La felicità
L’opera è divisa in tre giornate di dialogo e una conclusione. Il prologo è dedicato a Manlio Teodoro. Si apre con la metafora della navigazione e con la descrizione di tre tipi di naviganti: i primi sono coloro che non si avventurano più di tanto e tornano al porto con tranquillità, qui si situa Manlio. I secondi sono spinti dall’ambizione di cose futili e non si curano dei pericoli allontanandosi dal porto. I terzi sono coloro che, pur allontanandosi, non si dimenticano della patria. Il porto simboleggia la tranquillità e il ritorno alla sicurezza, ed il mare l’oblio in cui siamo buttati. Un monte alto e luminoso confonde l’approdo dei naviganti credendo sia il vero arrivo. Dall’alto del monte chi è già arrivato sconsiglia di salire poiché il monte è inconsistente e si farebbe solo perdita di energie e si arriva ad una fatua gloria.
Prima giornata
Il dialogo si apre alla cena per il compleanno di Agostino, 13 novembre 386, dove lui vuole donare del cibo per l’anima e per il corpo. Vi partecipano la madre, il fratello Navigius, Trygetius e Licentius, suoi discepoli, Lartidianus e Rusticus, suoi cugini, e il figlio Adeodatus. Il dialogo si apre chiedendosi se il cibo che ci procuriamo è per il corpo o per l’anima. La prima risposta fu per il corpo, ma poi seguì che l’anima si nutre di conoscenza. La madre di Agostino è convinta che l’anima si nutre di conoscenza e intelligenza delle cose. Si riconobbe quindi che gli animi di chi è colto sono più sazi e gli animi di chi non sa sono sazi di vizi e sciocchezze e quindi vivono in una forma di sterilità e fame. Come il corpo si ammala se non ha cibo, così l’anima si ammala se non ha le giuste conoscenze con cui nutrirsi. L’inanità indica la madre di tutti i vizi, cioè “ciò che è nulla” in contrapposizione con la fruttuosità, ovvero fecondità d’animo. La madre di Agostino allora afferma che chi vuole qualcosa e lo consegue è felice solo se ciò che consegue è bene. Se invece si consegue qualcosa che non è bene allora è infelice. Agostino dà pienamente ragione alla madre e afferma che dice le stesse cose che disse Cicerone nell’Ortenzio, solo che lui era dotato di retorica e quindi belle parole, cosa che alla madre manca. Per essere felici bisogna conseguire il bene. Per far ciò questo bene deve essere perenne, ovvero non deve essere dovuto alla fortuna temporanea. L’unico bene perenne è Dio, quindi chi possiede Dio è felice. Per possedere Dio, come suggerisce il figlio di Agostino, bisogna avere un animo puro.
Seconda giornata
Nella seconda giornata il dialogo si riapre soffermandosi sulla frase detta il giorno primo, ovvero sull’avere un animo puro. Avere un animo impuro può avere due significati: ciò che invade l’anima dall’esterno oppure un’anima inquinata e colpevole. Si arriva alla conclusione che l’animo puro è chi vive secondo castità, casto è chi rivolge la sua attenzione a Dio e la tiene fissa a lui. Chi vive secondo il bene possiede Dio mentre chi vive secondo il male è lontano da lui, questa è un’altra ipotesi formulata nella seconda giornata. L’ipotesi finale è formulata in questo modo: chi vive secondo il bene possiede Dio e l’ha vicino, chi vive secondo il male possiede Dio ma egli è ancora lontano. Chi è alla sua ricerca non l’ha ancora trovato e Dio non gli è né vicino né lontano ma di certo non ne è privo. Quindi si riformula una tesi detta nella prima giornata; non è vero che chi possiede Dio è felice, ma chi lo ha trovato e lo ha vicino è felice, chi invece è alla sua ricerca lo ha vicino ma non è felice e infine chi si allontana da Dio per i suoi vizi non è felice e non lo ha vicino. Il secondo giorno si conclude così per non essere ingordi di cibo per la mente, ma si rimanda il discorso al giorno seguente.
Terzo giorno
La terza giornata apre il dialogo con la parola indigente. Si era detto che chi era indigente era infelice, quindi chi era felice non era indigente. Si cita però il patrizio Orata, uomo ricchissimo che però non essendo indigente comunque non era felice poiché aveva paura di perdere tutto. Quindi non è sempre vero che chi è indigente è infelice. L’indigenza però, propone la madre di Agostino, di vederla anche come mancanza di saggezza. Infatti nessuna indigenza è più grande e più infelice della mancanza di saggezza. Ne deriva che l’indigenza dell’animo altro non è che la stoltezza. La stoltezza si oppone alla saggezza come la morte alla vita, come la felicità all’infelicità e l’essere al non essere. Quindi un uomo stolto di sicuro non è saggio. Orata era infelice perché stolto. L’indigenza è stoltezza, la stoltezza è infelicità quindi l’indigenza è infelicità. L’indigenza significa non avere, possedere il non essere quindi come all’iniquità si contrappone la fruttuosità, all’indigenza si contrappone la pienezza. L’indigenza però non è così differente dalla sovrabbondanza; tutte e due superano la giusta misura chi in modo positivo chi in negativo. La misura dell’animo è quindi la saggezza che si trova in uno stato di pienezza, né troppo poco né troppo abbondante, nella giusta misura. “Prima e utile regola nella vita è questa: mai nulla di troppo”. Felice è chi possiede una sua misura, cioè chi possiede la saggezza. Non c’è maggior saggezza di Dio, e la sua saggezza è il figlio di Dio, la Verità misura generata dalla Misura suprema che è appunto Dio. La felicità allora è seguire la via della Verità, credere per giungere alla conoscenza di Dio e capire che non ci si può esimere dal farlo. Con la speranza e la carità si apre il livello alla fede.
La libertà
Libro 1
Gli interlocutori del libro sono due: Agostino e Evodio, un amico di Agostino nato a Tagaste. Il libro si apre con la prima forte domanda, se Dio è autore del male. Il concetto di male è stato sempre protagonista nei pensieri di Agostino e fu la causa per cui lui appoggiò i manichei. Il male sicuramente non nasce da Dio ma se nessuno insegna agli uomini il male, esso da dove proviene? Molto probabilmente il male è nato perché l’uomo devia ciò che gli viene insegnato poiché di per sé l’insegnamento non è un qualcosa di malvagio. La conclusione del problema è che il male del peccato originale consiste nella passione che si chiama anche desiderio smodato. Essa è l’amore per quelle cose che...
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