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Critica della filosofia del diritto di Hegel

Per la Germania la critica della religione è terminata, e la critica della religione è il presupposto di ogni critica. Il sussistere di una profana illusione è compromesso da quando è stata confutata la sua sacra oratio pro aris et locis. L'uomo, che nella realtà fantastica del Cielo, dove aveva creato un superuomo, non trovò che il riflesso di se stesso, non sarà più disposto ad accontentarsi soltanto dell'immagine di sé, soltanto della negazione dell'uomo, là dove cerca e deve cercare la sua vera realtà.

Il fondamento della critica irreligiosa è questo: è l'uomo che fa la religione, non la religione che fa l'uomo. E precisamente la religione è la coscienza di sé e la consapevolezza del proprio valore dell'uomo, il quale o non ha ancora acquistato la propria autonomia o l'ha già perduta. Ma l'uomo non è un essere astratto che vaga fuori del mondo. L'uomo non è altro che il mondo dell'uomo, lo Stato, la società. Questo Stato, questa società producono la religione, che è una conoscenza capovolta del mondo, appunto perché essi costituiscono un mondo capovolto. La religione è la teoria generale di questo mondo, il suo compendio enciclopedico, la sua logica in forma popolare, il suo point d'honneur spiritualistico, il suo entusiasmo, la sua sanzione morale, il suo solenne completamente, il fondamento generale della sua consolazione e giustificazione. Essa è la realizzazione fantastica dell'essere umano (...). La lotta contro la religione è quindi, indirettamente, la lotta contro quel mondo la cui quintessenza spirituale è la religione.

La miseria religiosa è, da un lato, l'espressione della miseria effettiva e, dall'altro, la protesta contro questa miseria effettiva. La religione è il gemito della creatura oppressa, l'animo di un mondo senza cuore, cosa com'è lo spirito d'una condizione di vita priva di spiritualità. Essa è l'oppio per il popolo. La soppressione della religione quale felicità illusoria del popolo è il presupposto della sua vera felicità. La necessità di rinunciare alle illusioni riguardanti le proprie condizioni, è la necessità di rinunciare a quelle condizioni che hanno bisogno di illusioni. La critica della religione è dunque, in germe, la critica della valle di lacrime di cui la religione è l'aureola sacra.

La critica non ha strappato dalla catena i fiori immaginari perché l'uomo continui a portare quella catena spoglia di ogni abbellimento fantastico e di ogni speranza, ma perché la getti via da sé e colga il vivo fiore. La critica della religione disinganna l'uomo perché rifletta, agisca, si formi la sua realtà come un uomo disilluso, giunto in possesso della ragione, e perché si muova attorno a se stesso e quindi attorno al suo vero sole. La religione non è che un sole illusorio, che si muove attorno all'uomo finché questi non giunge a muoversi attorno a se stesso.

Compito della storia e della filosofia

È dunque compito della storia fissare la verità del mondo di qua, dopo che si è dileguato l'aldilà della verità. È anzitutto compito della filosofia, operante al servizio della storia, di smascherare l'alienazione che l'uomo fa di se stesso nelle sue forme profane, dopo che la forma sacra dell'umana alienazione di se stesso è stata smascherata. La critica del Cielo si trasforma così nella critica della terra, la critica della religione in quella del diritto, la critica della teologia in quella della politica.

L'esposizione seguente - un contributo a questo lavoro non si attiene per ora all'originale, ma a una copia, alla filosofia tedesca dello Stato e del diritto, e ciò per la sola ragione che questa filosofia si adegua perfettamente alla Germania.

Status quo germanico

Anche se ci si volesse allacciare allo status quo germanico, sia pure nel solo modo opportuno, cioè negativo, il risultato rimarrebbe pur sempre un anacronismo. Persino la negazione del nostro attuale stato politico si trova già come un fatto sorpassato nel ripostiglio della storia dei popoli moderni. Anche se respingo i codini incipriati, mi restano ancora quelli non incipriati. Se respingo le condizioni politiche della Germania del 1843, mi trovo, secondo il calendario francese, appena nell'anno 1789, e quindi ancor più lontano dal punto locale dell'attualità.

Anzi, la storia germanica si vanta di un movimento che nessun popolo della storia le aveva additato e che nessuno imiterà. E cioè che noi abbiamo condiviso le restaurazioni dei popoli moderni senza condividerne le rivoluzioni. Da noi si ebbe la restaurazione, in primo luogo perché altri popoli arrischiarono una rivoluzione, e in secondo luogo perché altri popoli subirono una controrivoluzione; la prima volta, perché i nostri padroni avevano paura, e la seconda volta, perché i nostri padroni non avevano paura. Noi, con a capo i nostri pastori, ci trovammo una sola volta in compagnia della libertà, e fu il giorno delle sue esequie.

Emancipazione in Francia e Germania

In Francia basta che uno rappresenti qualche cosa perché voglia essere tutto. In Germania non è lecito essere qualche cosa, se non si ha rinunciato a tutto. In Francia l'emancipazione parziale è il fondamento di quella universale. In Germania l'emancipazione universale è la conditio sine qua non di ogni emancipazione parziale. In Francia è la realtà, in Germania l'impossibilità d'una liberazione graduale, che deve far scaturire la libertà totale.

In Francia ogni classe del popolo è idealista in politica e non si considera in primo luogo come classe particolare, ma come rappresentante dei bisogni sociali in genere. La parte dell'emancipatore del popolo francese passa quindi, secondo il turno, in drammatico movimento, dall'una all'altra classe, finché giunga a quella, che non realizzi più la libertà sociale sotto la premessa di certe condizioni esistenti al di fuori dell'uomo, per quanto create dalla società umana, bensì organizzi tutte le condizioni dell'esistenza umana sotto la premessa della libertà sociale.

In Germania invece, dove la vita pratica è altrettanto priva di spiritualità come la vita spirituale è priva di praticità, nessuna classe della società sente il bisogno e la capacità dell'emancipazione generale, finché non vi sia costretta dalla sua situazione immediata, dalla necessità materiale, dalle sue proprie catene.

Possibilità di emancipazione tedesca

Dov'è, dunque, la possibilità positiva d'una emancipazione tedesca? Risposta: nella formazione d'una classe gravata da catene radicali; di una classe della società borghese, che in realtà non è una classe della società borghese; di un ceto che coincide con il decomporsi di tutti i ceti; di una sfera sociale che possiede carattere universale per aver subìto sofferenze universali e non pretende alcun diritto particolare, perché nessuna ingiustizia particolare, ma la piena ingiustizia è stata perpetrata contro di essa; di una sfera che non può più vantare un titolo storico, ma solo il titolo umano, e che non si trova in contrasto unilaterale con le conseguenze, ma in contrasto universale con le premesse dello Stato tedesco, di una sfera, infine, che non si può emancipare senza emanciparsi da tutte le altre sfere della società, emancipando insieme tutte quante, e che, in una parola, rappresenta la totale perdita dell'uomo e può quindi ritrovare se stessa col totale riscatto dell'uomo. Questa decomposizione della società, identificata in un ceto particolare, è il proletariato.

Quando il proletariato annuncia il dissolvimento dell'ordine finora esistente, rivela solo il segreto della sua propria esistenza, poiché esso è il dissolvimento effettivo di quest'ordine mondiale. Quando il proletariato chiede la negazione della proprietà privata, eleva a principio della società solo ciò che la società aveva elevato a suo principio, ciò che nel proletariato è incarnato, senza il proprio intervento, quale risultato negativo della società. Il proletariato ha, di fronte al mondo che sorge, lo stesso diritto che ha il re tedesco di fronte al mondo già costituito, quando chiama suo il popolo, come chiama suo il proprio cavallo. Il re, proclamando il popolo sua proprietà privata, esprime solo che il proprietario è re.

Come la filosofia trova nel proletariato le sue armi materiali, così il proletariato trova nella filosofia le sue armi spirituali, e non appena il fulmine del pensiero sarà disceso sino al fondo genuino di questo popolo, si compirà l'emancipazione dei Tedeschi riassunti alla dignità di uomini.

Le tesi su Feuerbach

  • Il difetto capitale di ogni materialismo fino ad oggi (compreso quello di Feuerbach) è che l'oggetto, la realtà, la sensibilità, vengono concepiti solo sotto la forma dell'oggetto o dell'intuizione; ma non come attività umana sensibile, prassi; non soggettivamente. Di conseguenza il lato attivo fu sviluppato astrattamente, in opposizione al materialismo, dall'idealismo - che naturalmente non conosce la reale, sensibile attività in quanto tale -. Feuerbach vuole oggetti sensibili, realmente distinti dagli oggetti del pensiero: ma egli non concepisce l'attività umana stessa come attività oggettiva. Egli, perciò, nell'Essenza del cristianesimo, considera come veramente umano soltanto l'atteggiamento teoretico, mentre la prassi è concepita e fissata solo nel suo modo di apparire sordidamente giudaico. Egli non comprende, perciò, il significato dell'attività "rivoluzionaria", "praticocritica".
  • La questione se al pensiero umano spetti una verità oggettiva, non è questione teoretica bensì una questione pratica. Nella prassi l'uomo deve provare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere immanente del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non realtà del pensiero - isolato dalla prassi - è una questione meramente scolastica.
  • La dottrina materialistica della modificazione delle circostanze e dell'educazione dimentica che le circostanze sono modificate dagli uomini e che l'educatore stesso deve essere educato. Essa è costretta quindi a separare la società in due parti, delle quali l'una è sollevata al di sopra di essa [società]. La coincidenza del variare delle circostanze dell'attività umana, o auto-trasformazione, può essere concepita o compresa razionalmente solo come prassi rivoluzionaria.
  • Feuerbach prende le mosse dal fatto dell'auto-estraneazione (l'autoalienazione) religiosa, della duplicazione del mondo in un mondo religioso e in uno mondano. Il suo lavoro consiste nel risolvere il mondo religioso nel suo fondamento mondano. Ma [il fatto] che il fondamento mondano si distacchi da se stesso e si costruisca nelle nuvole come un regno fisso ed indipendente, è da spiegarsi soltanto con l'auto-dissociazione e con l'auto-contraddittorietà di questo fondamento mondano (/di questa base profana). Questo fondamento deve essere perciò in se stesso tanto compreso nella sua contraddizione, quanto rivoluzionato praticamente.
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Scienze giuridiche IUS/20 Filosofia del diritto

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