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Tecnica del colloquio

La cornice del colloquio: aspetti psichici

Scopo ha un colloquio? Un notevole peso in questa ritualizzazione del colloquio hanno avuto le ideologie psicoterapiche e, in primo luogo, quella strana ideologia diffusissima a livello sociale che pretende di chiamarsi “psicoanalisi”. Con la psicoanalisi vera e propria questa ideologia non ha granché a che fare, se nel senso che si tratta di una sorta di difesa collettiva dal pericolo rappresentato dalla psicoanalisi ed alla capacità che essa in particolare ha di svelare le strade che consentono di passare dal territorio della coscienza a quello dell’inconscio. Questa ideologia ha soppiantato, in certe regioni, perfino quella medica. Non si parla più di “visita” ma di colloquio o di seduta. Dunque perché si fa un colloquio, per quali scopi si invita una persona a parlare di sé?

Nella semiotica si distinguono due fasi: la raccolta dell’anamnesi e l’esame obiettivo. A quale delle due fasi corrisponde il colloquio psichiatrico? Dovrebbe corrispondere all’esame obiettivo. Ma a quale tipo di realtà si rivolge questo particolare esame obiettivo? Alla realtà psichica dell’individuo che ci sta di fronte. L’unica realtà per la quale dovremmo essere sufficientemente attrezzati è quella psichica.

È assolutamente fondamentale che si tenga presente la distinzione tra il nostro lavoro e quello degli storici, dei poliziotti, dei giudici. Lo psichiatra si trova nella situazione di percepire la realtà psichica come una realtà altrettanto reale di qualsiasi altro livello di realtà. Ritornando al paragone con la semiotica medica: è il colloquio un esame obiettivo o un’anamnesi? A rigor di logica è certamente un esame obiettivo ma, si potrebbe dire, tendiamo continuamente a trasformarlo nella raccolta di un’anamnesi. Tendiamo continuamente a raccogliere la storia della persona che ci sta di fronte, quasi che questa storia abbia, la possibilità di spiegarci qualcosa.

L’illusione alla caccia alla realtà-realtà, alla realtà obiettiva, è davvero esiziale per lo psichiatra, lo psicologo, lo psicoanalista e la si può vedere come l’effetto della tendenza a negare. La negazione è sempre dietro l’angolo e c’è di sicuro all’interno di ogni paziente anche questa tendenza: raccoglierne il richiamo, colludendo con essa, significa la fine del colloquio. Quello che uno non può nascondere – e che neanche noi possiamo nascondere – è chi è, come pensa, come organizza il suo pensiero. Insomma è possibile all’uomo mentire su qualsiasi argomento che riguardi la realtà esterna, ma non è possibile mentire sulla propria realtà psichica. Se noi focalizziamo la nostra attenzione su questa specifica realtà, superando le difese psichiche che si oppongono a conoscerla, riusciremo non solo a capire il paziente, ma anche a trasmettergli il sentimento del nostro profondo rispetto per lui- e per la sua realtà al di fuori della stanza del colloquio. Questo sentimento di rispetto è qualcosa di assolutamente fondamentale per poter stabilire un buon rapporto con chicchessia, ma nel nostro caso – oltre ad una motivazione etica – ha un significato scientifico: è la sola posizione emotiva che ci consente davvero di compiere il nostro lavoro.

Il mio punto di vista è che persone diverse debbano occuparsi dei diversi livelli di realtà e delle diverse conseguenti domande del paziente. Se ciò non è possibile il primo livello da indagare è sempre e soltanto quello della realtà psichica del soggetto, a scapito delle altre sue realtà. Dunque riassumendo: il colloquio è lo strumento che utilizziamo per comprendere – nella maniera più precisa possibile – com’è fatta la mente del paziente. Questo è l’unico scopo del colloquio. La raccolta dell’anamnesi o della storia ha, nel primo colloquio, una posizione di secondaria importanza. Se ci sarà in seguito nella storia comune nostra – della persona che chiede il colloquio e di noi stessi – allora a poco a poco conosceremo anche il racconto della sua storia in modo abbastanza dettagliato. Ma non è sempre detto, né è così fondamentale come sembra.

Che scopi ha un colloquio

Ogni colloquio ha dei propri scopi particolari. Accennando agli scopi che può avere lo psichiatra: intendo proprio quel rispetto che dobbiamo a chi viene da noi; non possiamo fissare un'ora per un colloquio con una persona senza pensare perché gliela dedichiamo, cosa ci aspetta e cosa possiamo offrire. Si può fare il paragone con il commercio. Quale negoziante starebbe ad aspettare i clienti senza sapere che merce può vendere?

Prerequisiti mentali

Riporterò di seguito i principali atteggiamenti che a mio modo di vedere il giovane psichiatra deve imparare a conoscere o a ri-conoscere in se stesso.

Disponibilità e professionalità

Ritengo assai utile che ognuno, soprattutto all’inizio di questo mestiere, pensi un po’ al proprio stile personale. Quando parlo di tecnica personale di colloquio intendo riferirmi al fatto che tutti, da molti anni, abbiamo imparato a parlare e che tutti, dovendo parlare con certe persone, tendiamo ad impostare il colloquio in un determinato modo precostituito. La mancanza di questa elementare consapevolezza di sé può giocare brutti scherzi. Noi siamo una delle costanti in gioco: ma se non sappiamo che valore ha questa costante, trasformiamo la costante in incognita. Fondere dunque la propria tecnica personale con la tecnica del colloquio significa riuscire ad elaborare uno stile comunicativo che consente al paziente di sentire che non ha di fronte una statua o un pasticcione ma una persona disponibile e sinceramente incuriosita che ha a propria disposizione i mezzi tecnici per facilitargli un compito che – comunque – non è facile.

Frustrazione e sadismo

È purtroppo frequente – e può fornire materia per un’indagine psicologica sociale – una interpretazione di fatto di questa regola in chiave sadica, quasi che lo psicoanalista dovesse strapazzare i pazienti. Si tratta, com’è evidente, di una proiezione di un Super-io sadico sugli psicoanalisti e di una successiva identificazione “legalizzata” con tale Super-io. In realtà atteggiamenti sadici nei riguardi dei pazienti non ci dovrebbero essere, né mascherati da elementi tecnici né mascherati da tratti di carattere allegrone. E per quanto riguarda la regola della frustrazione, sarebbe opportuno tener presente la sua finalità, che è quella di impedire che il paziente e l’analista agiscano assieme soddisfacendo il secondo le richieste inconsce del primo e cercando invece che il paziente prenda coscienza di quale sia la situazione dei suoi desideri profondi.

La regola della frustrazione non è una regola generica, ma è mirata a precise costellazioni di difese e desideri: se noi non conosciamo la persona che abbiamo davanti non possiamo sapere che tipo di difese e desideri ha ed ergo non possiamo applicare questa regola in modo specifico e mirato. Ciò che invece nel primo colloquio massimamente si chiede è la conservazione della neutralità: ma questa neutralità è un atteggiamento assai “attivo” di curiosità, di disponibilità e di attenzione che fa sì che noi ci tiriamo da parte per lasciare che il paziente si esprima quanto meglio può. Per dirla francamente, se nel bagaglio mentale del giovane psichiatra non c’è questo atteggiamento di curiosità discreta e tollerante, forse farebbe meglio a valutare attentamente, prima che sia troppo tardi, l’opportunità di dedicarsi ad un altro ramo della medicina.

Riassumendo

I prerequisiti mentali che si richiedono ad un giovane o un vecchio psichiatra o psicologo che debba affrontare un colloquio con una persona sono estremamente semplici e, contemporaneamente, di fatto assai rari. Potrei riassumere questi requisiti in poche parole: una disponibilità attenta e rispettosa, una curiosità non invadente, una capacità di essere attivamente neutrali, una coscienza sufficiente del proprio stile comunicativo. Sommate queste caratteristiche ad una sufficiente chiarezza circa gli scopi del colloquio specifico che si deve affrontare e siete già a buon punto. Siete in grado di ascoltare.

Ciò che vorrei qui sottolineare è che il nostro lavoro non è un lavoro innocuo. Il nostro, è un lavoro pericoloso. Ma la pericolosità peggiore del nostro lavoro non è quella acuta bensì quella cronica. Il pericolo cronico sta nel subdolo tentativo di prendere le distanze dal paziente mediante operazioni mentali che, dapprima messe in atto durante i periodi lavorativi, poi si dilatano anche nella vita quotidiana e familiare dello psichiatra, alla sua vita privata. Un insieme di falsi sentimenti, una disponibilità artefatta, una curiosità o un interesse solo esibiti ma mai sentiti. Trasportate questi atteggiamenti mentali nella vita quotidiana e vi accorgerete di esser diventati degli automi.

Ritengo che tra i prerequisiti mentali dello psichiatra ci debba essere anche la coscienza che il proprio lavoro è un lavoro nel quale – comunque, sia che voglia sia che non voglia – egli mette in ballo se stesso. Ma c’è una specificità di questo problema per chi lavora in primo luogo con la propria mente per la mente altrui. Noi ed i nostri pazienti siamo fatti della stessa pasta, anche se si spera sia una pasta organizzata diversamente. Comunque, non si tratta mai di un'organizzazione radicalmente diversa.

Secondo uno dei luoghi comuni che circolano nel nostro ambiente sulla nostra professione, lo psichiatra deve avere la capacità di distaccarsi, non deve essere troppo coinvolto e così via. Sappiamo che un essere umano, entrando in contatto con un altro essere umano, può modificarlo ed essere modificato in qualche misura. Badate alle parole: ho scritto “in qualche misura” per sottolineare che noi non sappiamo in realtà né in generale, dal punto di vista scientifico, quanto una persona possa modificarne un’altra, né in particolare, dal punto di vista pratico, quanto e come quella persona può modificare noi o noi quella persona.

Fare come se questo non avvenisse, costituisce una della modalità difensive più comuni nel nostro lavoro, e certo una delle più pericolose. Da questo punto di vista, la tecnica è uno strumento che noi abbiamo elaborato per far sì che queste modificazioni avvengano in modo conoscibile e cosciente.

La cornice del colloquio: aspetti materiali

Il luogo

Un colloquio che si svolge tra due persone avviene in un luogo e questo luogo ha una grande importanza nello svolgimento del colloquio stesso. Gli elementi materiali di questo luogo: innanzitutto la porta che è l’elemento fondamentale della stanza; la porta della stanza di colloquio dev’essere una porta a tutti gli effetti. La porta è qualcosa di immensamente importante: è il confine, al limite può essere il confine corporeo del paziente, è sicuramente il limite al di là del quale non diremmo le cose che possiamo dire al di qua.

L'arredamento

L’arredamento è qualcosa di materiale che ci presenta al paziente, che simbolizza al paziente aspetti nostri, di noi che abbiamo accettato di stare in quel luogo o che lo abbiamo fatto così come si presenta adesso. È bene aver chiaro cos’è l’arredamento. Non si tratta solo dei singoli oggetti contenuti all’interno della stanza, ma piuttosto dell’insieme, della Gestalt della stanza, che quegli oggetti, così come il colore delle pareti e l’illuminazione, concorrono a costituire. Innanzi tutto un tavolo e due sedie. Il tavolo dovrebbe piuttosto dire al paziente: “toh, sei capitato in una casa, puoi sentirti a casa tua”. Il tavolo e le sedie sono per gli psichiatri quello che la sala operatoria è per il chirurgo.

Nella stanza, dunque, ci dovrebbe essere un tavolo comune, anche semplice ma non medico, due comode sedie, una luce diffusa e non fastidiosa. Anche le pareti andrebbero colorate come si colora una casa, e anche qualche quadro, anche semplice, qualche riproduzione va sempre bene. Occorre che l’ambiente sia umano. Quelli invece che vanno banditi sono gli armadietti in ferro-vetro stracolmi di farmaci o – peggio ancora – di strumenti medici. Queste presenze, oltre ad essere fonte di inutile comunicazione al paziente (che magari non avrà affatto bisogno di farmaci), sono anche fonte di disturbo perenne.

Il corpo dello psichiatra

Il paziente avrà, quando sarà sulla soglia, una Gestalt unica dell’ambiente nel quale sta per entrare e di questa Gestalt fa parte anche lo psichiatra. È necessario che uno psichiatra sappia quantomeno descrivere a se stesso il suo stile personale di condurre un colloquio non tecnico, è altrettanto necessario che egli impari a descriversi anche il proprio stile corporeo, fatto di vestiti, di atteggiamenti posturali, di mimica. Si tratta di altre facce dello stesso fenomeno: il carattere. Va da sé che un pizzico di buon senso e di buona educazione è più che sufficiente a orientare in questo campo. Ma al di là dai casi limite, è bene che uno sappia che stile corporeo ha, che tipo di messaggio questo stile può inviare e che tipo di reazioni può indurre. Un altro aspetto corporeo dello psichiatra è quello degli atteggiamenti posturali. Vale lo stesso discoro: occorre conoscerli. E, anche qui, ci sono dei limiti dettati dal buon senso.

Le regole del gioco

Ogni gioco ha le sue regole ed il colloquio psichiatrico non sfugge a questa legge. Innanzitutto queste regole non sono immotivate e mi si pone dunque il quesito se dilungarmi sul perché delle regole o accennarvi soltanto. In secondo luogo, esse implicano, per loro corretta comprensione anche intellettuale, tutto un contesto culturale che a me pare che i giovani psichiatri non abbiano (e neppure gli psicologi). Dunque le regole. A me pare che possano essere sostanzialmente ridotte a tre: la regola del linguaggio, quella della frustrazione, quella della reciprocità.

La regola del linguaggio

La formulazione di questa regola è assai semplice: in linea di massima il linguaggio che si adopera durante un colloquio è quello del paziente. La regola del linguaggio implica che abbiate riflettuto sui rapporti che esistono tra linguaggio e cultura etnica, tra cultura e personalità, che abbiate fatto perlomeno delle fantasie – e magari delle letture – sull’origine e l’apprendimento del linguaggio nel bambino. E poi che abbiate una certa idea delle forme del linguaggio, conoscere le quali è in fondo un obbligo per chi – comunque – cerca di decodificare un testo verbale composto di parole e di strutture grammaticali sintattiche.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/01 Psicologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher smalldreamer1126 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teorie e tecniche dei test e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Bombi Anna Silvia.
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