Storia della filosofia
Felicità pubblica e privata: modelli europei e italiani nell'età moderna
La felicità è un tema complesso da affrontare, e secondo alcuni non è nemmeno degno di essere preso in considerazione. La felicità è una soddisfazione che ha a che fare con il corpo, i sensi, gli altri, ha quindi una dimensione orizzontale, è diversa dalla beatitudine, che consiste nella contemplazione di Dio, al di là del nostro corpo, e che ha una dimensione verticale. La virtù coincide con il piacere o no? La felicità viene associata alla precarietà, a qualcosa di instabile, non è un qualcosa che viene raggiunto una volta per sempre e resta lì. È legata ai beni materiali ed è accompagnata da un senso di aspettativa, ed è associata tradizionalmente a qualcosa di soggettivo e variabile.
Nei tempi moderni, a partire dalla soggettività si è cercata l’oggettività. Infatti, è stato costruito un database della felicità, un repertorio su 165 paesi in cui si cataloga l’apprezzamento percettivo della felicità. In questo modo si vuole stabilire un criterio oggettivo a qualcosa di soggettivo. Una Babele sulla riflessione filosofica della felicità → luogo della dispersione, si può intendere in molti modi diversi.
Il 1700 e l'inizio dell'età moderna
1700 → con questo secolo è iniziata l’età moderna, durante la quale si definirono i termini chiave dell’età contemporanea. Il pregio di questo periodo storico fu quello di possedere un gran rigore intellettuale e una profonda chiarezza teorica. Il 1700 fa della filosofia un qualcosa che deve avere una rilevanza morale, sociale, politica, qualcosa che entra nel mondo dei singoli e del collettivo. Resta però da capire: cos’è la felicità?
Nel 1776 venne pubblicata in Inghilterra l’opera Ricchezza delle nazioni di Adam Smith, ovvero una grande riflessione di carattere morale all’interno della quale si è sviluppata una riflessione economica. L’analisi dei temi economici legati ai temi della felicità era già stata fatta precedentemente in Italia, dove vi erano tanti luoghi di potere e cultura e dove, a Napoli, a metà ‘700 era stata istituita una cattedra di economia. Il pittore Isidoro Bianchi scrisse un’opera dal titolo Meditazioni su vari punti di felicità pubblica e privata. La felicità veniva rappresentata come una sfera perfetta con tantissimi raggi, raggi che rappresentavano la felicità individuale, mentre la sfera quella pubblica, all’interno della quale bisognava limitare il conflitto. Ognuno deve tener conto del fatto che non è un essere isolato dagli altri, la felicità pubblica deve tener conto di quella privata.
"La favola delle api"
La favola delle api, il testo esce nel 1705 in un foglio libero distribuito per strada dagli strilloni per un penny, ambiente culturale in cui cultura è diffusa, patrimonio di molte persone. Con invenzione della stampa nel 1492 inizia a diffondersi la cultura, prima i detentori del sapere erano gli ecclesiastici. Le scoperte geografiche, invenzione stampa, la crisi del mondo medievale, provocano una diffusione della cultura. Nel 1700 sono passati due secoli da queste grandi scoperte ed invenzioni, la cultura si è diffusa ai cittadini normali. Il pubblico a cui era rivolta questa cultura era la società aristocratica, che nel corso dei secoli, però, si era ampiamente diffusa.
Bernard de Mandeville, un giorno fa stampare un foglio che è sostanzialmente una favola, scritta in versi, ma il contenuto non è propriamente estetico. Si parla di un alveare pieno di api, che vivono nel lusso e nella ricchezza. L’alveare è inteso come micro-cellula della società, è, in piccolo, la società inglese del tempo. La società degli uomini può essere spiegata come un alveare, guardare la società nella sua struttura più semplice. Gli uomini visti come degli animali, considerazione tutta mondana, rivolta al mondo, alle questioni materiali, spiegazione che vuole ricondurre l’uomo a naturalità del suo essere. Mandeville sta parlando di una società molto articolata, sin dal primo pezzo risulta esplicito che questa società di cui parla Mandeville è l’Inghilterra (monarchia costituzionale dal 1688, II rivoluzione inglese, che aveva portato sul trono un sovrano che era uno Steward, non era discendente del re precedente).
È questa società, quella inglese, che assume un sovrano che viene dall’Olanda, Guglielmo III Orange, il quale ha potere esecutivo, ma riconosce una forma di divisione del potere, infatti, riconosce il potere legislativo al Parlamento, stabilendo così nell’Europa contemporanea un’asse politica, economica che vede uniti gli stati più “liberali”, a differenza della Francia, all’epoca governata dal Re Sole, dove la monarchia è ereditaria. La società di cui parla Mandeville è una società cittadina, l’alveare è il nucleo della città, è estremamente differenziata al suo interno, perché vi è una molteplicità vasta di comportamenti e mestieri.
L'alveare e il tema della felicità
L’alveare è “fecondo” perché è produttivo di risultati concreti, tutte le api lavorano, è quindi un alveare felice. Felicità e fecondità vanno di pari passo, i latini utilizzavano il termine “felix” per indicare una terra feconda. Questo alveare è subito legato al tema della felicità perché fecondo, produttivo. Dentro l’alveare ognuno segue la propria concupiscenza, termine di origine religiosa che vuol dire seguire il corpo contro lo spirito, soddisfazione del corpo, che per un essere composto anche di anima che ci mette in contatto con Dio, è la parte più bassa. Quindi legata a qualcosa di negativo, dietro a questo concetto vi è un’assonanza religiosa.
Il desiderio del benessere materiale, la vanità di questo desiderio, la concupiscenza di tutti, appunto, è ciò che costituisce l’alveare. Milioni fanno così, a danno di altre persone però, che lavorano per soddisfare altri senza avere niente per loro. Mandeville osserva la società con sguardo disincantato, non è Marx, non giudica e non esalta la classe operaia, descrive tutto in modo oggettivo. La Londra del ‘700 è una città in cui prevale la concupiscenza, la vanità, il lusso e nella quale tutti cercano una raffinatezza estrema. Ma non tutti, ci sono masse di poveri, i lavoratori non possedevano il lusso che producevano, ma erano all’interno di quel sistema. Tutto ciò mette in evidenza il nonsense del mondo.
La società medievale in qualche maniera aveva difeso le persone meno fortunate. L’Inghilterra aveva avuto un processo di enclosure, le grandi proprietà degli aristocratici erano state divise e date in mano ad altri aristocratici che si davano da fare, i braccianti/contadini erano stati ridotti alla fame, avevano iniziato quindi a trasferirsi in città, nelle prime fabbriche. Queste masse di diseredati, impoveriti, divennero un problema. Mandeville si chiede quale sia il senso di questa società. L’uomo ha bisogno di qualcosa per sopravvivere, vuole un vestito, ad esempio, basterebbe della semplice lana, ma le persone desiderano di più, stoffe particolari, costose, anziché un prodotto semplice e a basso costo come la lana.
La stoffa raffinata è segno di una “raffinatezza del gusto”, come dice lo stesso Hume, diverso è coprirmi con della semplice lana rispetto all’utilizzare una stoffa elaborata. Ha inizio così il meccanismo dei bisogni che si autoalimenta. Questo meccanismo è anche al centro dell’attenzione del grande economista Adam Smith e poi del filosofo Hegel. Questo ha delle implicazioni sulla distinzione tra vizio e virtù, la terza strofa ha implicazione morale. Tutto questo meccanismo della concupiscenza, lusso di pochi e miseria di molti, fa sì che questa società sia una società che può essere descritta con termini negativi: inganno, frode, furfanteria.
Mestieri e morale nella visione di Mandeville
Ci sono altri mestieri all’interno dell’alveare, quello dei ciarlatani furfanti, ma questi non sono poi tanto diversi dalle altre persone, perché in un modo o nell’altro, tutti sono furfanti. Perché? Mandeville comincia a passare in rassegna tutti i vari mestieri:
- Avvocati: Loro scopo è spillare via i soldi alla gente attaccandosi a cavilli che non servono a niente, non gli interessa niente della giustizia, vuole solo i soldi.
- Medici: La cosa più sicura che può fare è non fare niente, perché la macchina umana è troppo complessa, non gli interessa niente della salute, vuole solo i soldi.
- Preti: Troppi preti violenti e ignoranti, non gli interessa niente della religione o della salvezza delle anime, vuole solo i soldi.
- Soldati: Quelli con la carica superiore non fanno niente e prendono una paga maggiore rispetto al poveretto che la guerra la fatta davvero ed è rimasto invalido.
- Re/Corte: Prende più soldi di quelli che spende e moltissimi soldi nemmeno meritati.
Soffermiamoci un attimo sugli avvocati. Essi dovrebbero favorire l’innocente che è stato incolpato ingiustamente e far condannare il colpevole. Ma l’avvocato, in realtà, non agisce secondo la norma della giustizia. Perché? Perché anche l’avvocato è dentro al meccanismo della società, meccanismo nel quale ognuno cerca il proprio interesse egoistico. L’avvocato, in realtà, pensa al suo interesse egoistico: la sua soddisfazione personale, pensa all’amore di sé, al suo piacere.
La giustizia secondo Mandeville
La giustizia è pienamente corrotta. La giustizia è ingiustizia. La giustizia impicca i poveri per rassicurare i ricchi. Vediamone allora le connotazioni morali: ogni parte è pervasa di vizio, ma il tutto è un paradiso, va bene perché l’insieme è un meccanismo che funziona, ognuno ha il suo ruolo, perché chi guadagna a spese degli altri gode. L’avvocato spenna una persona che a sua volta spennerà un’altra e così via. Tutto è il contrario di tutto, il vizio è il paradiso, è la società del capovolgimento. Il male è il bene e il bene è implicito nel male. Visto con occhi disincantati è un inferno, ma per chi la vive è il paradiso.
All’interno di questo alveare però tutti si lamentano di tutti. I viziosi e gli ingannatori si lamentano di altri viziosi e di altri ingannatori. Giove osserva l’alveare dall’alto e lo sente brontolare, manda un angelo, Babadook, sulla terra a vedere cosa stia succedendo. Anche l’uomo più furfante che aveva ingannato tutti si stava lamentando accusando un guantaio di vendere agnello per capretto, quindi il più vizioso accusa un altro di un vizio, minore, ma tutti sono viziosi, la società è immersa nel vizio.
Giove allora si stanca, fa uscire tutti i vizi dalla società e fa entrare l’onestà. La città brulicante lentamente si pietrifica, non vi è più movimento. Le fabbriche non producono più, i prezzi salgono, i ricchi svendono e a poco a poco la progressione della virtù porta alla morte della società stessa. Anche la cultura finisce per languire. La morale ci dice che questo è il mondo che abbiamo, non è il mondo come dovrebbe essere, ma è il mondo com’è, e non bisogna lamentarsi perché chi lo fa è un ipocrita, il suo modello morale non sussiste su niente.
La morale (=studio del comportamento dell’uomo) non va confusa con il moralismo (=proporre un modello che tutti devono assumere). L’accusa mossa a Mandeville è quella di voler aumentare lui stesso il vizio, mostrandocelo come virtù. Lo scrittore si scagiona, lasciando però dei problemi. Nella Prefazione fa un esempio sulla pulizia della città di Londra, dicendo che è una città molto sporca, ma se una città deve alimentare un meccanismo così alimentato e ampio, è chiaro che produce sporcizia, ed è chiaro che per tenere pulita Londra ci vuole un grande sforzo. Dicendo che Londra è sporca non sta dicendo che quindi non va pulita, sta solo descrivendo la realtà così com’è. In questo modo Mandeville si difende.
Critiche e contesto storico
Questa presentazione che viene data della società contemporanea, a tinte crude, lascia agli interpreti qualche perplessità. Alcuni ritengono che Mandeville sia scettico. Mandeville mette in discussione la morale tradizionale e mette in evidenza che la società si fonda sul vizio. Da cosa dipende la felicità secondo Mandeville? Dalle passioni, dal senso, dalla sensibilità, dal corpo, dal vizio. La felicità non dipende dalla ragione, ma dipende dal sentire. L’anima è superiore al corpo, ed è in rapporto con la ragione.
Vanno inoltre sottolineate due cose della vita di Mandeville: Bernard de Mandeville era di Rotterdam (Olanda), come Erasmo (noto per i suoi proverbi in cui si metteva in evidenza come spesso l’apparenza è ingannatoria e non veritiera), nacque nel 1670 e morì nel 1733. Era figlio di medici e faceva il medico, studiava i disturbi di stomaco e le conseguenze che questi disturbi provocano alla mente (luogo del pensiero, luogo immateriale), ovvero studiava le malattie nervose. Questione di importanza filosofica in quegli anni. Aveva un’impostazione di tipo cartesiano, ovvero meccanicistico.
La morale di questa favola non è edificante. Un filosofo inglese, che era un vescovo e scettico religioso, Berkeley, scrive nel 1732, ovvero un anno prima che muoia Mandeville, un’opera che si chiama Alcifrone, un dialogo, in cui tutta la seconda parte è volta contro Mandeville, e tutti quelli che lui chiama i “filosofi piccoli”. L’uscita di Mandeville venne giudicata negativamente da molti. Berkeley una volta era stato in America e aveva deciso di ricavare un liquido da una pianta per sostituirlo al Gin col fine di rimarginare la piaga dell’alcolismo. Berkeley prende delle citazioni esplicite di Mandeville e lo porta al parossismo, lo esagera.
Mandeville ha scritto un paradosso, gli altri lo assumono portandolo all’estremo arrivando a dire che allora, se quello che è un vizio è un bene per la società, allora anche avere molti alcolisti è un bene, ma perché? Perché fanno girare l’economia. Per bere il Gin bisogna produrlo, avere i soldi per comprarlo, servono le botti, chi le trasporta. Quindi quello che è un vizio per la società diventa un bene perché permette all’economia di girare. In ugual modo anche il gioco d’azzardo, visto malissimo da sempre, nel Medioevo c’era stata una condanna pubblica e ufficiale e chi giocava a dadi era visto molto male, nella Bibbia i soldati che controllavano il Cristo giocavano a dadi, quindi non era considerato un buon gioco. Il gioco d’azzardo era un disturbo all’ordine pubblico, un pericolo, creava delle risse. Mandeville dice che, per quanto riguarda il gioco d’azzardo, pure questo fa circolare una ricchezza, e dopotutto anche i banditi di strada diffondono la ricchezza, lo tolgono a qualcuno, lo danno ad un altro, ma l’importante è l’insieme. Pure le prostitute vengono giustificate, perché dovendosi sistemare alimento ricchezza tramite l’impiego di servi, vestiti e quant’altro. Mandeville però affermando che esistono i vizi non intende dire che questi vizi ci sono e vanno bene.
Il contesto filosofico
Il contesto in cui scrive Mandeville è un contesto in cui è presente Spinoza, in Europa il pensiero e il metodo principale era quello di Cartesio. “Cartesiano” diventa sinonimo di filosofia basata su idee chiare e distinte, le idee sono il contenuto di una mente (l’orizzonte teorico è quello dell’anima, senza però implicazioni religiose o domande sul destino dell’anima, perciò si preferisce chiamarla mente) che pensa. Il pensare è il movimento della mente, tutto ciò che non riguarda il corpo, ma che è presente in me quando ragiono, fa parte della mente. Solitamente io sono anche consapevole di ciò che c’è nella mia mente.
Un uomo ha un sacco di idee, ma quali prendo per dare un po' ordine al sapere? Prendo: idee chiare → intuitivamente evidenti, come le idee matematiche, o le idee di alcuni principi fondamentali di pensiero che sono evidenti a tutti, gli assiomi del pensiero, le verità eterne come le chiama Cartesio, ciò che è a fondamento delle nostre idee, che sono sempre state così e sono condivise dalla nostra mente con la mente divina; idee distinte → non posso confondere un’idea con l’altra, il tutto è il tutto e non è una parte, il nulla è diverso dal tutto.
A Cartesio tutto ciò serviva ad evitare la confusione che si era diffusa fino al suo tempo, soprattutto due cose venivano confuse: il corpo (ciò che è relativo alla materia) e la mente (ciò che riguarda l’anima). I Rinascimentali che lo avevano preceduto avevano fatto troppa confusione riguardo a queste due componenti. Cartesio separa nettamente queste due componenti, il corpo è materia estesa, è qualcosa che si misura, l’anima è qualcosa completamente diversa. Molti medici cominciarono a ragionare in termini cartesiani. La medicina aveva un’idea del corpo diversa da quella cartesiana, posto che l’anima è qualcosa che sta dentro al corpo potevano ricercare le cause e soluzioni anche nelle spiritualità, a causa di questo mix tra mente e corpo. Il medico cartesiano invece studia il corpo come un pezzo di materia, senza ricercare nulla di spirituale. L’unica idea chiara e distinta per il corpo è il fatto che sia una Res Extensa, il corpo è una macchina studiabile matematicamente.
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