Libro terzo
Capitolo primo: La dissoluzione dell'Impero
L'Impero Carolingio deve il suo crollo soprattutto a cause interne; gli mancavano i requisiti essenziali che fondano uno Stato, requisiti che, sulla base delle istituzioni romane, i Merovingi avevano quantomeno cercato di darsi col loro assolutismo amministrativo. Il sovrano non riesce infatti a imporsi al sistema; sia Pipino il Breve che Carlomagno non poterono rifiutare un posto al governo all'aristocrazia, cui dovevano la corona. I nobili del Regno deliberano così insieme ai re, un conventus li riunisce di solito a Corte per Natale e Pasqua. Questi consiglieri non hanno però competenze specifiche; le loro sono aggregazioni di laici ed ecclesiastici che, senza titolo né mandato, 'rappresentano' il popolo.
Spesso i capitolari non vengono neanche sottoposti alle assemblee né li si può considerare legge. Piuttosto sono un insieme eterogeneo di ordinanze, decisioni amministrative, regolamenti, misure di circostanza oppure editti permanenti, di cui si ignora l'applicabilità e se siano, ad esempio, rivolti a tutto l'impero o solo ad alcune regioni. Sono altresì ricchi di contraddizioni quanto alla loro abrogabilità.
L'assolutismo del re è doppiamente limitato:
- Dalla morale cristiana che accetta
- Dalla necessità di non scontentare l'aristocrazia, che sempre la subisce
Le due forze 'alleate' sono in realtà due avversari. Sotto Carlomagno, la più potente è la sua (quella del sovrano), ma la più favorita dall'organizzazione sociale è quella dell'aristocrazia, che si definisce addirittura popolo avendolo ormai assorbito nelle sue proprietà. Ha sostituito il potere pubblico statale col proprio potere privatistico di protezione e giurisdizione su tutti quelli che dipendono da lei. I sudditi diretti del sovrano si rarefanno sempre più; Carlo diminuisce anche le tasse per il servizio militare e quello giudiziario imposte agli uomini liberi, provando a proteggere chi aveva conservato questa libertà. Ciò non apportò alcun cambiamento né fece in modo che i contadini smettessero di cedere le proprie terre ai nobili e di aggregarsi alle loro proprietà.
La questione del mantenimento degli uomini liberi è il malinteso alla base dell'organizzazione carolingia; l'interesse dell'imperatore è infatti in conflitto con quello dell'aristocrazia poiché è da essa che deve reclutare i propri funzionari e gli altri devono dunque optare fra il proprio vantaggio e quello del sovrano. In linea di diritto, il sovrano potrebbe destituire i conti che nomina, ma questi non sono semplici funzionari estranei agli uomini che amministrano, appartenendo ognuno di loro alla regione che governa. Spesso ne è anche il più grande proprietario o l'uomo più influente e gli abitanti sono suoi servi o vassalli. Quasi sempre ereditano dal padre il titolo di conte; nella regione che amministrano appaiono perciò più come un signore che non come un rappresentante dell'imperatore, diventando quindi quasi impossibile trasferirli o destituirli.
Il motivo di quest'impotenza dello Stato nei confronti dei suoi funzionari è dovuto alla situazione finanziaria in cui versa. Venendo meno il sistema di imposte romano già alla fine del periodo merovingio o essendosi trasformate queste in canoni usurpati dai nobili, il tesoro imperiale viene alimentato:
- Dai bottini di guerra
- Dalle entrate delle proprietà appartenenti alla dinastia
L'unica in grado di fornire le risorse necessarie ai bisogni. Nel Capitulaire de villis si evince quanto Carlo tenesse alla buona amministrazione delle sue terre; in vero da esse si ricavavano proventi in natura appena sufficienti alla Corte. In realtà l'Impero Carolingio non disponeva di finanze pubbliche, a differenza di quello Bizantino ed Islamico con le loro imposte in denaro e la loro centralizzazione fiscale, pro stipendi dei funzionari, lavori pubblici, mantenimento dell'esercito e della flotta.
Lo Stato che non ha i soldi per pagare il funzionario è dunque costretto a ricorrere ai servigi gratuiti dell'aristocrazia, con conseguente indebolimento dello Stato ed aumento della potenza dell'aristocrazia; ma dalla fine dell'VIII secolo si obbligano i conti a prestare un giuramento speciale di fedeltà analogo a quello dei vassalli al momento dell'assunzione della carica. Tuttavia il vincolo di vassallaggio che lega il funzionario alla persona del sovrano annulla quasi il suo carattere di funzion...
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