Tecnica del colloquio psicologico
La cornice del colloquio: aspetti psichici inerenti al terapeuta
Scopo del colloquio: l'unico scopo del colloquio è capire come è fatta la mente del paziente, e il colloquio clinico è lo strumento che utilizziamo. Ponendo un paragone con la semiotica medica, che vede la valutazione dell'esame del malato in 2 fasi principali - la raccolta dell'anamnesi e l'esame obiettivo - possiamo affermare che il colloquio psicologico corrisponde all'esame obiettivo della realtà psichica dell'individuo che ci sta di fronte.
Molti clinici tuttavia tendono a trasformare un colloquio in una raccolta dell'anamnesi, a raccogliere la storia della persona che ci sta di fronte senza considerare che essi ci forniscono un'interpretazione personale della loro storia. Il paziente in questo modo potrebbe anche illudersi di raccontarci solo delle menzogne, ma riguardo alla propria realtà psichica è impossibile mentire, egli potrà mentirci sui suoi fatti esterni, ma non sugli aspetti di sé. Per questo diventa essenziale focalizzarsi sulla mente e i processi psichici del paziente, in modo da capire il paziente, trasmettendogli il nostro sentimento di profondo rispetto verso di lui.
Il fine generale del colloquio è capire e comprendere come è fatta la mente del paziente; i fini specifici si riferiscono al trattamento da scegliere e i fini aspecifici alla richieste di tipo assistenziale o domande relative alla situazione di parenti. Il primo livello da indagare è sempre e soltanto quello della realtà psichica del soggetto, mentre la raccolta dell'anamnesi e della storia hanno un ruolo di secondaria importanza, soprattutto nel primo colloquio.
Sottoscopi
- Il tipo di trattamento che gli si può offrire
- Se prenderemo in carico il paziente o lo invieremo ad un altro specialista
Che scopi ha un colloquio?
All'interno del singolo colloquio che avverrà nel giorno x all'ora y sono presenti diversi sottocopi che il clinico deve tenere bene a mente. Fondamentale per il clinico è avere dentro di sé un'immagine abbastanza chiara di quali sono le sue capacità professionali, le possibilità materiali per il trattamento del problema della persona, alla propria disponibilità materiale di tempo, emotiva, interessi scientifici, alla propria competenza scientifica e del tipo di bisogni professionali che ha in quel momento.
Uno psicologo che lavora all'interno di un'istituzione e in un gruppo cui ha sentimenti reciproci di stima e fiducia avrà una situazione più chiara anche delle competenze dei propri colleghi che possono essere specializzati o più preparati rispetto a un determinato problema, ciò fa sì che se il clinico non si sente in grado di prendersi carico di un paziente può indirizzarlo verso altri specialisti. Nel caso in cui il clinico si trova a lavorare con colleghi invidiosi ed aggressivi ciò non sarà stato possibile ed avrà una visione del gruppo poco chiara.
Il clinico deve chiedersi: è un paziente che posso seguire io?
Prerequisiti mentali (del terapeuta)
Fanno riferimento all'insieme di condizioni, fatti, conoscenze, stati emotivi che appartengono al mondo interno del clinico che conduce il colloquio. Rientrano in questa definizione anche le tecniche e teoria che egli ha appreso attraverso l'esperienza, anche se sono state deformate quando sono state assimilate.
Il clinico durante i vari colloqui e tutto il lavoro deve imparare a riconoscere in sé stesso dei fattori principali:
- Disponibilità e professionalità - molti clinici alla prime armi spesso non mostrano particolare professionalità poiché utilizzano un atteggiamento estremista nei confronti dei loro pazienti: un atteggiamento troppo socievole ed amico, dando del tu ad un paziente che non si conosce non è mai un buon modo per iniziare il colloquio e porta un messaggio negativo al paziente che può pensare che il clinico in realtà lo teme, un altro atteggiamento sconsigliato è quello di essere troppo rigidi e rigorosi, in quanto non tiene conto che il colloquio sta avvenendo tra due persone. L'atteggiamento che ogni clinico dovrebbe adottare è quello che fa riferimento al proprio stile personale di comunicazione con le persone, soprattutto quelle che non conosciamo. Ognuno dispone di un proprio modo per entrare in contatto con gli altri esseri umani, e ognuno di noi sa condurre quindi un colloquio con qualcuno. Il proprio stile personale va integrato alla tecnica del colloquio, in modo da riuscire ad elaborare uno stile comunicativo che consente al paziente di sentire che ha di fronte una persona disponibile e sinceramente incuriosita e che ha a disposizione i mezzi tecnici per aiutarlo. Il clinico per arrivare a tale atteggiamento deve essere in grado di descriversi e guardare in sé stesso.
- Frustrazione e sadismo - la regola della frustrazione afferma che durante il colloquio il clinico deve evitare di soddisfare i bisogni/desideri consci/inconsci del paziente, eccezione per il desiderio di avere un'idea più chiara di sé. Tuttavia molti assumono un atteggiamento sadico con i pazienti diventando maleducati e scontrosi, interpretando male tale regola. Anche un atteggiamento simpatico può in alcuni casi risultare sadico, poiché può essere paragonato dal paziente a qualcuno che è stato simpatico in situazioni di sofferenza emotiva e non ne ha tenuto conto. Durante soprattutto il primo colloquio l'atteggiamento del clinico viene costantemente valutato dal paziente. Nei primi colloqui risulta molto difficile applicare la regola della frustrazione, poiché non conosciamo la persona che abbiamo davanti e non sappiamo quali sono i suoi desideri e bisogni; la cosa migliore da fare è avere un atteggiamento neutrale rivolto però ad una curiosità attiva, di tolleranza, di disponibilità e attenzione che fa sì che porti noi a metterci da parte per far esprimere al meglio il paziente.
Un altro dei prerequisiti mentali del clinico è egli deve avere la consapevolezza che nel proprio lavoro mette in ballo anche sé stesso, in quanto nemmeno per il clinico è possibile mentire sulla propria psiche. L'uomo può solo mentirsi, impedendosi di vedere la propria realtà psichica. Molti affermano che il distacco psichico dall'altra persona che si ha di fronte è necessario, ma si deve imparare a non distaccarsi troppo. Un essere umano che entra in contatto con un altro essere umano può modificarlo ed esserne modificato, ed è questo il fenomeno che consente la nostra professione come la vita quotidiana, ma pensare che ciò non avviene è solo un meccanismo difensivo del nostro lavoro. La tecnica diventa quindi lo strumento che noi abbiamo elaborato per far sì che queste modificazioni avvengano in modo conoscibile coscientemente.
La cornice del colloquio: aspetti materiali
Il luogo
Un colloquio che si svolge tra due persone si svolge in un luogo che non deve essere caotico e disturbante, ma un posto adatto in cui non si è continuamente interrotti per poter parlare in modo tranquillo e sicuro con chi ci sta portando un problema e per far sì che questa persona sappia che sarà ascoltata solo da noi e non da altri.
Una stanza è un luogo delimitato da pareti caratterizzato da aperture verso l'esterno (finestre e porte) finalizzate al cambiamento dell'aria e alla visione dell'ambiente esterno ed alla possibilità di uscire e entrare.
La porta è l'elemento fondamentale della stanza, essa deve essere munita di una maniglia e serratura e non deve essere trasparente alla luce ed ai suoni. La porta serve ad essere aperta e chiusa ed ha un significato simbolico, essa rappresenta il confine del luogo entro cui poter parlare di sé in modo sicuro, il limite corporeo del paziente. Non si può pertanto simbolizzare una porta con una tenda o svilirne il significato lasciandola sempre aperta o lasciando che chiunque la apra.
L'arredamento è un qualcosa di materiale che si presenta al paziente, che simbolizza aspetti nostri e di noi che abbiamo accettato di stare per molte ore in quel luogo. Si tratta della gestalt della stanza, dell'insieme di cose che la compongono: oggetti, colore delle pareti, illuminazione.
Fondamentali all'interno dell'arredamento sono 1 tavolo e 2 sedie. Il tavolo non deve veicolare al paziente il messaggio che si trova in un ospedale e dall'altra parte di esso si trova un medico, ma deve essere simile a quello che si comprerebbe in una casa, proprio per far sentire a casa il paziente. Le sedie devono essere comode, con dei braccioli, foderate, per comunicare al paziente che non gli sarà facile comunicare le sue cose, ma che cercheremo comunque di farlo sentire a suo agio.
La luce deve essere diffusa e non fastidiosa, le pareti colorate come si colorerebbe una casa ed anche qualche quadro sobrio sono ben accetti. Si possono includere inoltre anche un tavolinetto basso con due poltroncine in un angolo. L'importante è che la gestalt della stanza comunichi al paziente sentimenti positivi rispetto al luogo che il clinico ha scelto per svolgere il proprio lavoro e che non risulti un posto squallido o simile a un ambulatorio medico. Sono sconsigliati armadietti in ferro contenenti medicine o strumenti medici poiché comunicano al paziente un messaggio sbagliato, visto che non tutti necessitano di farmaci e sono fonte di disturbo qualora qualcuno dovesse entrare a prenderli.
Il corpo dello psichiatra
È necessario che il clinico impari a descrivere il proprio stile corporeo, atto di vestiti, atteggiamenti posturali, mimica, e che si interroghi sul tipo di messaggio che il proprio stile può inviare al paziente e che tipo di reazioni può indurre. Ci sono tuttavia dei casi limite da evitare, come il presentarsi in tuta da ginnastica o ostentare la propria ricchezza con gioielli, pellicce etc. In sostanza lo stile personale deve essere appunto "personale" ma anche in maniera sobria e non eccentrico, ma nemmeno "povero".
Le regole del gioco
La regola del linguaggio
Il linguaggio che si adopera durante un colloquio è il linguaggio del paziente. È essenziale utilizzare un linguaggio di uso quotidiano evitando quello tecnico-scientifico che andrebbe a falsare molte informazioni non essendo capito dalla persona che abbiamo di fronte.
Ci sono alcuni livelli di osservazione del linguaggio durante il colloquio:
- Lingua usata - osservare se la persona sta utilizzando la lingua che usa generalmente tutti i giorni al di fuori delle sedute (esempio il dialetto), oppure usa un'altra lingua. L'uso di un italiano più corretto in seduta potrebbe avere il significato di star rispettando il clinico che si ha davanti e la sua posizione, ma a livello psicologico ha una funzione di isolamento dalle rappresentazioni degli stati emotivi e crea una situazione di minore partecipazione emotiva, rappresenta quindi il cambiare lingua un modo per difendersi da se stessi. Tuttavia è possibile condurre un colloquio nella lingua non parlata giornalmente dal paziente (stranieri) ma tale colloquio avverrà con distanziamento. Ci sono pazienti che impongono il proprio linguaggio e bisogna stare molto attenti. Si deve evitare invece il linguaggio tecnico-scientifico con il paziente e lasciare il ruolo di tale strumento allo scambio comunicativo con i nostri colleghi e al pensiero. L'uso da parte del paziente di questo linguaggio è anch'esso un uso teso al distanziamento dai propri processi psichici ed emotivi.
- Vocabolario prevalente - può essere indicativo della provenienza socioculturale dell'individuo e di come questo individuo si sia integrato nel suo ambiente. Ci sono persone che parlano con lo stesso linguaggio della televisione, altre con i proverbi e detti del luogo di appartenenza.
- Ricchezza del lessico - si deve osservare se il lessico è variabile, povero o corposo, stereotipato. Se ci troviamo di fronte a persone con un lessico ricco siamo molto facilitati, perché essi sapranno descriversi.
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