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Filosofia del diritto - la critica della filosofia del diritto di Hegel Appunti scolastici Premium

Appunti di Filosofia del diritto per l'esame del professor Mazzù sulla critica della filosofia del diritto di Hegel. Gli argomenti trattati sono i seguenti: la religione, le tesi su Feuerbach, la sovrastruttura (dall'Ideologia tedesca), la storia (dal Manifesto), l'alienazione (dai Manoscritti), l'analisi del... Vedi di più

Esame di Filosofia del diritto docente Prof. C. Mazzù

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astrattamente, in opposizione al materialismo, dall'idealismo - che naturalmente non conosce la reale,

sensibile attività in quanto tale -. Feuerbach vuole oggetti sensibili, realmente distinti dagli oggetti del

pensiero: ma egli non concepisce l'attività umana stessa come attività oggettiva. Egli, perciò,

nell'Essenza del cristianesimo, considera come veramente umano soltanto l'atteggiamento teoretico,

mentre la prassi è concepita e fissata solo nel suo modo di apparire sordidamente giudaico. Egli non

comprende, perciò, il significato dell'attività "rivoluzionaria", "praticocritica".

2. La questione se al pensiero umano spetti una verità oggettiva, non è questione teoretica bensì una

questione pratica. Nella prassi l'uomo deve provare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere

immanente del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non realtà del pensiero - isolato dalla prassi - è

una questione meramente scolastica.

3. La dottrina materialistica della modificazione delle circostanze e dell'educazione dimentica che le

circostanze sono modificate dagli uomini e che l'educatore stesso deve essere educato. Essa è costretta

quindi a separare la società in due parti, delle quali l'una è sollevata al di sopra di essa [società]. La

coincidenza del variare delle circostanze dell'attività umana, o auto-trasformazione, può essere

concepita o compresa razionalmente solo come prassi rivoluzionaria.

4. Feuerbach prende le mosse dal fatto dell'auto-estraneazione (l'autoalienazione) religiosa, della

duplicazione del mondo in un mondo religioso e in uno mondano. il suo lavoro consiste nel risolvere il

mondo religioso nel suo fondamento mondano. Ma [il fatto] che il fondamento mondano si distacchi da

se stesso e si costruisca nelle nuvole come un regno fisso ed indipendente, è da spiegarsi soltanto con

l'auto-dissociazione e con l'auto-contraddittorietà di questo fondamento mondano (/di questa base

profana). Questo fondamento deve essere perciò in se stesso tanto compreso nella sua contraddizione,

quanto rivoluzionato praticamente. Pertanto, dopo che, per esempio, la famiglia terrena è stata scoperta

come il segreto della sacra famiglia, è proprio la prima a dover essere dissolta teoricamente e

praticamente.

5. Feuerbach, non soddisfatto dell'astratto pensiero, vuole [aggiungervi] l'intuizione; ma egli non

concepisce la sensibilità come attività pratica umana-sensibile.

6. Feuerbach risolve l'essenza religiosa nell'essenza umana. Ma l'essenza umana non è qualcosa di

astratto che sia immanente all'individuo singolo. Nella sua realtà essa è l'insieme dei rapporti sociali.

Feuerbach, che non penetra nella critica di questa essenza reale, è perciò costretto: 1) ad astrarre dal

corso della storia, a fissare il sentimento religioso per sé, ed a presupporre un individuo umano astratto

- isolato. 2) L'essenza può dunque [da lui] esser concepita soltanto come "genere", cioè come

universalità interna, muta, che leghi molti individui naturalmente.

7. Feuerbach non vede dunque che il "sentimento religioso" è esso stesso un prodotto sociale e che

l'individuo astratto, che egli analizza, appartiene ad una forma sociale determinata.

8. Tutta la vita sociale è essenzialmente pratica. Tutti i misteri che trascinano la teoria verso il

misticismo trovano la loro soluzione razionale nella prassi umana e nella comprensione di questa

prassi.

9. Il punto più alto cui giunge il materialismo intuitivo, cioè il materialismo che non intende la

sensibilità come attività pratica, è l'intuizione degli individui singoli e della società borghese.

10. Il punto di vista del vecchio materialismo è la società borghese, il punto di vista del materialismo

nuovo è la società umana o l'umanità sociale.

11. I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo ma si tratta di trasformarlo.

la "pars costruens"

la sovrastruttura (dall'Ideologia tedesca)

Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè, la classe che è la potenza

materiale dominante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante. La classe che

dispone dei mezzi della produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della

produzione intellettuale, cosicché ad essa in complesso sono assoggettate le idee di coloro ai quali

mancano i mezzi della produzione intellettuale. Le idee dominanti non sono altro che l'espressione

ideale dei rapporti materiali dominanti, sono i rapporti materiali dominanti presi come idee: sono

dunque l'espressione dei rapporti che appunto fanno di una classe la classe dominante, e dunque sono le

idee del suo dominio. Gli individui che compongono la classe dominante posseggono fra l'altro anche la

coscienza, e quindi pensano; in quanto dominano come classe e determinano l'intero ambito di un'epoca

storica, è evidente che essi lo fanno in tutta la loro estensione, e quindi fra l'altro dominano anche come

pensanti, come produttori di idee che regolano la produzione e la distribuzione delle idee del loro

tempo; è dunque evidente che le loro idee sono le idee dominanti dell’epoca. Ad esempio in un periodo

e in un paese in cui potere monarchico, aristocrazia e borghesia lottano per il potere, il quale quindi è

diviso, appare come idea dominante la dottrina della divisione dei poteri, dottrina che allora viene

enunciata come “legge eterna”.

la storia (dal Manifesto)

Uno spettro s'aggira per l'Europa - lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si

sono alleate in una santa battuta di caccia contro questo spettro: papa e zar, Metternich e Guizot,

radicali francesi e poliziotti tedeschi.

Quale partito d'opposizione non è stato tacciato di comunismo dai suoi avversari governativi, qual

partito d'opposizione non ha rilanciato l'infamante accusa di comunismo tanto sugli uomini più

progrediti dell'opposizione stessa, quanto sui propri avversari reazionari?

Da questo fatto scaturiscono due specie di conclusioni. Il comunismo è di già riconosciuto come

potenza da tutte le potenze europee.

È ormai tempo che i comunisti espongano apertamente in faccia a tutto il mondo il loro modo di

vedere, i loro fini, le loro tendenze, e che contrappongano alla favola dello spettro del comunismo un

manifesto del partito stesso.

A questo scopo si sono riuniti a Londra comunisti delle nazionalità più diverse e hanno redatto il

seguente manifesto che viene pubblicato in inglese, francese, tedesco, italiano, fiammingo e danese.

La storia di ogni società esistita fino a questo momento è storia di lotte di classi.

Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni,

e condussero una

in breve, oppressori e oppressi, furono continuamente in reciproco contrasto,

lotta ininterrotta, ora latente ora aperta; lotta che ogni volta è finita o con una trasformazione

rivoluzionaria di tutta la società o con la comune rovina delle classi in lotta. [... ]

La borghesia moderna è essa stessa il prodotto d'un lungo processo di sviluppo, d'una serie di

rivolgimenti nei modi di produzione e di traffico. [...]

La borghesia ha avuto nella storia una parte sommamente rivoluzionaria.

Dove ha raggiunto il dominio, la borghesia ha distrutto tutte le condizioni di vita feudali, patriarcali,

idilliche. Ha lacerato spietatamente tutti i variopinti vincoli feudali che legavano l'uomo al suo

superiore naturale, e non ha lasciato fra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse, il freddo

“pagamento in contanti”. Ha affogato nell'acqua gelida del calcolo egoistico i sacri brividi

dell'esaltazione devota, dell'entusiasmo cavalleresco, della malinconia filistea. Ha disciolto la dignità

personale nel valore di scambio e al posto delle innumerevoli libertà patentate e onestamente

conquistate, ha messo, unica, la libertà di commercio priva di scrupoli. In una parola: ha messo lo

sfruttamento aperto, spudorato, diretto e arido al posto dello sfruttamento mascherato d'illusioni

[...]

religiose e politiche.

La borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, i rapporti

di produzione, dunque tutti i rapporti sociali. [...]

I rapporti borghesi di produzione e di scambio, i rapporti borghesi di proprietà, la società borghese

moderna che ha creato per incanto mezzi di produzione e di scambio così potenti, rassomiglia allo

Sono decenni ormai

stregone che non riesce più a dominare le potenze degli inferi da lui evocate.

che la storia dell'industria e del commercio è soltanto storia della rivolta delle forze produttive moderne

contro i rapporti moderni della produzione, cioè contro i rapporti di proprietà che costituiscono le

condizioni di esistenza della borghesia e del suo dominio. Basti ricordare le crisi commerciali che col

loro periodico ritorno mettono in forse sempre più minacciosamente l'esistenza di tutta la società

borghese. Nelle crisi commerciali viene regolarmente distrutta non solo una gran parte dei prodotti

ottenuti, ma addirittura gran parte delle forze produttive già create. Nelle crisi scoppia una epidemia

sociale che in tutte le epoche anteriori sarebbe apparsa un assurdo: l'epidemia della sovrapproduzione.

La società si trova all’improvviso ricondotta a uno stato di momentanea barbarie; sembra che una

carestia, una guerra generale di sterminio le abbiano tagliato tutti i mezzi di sussistenza; l'industria, il

commercio sembrano distrutti. E perché! Perché la società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di

sussistenza, troppa industria, troppo commercio. Le forze produttive che sono a sua disposizione non

servono più a promuovere la civiltà borghese e i rapporti borghesi di proprietà; anzi, sono divenute

troppo potenti per quei rapporti e ne vengono ostacolate, e appena superano questo ostacolo mettono in

disordine tutta la società borghese, mettono in pericolo l'esistenza della proprietà borghese. I rapporti

borghesi sono divenuti troppo angusti per poter contenere la ricchezza da essi stessi prodotta. Con quale

mezzo la borghesia supera le crisi? Da un lato, con la distruzione coatta di una massa di forze

produttive; dall'altro, con la conquista di nuovi mercati e con lo sfruttamento più intenso dei vecchi.

Dunque, con quali mezzi? Mediante la preparazione di crisi più generali e più violente e la diminuzione

dei mezzi per prevenire le crisi stesse. A questo momento le armi che sono servite alla borghesia per

atterrare il feudalesimo si rivolgono contro la borghesia stessa.

Ma la borghesia non ha soltanto fabbricato le armi che le porteranno la morte; ha anche generato gli

uomini che impugneranno quelle armi: gli operai moderni, i proletari.” (Manifesto, 54/65)

la alienazione (dai Manoscritti)

Secondo Marx il lavoratore, nella società capitalistica, subisce una quadruplice forma di alienazione:

del che gli è estraneo e anzi nemico

prodotto

• dell'attività (forzata e costrittiva, strumento per fini estranei)

lavorativa

• della (dato che questa realtà è essenzialmente capacità produttiva, prassi; ne

sua stessa realtà

• segue che il lavoratore si sente bestia quando dovrebbe sentirsi uomo, cioè sul lavoro, mentre si

sente uomo quando dovrebbe sentirsi bestia, cioè nelle attività comuni agli animali, come

mangiare e procreare, che restano gli unici spazi non alienati)

degli altri

“Noi partiamo da un fatto dell'economia politica, da un fatto presente. L'operaio diventa tanto più

povero quanto maggiore è la ricchezza che produce, quanto più la sua produzione cresce di potenza e

di estensione. L'operaio diventa una merce tanto più vile quanto più grande è la quantità di merce che

produce. La svalorizzazione del mondo umano cresce in rapporto diretto con la valorizzazione del

mondo delle cose. Il lavoro non produce soltanto merci; produce se stesso e l'operaio come una merce,

e proprio nella stessa proporzione in cui produce in generale le merci.

[a.il Questo fatto non esprime altro che questo: l'oggetto che il lavoro produce, il prodotto

prodotto]

del lavoro, si contrappone ad esso come un essere estraneo, come una potenza indipendente da colui

che lo produce. Il prodotto del lavoro è il lavoro che si è fissato in un oggetto, è diventato una cosa, è

l'oggettivazione del lavoro. La realizzazione del lavoro è la sua oggettivazione.

Questa realizzazione del lavoro appare nello stadio dell'economia privata come un annichilimento

dell'operaio, l'oggettivazione appare come perdita e asservimento dell'oggetto, l'appropriazione come

estraniazione, come alienazione.

[b.l'attività Sinora abbiamo considerato l'estraniazione, l'alienazione dell'operaio da un

lavorativa]

solo lato, cioè abbiamo considerato il suo rapporto coi prodotti del suo lavoro. Ma l'estraniazione si

mostra non soltanto nel risultato, ma anche nell’atto della produzione, entro la stessa attività produttiva.

Come potrebbe l'operaio rendersi estraneo nel prodotto della sua attività, se egli non si estraniasse da se

stesso nell'atto della produzione? Il prodotto non è altro che il resumé dell'attività, della produzione.

Quindi, se prodotto del lavoro è l'alienazione, la produzione stessa deve essere alienazione attiva,

alienazione dell'attività, l'attività della alienazione. [...]

E ora, in che cosa consiste l'alienazione del lavoro? Consiste prima di tutto nel fatto che il lavoro è

esterno all'operaio, cioè non appartiene al suo essere, e quindi nel suo lavoro egli non si afferma, ma si

nega, si sente non soddisfatto, ma infelice, non sviluppa una libera energia fisica e spirituale, ma

sfinisce il suo corpo e distrugge il suo spirito. Perciò l'operaio solo fuori del lavoro si sente presso di sé;

e si sente fuori di sé nel lavoro. È a casa propria se non lavora; e se lavora non è a casa propria. Il suo

lavoro quindi non è volontario, ma costretto, è un lavoro forzato. Non è quindi il soddisfacimento di un

bisogno, ma soltanto un mezzo per soddisfare bisogni estranei. La sua estraneità si rivela chiaramente

nel fatto che non appena vien meno la coazione fisica o qualsiasi altra coazione, il lavoro viene fuggito

come la peste. Il lavoro esterno, il lavoro in cui l'uomo si aliena, è un lavoro di sacrificio di se stessi, di

mortificazione. Infine l'esteriorità del lavoro per l'operaio appare in ciò che il lavoro non è suo proprio,

ma è di un altro. Non gli appartiene, ed egli, nel lavoro, non appartiene a se stesso, ma ad un altro.(..)

Ora dobbiamo ancora ricavare dalle due determinazioni sin qui descritte una terza determinazione del

lavoro estraniato. [...]

la ] Poiché il lavoro estraniato rende estranea all'uomo 1)la natura e 2)l'uomo

[c. sua stessa realtà

stesso, la sua propria funzione attiva, la sua attività vitale, esso rende estraneo all'uomo la specie, fa

della vita della specie un mezzo della vita individuale. In primo luogo il lavoro rende estranea la vita

della specie e la vita individuale, in secondo luogo fa di quest'ultima nella sua astrazione uno scopo

della prima, ugualmente nella sua forma astratta ed estraniata.

Infatti il lavoro, l’attività vitale, la vita produttiva stessa appaiono all'uomo in primo luogo soltanto

come un mezzo per la soddisfazione di un bisogno, del bisogno di conservare l'esistenza fisica. Ma la

vita produttiva è la vita della specie. E la vita che produce la vita. In una determinata attività vitale sta

interamente il carattere di una species, sta il suo carattere specifico; e l'attività libera e cosciente è il

carattere dell'uomo. La vita stessa appare soltanto come mezzo di vita. [...]

[d. gli Soltanto nella trasformazione del mondo oggettivo l'uomo si mostra quindi realmente

altri]

come un essere appartenente ad una specie. Questa produzione è la sua vita attiva come essere

appartenente ad una specie. Mediante essa la natura appare come la sua opera e la sua realtà. L'oggetto

del lavoro è quindi l'oggettivazione della vita dell’uomo come essere appartenente a una specie in

quanto egli si raddoppia, non soltanto come nella coscienza, intellettualmente, ma anche attivamente,

realmente, e si guarda quindi in un mondo da esso creato. Perciò il lavoro estraniato strappando

all'uomo l'oggetto della sua produzione, gli strappa la sua vita di essere appartenente ad una specie, la

sua oggettività reale specifica e muta il suo primato dinanzi agli animali nello svantaggio consistente

nel fatto che il suo corpo inorganico, la natura, gli viene sottratta.”

K. MARX, Manoscritti economico-filosofici del 1844, 71/9)

l'analisi del capitalismo

La merce come valore d'uso e valore di scambio


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Filosofia del diritto per l'esame del professor Mazzù sulla critica della filosofia del diritto di Hegel. Gli argomenti trattati sono i seguenti: la religione, le tesi su Feuerbach, la sovrastruttura (dall'Ideologia tedesca), la storia (dal Manifesto), l'alienazione (dai Manoscritti), l'analisi del capitalismo, il comunismo.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Messina - Unime
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeria0186 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del diritto e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Messina - Unime o del prof Mazzù Carlo.

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