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La crisi della Repubblica Appunti scolastici Premium

Apputi di storia del diritto romano sulla crisi della Repubblica: Introduzione; la ripresa del movimento democratico; Caio Maio; Cornelio Silla; Il primo triumvirato; Il conflitto tra Cesare e Pompeo; L'attività legislativa e costituzionale di Cesare; Vicende dopo la morte di cesare.

Esame di Storia del diritto romano docente Prof. C. Lanza

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CAPITOLO 9° - LA CRISI DELLA REPUBBLICA

1. Introduzione

Come già sappiamo, nel corso della sua espansione, Roma aveva finito per creare un impero di estensione mondiale

ed una potenza talassocratica, conservando però le strutture costituzionali ed amministrative proprie della città-

stato, incapaci nella gestione delle responsabilità crescenti all’espansione romana.

L’esistenza di magistrature annuali ed onorarie (non professionali), l’inesistenza di un centro forte e l’assenza di una

burocrazia efficiente e collaudata erano tutti fattori di debolezza e di crisi.

Il problema dei socii Italici, che da tempo premevano per ottenere la cittadinanza era stato sostanzialmente

trascurato (se si escludi il tentativo di Caio Gracco), o almeno sottovalutato, mentre in realtà il malcontento, come

un magma a stento contenuto, si estendeva per tutta l’Italia, e sarebbe sfociato nella cosiddetta “guerra civile”.

L’esame, sia pur sommario, della composizione sociale dello Stato romano in quest’epoca è indicativo di quali e

quanti problemi ponesse la realtà politica.

Alla classe senatoria, arroccata nella difesa dei propri privilegi, si affiancava quella dei cavalieri, degli equites,

proiettati nei commerci, nelle speculazioni immobiliari, nello sfruttamento delle province in qualità di pubblicani.

Infatti, Roma era una capitale poco produttiva, e decisamente parassitaria, col suo sfruttamento delle province e in

genere dei territori conquistati, per cui anche il rapporto economico tra madrepatria e province non era un rapporto

di complementarietà e di scambio (a parte il ruolo della potenza egemone), ma un rapporto decisamente squilibrato

nel senso dello sfruttamento da parte della madrepatria, attraverso i governatori ed i pubblicani.

A queste classi dominanti faceva riscontro una vasta e spesso neghittosa plebe urbana, abituata, anche per l’assenza

di posti di lavoro, a vivere di sussidi pubblici, di frumentationes, mentre cominciava a far sentire la propria voce

l’elemento militare, a partire dalla riforma di Caio Mario.

Al fondo della società vi era l’elemento servile, per lo più impiegato in lavori umili e faticosi, ed in perenne

malcontento. Nelle campagne il bracciantato libero si era sensibilmente diradato in conseguenza del diffondersi della

schiavitù, e iniziava ad emergere il colonato, di fronte alla definitiva decadenza della libera proprietà coltivatrice.

La vita politica cominciava a vedere lo scontro di fazioni e personalità, spesso prive di un programma politica che non

fosse quello del raggiungimento del potere. Tutto questo da un lato alimentava il malcontento, dall’altro spingeva

parte della popolazione a desiderare il ripristino della pace sociale.

2. Il problema della schiavitù e le guerre servili

Una scossa alla struttura socio-politica della repubblica, proprio in epoca graccana (e poi successivamente), sembrò

venire dalla prime rivolte di schiavi, le cosiddette “guerre servili”.

Come è noto, la schiavitù in Roma, come in tutti il mondo antico, derivante dalla prigionia di guerra, costituiva il

pilastro, la struttura portante dell’economia del tempo, tanto che il sistema produttivo tipico dell’antichità è stato

definito come “modo di produzione schiavistico”. Il trattamento degli schiavi subì notevoli oscillazioni in relazione ai

vari periodi della storia di Roma, e alle attività cui essi era adibiti.

Certamente migliore era il trattamento degli schiavi che vivevano in città (familia urbana, da famulus = schiavo), i

quali, oltre che ai lavori domestici, potevano essere impiegati, a seconda delle loro capacità, anche a compiti delicati

e di responsabilità: maestri, precettori, ausiliari del dominus nell’esercizio di imprese commerciali (tanto che di

recente si è parlato di schiavo “manager”). La familia rustica, quindi, viveva in condizioni di sfruttamento assai

peggiori, e pessima era la condizione degli schiavi in Sicilia. È evidente che dove peggiore era la condizione degli

schiavi (miniere, latifondi) maggiormente serpeggiava il germe della rivolta.

Prodromi del malcontento che doveva di lì a poco sfociare in veri e propri miti si ebbero in Etruria (la patria del

latifondo) e alle soglie del secondo secolo a.C. a Sezze, nel Lazio, e nelle città vicine. Subito dopo si verificarono

sommosse di schiavi in Puglia e Calabria. Ma la prima grande rivolta organizzata di ebbe tra il 136 e il 132 a.C. in

Sicilia ad opera di masse di schiavi provenienti prevalentemente dalla Siria e guidati da Euno, un siriano di Apamea.

Significativa è la rivolta di Spartaco del 70 a.C. circa, il gladiatore che tenne in scacco gli eserciti consolari attraverso

l’intera penisola. 1

Le fonti attribuiscono l’insuccesso finale solo ad un tradimento dei pirati e parlano della crocifissione di seimila

schiavi presi prigionieri lungo la strada da Capua a Roma (via Appia), lugubre spettacolo che dovette rassicurare

molto la nobiltà romana. Ma le rivolte servili, pur se a loro volta e con fatica soffocate nel sangue, avevano messo in

evidenza la debolezza delle strutture del sistema romano.

3. Altre cause e vicende della crisi della repubblica

Di fronte ad una situazione che andava precipitando di giorno in giorno, anacronistico appariva l'appello di taluni

settori della politica e della cultura ai vecchi ideali, già da tempo superati dalla espansione imperialistica ed ora

dall'inizio delle guerre di fazioni.

Problemi gravi premevano: la questione degli Italici, dall'età dei Gracchi mai attenuata; la difficoltà di votare dei

cittadini iscritti nelle tribù rustiche e residenti lontana dalla capitale, specie di fronte al frequente espediente di

differre comitia, il che impediva la loro permanenza a Roma.

Si aggiunga la questione agraria, con la politica di svuotamento delle riforme graccane, salvo qualche parentesi di

ripresa coincidente con le fasi di rafforzamento del partito popolare, e il problema dell'esistenza (anche a causa

dell'inurbamento dalle campagne) di un vastissimo proletariato urbano parassitano, che viveva di assistenza, perché

Roma, capitale poco produttiva, non era in grado di creare posti di lavoro.

L'aristocrazia e la nobilitas in genere si dividevano in fazioni, e presto si ricorse agli scontri armati (guerre civili).

Non si trattava di lotte di classe, ma di pure lotte per il potere, prive di ogni serio programma riformatore, se si

eccettui qualche particolare figura di spicco, come quella di Cesare.

Gli strappi alla costituzione erano divenuti prassi quotidiana e poteri straordinari, fuori dell'ordinamento

costituzionale, vennero concessi prima a Siila, poi a Pompeo, figure vicine all'aristocrazia senatoria.

In realtà, per organizzare l'impero, i tempi richiedevano anzitutto chiarezza di idee e attitudine alla

programmazione. In sostanza, occorreva un centro (Roma) autocratico, e non diviso in fazioni (la vecchia città-Stato

era scomparsa per sempre) e una burocrazia forte ed efficiente.

Il disegno cesariano si scontrò con l’aristocrazia senatoria, e perì col suo ideatore alle idi di marzo del 44 a.C., ma

riuscì poi ad Ottaviano, dopo ulteriori guerre interne.

Queste esigenze obiettive si univano con la diffusa attesa del salvatore, dell’uomo della salvezza, dell’optimus civis.

È in questo quadro che radicò la mala pianta delle guerre di fazioni, delle guerre civili.

4. La questione degli Italici e la guerra sociale

Gli eventi relativi allo scontro tra Roma e gli Italici, a seguito della rivolta dei socii, mostrano la lungimiranza,

disattesa, del progetto politico di Gaio Gracco. Tra le cause di malcontento dei sodi Italici fu proprio la vanificazione

delle riforme graccane.

Poiché i tempi stringevano, Livio Druso, tribuna nel 91 a.C., dopo aver fatto approvare delle leggi per la democrazia,

poi annullate dal senato, promise la cittadinanza ai socii Italici; ma il senato rifiutò l’ auctoritas alla rogatio, negando

il proprio consenso, come ricorda Appiano. Contro Druso gli ottimati si servirono dei soliti mezzi: l’ intercessio del

tribuno Filippo, la diffamazione, il ricorso a prodigi.

Vista svanire ogni speranza di ottenere lo status di cives per via politica e legale, i socii Italici si strinsero in lega e

scesero sul piede di guerra (la cd. guerra sociale, ossia dei socii). La guerra esplose nel 91 a.C., durò tre anni, e fu una

guerra dura, con feroci repressioni.

La classe dirigente romana avvertì che non vi era aria di vittoria facile, per cui nel 90 a.C. il console Lucio Giulio

Cesare fece approvare una lex lulia de civitate Latinis et sociis danda, con la quale veniva concessa la cittadinanza

alle comunità che non si erano separate da Roma.

La rivolta così rientrò, ma il fuoco covava sotto la cenere: il clima di sospetto rimase, anche perché si avvertiva che la

classe dirigente romana aveva accettato il provvedimento senza convinzione, ma solo come una triste necessità,

magari transitoria .

La spia di questo atteggiamento fu data dai vari episodi di revoca della cittadinanza (come fu nel caso di Siila per le

città etrusche di Arezzo e di Volterra, nell' 81 a.C.). 2


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher nicoladigrazia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del diritto romano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Seconda Università di Napoli SUN - Unina2 o del prof Lanza Carlo.

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