto trascendentale di bellezza, che è una condizione che ci permette

di giudicare le singole bellezze.

Il cuore della proposta di Schiller riguarda la sua concezione antropologica che avrà molta fortuna

successivamente e che si impernia sulla distinzione fondamentale fra persona e stati, cioè tra un

elemento permanente nella costituzione dell’identità umana e invece una serie di condizioni

mutevoli in cui la persona via via si realizza. A partire da questa distinzione Schiller imbastisce il

suo discorso circa l’esistenza, a livello strutturale nell’uomo, in tutte le forme dell’umanità di due

impulsi/istanze distinti (in tedesco trib) fondamentali che apparentemente sembrano contraddittori,

cioè sembrano escludersi reciprocamente. Schiller però insiste nel sostenere che questa

situazione di apparente contraddittorietà è una situazione storica contingente, relativa al nostro

modo di vivere attuale e non necessaria.

In realtà i due impulsi sono autonomi, diversi fra loro, ma allo stesso tempo simili e non capaci di

escludersi fra loro: a riprova di questo Schiller prende come esempio l’uomo greco, soggetto in

cui questi due impulsi si sarebbero sviluppati in maniera armonica. Schiller persegue una nuova

ricomposizione dell’armonia che però non può essere quella greca.

I due impulsi sono:

1. STOFFTRIEB  Impulso sensibile/della materia che indica anche come SINNETRIB

(impulso come sensibile o per altri sensuale). Impulso in termini strettamente

epistemologici vs chi lo interpreta come un impulso con una dimensione più ampia rispetto

a quella solo epistemologica. La seconda visione è più completa in quanto come abbiamo

visto Schiller intende risolvere il problema politico attraverso un cambiamento

antropologico, ma ridurre l’antropologia in epistemologia è abbastanza estemporaneo

rispetto all’ambiente culturale in cui viveva Schiller. Come secondo elemento vedremo che

l’oggetto dell’impulso sensibile sarà indicato con la vita stessa che viene perseguita

attraverso l’impulso sensibile; la vita non è solo ciò che viene conosciuto ma è presupposta

per conoscere. Un altro aspetto importante è quello sociale in cui Schiller dipinge

continuamente l’uomo contemporaneo e la stessa società dilaniati fra i due impulsi, e

pertanto divisa in ceti sociali che tendono a sviluppare in maniera unilaterale un istinto a

scapito dell’altro.

Questo impulso è legato alla tendenza umana, ma già animale, a soddisfare i propri bisogni.

L’oggetto dell’impulso è il mantenimento della vita, e pertanto cerca soddisfazione fuori dalla

persona nell’ambiente in cui la persona viene a trovarsi. il problema è che il proseguimento

continuo del solo impulso sensibile porta ad una tendenza a dissolvere l’identità della persona, che

è la componente umana che ci differenzia dagli animali: quando perseguiamo solamente questo

impulso non siamo più uomini

2. FORMTRIEB impulso della forma, attraverso cui l’uomo tenta di imprimere un ordine a

tutto ciò che lo circonda. In questo caso non è libero perché non è condizionato da una

necessità esterna ma solamente interna che avverte dentro di sé, ma che lo costringe

comunque. Caratterizza l’umanità rispetto al mondo animale, e tende a spingere l’umano a

liberare l’umanità stessa dai vincoli materiali e a edificare in maniera stabile, quindi non

esposta al cambiamento temporale, la propria identità (attività umana del pensiero e della

volontà).

Un equilibrio di questi due istinti porta ad una liberazione da parte dell’uomo, che

automaticamente secondo il suo ragionamento sfocerebbe in una realizzazione in ambito

politico.

Questa differenziazione degli istinti non è accostabile tout-court alla dicotomia kantiana

sensibilità/intelletto-ragione. In realtà la sensibilità kantiana entrerebbe in tutti e due gli ambiti,

poiché c’è una sensibilità, come nel caso di Schiller, che è indicata come la dispersione del

molteplice ma Kant ci parla di una molteplicità di esperienze che ci colpisce, che però ha già in sé

stessa un ordine (temporale dell’uno dopo l’altro e spaziale dell’uno accanto all’altro); c’è da dire

poi che la necessità fisica è sempre contemperata da Kant. Kant è alle spalle di Schiller ma non

vanno sovrapposti, occorre fare di volta in volte delle distinzioni poiché si ricade in una lettura

solamente epistemologica del dualismo.

COME CREARE UNA MEDIAZIONE TRA I DUE IMPULSI? COME CREARE UN UOMO LIBERO?

Attraverso la CULTURA

La cultura proviene dalla natura in quanto l’uomo naturalmente è un essere culturale ma allo

stesso tempo la cultura fa dell’uomo un essere diverso da uno naturale. La cultura ha la possibilità

quindi, grazie a questa ambivalenza, di produrre una mediazione effettiva fra i due impulsi. Non è

una mediazione in termine di subordinazione di un impulso rispetto ad un altro ma più come una

azione reciproca di contenimento (concetto desunto da Fichte e non da Kant). Che poi tale

mediazione sia effettivamente realizzata da Schiller è un problema aperto. La cultura riuscirebbe a

garantire in primo luogo la sensualità/sensibilità dagli attacchi della libertà, intesa come libertà

morale coercitiva, e dall’altro ad assicurare la personalità contro le forze delle sensazioni.

LINEA DI RISPOSTA AL PROBLEMA POLITICO

LEZIONE 4/10/16

LETTERA XIV

“Siamo stati ormai condotti al concetto di una reciproca azione dei due istinti, in cui l’attività

dell’uno fonda e limita contemporaneamente l’attività dell’altro, e ciascuno raggiunge la sua più alta

manifestazione suprema appunto per il fatto che l’altro è attivo. Questo rapporto reciproco dei due

istinti è, certo, solo un compito della ragione che l’uomo è in grado di adempiere del tutto

unicamente nella perfetta pienezza della sua esistenza. È, nel senso più proprio della parola, l’idea

della sua umanità, di conseguenza un infinito, cui, nel corso del tempo, sempre più egli potrà

avvicinarsi, senza tuttavia mai raggiungerlo.” Istinto del gioco come

impulso mediatore “L’istinto sensuale o sensibile esclude dal

suo soggetto ogni indipendenza e libertà (1); l’istinto formale esclude dal proprio soggetto ogni

dipendenza, ogni passività (2). Ma l’esclusione della libertà è necessità fisica, l’esclusione della

passività è dunque necessità morale. Entrambi gli istinti costringono dunque l’anima: quello con le

leggi della natura, questo con le leggi della ragione. Allora l’istinto del gioco costringerà l’anima

moralmente e fisicamente nello stesso tempo, in quanto gli altri due agiscono uniti in esso (3);

togliendo ogni casualità, toglierà anche ogni costrizione e porrà l’uomo in libertà tanto fisica che

morale. Se noi abbracciamo con passione qualcuno che è degno del nostro disprezzo, sentiamo

penosamente la costrizione della natura. Se proviamo avversione verso un altro che ci impone

rispetto, sentiamo penosamente la costrizione della ragione. Ma quando egli abbia al tempo stesso

suscitato il nostro affetto e guadagnato il nostro rispetto, sparisce tanto la costrizione del

sentimento quanto quella della coscienza, e noi cominciamo ad amarlo, cioè a giocare

contemporaneamente con il nostro affetto e con il nostro rispetto (4)”.

Wechselwirkung. Nella difesa di questa reciproca relazione attiva, per la quale né l’intelletto né la

sensibilità prendono il sopravvento, sì da ingenerare o il razionalismo chiuso o l’empirismo

angusto, né la barbarie né l’irruenza selvaggia, consiste il compito dell’educazione estetica.

1. Il soggetto che mira, solo ed esclusivamente, a soddisfare i suoi soli istinti fisiologici è un

soggetto completamente in balia delle circostanze di un mondo esterno. Perde ogni

autonomia/libertà e invece di agire nel mondo tende a subire.

2. L’istinto formale tende a conferire una forma al mondo esterno, anche là dove nessuna

forma si dà. Questo produce comunque un individuo non-libero.

3. Emerge il concetto di libero gioco delle facoltà di Kant, a proposito delle facoltà stesse che

sarebbero coinvolte nella formulazione del giudizio di gusto. In quel caso le facoltà erano

completamente scollate dalle necessità aderenti al concetto dell’oggetto, ed erano allo

stesso tempo scollate dall’interesse per l’esistenza dell’oggetto considerato. Il gioco/l’istinto

ludico in questo caso è fonte di libertà, non perché annulli ogni libertà tout-court, ma

consente di riproporre le varie necessità sottraendole della loro pesantezza che avrebbero

(e delle conseguenze a cui porterebbero nel mondo reale), consentendo di farle giocare

reciprocamente lasciando che si neutralizzino reciprocamente. La libertà che viene a

delinearsi nell’istinto a giocare, tratto tipico della cultura, è una condizione in cui le due

necessità opposte agiscono contemporaneamente e si annullano, producendo un UOMO

LIBERO capace di giocare con le necessità della vita reale.

ELEMENTI A FAVORE DELLA TESI GADAMERIANA  L’istinto del gioco e il dominio della cultura

ci allontanano dalle nostre attività quotidiane, durante le quali invece siamo combattuti fra le due

necessità. Tutto questo porta ad una dicotomia fra arte e realtà, che è l’oggetto della critica che

Gadamer muove nei confronti di Schiller.

4. Il gioco ha due livelli di significato: il primo è inteso come tipo di libertà derivata dalla

conciliazione delle due opposte necessità fisica e morale, il secondo ha una valenza di

opporre la situazione ludica alla situazione reale mentre noi siamo costretti a rispondere ad

una necessità piuttosto che ad un'altra.

SCHILLER E IL TEMA DELLA BELLEZZA

Uno degli obiettivi di Schiller è proporre una concezione della bellezza che possa essere oggettiva

e valida, tanto che scrive un epistolario incompiuto (chiamato successivamente Callia o Della

Bellezza), e arriva a sostenere cosa intende per bellezza attraverso un processo di astrazione

rispetto alle occorrenze empiriche della bellezza per raggiungere invece una concezione

trascendentale della bellezza, che sembra costituire l’unico criterio possibile per giudicare delle

varie occorrenze. Come avviene questa astrazione? Attraverso la

concezione antropologica, quindi andando ad individuare gli istinti fondamentali che caratterizzano

la forma umana, che fondamentalmente sono due ma storicamente si compongono in diversi modi

(es. nella grecità si compongono armonicamente mentre nella modernità non si compongono,

producendo un forte turbamento e tensione).

Che cosa ogni singolo istinto antropologico persegue? Quale può essere la composizione?

LETTERA XV

Bellezza quale “forma vivente”, come oggetto dell’impulso al gioco, ovvero dell’impulso estetico

“L’oggetto dell'istinto sensibile, espresso in un concetto generale, si chiama vita nel suo più ampio

significato; un concetto che significa tutto l’essere materiale e tutto ciò che è immediatamente

presente nei sensi (1). L’oggetto dell’istinto formale, espresso in un concetto generale, si chiama

forma, nel significato sia improprio che proprio (2): L’oggetto dell’istinto del gioco, presentato in uno

schema generale, dunque, potrà chiamarsi forma vivente: un concetto che serve per la

designazione di tutte le qualità estetiche dei fenomeni e, in una parola, di tutto ciò che si chiama,

nel più ampio significato, bellezza (3).”

1. Occorre evitare una lettura dell’impulso sensibile in termini meramente epistemologici,

poiché l’oggetto dell’istinto è la vita nel suo significato PIU’ AMPIO, e comprende tutta la

conoscenza materiale che si presenta immediatamente ai nostri sensi

2. Da una parte ciò che viene perseguito dall’istino sensuale che è la vita, mentre espresso in

un concetto formale ciò che viene perseguito dall’istinto formale è la forma: noi umani non

ci limitiamo a ricevere meccanicamente dati che provengono dal mondo circostante, ma a

conferiamo loro un ordine (una forma appunto) di qualche tipo per controllarli/governarli. Il

termine che usa Schiller è GHESTRARTE e comprende sotto di sè tutte le qualità delle

cose e tutti i rapporti delle medesime con le forze del pensiero, quindi tutti i tipi di forma che

possiamo incrociare nelle cose e tutte le relazioni ordinate che le cose intrattengono con

noi soggetti

3. La bellezza è l’oggetto dell’istinto ludico, in quanto questo istinto tende a mettere insieme la

ricerca della vita con la ricerca della forma. La ricerca della vita in senso unilaterale ci

porterebbe alla dispersione e ad una materia informe mentre dall’altro lato una ricerca

esclusiva della forma ci porterebbe a una individuazione di un ordine esangue, che non ha

la ricchezza della nostra esperienza; la bellezza è la realizzazione di questi due obiettivi in

maniera contemporanea. Questo concetto non corrisponde a nessuna delle influenze

empiriche/sensibili di bellezza, ma che può costituire un tribunale attraverso il quale si

possono giudicare all’occorrenza le varie bellezze sensibili.

La cultura, contrariamente allo stereotipo che la vede relegata all’ambito del perseguimento

della forma, è ciò che ci consente di attivare un istinto intermedio (quello al gioco) che ci

permette di perseguire la bellezza intesa come forma vivente

Schiller fa un discorso anche su piano di sviluppo ontogenetico, sul quale si dilunga nella lettera

XX e si chiede come l’uomo possa effettivamente passare dalla forma prevalentemente animale a

quella intellettuale-razionale: si ha uno sviluppo storico in cui non si ha una azione contemporanea

dei due istinti, ma il loro affermarsi con il tempo. Dal punto di vista schilleriano nel tempo il primo a

svilupparsi è l’istinto materiale e solo successivamente quello razionale.

“L’uomo non può trascorrere immediatamente dal sentire al pensare, ma deve fare un passo

indietro poiché solo in quanto viene soppressa una alternazione, può subentrare l’alternazione

opposta, per sostituire la passività con l’abilità spontanea, una determinazione passiva con una

attiva, egli al momento deve essere libero da ogni determinazione e attraversare uno stato di libera

determinabilità. In certo modo deve conseguentemente fare ritorno a quello stato negativo di mera

incertezza nel quale si trovava ancor prima che qualcosa facesse impressione sui sensi, e però

quello stato era totalmente vuoto di contenuto ed ora si tratta di conciliare una uguale

indeterminatezza con il massimo contenuto possibile”

Schiller ci sta dicendo che l’uomo non è immediatamente tale e lo diventa solamente all’esplicarsi

al massimo grado dei suoi impulsi, materiali e intellettuali. Il problema è capire come avvenga il

passaggio dagli impulsi materiali/animali, che si occupano di preservare il vivere dell’individuo, a

quelli razionali che spingono insistentemente per dare una forma a tutto ciò che ci circonda? Come

avviene questo passaggio? L’uomo dovrebbe fare un passo indietro per farne uno

avanti Negazione delle determinazioni già date

LETTERA XX

Il carattere libero dello stato estetico quale elemento mediano tra sensibilità e ragione

“L’animo passa dunque dalla sensazione al pensiero attraverso uno stato intermedio, nel quale

sensualità e ragione sono attive contemporaneamente, ma appunto perciò annullano

reciprocamente la loro forza determinante e per mezzo dell’opposizione producono una negazione

(1). Questo stato intermedio, nel quale l’animo non è costretto né moralmente né fisicamente,

eppure è attivo nell’uno e nell’altro modo, merita per eccellenza di chiamarsi uno stato libero (2);

se lo stato di determinazione sensuale si chiama fisico, e lo stato di determinazione razionale si

chiama logico e morale, questo stato di determinabilità reale e attiva deve chiamarsi estetico (3)”

1. Se perseguo solamente la mia sopravvivenza, tendo ad assumere tutte le innumerevoli

determinazioni del mondo esterno che garantiscono solo momentaneamente la

soddisfazione dei miei bisogni. In questo senso sono SOVRADETERMINATO in quanto

accetto senza scegliere qualsiasi tipo di sensazione che io possa trovare nel mondo

esterno. Ma anche l’impulso intellettuale produce una SOVRADETERMINAZIONE, che non

è subita passivamente ma invece forzatamente imposta da me medesimo su ciò che mi

circonda.

2. Per riuscire a conciliare questi due elementi occorre passare per uno STATO INTERMEDIO

in cui questi due tipi di determinazioni siano attivi contemporaneamente e si vanifichino.

Nota alla LETTERA XX

“A quei lettori non del tutto avvezzi al puro significato di questa parola (estetico) per ignoranza

tanto abusata, serva di chiarimento quanto segue: tutte le cose che possono presentarsi nel

fenomeno sono concepibili per quattro profili:

1. una cosa può riferirsi immediatamente al nostro stato sensibile, la nostra esistenza o il nostro

benessere; noi consideriamo la cosa sotto il suo profilo fisico (è in qualche modo rilevante per la

nostra vita, può esserci di aiuto o di ostacolo ma ha un certo significato per noi)

2. può una cosa riferirsi all’intelletto e provocare conoscenza; questa è la sua natura logica (ci

rivolgiamo alla cosa perché vogliamo conoscerla)

3. si può riferire alla nostra volontà ed essere considerata un oggetto di scelta per un essere

razionale; questa è la sua natura morale (la cosa può essere voluta o rifiutata)

4. o infine può riferirsi a tutto l’insieme delle nostre capacità senza costituire un determinato

oggetto per una singola di esse; questa è la natura estetica “(una natura ludica, che lascia agire i

nostri modi consueti di considerare le cose come se fossero privi di conseguenze. Noi

consideriamo le cose da tanti punti di vista ma ognuno di essi non produce delle conseguenze

nella realtà, e proprio per questo ci consente di annullare le sovradeterminazioni di cui siamo

vittime nei nostri rapporti quotidiani con le cose)

RIEPILOGO LEZIONE 04/09/2016

lettera xv che schiller invia al suo mecenate e protettore in cui emerge questa idea di gioco,

l’impulso al gioco che sarebbe mediatore fra gli altri due impulsi. interessante notare che usa lo

stesso termine per definirlo come gli altri due impulsi (materiale e logico) e che si interpone nel

mezzo con l’obbiettivo di azzerarli; da questo punto di vista è rilevabile il fatto come il termine gioco

ha almeno due valenze dal punto di vista schilleriano: una valenza positiva, nel senso che questo

istinto è liberatore derivante dalla neutralizzazione delle opposte necessità, e una valenza di

finzione, di staccare il nostro registro estetico dagli altri modi consueti e reali di considerare le cose

(su cui gadamer sottolineerà molto nella differenziazione fra arte e vita).

la concezione della bellezza che emerge: non limitata alle occorrenze empiriche, proprio per

avvalersi di un criterio per giudicare le varie occorrenza empiriche della bellezza. insiste sin dalle

prime lettere di rivendicare un discorso trascendentale sulla bellezza (che trascende le singole

bellezze empiriche) e come arriva a determinarla? attraverso la strada della concezione

antropologica.

Avevamo cominciato a trattare la lettera xx in cui Schiller pone la questione del passaggio

(sviluppo in termini ontogenetici da una dimensione puramente animale ad una dimensione

intellettuale e razionale) che deve essere compiuto attraverso lo stato estetico: un passaggio

intermedio che comporta la messa in gioco di tutte le modalità possibili in cui ci relazioniamo alle

cose, tale da comportarne l’annullamento. quindi diventano privi di conseguenze, inefficaci. Molto

importante la nota alla stessa lettera e il termine estetico inteso dallo stesso Schiller. I quattro modi

in cui ci riferiamo alle cose: possiamo riferirci alle cose in quanto esistono, in quanto sono presenti

nella loro materialità e nella loro significanza per la nostra esistenza; possiamo considerarle per

conoscerle, per determinarne i concetti; possiamo considerare le cose in quanto sono oggetto di

desiderio o rifiuto, e qui emerge il nostro profilo morale; noi possiamo considerare le cose dal

punto di vista della loro natura estetica, ma non consiste in un profilo con caratteri suoi propri ma

invece fa agire contemporaneamente tutte le varie prospettive in modo tale che si annullino

reciprocamente. Gadamer stigmatizza la separazione dell’arte dalla

vita reale operata da Schiller. Stato estetico come STATO DI MASSIMA INDETERMINATEZZA

(non perché è povero di determinazioni ma ne ha molte; non per difetto ma per eccesso); dietro a

questa concezione dello stato estetico c’è l’idea delle IDEE ESTETICHE KANTIANE (costrutti

dell’immaginazione che non possono mai trovare un riempimento intuitivo adeguato/una

corrispondenza con ciò che noi riusciamo a recepire con la nostra sensibilità, ma non perché

manchino ma perché sono troppo pieni di agganci di cui nessuno è in grado di riempire l’idea

estetica). L’individuo completamente dominato dall’impulso materiale cerca continuamente

soddisfazione ai propri bisogni per via sensibile attraverso l’ambiente che lo circonda, affetto da

una sovra determinazione che però non è mai sufficiente e quindi lo obbliga a ricercare

continuamente determinazioni. Qualcosa di simile, ma di segno opposto, riguarda il perseguimento

esclusivo dell’impulso formale, dove l’uomo per razionale tende a conferire una forma a tutto ciò

che non ce l’ha, producendo determinazioni che hanno una origine interna (e non esterna) ma non

per questo è più libero: non ha la possibilità di “vedere altrimenti” (citando Wittengtein). Lo stato

estetico invece nessuna delle determinazioni che sono necessitanti ci domina, e siam aperti a

nuove possibilità.

5/10/2016

LETTERA XXI

L’indeterminatezza peculiare dello stato estetico

“Nello stato estetico l’uomo è un nulla 1, in quanto si tiene conto del risultato singolo, non della

potenza complessiva, e si prende in considerazione la mancanza di ogni particolare

determinazione in lui. Perciò bisogna dare perfettamente ragione a coloro che dichiarano bello, e

lo stato nel quale esso trasporta l’animo nostro, del tutto indifferenti e infruttuosi riguardo alla

conoscenza e al sentimento 2. Essi hanno pienamente ragione, perché la bellezza non dà alcun

risultato singolo né per la volontà né per l’intelletto, non realizza alcuno scopo singolo né

intellettuale né morale: non scopre nessuna verità, non ci aiuta a compiere nessun dovere, ed è

ugualmente inetta a formare il carattere e a illuminare l’intelletto 3. Con la cultura estetica dunque il

valore personale di un uomo o la sua dignità, in quanto essa non può dipendere che da lui stesso,

rimane ancora completamente indeterminata, e l’uomo non ha raggiunto altro risultato se non

ricevere da parte della natura la possibilità di fare di sé stesso ciò che vuole; gli è completamente

restituita la libertà di essere ciò che deve [..] se ricordiamo che proprio questa libertà gli era stata

tolta dalla costrizione unilaterale della natura e dalla legislazione esclusiva della ragione nel

pensiero, dobbiamo considerare il potere che gli viene restituito nello stato estetico come il più

sublime dei doni, come il dono dell’umanità 4” 1. Schiller specifica che esistono due

tipi di indeterminazione: il primo è quando l’uomo si trova nello stato estetico, il secondo invece è

quando l’uomo si affaccia alla vita e ancora non ha ancora vissuto, quindi potenzialmente potrebbe

essere tutto ma che non è ancora nulla. Stato di indeterminazione vuoto in quanto non ha ancora

conosciuto determinazioni a differenza dello stato di indeterminazione pieno in cui l’individuo ha

tantissime possibilità, nessuna delle quali efficaci, ma proprio per questo rimangono tutte aperte.

2. Schiller conferma quanto affermato da Kant, ossia che il giudizio di gusto puro non ha alcuna

portata epistemologica.

3. Le arti non cambiano nulla, non apportano alcuna modifica a cosa noi sappiamo del mondo

4. L’annullamento delle singole determinazioni, che sono opprimenti e mettono dei paletti alla

libertà dell’uomo, gli consente di giungere alla libertà

LETTERA XXII

Indeterminazione come apertura a ogni possibile determinazione

“Se dunque la disposizione estetica dell’animo deve considerarsi come “nulla” sotto un aspetto,

non appena cioè fissiamo la nostra attenzione sui risultati singoli e determinati, sotto un altro

aspetto deve essere invece reputata come uno stato di suprema realtà, in quanto cioè vi si

consideri l’assenza di ogni limite e la somma delle forze che in essa agiscono in comune. Non si

può quindi nemmeno dar torto a coloro che dichiarano lo stato estetico il più fecondo per la

conoscenza e la moralità”

Se da un lato Kant nega che il giudizio di gusto puro abbia una valenza conoscitiva o morale,

dall’altro ammette che il giudizio riflettente costituisca uno strumento di vivificazione massima delle

potenzialità delle nostro conoscere; non aumenta la nostra conoscenza determinata ma vivifica le

nostre capacità conoscitive.

Da un certo punto di vista lo stato estetico, eppure è foriero di grandi possibilità sia sul piano

conoscitivo che morale

Per concludere analizziamo le parti del testo in cui sono presenti argomenti che paradossalmente

supportano le tesi di Gadamer, e quell’ipotesi secondo cui Schiller avrebbe prodotto una

discontinuità di fondo della cultura estetica così come si stava profilando (idea di una bellezza

separata e a priori rispetto alle singole occorrenze, intenzione di prendere una via trascendentale).

Educazione attraverso l’arte vista come una possibilità di una riforma radicale dello stato, libertà

dello stato estetico vista come completamente autonoma e indipendente rispetto alle condizioni

della nostra vita si realizza

LETTERA XXIII

“È stato espressamente dimostrato che la bellezza non dà alcun risultato è per l’intelletto né per la

volontà, che non si mescola in alcuna funzione né del pensiero né della decisione, che all’una e

all’altra conferisce soltanto la potenza virtuale ma non determina assolutamente nulla circa l’uso

reale della potenza.”

Da un certo punto di vista si è verificato che la bellezza è inefficace, ma questo scollamento della

bellezza alle condizioni date è un elemento positivo.

LETTERA XXVI

“In quanto dunque il bisogno di realtà e l’attaccamento al reale sono solo conseguenze di una

mancanza, indifferenza verso la realtà e disinteresse all’apparenza sono un vero ampliamento

dell’umanità, un passo decisivo verso la cultura”

Solo in questo modo possiamo noi raggiungere un tipo di umanità che sia capace di realizzare una

forma politica armonica Il modo è attraverso l’arte che si scolla dalla realtà

“L’apparenza è estetica solamente quando è schietta, cioè solamente in quanto rinuncia

espressamente ad ogni pretesa di realtà.”

Lo stato estetico è uno stato che può essere pienamente libero rispetto alle necessità che

via via ci si presentano; Gadamer però ci dirà che questa sua dimensione solo apparente e

non reale è anche la strada per la differenziazione dell’estetico.

17/10/2016

GADAMER - VERITÀ E METODO

Introduzione

Il testo fu pubblicato nel 1960 e propone una lettura critica della tradizione estetica da Kant,

Schiller ed Hegel. Gadamer si riferirà soprattutto a Kant e Schiller in una chiave espressamente

critica. Gadamer fu considerato padre dell’ermeneutica filosofica nonostante la sua concezione

della “comprensione” derivi dall’analitica esistenziale, ovvero dalla prima parte del volume di

Heiddeger “Essere e tempo” (1927) nella quale Heiddeger articola un’analisi dell’”esserci” umano

individuando tra gli esistenziali fondamentali quello del “comprendere”. Gadamer intende il

“comprendere”, in Verità e Metodo, non come una modalità specifica tra le altre di “attività umana

“volta alla comprensione dei testi in particolare; quanto piuttosto una delle modalità fondamentali

attraverso le quali l’esistenza si trova “aperta al mondo” (Heiddeger). Gadamer insiste sul

“comprendere” che nelle scienze dello spirito trova la sua peculiarità. “Verità e

metodo “fu un titolo variamente dibattuto soprattutto in relazione al valore attribuibile alla

congiunzione “E” che potrebbe assumere valore congiuntivo o valore avversativo di “O”; poiché il

problema centrale del volume di Gadamer è se la verità si dia solo in un modo, ovvero nel modo

attraverso il quale si dà nelle scienze naturali/positive (quindi in forma metodica) o se vi siano altri

modi attraverso le quali la verità si dà (in forma extra-metodica). Gadamer indagherà quindi ambiti

dell’esperienza del mondo che sfuggono alle scienze positive, in particolare il campo artistico, per

indagare se l’assioma proposta da Kant, secondo il quale l’arte non sia fonte di verità, sia

attendibile. Se ci occupiamo di arte e di

bellezza ci allontaniamo dalla ricerca della verità? Gadamer intraprenderà la sua ricerca quindi

attraverso lo studio della cultura estetica. Gadamer intende mostrare che è proprio la cultura

estetica, profilatasi da Kant e che raggiunse l’apice con Schiller, ad aver prodotto la

separazione dell’estetico: cioè una concezione dell’estetico come ambito separato dal vivere da:

1. dal gioco del vero e del falso [dalla logica e dall’epistemologia (quando si parla di bellezza

non si parla di concetto o verità e di conoscenza)]

2. dalla morale (se si tratta di arte non ha legittimità un giudizio basato su valori morali e

principi etici, l’arte è aldilà della morale).

La tesi della differenziazione dell’estetico dagli altri ambiti della vita si sarebbe verificata a partire

dall’esordio della filosofia Kantiana, ma nonostante tale differenziazione Gadamer propone una

critica di tipo propositivo che articolerà attraverso la nozione di gioco (Kant e Schiller); operata da

Gadamer in una direzione completamente opposta a quella dei suoi predecessori.

PREMESSA: Gadamer affronterà la questione relativa al gusto ed all’erlebnis estetico a partire

da una differenziazione rispetto alla cultura umanistico/rinascimentale: in questo periodo il gusto

sarebbe stato un criterio di giudizio e di discernimento che non assumeva caratteristiche estetiche

ma che si muoveva senza confini netti tra l’estetico e il morale “il gentiluomo è colui che sa

discernere con gusto ciò che è giusto da ciò che è sbagliato”. Il gentiluomo giudicherebbe ciò che

è conveniente in un determinato momento poiché rispondente a criteri di bellezza, giustizia e

moralità (che il concetto di gusto racchiude). Gadamer quindi affermerà che tale concetto di gusto

avrebbe a che fare con un insieme di ambiti (estetico, etico, morale) attraverso il quale tale

concetto potrebbe essere applicato; inconoscibile a separazioni rigide istituite poi da Kant.

Attraverso tale concezione di gusto rinascimentale, Gadamer proporrà una critica dell’estetica

kantiana e schilleriana imperniata sulla nozione di gusto e di erlebnis.

LA NUOVA FONDAZIONE DELL’ESTETICA OPERATA DA KANT “HA FATTO EPOCA”

Pagg.65-67

“[…] siamo dominati dalla filosofia morale di Kant, che ha voluto purificare l’etica da tutti i momenti

estetici e sentimentali. Se si guarda alla parte avuta dalla kantiana Critica del Giudizio nella storia

delle scienze dello spirito, si deve dire che la sua fondazione trascendentale dell’estetica ha avuto

importanti conseguenze in due direzioni, e che rappresenta una vera cesura tra passato e futuro.

Essa significa la rottura di una tradizione, ma anche l’inizio di un nuovo sviluppo: da un lato, ha

ristretto il concetto di gusto al campo entro il quale esso, come principio specifico del giudizio,

poteva rivendicare una validità autonoma e indipendente; e, dall’altro ha con ciò ristretto il concetto

della conoscenza all’uso teoretico e pratico della ragione”

• Per preservare “l’universalità soggettiva del gusto estetico”, Kant avrebbe prodotto una

“radicale soggettivazione” dell’esperienza estetica che “avrebbe fatto epoca”.

• “Dovremo dunque passare attraverso il problema dell’estetica. La funzione trascendentale

che Kant attribuisce al giudizio servì a definire il fenomeno del bello e dell’arte

distinguendolo dalla conoscenza concettuale. Ma ha senso riservare la verità alla

conoscenza concettuale? Non si deve piuttosto anche riconoscere che l’opera d’arte

ha una sua verità?”

Gadamer parla del modo in cui nel mondo tardo umanistico rinascimentale viene difeso il gusto,

scoprendone una radice greca, intesa come capacità di avere buon gusto. Una tesi di questo tipo

risulterebbe strana poiché oggigiorno il gusto è relativizzato solo al concetto di bello, e non di

buono ed opportuno. Non vi è più nel concetto di gusto una forma di oggettività ma esclusivamente

di soggettività legata all’individuo e alle sue idiosincrasie, ma soprattutto siamo legati alla filosofia

morale di Kant che espunge ogni elemento e valenza del gusto come criterio valido in sede etico-

morale: l’opera di differenziazione secondo Gadamer sarebbe cominciata nella Critica della ragion

pratica, dove Kant espunge la legittimità del gusto dall’etica. Kant secondo Gadamer avrebbe fatto

la differenza determinando una vera cesura rispetto al passato realizzando la differenziazione

dell’estetico che Gadamer critica. Kant produrrà:

1. la rottura con la tradizione umanistico/rinascimentale

2. la nascita della cultura umanistica.

Da un lato nella Critica del Giudizio, Kant attribuì al gusto la legittimità nella misura in cui il gusto

si occupi solo dell’ambito della bellezza nel quale il giudizio di gusto poteva rivendicare una validità

autonoma ed indipendente, funzionando da criterio indipendente dal ricorso a qualsiasi altra norma

e giudizio extra-epistemico. Dall’altro invece la conoscenza, che hanno come ambito di

applicazione alle scienze positive, e che sarebbero state rilegate ad un criterio razionale, ovvero

all’imperativo categorico che mira l’espunzione dell’ambito della bellezza e dell’arte. Anche la

morale dovrebbe muoversi solo attraverso l’imperativo categorico.

Sintesi: Kant da un lato avrebbe ristretto il concetto di gusto al regime di bellezza e di arte,

dall’altro avrebbe sanzionato la necessità di parlare di conoscenza. La legittimità della

conoscenza solo in ambito teoretico (Critica della ragion Pura) e pratico (critica della ragion

pratica), emarginandolo all’ambito artistico e della bellezza. Tali azioni sono giustificate dalla

necessità di Kant di preservare l’universalità del giudizio di gusto, che pur essendo estraneo alla

conoscenza poteva valere per tutti. Il giudizio di gusto secondo Kant perveniva non alla

conoscenza dell’oggetto giudicato ma al tipo di relazione intrattenuta tra soggetto giudicante ed

oggetto giudicato in assenza di interesse. Tuttavia tale soggettivizzazione avrebbe prodotto

secondo Gadamer la definitiva separazione dell’estetico da qualsiasi altro ambito, privandolo di

ogni presa conoscitiva del mondo. (nulh dell’indeterminabilità dello stato estetico di Schiller)

Secondo Gadamer tale differenziazione dell’estetico in questi termini deve essere messa in

discussione.

IL CARATTERE TRASCENDENTALE DEL GUSTO

Pagg.68-69

Kant riesce a preservare l’universalità del giudizio di gusto e a mantenere “l’antico nesso tra gusto

e socialità” (il senso comune)

Tuttavia:

“[…] il prezzo pagato da Kant per questa giustificazione della critica nel campo del gusto consiste

nel fatto che egli è costretto a negare al gusto ogni significato conoscitivo. È un principio soggettivo

quello cui egli riduce il senso comune. In esso non si conosce nulla degli oggetti che vengono

giudicati come belli, ma si afferma solo che ad essi corrisponde a priori nel soggetto un sentimento

di piacere. Come si sa, Kant fonda questo sentimento di piacere sulla finalità che la

rappresentazione dell’oggetto possiede nei confronti delle nostre facoltà conoscitive […] Questo

rapporto soggettivamente finale è di fatto per tutti essenzialmente identico, quindi è suscettibile di

essere comunicato e fonda in tal modo la pretesa del giudizio di gusto alla validità universale”.

Ciò che è universalizzabile secondo Gadamer non è una conoscenza ma la condivisibilità della

disposizione armonica dell’animo dei soggetti giudicanti. Il senso comune per Kant è “una

sensibilità” comune e fondata sulla finalità “senza fine”: le facoltà dell’animo assumono una

configurazione armonica come se questa armonia fosse richiesta dall’oggetto giudicato. Il prezzo

della mossa kantiana è mantenere l’universalità del giudizio di gusto negandone ogni

portate e valenza conoscitiva  secondo Gadamer

VERSO IL PRIMATO DEL GENIO SUL GUSTO?

Kant sostiene che la bellezza naturale è superiore alla bellezza artistica, inficiando

sostanzialmente la tesi di Gadamer secondo la quale Kant produce una differenziazione

dell’estetico che non ha a che fare con la conoscenza. Ma Kant distingue la Bellezza libera, ovvero

quella naturale (che prescinde dalla concettualità) dalla bellezza aderente, ovvero quella artistica.

Ma Gadamer sosterrà che invece questo dettato esplicito nasconda molte ambivalenze riguardanti:

1. il rapporto tra genio e gusto

2. l’ideale della bellezza

Bellezza libera- giudizio di gusto puro “Il riconoscimento dell’arte in base alla

fondazione dell’estetica, sul “puro giudizio di

gusto” sembra divenire impossibile […] Si può

comprendere da questo punto di vista

l’introduzione del concetto di genio nelle parti

successive della Critica del Giudizio. (pag. 71)

Bellezza aderente – giudizio di gusto “intellettualizzato”

Partendo dalla considerazione di due tipi di bellezza, il primo universalizzabile e l’altro

caratterizzato da presa conoscitiva, Gadamer sostiene che Kant introduce un tipo di bellezza non

maneggiabile attraverso solo la nozione di gusto (che da sola non conoscerebbe adeguatamente

l’arte), producendo anche l’idea di genio una categoria che possa produrre la bellezza artistica.

Secondo Gadamer nel corso dell’evoluzione della cultura estetica al gusto sarà riservato un ruolo

puramente marginale, mentre al genio l’unica possibilità di pronunciare giudizi ma in Kant i due

criteri si bilancerebbero reciprocamente. Il gusto è pubblico ed il genio è individuale: per questo

motivo riconosco una dimensione pubblica e sociale che perviene alla bellezza; mentre se il gusto

è completamente assorbito dal genio la visione individuale si imporrebbe sul gusto collettivo. I

romantici avrebbero invece prodotto una celebrazione unilaterale del genio sul gusto. Gadamer

afferma quindi che Kant da un lato avrebbe “aperto la strada “identificando la nozione di una

soggettività all’origine di norme che non sono già date ma dall’altra non avrebbe prodotto la

radicale soggettivazione dell’enfasi sul genio.

“Ma questo non è un vero problema di principio, giacché fondamentalmente (in Kant) il gusto sta

sullo stesso piano del genio. (  equilibrio tra le istanze) L’arte del genio consiste nella capacità di

rendere comunicabile il libero gioco delle facoltà conoscitive. ( deve produrre le idee estetiche) A

questo servono le idee estetiche che esso inventa. ( per Kant il genio non è una istanza

primariamente soggettiva ma il talento che esprime regola all’arte che gli perviene dalla natura) La

comunicabilità dello stato d’animo del piacere caratterizzava anche il piacere estetico del gusto. Il

gusto è bensì una facoltà di giudicare, dunque un gusto di riflessione, ma ciò su cui esso riflette è

appunto quello stato d’animo di ravvivamento delle facoltà conoscitive che si verifica sia nel bello

di natura come nel bello artistico. Il significato sistematico del concetto di genio è dunque limitato al

caso specifico del bello artistico, mentre quello del concetto di gusto è universale. ( in Kant vi è un

sostanziale equilibrio ma la cultura estetica aperta da Kant produrrebbe una subordinazione del

gusto da parte del genio)” (pag.79)

L’AFFERMAZIONE DEL PRIMATO DEL GENIO PRESSO I “SUCCESSORI DI KANT”

Pagg.81 e seguenti

“La fondazione delle facoltà del giudizio di gusto estetico su un apriori della soggettività era

destinata ad assumere un significato nuovo von il mutare del senso della riflessione trascendentale

presso i successori di Kant. [..] Già il modo in cui Schiller recepì la Critica del giudizio […]

comportava un venire in primo piano dell’arte rispetto al giudizio e alle facoltà di giudicare (1). Dal

punto di vista dell’arte il rapporto dei concetti kantiani di gusto e di genio subisce una

modificazione radicale. Il concetto più comprensivo doveva divenire quello di genio, e per converso

il fenomeno del gusto doveva perdere valore. (2)” “

L’affermazione kantiana secondo cui “ l’arte bella è arte del genio” diviene così il fondamento di

tutta l’estetica in generale. L’estetica, cioè, è possibile in definitiva solo come filosofia dell’arte (3).”

Se il bello naturale per Kant non è presupposto ad alcun concetto ne impedisce la condivisibilità da

parte di tutti eppure accanto a tal concetto di pulchritudo libera Kant associa un discorso sull’ideale

della bellezza: secondo Kant l’ideale della bellezza naturale sarebbe costituito dalla figura

umana. Gadamer a tal proposito verificherà quanto indipendente da concetto ed interesse sia

questa nozione di ideale della bellezza naturale. secondo Gadamer va delineandosi una

concezione del bello di natura come segno che noi uomini siamo davvero il fine ultimo, lo scopo

supremo della creazione, se la bellezza naturale è bellezza libera senza scopo in realtà

sostenendo che la figura umana è ideale della bellezza sfocerebbe in un discorso creazionistico; in

questo senso l’estetica è una preparazione della teologia. quindi le due parti della critica del

giudizio quella che si occupa del giudizio teleologico e del giudizio di gusto sarebbero molto unite:

il bello naturale trova l’apice nella figura umana in quanto telo massimo della creazione umana che

è prodotto divino. Quando si parla della figura umana in quanto oggetto di ritratto non si tratta di

bellezza naturale, ma di bellezza artistica in quando oggetto di rielaborazione; ma se considero la

figura umana in quanto tale e non trasposta in campo artistico essa è dimostrazione di una

connessione tra la cultura estetica e la teologia; in presenza di una certa idea di fine presupposta.

IL CONCETTO DI ERLEBNIS ESTETICO

Pag.91 e seguenti

Nonostante la critica mossa nei confronti della cultura estetica Gadamer cerca di mantenere una

certa consapevolezza della complessa struttura del trattato Kantiano. Dall’altro lato si sviluppo un

filone che riguarda l’emergere di una concezione “dell’esperienza sui generis”, come se si desse

innanzitutto un’esperienza puramente estetica. In tedesco vi sono due diversi modi di riferirsi

all’esperienza: il termine Erlebnis (che significa vissuto) e che costituirebbe l’unità minima di

coscienza, ed Erfarung. Gadamer si riferirà all’emergere del concetto di Erlebnis (esperienza

-leben= vita e nel linguaggio filosofico va inteso come vissuto, inteso come contenuto della

coscienza, esperienza nella sua connotazione soggettiva) del quale avrebbe trovato una

nozione, nel suo ultimo esito, che meglio mostra l’esistenza dell’erlebnis stesso ovvero

attribuendone una valenza estetica. Secondo Gadamer nella storia del concetto di erlebnis

possono essere individuate due linee fondamentali di sviluppo a partire da Dilthey che si pone tra i

primi la questione delle differenze tra scienze dello spirito e della natura chiedendosi quali siano le

unità minime riconducibili alle scienze dello spirito. i flussi di coscienza

Gadamer individua due aspetti fondamentali insiti nel concetto di Erlebnis (vissuto) affermatosi con

Dilthey, che sarebbe all’origine di un erlebis estetico, differenziato rispetto alle pratiche del

mondo.

1. Aspetto gnoseologico/positivistico: “I dati, però, nel campo delle scienze dello spirito

sono di un tipo speciale, e questo appunto vuole esprimere Dilthey attraverso il concetto di

erlebnis. ( i vissuti esperienziali intra-coscienziali) […] I dati primari (non ulteriormente

analizzabili) a cui si rifà l’interpretazione degli oggetti storici non sono dati forniti

dall’esperimento dalla misurazione, ma da unità significative.(le unità minime delle

esperienze vissute portatrici di significato) Questo vuol dire il concetto di erlebnis: le forme

significanti che incontriamo nelle scienze dello spirito, per quanto inizialmente ci possono

apparire lontane ed incomprensibili, si lasciano riportare a delle unità ultime che

appartengono ai dati della coscienza( l’esperienza vissuta è riconducibile alla coscienza e

costituisce i dati primi su cui si basano le scienze dello spirito, assumendo validità pari a

quelle delle scienze della natura), unità che a loro volta non contengono nulla di estraneo,

di “oggettivo”, che richieda un’interpretazione per essere compreso. Sono le unità

dell’erlebnis, le quali sono anche unità di senso. ( oltre a questa valenza di dato per le

scienze dello spirito l’altro aspetto caratterizzerà la nostra idea comune di esperienza

estetica)”

2. Aspetto panteistico: ( il richiamo al vivere contenuto della parola lo connette solo

all’esperienza estetica) “D’altra parte, però, nel concetto di erlebnis è compreso anche

quello dell’opposizione della vita al concetto. (nella nostra concezione attuale l’idea che

l’esperienza estetica è soggettiva e che implichi una visione immediata irrazionale ed

estranea alla conoscenza convergono.) L’erlebnis ha un’accentuata immediatezza, che si

sottrae a ogni formulazione del suo significato. Tutto ciò che è erlebt, sperimentato e

vissuto, è vissuto in maniera peculiare dall’individuo e di essere in un rapporto ineliminabile

e insostituibile con la totalità di questa vita individuale.”

DALL’ERLEBNIS ALLA DIFFERENZIAZIONE DELL’ESTETICO

Di qui la nozione di un erlebnis estetico: “L’erlebnis estetico non è solo una specie di erlebnis

accanto ad altre, ma rappresenta l’essenza specifica dell’erlebnis in generale.( quando in età

tardo moderna si identifica un’esperienza estetica come peculiare accade che i caratteri più salienti

della nozione di erlebnis si identificano nel vero concetto di esperienza estetica) Come l’opera

d’arte in quanto tale costituisce un mondo a sé, così ciò che è esteticamente sperimentato e

vissuto, come erlebnis, si stacca da tutti i nessi della realtà. Il carattere dell’opera d’arte sembra

essere appunto quello di essere fatta per diventare un erlebnis estetico ( pensando al dipinto

come un qualcosa da esporre e che verrà esperito esteticamente, sviando da qualsiasi altro tipo di

funzione), cioè dunque per trar fuori d’un colpo chi la sperimenta dall’insieme della sua vita

mediante la potenza dell’arte, riportandolo però nello stesso tempo alla totalità della sua esistenza

( riferimento ad Hegel sulle “ statue delle madonne e dei santi” che non sono concepite più come

presenza di dio ma semplicemente come oggetti da ammirare esteticamente.”

 a partire da queste due direzione verrebbe prodotto l’erlebnis estetico ovvero la nostra

idea dell’esperienza del tutto sui generis come esperienza privata, intra-coscienziale ed

essenzialmente irrazionale ed estranea al concetto. Il concetto di erlebnis produce quindi la

differenziazione della cultura estetica, data dall’estraniamento dell’oggetto estetico da

qualsiasi campo tranne da quello estetico.

18/10/2016

RIEPILOGO dell’ultimo punto: Il concetto di erlebnis estetico: In tedesco l’esperienza è espressa

con il termine di erlebnis e di Erfarung, si tratta di due concetti non coincidenti, soprattutto sul

piano filosofico. Erlebnis è tradotto come “esperienza vissuta” ed è stato utilizzato per intendere

l’unità minima di coscienza ed inteso come intra coscienziale volto a fornire il primo dato a partire

dal quale sarebbe possibile costruire la coscienza. Ma Gadamer sottolinea che in questa

concezione l’erlebnis è soggettivo (l’esperienza sarebbe soggettiva) e proprio per tale caratteristica

di intra-coscienzialità sarebbe certa e costituente la base delle scienze dello spirito. C’è una linea

di sviluppo sull’erlebnis che vediamo in linea gnoseologico positivistica: le scienze naturali

ricorrono all’erlebnis in quanto dato soggettivo ed intra coscienziale. l’altra line di caratterizzazione

è quella panteistica: la parola erlebnis contiene “leben” cioè vivere e per questo la ricostruzione di

Gadamer si riferirebbe a contraddistinguere l’esperienza in quanto adesione immediata al vivere,

non veicolata razionalmente. In queste due visioni, confluirebbero nell’erlebnis estetico: il modello

con cui viene caratterizzata in epoca tardo moderna l’esperienza in quanto estetica. Ma la

costruzione dell’erlebnis è funzionale a ricostruire criticamente la cultura estetica e la concezione

dell’arte come ambito separato cui essa ha portato. Di qui Gadamer arriva all’erlebnis estetico

sostenendolo come apice dello sviluppo storico della separazione dell’estetico dagli altri ambiti

dell’esperienziale.

CONTRO LA “CULTURA ESTETICA”

“L’atteggiamento estetico è in generale un atteggiamento adeguato di fronte all’opera d’arte? O

invece ciò che noi chiamiamo “coscienza estetica” è un’astrazione?” ( Gadamer comincia ad

instillare dubbi rispetto al nostro consueto modo di considerare le opere d’arte come qualcosa che

va approcciato attraverso una sensibilità che filtra le caratteristiche formali dell’opera e le forme

d’esperienza. La differenziazione avviene nei contenuti (cioè negli oggetti considerati opere d’arte

e non come ad es. oggetti di culto) e nelle modalità di esperienza. Oggi non facciamo più

esperienza artistica come gli uomini greci, medioevali e rinascimentali.)

“Non si può in ogni caso mettere in dubbio che i grandi periodi della storia dell’arte sono stati

proprio quelli in cui senza alcuna coscienza estetica e senza il nostro concetto di arte si viveva in

mezzo a forme la cui funzione vitale, profana o religiosa, era comprensibile a tutti, senza che si

potesse pensare ad una fruizione puramente estetica di esse. ( Hegel sostiene che la forma d’arte

classica è la forma d’arte in cui il bello si manifesta più armonicamente e più efficacemente, ma

quel tipo di arte appartiene al passato; oggi facciamo esperienza artistica solo basandoci sulle

caratteristiche formali delle opere d’arte) Si può applicare a queste epoche

il concetto di Erlebnis estetico senza impoverirne l’autentica essenza?” (il nostro modo di fare

esperienza artistica è frutto della cultura estetica che sarebbe emersa a partire da Kant)

Di qui Gadamer produce la critica nei confronti della cultura estetica, delineatasi da Kant ai

romantici: la cultura estetica avrebbe prodotto una separazione da ciò che vale esteticamente dal

carattere morale, epistemologico, politico ed etico; quindi da qualsiasi altro campo esperienziale. (

rottura tra la nozione di gusto moderna e la nozione di gusto greca/romantica).

IL RUOLO DI SCHILLER NELL’AFFERMAZIONE DELLA “CULTURA ESTETICA”

Pagg.110 e seguenti

“La svolta che ci separa da Kant sembra trovarsi in Schiller”

Gadamer sostiene che Schiller avrebbe impresso una curvatura decisiva nel processo

d’affermazione della cultura estetica trasformando il concetto trascendentale del gusto in

un’esigenza etica, formulandola come un imperativo: “comportati esteticamente “. Schiller ha

trasformato da presupposto metodico a presupposto di contenuto quella soggettivizzazione

mediante la quale Kant avrebbe inteso giustificare trascendentalmente il giudizio di gusto alla sua

pretesa l’universalità.  Ciò comportò vaste

conseguenze: l’arte è ora arte della bella apparenza opposta alla realtà pratica e pensata in base a

questa opposizione. Schiller considerava l’arte da un punto di vista trascendentale e ciò secondo

Gadamer lo porta a considerare un qualcosa di separato dalla realtà.

“Giacché ora l’arte viene opposta come arte della bella apparenza alla realtà pratica, e pensata in

base a questa opposizione. Al posto del rapporto di positiva complementarietà che definiva fin dai

tempi antichi la relazione di arte e natura, sopravviene ora l’opposizione tra apparenza e realtà.

[…] ( apparenza artistica/realtà data) Quando però il concetto dell’arte è improntato

all’opposizione tra realtà e apparenza, l’orizzonte comprensivo costituito dalla natura viene

dissolto. Quello dell’arte diventa un punto di vista autonomo e l’arte diventa un suo proprio domino.

( punto di vista diverso ed autonomo, che ha norme proprie, non derivate da altre sfere

dell’esperienziale) Dove comanda l’arte, là valgono le leggi della bellezza e i limiti della realtà

vengono superati. ( l’arte diviene autonoma definitivamente, oltre Schiller) È il regno ideale che

va difeso contro tutte le limitazioni, anche contro la tutela moralistica ( religiosa) che

pretendono di esercitare su di esso lo stato e la società. “Il tipo di lettura di Gadamer è tuttavia

molto semplificativo della stesa filosofia schilleriana. La cultura estetica quindi è portatrice della

differenziazione dell’estetico e detentore delle norme in base alle quali possiamo ricorre per

giudicare l’estetico è per l’appunto la coscienza estetica: una soggettività che riproduce e dispone i

propri contenuti. Tutto ciò è determinato dalla coscienza estetica che si sente in diritto di essere

esercitata ovunque ed indipendentemente dalle sue caratteristiche funzionali ecc.

LA COSCIENZA ESTETICA

Pag.114

“Per contro, l’idea della cultura estetica- così come la deriviamo da Schiller- consiste proprio nel

non lasciar valere più alcun criterio oggettivo e nello slegare l’opera d’arte dall’unità del suo

mondo. Espressione di ciò è l’universale estensione del dominio che la coscienza esteticamente

colta rivendica per sé. Tutto ciò a cui essa riconosce “qualità” le appartiene. In questo ambito essa

non opera più delle scelte giacché essa stessa non è più e non vuole più essere qualcosa in base

a cui si possano operare delle scelte. Come coscienza estetica esse è la riflessione che trascende

ogni gusto determinante e determinato, e rappresenta essa stessa una sorta di grado zero di

determinatezza. ( Il riferimento è chiaramente dedicato a Schiller che affermava che lo stato

estetico è uno stato di indeterminatezza) Per essa (per la coscienza estetica) non vale più

l’appartenenza dell’opera d’arte al proprio mondo ma, all’opposto, è la coscienza estetica il centro

di un’esperienza viva in base a cui si misura tutto ciò che è esteticamente valido.” Gadamer in

questo passo afferma che se l’opera d’arte è slegata dall’insieme delle funzioni e degli usi cui

voleva rispondere, l’unica detentrice dei criteri per giudicarla è la coscienza estetica che ha

proposto appunto la differenziazione dell’estetico; su una base di astrazione (sollevandola rispetto

alle connessioni ed ai nessi che ha con “altro”). Oggi parliamo di opere d’arte in sé e per sé,

istituendola come opera d’arte, aldilà della sua funzione (tempio=vita condivisa  prospettiva

funzionale abbandonata)

LE SEDI DELLA SIMULTANEITA’

I musei, le biblioteche, le sale da concerto sono individuati come i luoghi in cui si realizza la

differenziazione dell’estetico, nei quali tutti i prodotti presentati o raccolti appaiono

fondamentalmente simultanei alla coscienza estetica e perdono il loro spessore temporale (ma

anche spaziale e più in generale mondano) che ne caratterizzava la genesi.

Gadamer afferma che la cultura estetica trova delle sedi fisiche, prodotte dall’opera di astrazione

che contribuisce a costruire l’opera d’arte in senso proprio, crea una realtà fisica esterna dove

appunto può manifestarsi. Vengono prodotte delle sedi della simultaneità dove lo spettatore può

agire in maniera indistinta rispetto alle diverse opere poiché ogni connessione dell’opera con il

mondo in cui si è radicata viene dissolto e ciò che è rilevante è esclusivamente il confronto delle

varie opere fra di loro. La coscienza estetica manifesta la sua creatività.

LA CRITICA DI GADAMER ALL’ASTRAZIONE DELLA COSCIENZA ESTETICA

Pag.118 e seguenti

Gadamer chiaramente non è sostenitore dell’erlebnis estetico ma propone tale ricostruzione

per metterlo in discussione e pronunciandosi criticamente circa l’idea che esista una percezione

solo ed esclusivamente estetica.  caso esemplare di assunzione dell’erlebnis estetico come idea

centrale applicabile a mondo artistico ma estensibile ad una qualsiasi situazione: ogni cosa può

essere esperita in termini estetici Gadamer sostiene invece che l’erlebnis sia possessore di una

sovranità estensibile ad ogni direzione. Per Gadamer la nostra esperienza è ricca e generalizzata

ed a rimostranza di ciò fa richiami importanti

1. La percezione implica già sempre cogliere delle relazioni, che sono come tali significative.

(Aristotele) Aristotele ha mostrato come ogni sensazione non sia semplicemente insita

nell’hic et hunc ma che implichi dei riferimenti a generalità più ampie. La percezione è

sempre contornata da generalità e non è una mera associazione di dati sensibili ma è già

un’esperienza significativa.

2. L’idea di una percezione pura quale “reciproco dello stimolo” è un caso limite, mentre

quando non è interpretata come tale è assunzione dogmatica (Scheler e la

Gestaltpsychologie) Il riferimento è a Scheler e alla psicologia della forma che secondo

Gadamer, in maniera indipendente, avrebbero mostrato che una percezione pura intesa

come reciproca dello stimolo è in realtà un’idea limite. È possibile identificare l’unità

atomica dell’esperienza solo in senso tendenziale, ovvero come limite estremo della

percezione.

3. Qualcosa è sempre esperito come qualcosa, in relazione ad un altro in vista del quale è

appunto esperito, da cui prescinde, cui si riferisce, ecc. (circolo ermeneutico di Heiddeger e

implicazioni pragmatiche)

4. La percezione coglie già sempre un significato, l’esperire implica già un comprendere,

mentre le ipotesi di un vedere puro o di un udire puro, cui solo in seguito si aggiungerebbe

un significato sono astrazioni dogmatiche.

19/10/16

RIEPILOGO: L’interpretazione critica che Gadamer propone della cultura estetica che è tradizione

teorica sviluppatasi a partire da Kant e con Schiller e che ha aperto la strada a una concezione

dell’arte e dell’estetico come un qualcosa di separato dall’ambito di ciò di cui possiamo

conoscerne, predicandone verità o falsità, di ciò che riguarda la morale e la politica. Gadamer

mostra la negatività di tale emancipazione artistica che se da un lato ha determinato

l’emancipazione delle opere d’arte dalla religione ad esempio, dall’altro ha determinato una

concezione delle opere d’arte come proprie di una dimensione insulare, isolata rispetto alle altre.

La cultura estetica avrebbe fondamentalmente prodotto una differenziazione dell’estetico che

consiste in una forma di astrazione e di sospensione dei riferimenti e delle connessioni significative

che l’arte intrattiene con la forma di vita nella quale svolge il ruolo significativo assegnatogli (il

tempio: che perde la sua vicinanza alle norme condivise). Tale dissociazione è proposta dalla

coscienza estetica che rinuncia a qualsiasi criterio determinante e l’unico arbitrio è determinato

dalla soggettività che non riconosce la legittimità di nessuna norma a sé estranea. La coscienza

estetica è il massimo risultato dell’affermarsi del primato del genio sul gusto avvenuto nei

successori di Kant. Tale processo di differenziazione avrebbe prodotto poi anche la nascita di

luoghi deputati alla fruizione dell’arte in quanto luoghi separati del vivere e rispetto ai luoghi di

espletamento delle altre funzioni vitali (es. luoghi relativi al lavoro o alla politica). In particolare gli

elementi di fondo che Gadamer critica rispetto al profilarsi di una concezione dell’esperienza

dell’arte rispetto all’erlebnis estetico ovvero come forma di esperienza sui generis distinta da ogni

modalità altra comune. Contro questa Gadamer sostiene che l’esperienza ha caratteri diversi e

non riconducibili all’erlebnis inteso come fenomeno soggettivo e intra coscienziale nel quale la

recezione delle mere forme è avulsa e primaria rispetto alla successiva attribuzione a quelle mere

configurazioni di segni o di suoni. Gadamer sostiene la tesi secondo la quale la nostra

esperienza non è semplificabile dall’erlebnis in quanto più complessa e non riducibile ad un

vissuto soggettivo ed intra coscienziale come mera configurazione formale e neutra ad un

vero significato, attribuibile solo in seconda battuta. Gadamer parla di una non-

differenziazione dell’estetico intendendo la percezione come fin da subito ricca e fin da

subito portatrice di significato, rifacendosi ad autorità importanti. Innanzitutto rifacendosi alla

figura di Aristotele nel “De anima” che ricorda come quando vedo avvicinarsi un uomo vestito da

una tunica bianca non vedo prima una forma bianca e poi rielaborandola come figura umana, ma

vedo prima una figura umana vestita di bianca  correla la relatività con la generalità. Il secondo

riferimento riguarda da un lato Scheler e dall’altro dalla Psicologia della forma che avrebbero

mostrato come la concezione di una percezione avulsa da elementi significativi sia una produzione

artificiale che nel migliore dei casi costituisce un’idea regolativa alla quale ci approssimiamo. L’idea

di una percezione pura è in realtà il termine che noi perseguiamo al fine di perseguire il mondo con

gli occhi di un “innocente”. Il terzo rimando è ad Heiddeger “Essere e tempo”, che nell’analitica

esistenziale introduce categorie imperniate all’esistenza individuando la “comprensione”, in

particolare sostenendo che la nostra esperienza è un’esperienza comprendente qualcosa in

quanto tale, ovvero in quanto ermeneutico. La percezione coglie immediatamente un significato e

l’esperire implica un comprendere mentre le ipotesi di un “vedere puro “sono astrazioni

dogmatiche viene messa un’idea regolativa come se fosse il dato primo della nostra percezione.

Non esiste un’esperienza primaria come mera configurazione di un qualcosa. Sarebbe prodotto da

una certa configurazione. L’erlebnis estetico non è modalità originaria dell’esperienza ma è una

modalità derivata a cui siamo giunti in un’epoca nella quale non “ci inginocchiamo più difronte alle

madonne e ai santi”. Vengono definite sedi della simultaneità, i luoghi di apparizione delle opere

d’arte, in qui l’unico atto possibile allo spettatore è quello del confronto fra opere d’arte, comparate


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Esame: Estetica I
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze del testo letterario e della comunicazione
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giorgiabuso di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Estetica I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Ca' Foscari Venezia - Unive o del prof Dreon Roberta.

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