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Storia della guerra fredda

Presentazione

Nessuno voleva una guerra fredda, nessuno l'aveva pianificata e nessuno dei protagonisti l'aveva davvero prevista, per lo meno nelle forme rigide che poi assunse. Ciò che si andava delineando nei mesi conclusivi della Seconda guerra mondiale era un'inedita geografia di potenza in cui Stati Uniti e Unione Sovietica primeggiavano. Gli assunti ideologici e i paradigmi culturali dei protagonisti ebbero un ruolo determinante: additavano la direzione in cui ciascuno intendeva procedere, ed erano le lenti attraverso cui si giudicavano le mosse altrui, si tentava di indovinare le possibili concatenazioni di eventi futuri, si soppesavano i pericoli evidenti o potenziali.

L'URSS di Stalin non poteva concepire la coesistenza internazionale se non in chiave intrinsecamente conflittuale, il governo degli Stati Uniti, insieme a larga parte delle élite europee, si convinse che una ferma contrapposizione ai sovietici fosse la via più efficace, e meno pericolosa, per promuovere interessi, ideali e identità di una coalizione occidentale che prese a definirsi come "mondo libero". Fu allora che la guerra fredda prese forma.

Origini della guerra fredda, 1944-1949

Ciò che si andava delineando nei mesi conclusivi della Seconda guerra mondiale era un’inedita geografia di potenza in cui gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica primeggiavano. Infatti, l’URSS di Stalin non poteva concepire la coesistenza internazionale se non in chiave intrinsecamente conflittuale. Il governo degli Stati Uniti, invece, si convinse che una ferma contrapposizione ai sovietici fosse la via più efficace per promuovere interessi, ideali e identità di una coalizione occidentale.

La Seconda guerra mondiale si sommava ai traumi della Prima guerra mondiale, al conflitto ideologico che aveva imperversato nel ventennio successivo, alla crisi economica e all’ascesa del totalitarismo: l’effetto era una profonda rottura culturale e psicologica che imponeva a ogni paese di rifondare la nazione.

Nel 1941 i sovietici avevano già chiarito ai britannici di voler vedere riconosciute le conquiste territoriali ottenute nel 1939 e nel 1940 grazie ai protocolli segreti del patto con la Germania. Infatti, era questo il primo tassello della concezione della sicurezza fondata sul dominio territoriale di Stalin. Il secondo tassello era il controllo sui paesi dell’Europa orientale in modo da formare una profonda fascia di sicurezza da cui non potessero giungere aggressioni militari. Ed il terzo era il controllo sulla Germania, attraverso la distruzione del suo potenziale militare e gli accordi con gli alleati sul suo futuro.

Alle conferenze alleate di Teheran e Jalta, l’idea di una zona di sicurezza sovietica in Europa orientale fu sostanzialmente accettata, e si discusse solo delle sue modalità. Quello che Washington e Londra cercarono di limitare fu il rischio che Mosca instaurasse un controllo unilaterale chiudendo l’area a influenze esterne e imponendo una sovietizzazione dei nuovi regimi politici. Ci si accordò quindi sulla suddivisione della Germania in zone di occupazione, sullo spostamento a Ovest dei confini polacchi e sulla prospettiva di elezioni libere per formare governi rappresentativi.

Gli Stati Uniti, attraverso Bretton Woods, intendevano stemperare i conflitti sociali e nazionali, consolidare i regimi democratici e dare un fondamento duraturo alla pace. La questione dell’accettazione del liberalismo politico ed economico non riguardava tanto gli sconfitti, visto che gli Stati Uniti condividevano l’idea di eliminare la potenza tedesca e giapponese e consentire una ricostruzione di quei paesi solo sotto una vigile tutela internazionale; nei confronti della Gran Bretagna e della Francia, il governo statunitense sapeva di avere in mano leve politiche e finanziarie. Il grande interrogativo riguardava i sovietici. Roosevelt, infatti, riteneva che la cooperazione con i sovietici fosse essenziale per la condotta della guerra e per questo fu pronto ad accettare un ruolo preminente dell’URSS in Europa orientale.

Roosevelt aveva fiducia in un sistema collaborativo a guida americana, che includesse i sovietici; Stalin credeva in un’inconciliabilità storica che rendeva la collaborazione tra capitalismo e comunismo un’opzione temporanea e strumentale. L’ideologia americana presupponeva una condizione naturale di pace minacciata solo dall’aggressività delle dittature; quella staliniana, all’opposto, postulava il conflitto internazionale come normalità. Di fronte al compito di ridisegnare l’intero sistema internazionale, le due visioni finirono per fungere da fonti di divaricazione, diffidenza e, infine, ostilità.

Tra il 1945 e il 1947 gli ex alleati si trovarono intorno a diversi tavoli negoziali. Fu qui che l’incommensurabilità delle due visioni divenne palpabile, tramutandosi in diffidenza profonda e, infine, nella convinzione che la cooperazione favorisse i disegni più pericolosi del rivale. Il nodo centrale fu l’assetto della Germania occupata. Per i sovietici la priorità era di ottenere le riparazioni; per gli americani e i britannici, invece, la priorità divenne la ripresa economica tedesca e volevano che le riparazioni fossero liquidate solo dal surplus di una produzione ben avviata. Le due logiche erano quindi contrastanti. Stalin non aveva intenzione di mostrarsi malleabile, temendo che ciò passasse per arrendevolezza e un ruolo assai rilevante in tal senso lo ebbe la bomba atomica. Infatti, la bomba atomica americana rese probabilmente l’URSS più cauta sull’uso della forza, per paura di scatenare una guerra, ma la rese anche meno collaborativa e meno disposta ai compromessi, per paura di apparire debole.

Nel marzo 1946 la tensione si accese. L’URSS tardava il ritiro delle sue truppe stazionate in Iran durante la Seconda guerra mondiale. Truman inviò una flotta nel Mediterraneo orientale, per segnalare a Mosca l’intenzione di non accettare le sue pressioni sull’Iran. Ciò chiarì quanto Stalin temesse di giungere sull’orlo di una guerra, ma la dittatura sovietica perseguiva un disegno espansionistico che andava ostacolato invece che sottovalutato.

Forme di negoziazione continuarono, ma prevaleva l’inconciliabilità, che tra l’altro chiuse la possibilità di porre sotto controllo le armi nucleari. Intanto la sfiducia degli europei nell’efficacia del capitalismo era diffusa e ciò poteva spalancare la porta a forme di influenza crescente ai partiti comunisti. Insieme all’incerta situazione tedesca, ciò poteva gradualmente inclinare il continente verso una vicinanza psicologica e politica con Mosca. Rivalità e determinazione, insomma, non parevano sufficienti se dall’Europa emanava non quella miscela di coesione, fermezza e vigore bensì il suo inverso. All’inizio nel 1947 Washington si andava convincendo che bisognava invertire la tendenza.

Nei mesi successivi il governo di Washington elaborò quindi la teoria del contenimento e il suo strumento operativo, ossia il Piano Marshall. La strategia del contenimento si ipotizzava che avrebbe potuto portare al crollo o al graduale ammorbidimento del potere sovietico. Si trattava infatti di un regime privo di legittimità e consenso; incapace di rispondere ai bisogni della popolazione. Ma la funzione urgente del contenimento era quella di arginare la disgregazione in Europa occidentale e negare opportunità di espansione a Stalin. La prima applicazione operativa della teoria del contenimento era che bisognava rilanciare l’economia della parte occidentale della Germania, integrandola in Europa, perché senza la produzione e la domanda del paese non si poteva neppure immaginare una ripresa continentale, che potesse opporsi alle pressioni esterne.

Il segretario di Stato George Marshall annunciò un piano straordinario di aiuti, di durata quadriennale, indirizzato primariamente all’Europa occidentale, ma si guardava con favore alla possibilità che qualche governo dell’Est intendesse aderire, in modo da allentare il controllo sovietico, mentre non c’era alcuna intenzione di offrire aiuti a Mosca. Per questo motivo, Stalin decise che non c’era più motivo di esitare nella sovietizzazione dell’Europa orientale. Lo stato divenne totalmente dominato da un partito comunista subordinato a Mosca e purgato degli elementi non pienamente affidabili per Stalin. Si configurava quindi brutale forza difensiva da un lato, capacità dinamica di costruire consenso dall’altro.

Il fronte centrale della guerra fredda era ancora quello tedesco. Per gli americani, un eventuale accordo per una Germania unita e neutrale costituiva un duplice rischio: se debole essa sarebbe stata facilmente succube dell’influenza sovietica; se forte e animata dal nazionalismo avrebbe potuto costituire una minaccia per tutti. Bisognava dunque vincolare gli americani all’Europa per rassicurare i francesi, controllare i tedeschi e dissuadere i sovietici. Si apriva così un duplice negoziato attraverso l’Atlantico. Da un lato USA, Gran Bretagna e Francia si accordavano per la formazione di una repubblica tedesco-occidentale demilitarizzata e sottoposta a controlli internazionali. E dall’altra preparavano un progetto di alleanza transatlantica che impegnasse gli USA alla difesa dell’Europa occidentale e ne tutelasse gli equilibri interni rispetto alla ripresa della Germania.

Stalin aveva dunque buoni motivi per essere preoccupato e, oltre a intensificare gli sforzi per costruire l’atomica sovietica, avviava un piano d’intensa espansione militare. In contrapposizione alla repubblica tedesco-occidentale, i sovietici e i comunisti tedeschi potevano controbattere difensivamente erigendo un loro stato nella zona orientale. Berlino era sottoposta all’occupazione dei quattro vincitori, ma era interamente circondata dalla zona d’occupazione sovietica, da cui dipendeva per i rifornimenti e i servizi essenziali. Le truppe sovietiche bloccarono tutti gli accessi terrestri alla città e cominciarono a interrompere l’erogazione di energia elettrica.

Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna scartarono l’ipotesi di sfondare il blocco con unità militari, perché avrebbe scatenato una guerra. Il blocco si poteva aggirare per via aerea: USA e Gran Bretagna avviarono un ponte aereo che cominciò a rifornire la città del minimo essenziale ma divenne progressivamente più imponente.

In maggio nasceva sui territori delle zone occidentali d’occupazione una Repubblica federale tedesca sostanzialmente sovrana sulle questioni interne ma disarmata e sottoposta alla tutela dei tre alleati per la politica internazionale. In ottobre nella zona sovietica nasceva una Repubblica democratica tedesca con un regime comunista sostenuto e vigilato da Mosca.

L’Alleanza Atlantica, un trattato di difesa collettiva in caso di aggressione contro uno dei paesi aderenti. Per gli europei la rilevanza del patto stava nel vincolare la potenza americana a difesa della loro sicurezza, con il duplice scopo di contenere l’URSS e controllare il risorgere della Germania. L’adattabilità ai mutamenti, l’intrinseca flessibilità e variabilità degli assetti avrebbero dato all’alleanza un vantaggio determinante rispetto alle rigidità dell’antagonista sovietico.

Nell’Europa orientale il segno distintivo era la rigida subordinazione gerarchica della società allo stato, dello stato al partito comunista e di quest’ultimo al controllo di Mosca. La mancanza di legittimazione popolare si traduceva in un’intrinseca insicurezza del controllo sovietico, cui poteva sopperire solo l’uso o la minaccia della forza.

All’Est la guerra fredda accentuò la subordinazione imperiale e l’irreggimentazione di tipo sovietico, traducendola in un blocco tetramente chiuso e soggiogato dalla psicologia dell’assedio; l’Europa occidentale fu invece il maggior beneficiario della guerra fredda per stabilizzazione democratica, per la riabilitazione nazionale dei paesi continentali.

Bipolarismo militarizzato, 1950-1956

Lo scenario strategico era passibile di mutamenti incessanti: trasformazioni politiche in questo o quel paese, innovazioni delle tecnologie militari, difficoltà di gestione della propria coalizione introducevano variabili continue, che bisognava prevedere e gestire. E ciò in condizioni di grande incertezza intorno alle intenzioni dell’avversario e alle effettive possibilità di padroneggiare l’antagonismo senza farlo travalicare in guerra aperta.

Il Cremlino si trovava ora a gestire la metà decisamente più debole di un bipolarismo fortemente asimmetrico. Mosca poteva però consolidare il suo controllo sui paesi dell’Est, trasformandone i regimi in satelliti del blocco militare che essa stava instancabilmente apprestando per far fronte all’antagonismo con l’Occidente.

Nel 1949 due avvenimenti alteravano il terreno di confronto bipolare. I sovietici facevano esplodere la loro prima bomba atomica; il partito comunista cinese concludeva l’offensiva finale della guerra civile che l’aveva contrapposto alle forze nazionaliste. Mao vedeva negli USA un nemico della rivoluzione e una minaccia alla sicurezza del proprio regime e si offriva a Stalin quale alleato nella lotta contro l’imperialismo occidentale. Nel 1950 la Cina e l’URSS siglavano perciò il trattato di alleanza.

Negli USA il maccartismo diveniva presto un fenomeno più ampio. Incomparabile con il simultaneo terrore scatenato in Europa orientale, il maccartismo fu nondimeno una manifestazione degli effetti dell’antagonismo bipolare.

Uno degli effetti dell’alleanza sino-sovietica fu che l’Estremo Oriente diveniva un secondo teatro dell’antagonismo bipolare. Svaniva così la distinzione tra Europa e Asia nel contesto della guerra fredda.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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