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Capitolo 9 - La crisi della repubblica

Introduzione

Come già sappiamo, nel corso della sua espansione, Roma aveva finito per creare un impero di estensione mondiale ed una potenza talassocratica, conservando però le strutture costituzionali ed amministrative proprie della città-stato, incapaci nella gestione delle responsabilità crescenti all’espansione romana. L’esistenza di magistrature annuali ed onorarie (non professionali), l’inesistenza di un centro forte e l’assenza di una burocrazia efficiente e collaudata erano tutti fattori di debolezza e di crisi. Il problema dei socii Italici, che da tempo premevano per ottenere la cittadinanza, era stato sostanzialmente trascurato (se si esclude il tentativo di Caio Gracco), o almeno sottovalutato, mentre in realtà il malcontento, come un magma a stento contenuto, si estendeva per tutta l’Italia, e sarebbe sfociato nella cosiddetta “guerra civile”.

L’esame, sia pur sommario, della composizione sociale dello Stato romano in quest’epoca è indicativo di quali e quanti problemi ponesse la realtà politica. Alla classe senatoria, arroccata nella difesa dei propri privilegi, si affiancava quella dei cavalieri, degli equites, proiettati nei commerci, nelle speculazioni immobiliari, nello sfruttamento delle province in qualità di pubblicani. Infatti, Roma era una capitale poco produttiva, e decisamente parassitaria, col suo sfruttamento delle province e in genere dei territori conquistati, per cui anche il rapporto economico tra madrepatria e province non era un rapporto di complementarietà e di scambio (a parte il ruolo della potenza egemone), ma un rapporto decisamente squilibrato nel senso dello sfruttamento da parte della madrepatria, attraverso i governatori ed i pubblicani.

A queste classi dominanti faceva riscontro una vasta e spesso neghittosa plebe urbana, abituata, anche per l’assenza di posti di lavoro, a vivere di sussidi pubblici, di frumentationes, mentre cominciava a far sentire la propria voce l’elemento militare, a partire dalla riforma di Caio Mario. Al fondo della società vi era l’elemento servile, per lo più impiegato in lavori umili e faticosi, ed in perenne malcontento. Nelle campagne il bracciantato libero si era sensibilmente diradato in conseguenza del diffondersi della schiavitù, e iniziava ad emergere il colonato, di fronte alla definitiva decadenza della libera proprietà coltivatrice. La vita politica cominciava a vedere lo scontro di fazioni e personalità, spesso prive di un programma politico che non fosse quello del raggiungimento del potere. Tutto questo da un lato alimentava il malcontento, dall’altro spingeva parte della popolazione a desiderare il ripristino della pace sociale.

Il problema della schiavitù e le guerre servili

Una scossa alla struttura socio-politica della repubblica, proprio in epoca graccana (e poi successivamente), sembrò venire dalle prime rivolte di schiavi, le cosiddette “guerre servili”. Come è noto, la schiavitù in Roma, come in tutto il mondo antico, derivante dalla prigionia di guerra, costituiva il pilastro, la struttura portante dell’economia del tempo, tanto che il sistema produttivo tipico dell’antichità è stato definito come “modo di produzione schiavistico”.

Il trattamento degli schiavi subì notevoli oscillazioni in relazione ai vari periodi della storia di Roma, e alle attività cui essi erano adibiti. Certamente migliore era il trattamento degli schiavi che vivevano in città (familia urbana, da famulus = schiavo), i quali, oltre che ai lavori domestici, potevano essere impiegati, a seconda delle loro capacità, anche a compiti delicati e di responsabilità: maestri, precettori, ausiliari del dominus nell’esercizio di imprese commerciali (tanto che di recente si è parlato di schiavo “manager”).

La familia rustica, quindi, viveva in condizioni di sfruttamento assai peggiori, e pessima era la condizione degli schiavi in Sicilia. È evidente che dove peggiore era la condizione degli schiavi (miniere, latifondi) maggiormente serpeggiava il germe della rivolta. Prodromi del malcontento che doveva di lì a poco sfociare in veri e propri miti si ebbero in Etruria (la patria del latifondo) e alle soglie del secondo secolo a.C. a Sezze, nel Lazio, e nelle città vicine. Subito dopo si verificarono sommosse di schiavi in Puglia e Calabria.

Ma la prima grande rivolta organizzata si ebbe tra il 136 e il 132 a.C. in Sicilia ad opera di masse di schiavi provenienti prevalentemente dalla Siria e guidati da Euno, un siriano di Apamea. Significativa è la rivolta di Spartaco del 70 a.C. circa, il gladiatore che tenne in scacco gli eserciti consolari attraverso l’intera penisola. Le fonti attribuiscono l’insuccesso finale solo ad un tradimento dei pirati e parlano della crocifissione di seimila schiavi presi prigionieri lungo la strada da Capua a Roma (via Appia), lugubre spettacolo che dovette rassicurare molto la nobiltà romana. Ma le rivolte servili, pur se a loro volta e con fatica soffocate nel sangue, avevano messo in evidenza la debolezza delle strutture del sistema romano.

Altre cause e vicende della crisi della repubblica

Di fronte ad una situazione che andava precipitando di giorno in giorno, anacronistico appariva l'appello di taluni settori della politica e della cultura ai vecchi ideali, già da tempo superati dalla espansione imperialistica ed ora dall'inizio delle guerre di fazioni. Problemi gravi premevano: la questione degli Italici, dall'età dei Gracchi mai attenuata; la difficoltà di votare dei cittadini iscritti nelle tribù rustiche e residenti lontana dalla capitale, specie di fronte al frequente espediente di differire comitia, il che impediva la loro permanenza a Roma.

Si aggiunga la questione agraria, con la politica di svuotamento delle riforme graccane, salvo qualche parentesi di ripresa coincidente con le fasi di rafforzamento del partito popolare, e il problema dell'esistenza (anche a causa dell'inurbamento dalle campagne) di un vastissimo proletariato urbano parassitano, che viveva di assistenza, perché Roma, capitale poco produttiva, non era in grado di creare posti di lavoro. L'aristocrazia e la nobilitas in genere si dividevano in fazioni, e presto si ricorse agli scontri armati (guerre civili). Non si trattava di lotte di classe, ma di pure competizioni per il potere.

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Scienze giuridiche IUS/18 Diritto romano e diritti dell'antichità

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher nicoladigrazia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del diritto romano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi della Campania "Luigi Vanvitelli" o del prof Lanza Carlo.
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