Che materia stai cercando?

La comunicazione non verbale Appunti scolastici Premium

Appunti su La comunicazione non verbale. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: 1) La comunicazione verbale, 2) La comunicazione non verbale, Il rapporto tra i due livelli, La cinesica, Il termine paralinguistica, La prossemica, La cronemica, ecc.

Esame di Teorie e tecniche della comunicazione di massa docente Prof. C. Giaccardi

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

senso di angoscia prodotto dalla consapevolezza della sofferenza altrui e a costruire un alibi per la non-azione. Cohen

invita gli uomini a essere più selettivi: poiché i media forniscono tante informazioni non possiamo sentirci

emotivamente commossi o obbligati ad agire in risposta a tutto ciò che ci viene presentato. In effetti il meccanismo

di diniego funziona come un modo di ripristinare quella distanza che il coinvolgimento emotivo tenderebbe ad

abolire, mantenendo così un equilibrio tra l’accesso di informazione e la consapevolezza su quanto accade nel

villaggio globale e l’individualismo che caratterizza il clima culturale contemporaneo.

L’approccio emotivo viene considerato come dominante nella presentazione dell’altro: quando l’altro è lontano la

modalità di rappresentazione è simpatetica e solidale, mentre rispetto all’altro vicino l’atteggiamento è di diffidenza,

paura, intolleranza. Nel rapporto con l’immagine mediata non c’è azione ma solo “retorica della pietà a distanza”

(Boltanski). La possibilità di azione scaturisce dalla capacità dell’immagine di farsi risorsa per una “parola

responsabile”, che costruisca nel tempo, “un’arena di discussione che getti un ponte tra le ansie e le emozioni

individuali e le questioni di interesse comune” (Bauman).

Anche Thompson riconduce l’azione alla possibilità di una “rielaborazione discorsiva”: i riceventi non sono in grado di

rispondere ai produttori in modo diretto, le loro azioni di risposta non fanno parte della quasi-interazione in sé. Se

rispondono alle azioni e alle parole dei produttori lo fanno per dare un contributo alle altre interazioni cui partecipano.

I messaggi dei media subiscono, secondo Thompson, un’elaborazione discorsiva: vengono sviluppati, precisati,

criticati, lodati e commentati dai riceventi che li adottano come temi delle loro discussioni.

Sincronie di azione: rituali collettivi e mondi comuni

I media creano le reti sociali e vi si introducono, integrando e delineando la struttura sociale, almeno

momentaneamente. Gli eventi mediali possono creare la comunità sociale stessa investendo sia il livello spaziale

che quello temporale, per esempio sincronizzando o de sincronizzando i tempi sociali, contribuendo alla costruzione

di ritmi condivisi. Si pensi ad esempio a come il palinsesto della tv nazionale generalista ha svolto un ruolo centrale

nella scansione della ferialità ordinaria, quanto dell’eccezionalità festiva della nazione (es. dal 1957-77 bimbi italiani

andavano a dormire dopo il “Carosello”). Carey riprende l’idea di Anderson notando come la psicologia della nazione

sia un organismo sociale che si muove attraverso un tempo omogeneo: la comunità condivide nel relativo isolamento

del domicilio privato, cerimonie condivise contemporaneamente da altri; cerimonie o date sottese da quotidiani o

dalle programmazioni televisive.

Ristrutturando lo spazio viene resa più complessa anche l’organizzazione del tempo, rendendo possibile il fatto di

abitare più presenti, sfalsati temporaneamente. L’esperienza temporale diventa quindi multipla e discontinua grazie

alla presenza dei media. Silverstone sottolinea a questo proposito come tutte le comunità siano virtuali, in quanto la

nostra socialità si estende ben oltre la nostra collocazione fisica ed è sostenuta dai network mediali. I media sono

quindi utilizzati per costruire mondi comuni a livello locale, e a volte anche globale (Thompson). Il loro uso sociale e i

rituali che hanno origine dai media portano quindi alla creazione di nuovi regimi spazio temporali, che contribuiscono

alla definizione degli scenari della contemporaneità. Se la funzione del rito è quella di “collante speciale”, nell’attuale

contesto delocalizzato , translocalizzato e plurilocalizzato, i media aiutano a contrastare il rischio di disordine e a

rafforzare il senso di appartenenza ad un gruppo.

Se dal punto di vista strutturale i media forniscono uno spazio simbolico condiviso e una simultaneità entro la quale

milioni di persone si allineano e partecipano contemporaneamente allo stesso evento, dal punto di vista dei

contenuti in questo spazio e in questo tempo comuni vengono resi disponibili gli elementi simbolici che sono insieme

caratterizzanti e distintivi: il rito crea dei confini simbolici che mentre definiscono e delimitano, distinguono e

separano.

Le cosiddette “grandi cerimonie dei media” (es. incoronazioni, mondiali di calcio, discorsi presidenziali ecc) svolgono

un ruolo di esibizione dei valori condivisi e comuni, con una finalità di riunificazione anche quando sono presenti degli

elementi conflittuali. I media diventano anche palcoscenico di una serie di riti di passaggio che hanno come loro

obiettivo la “manutenzione della località” e la produzione di soggetti locali. Un luogo comune della teoria sociale

ritiene che la località sia nella modernità fortemente minata; in realtà la località è una conquista sociale sempre in

pericolo in quanto intrinsecamente fragile. Se da un lato l’effetto di esclusione risulta indirettamente

dall’affermazione dei valori e dei simboli in cui il gruppo si riconosce, dall’altro tale effetto è perseguito anche

intenzionalmente attraverso precise forme di rituali mediatici che degradano e demonizzano il “loro” contro il quale il

“noi” si definisce. La degradazione del nemico diventa una forma di auto legittimazione, che giustifica azioni

normalmente ritenute moralmente inaccettabili, preparando il terreno a pratiche disumane attraverso la preventiva

disumanizzazione del “nemico”. Questa pratica rituale è risultata recentemente evidente nella “guerra delle

immagini” tra Usa e Iraq dove i rituali di degradazione (uccisione ostaggi Usa o torture prigionieri iracheni) hanno

trovato sui media il palcoscenico per la celebrazione di riti collettivi di appartenenza e costruzione del nemico. Gli

studi sui riti di passaggio ci mostrano che è soprattutto nella difficile fase di transizione e dell’incertezza che diventa

indispensabile esibire in modo chiaro i simboli di appartenenza, utilizzando il rituale per accompagnare la transizione

da un mondo delle mappe e degli stati nazionali a un mondo dei flussi, dei network, degli scenari post e

sovranazionali, un mondo dove gli equilibri di forze precedentemente costruiti sono entrati in crisi. La differenza è che

l’esito finale è tutt’altro che definito. I rituali di degradazione mirano alla produzione forzata del dissenso,

polarizzando ed esasperando la presentazione delle posizioni e in qualche modo “obbligando” il pubblico a schierarsi.

4. LA FUNZIONE RELAZIONALE: MEDIARE LE INTERAZIONI

Media relazionali e territorialità 5

I media sono anche strumenti capaci di ristrutturare lo spazio personale e devono quindi essere visti come modi di

estensione dei nostri “spazi di attività” oltre le distanze fisiche, che rendono possibili e sostengono nuove forme di

relazione. Il loro ruolo di ridefinizione dell’esperienza quotidiana è ben espressa da Sonia Livingstone che sottolinea

la forza dei media in grado di aiutarci nella costruzione di relazioni con persone non fisicamente presenti ma che anzi

sono collocate in un contesto spazio-temporale diverso dal nostro. I media quindi oltre a moltiplicare gli ambiti entro i

quali si strutturano le nostre possibilità di interazione , offrono la cornice interattiva queste diverse forme di

interazione.

Thompson identifica due modelli, oltre a quello faccia a faccia, che danno luogo a combinazioni diverse, sia nei

contesti di compresenza sia in quelli mediati. Gli elementi caratterizzanti i diversi tipi di interazione sono relativi alle

coordinate spazio-temporali, alla quantità di elementi simbolici disponibili, all’orientamento della comunicazione e

alla sua direzione. Quella definita da Thompson come “quasi-interazione mediata” non è propriamente una forma di

comunicazione, anche se Thompson ne sottolinea la crucialità nell’ambito delle interazioni sociali.

Il ruolo del telefono sulla dimensione della socialità è stato determinante in almeno due direzioni: 1) capacità di

costruire il nodo di un network anche nella mobilità, che consente di mantenere a distanza le relazioni

dell’appartenenza: essere in contatto quindi diventa condizione essenziale per essere parte; 2) facilità, almeno in

parte, l’acquisizione dei requisiti di base per l’integrazione nel nuovo contesto. Il cellulare diventa quindi

fondamentale nella definizione dei paesaggi relazionali, tra altri spazialmente remoti ma culturalmente vicini e altri

fisicamente prossimi ma culturalmente distanti. Esso diventa anche il luogo virtuale per praticare la propria identità e

contribuisce a rendere disomogeneo l’ambito locale in cui il soggetto parlante è inserito. Il telefono cellulare

rappresenta anche uno strumento di strategie e tattiche di presentazione del sé a distanza (comunicare a famigliari

distanti informazioni parziali su di me) o rispetto ai contesti di compresenza (telefonata in una lingua incomprensibile

ai presenti può assumere diversi significati).

Dal punto di vista interculturale il cellulare si armonizza perfettamente e insieme alimenta quella che Lipovetski

definisce la predilezione contemporanea per la “vicinanza despazializzata”.

5. I MEDIA E LA DEFINIZIONE DELLA REALTÀ SOCIALE

I media, oltre che a svolgere una funzione strutturale e relazionale, forniscono insieme il “luogo virtuale” e il

“materiale simbolico” dell’interazione. Numerosi autori hanno sottolineato l’importanza delle immagini mediate

come pseudo realtà, iperrealtà, realtà funzionale, che viene scambiata per quella reale o che ne impedisce la reale

comprensione o che la fa interpretare come fosse una finzione (es. dopo l’11 settembre le immagini hanno sconvolto

la nostra realtà, non tanto perché ci hanno portato a conoscenza di una realtà a noi televisivamente già nota, si pensi

alla condizione degli stati del Terzo mondo, ma perché ciò che noi solo televisivamente conoscevamo è entrato nella

nostra realtà). Le immagini mediali sono quindi rappresentazioni sociali, dotate di oggettività e di una capacità di

produrre aggregazioni sociali e azioni collettive. L’immagine è quindi sempre più una proprietà della collettività

piuttosto che del singolo individuo, può rappresentare una “palestra per l’azione” piuttosto che per la fuga ed ha un

ruolo istituzionale fondamentale. Le immagini virtuali costituiscono il sostrato e il supporto di quei fatti sociali a

partire dai quali costruiamo la nostra vita personale e relazionale. L’effetto di naturalizzazione delle immagini mediali

è tanto una componente fondamentale della costruzione dei “frames”, quanto del senso comune che ci consente di

esercitarci nella quotidianità la capacità di agire e di comunicare in modo fluido con i membri del nostro gruppo.

Silverstone ritiene che i media vadano studiati poiché centrali per la nostra vita quotidiana, in quanto dimensioni

sociali, culturali, politiche ed economiche del mondo contemporaneo, in grado di dare un senso al mondo. Secondo lo

studioso la loro funzione più significativa è quella di filtrare e incorniciare la realtà, offrendoci pietre di paragone e

punti di riferimento per la conduzione della vita di tutti i gironi e per la produzione e il mantenimento del senso

comune. Essi ci offrono inoltre parole e idee per esprimerci in quanto sono parte di una realtà alla quale

partecipiamo. Per Schutz invece il ruolo dei media nel fornire risorse simboliche, come repertori di sapere condiviso,

viene dato per scontato. Di Fraia sottolinea come i media mettano in scena il senso comune e incessantemente lo

costruiscono e lo riproducano. I media sono potenti costruttori di rappresentazioni socio-narrative convenzionalizzate

e stereotipiche, divenendo così figure che vivono nella cultura e nella mente agendo sui pensieri e sulle azioni degli

individui. Oltre a produrre un sapere di senso comune, i media promuovono anche un effetto di normalizzazione del

reale, che si traduce nella neutralizzazione e nell’indifferenza di ciò che inizialmente aveva la capacità di scuoterci e

di indignarci. Ciò che era disturbante nella sua oscena atrocità finisce per diventare “normale” e per fino tollerabile. Il

loro potenziale di impatto si esaurisce a causa della famigliarità generate dalle logiche di rappresentazione

mediatica e da i nostri meccanismi di difesa.

Breve excursus sulla rappresentazione: definizioni etimologiche

Il termine rappresentazione contiene in se tre significati, distinti ma compresenti nelle rappresentazioni mediali:

1) il primo è quello di immagine della realtà, che può utilizzare i codici più diversi. La rappresentazione implica

una selezione a partire da un punto di vista che organizza quanto viene mostrato, ed è quindi un’operazione

sulla realtà;

2) il secondo risultato rimanda al legame con il teatro suggerito dal termine: la rappresentazione è

un’immagine organizzata da qualcuno, ma anche l’oggetto dello sguardo di qualcuno, a partire da una

comune situazione comunicativa. In questo senso la rappresentazione si può definire come una “messa in

cornice”, che offre una definizione della situazione a partire dalla quale si muove l’interpretazione di chi vi

assiste; 6

3) il terzo significato è quello di rappresentanza, delega: la rappresentazione sta per qualcos’altro è ciò che si

rende accessibile laddove l’esperienza diretta non è possibile, o si intreccia con essa.

Rappresentazione e costruzione di “frames”: meccanismi e pratiche ricorrenti

Le rappresentazioni mediali incorniciano la realtà in un modo che non può essere ignorato, data la loro capacità

di costruire frames o “cornici simboliche”, per leggere la realtà e orientarsi al suo interno. Il frames è quindi

meta-comunicativo in quanto qualifica i messaggi dal punto di vista del loro contenuto e sul piano delle relazioni

pragmatiche che si sviluppano in un contesto specifico. I media hanno la capacità di presentare, in modo che

appaiano scontate, definizioni della realtà sociale che poi entrano nei nostri repertori cognitivi e comunicativi.

Questo vale soprattutto per i tipi di realtà che generano maggior inquietudine.

Come suggeriva Watzlawick, molte questioni possono essere affrontate solo partendo da un lavoro di reframing,

poiché spesso l’impasse deriva dal fatto che si da per scontato il modo in cui il problema è posto mentre è

proprio la cornice a costruire la situazione problematica, spesso in modo irrisolvibile. Si creano effetti di

inquadramento simbolico, che condizionano pesantemente gli eventi che la riguardano, soprattutto quando le

apparenti descrizioni della realtà sono operate da un punto di vista che si presenta come oggettivo e neutrale

(modalità tipica dell’etnocentrismo). Una recente ricerca sull’immigrazione nei media italiani mostra ad esempio

come nel linguaggio comune la parola “problema” accompagna sempre quella di immigrazione. L’immigrato nei

media è il grande assente: su di lui ci sono servizi commenti ma non è mai fisicamente presente. Inoltre un’altra

tipica caratteristica dei media italiani è quella di raggruppare le 192 cittadinanze presenti in Italia sotto il

generico nome di immigrati per l’appunto. È di norma si parla di immigrazione solo in relazioni ad eventi negativi,

spiegando raramente chi sono, da dove vengono e quali sono le loro aspettative, puntando più l’accento sul loro

arrivo che sulla loro partenza. Il modo più chiaro per comprendere quindi il ruolo dei media nella costruzione dei

frame che diventano senso comune è quello di considerare esempi concreti di pratiche giornalistiche ordinarie.

Un esempio emblematico: lo straniero nella stampa

La costruzione sociale dello straniero a opera della stampa è mutata nel tempo. Se prima il tema dello straniero

veniva trattato di rado, come “emergenza”, dall’11 settembre 2001 il campo semantico del terrorismo è stato invece

attivato in modo massiccio, divenendo un tema centrale della cronaca. L’uso “giornalistico della cronaca” (Dal Lago

1999) può avere diverse implicazioni, collegate fra loro:

la definizione, implicita ma efficace, dei frame entro i quali cogliere e interpretare i fenomeni, definisce

 un’equazione implicita tra “straniero=straneo=minaccia”;

il rafforzamento. L’ “assertività della cronaca” innesca un meccanismo circolare, che Dal Lago ha definito

 “tautologia della paura” (vedi pag. 187 fig. 3.1 schema);

la legittimazione: esiste e ha senso solo ciò che è visibile, o di cui esiste una traccia filmata e fotografica. Ciò

 che i media rendono visibile esiste, può essere oggetto dell’opinione pubblica, mentre ciò che non è notizia

bile, benché dotato di esistenza, può essere al più oggetto di esperienza privata e scompare all’orizzonte

pubblico. L’enfasi mediatica si concentra sulle declinazioni del frame emergenza, lasciando nell’ombra gli

aspetti di normalità, le storie di ordinaria integrazione, contribuendo ad alimentare il circuito della tautologia

della paura;

l’autopoiesi poiché definisce le cornici entro le quali vengono messi a fuoco, illustrati e interpretati i

 fenomeni, enunciazione è in grado si dimostrare e costruire la realtà di cui parla.

Analizzando due diversi articoli di giornale possiamo vedere come il tema dell’immigrazione viene trattato nelle

testate giornalistiche. Nel primo trafiletto, dove si parla della rapina compiuta da un extracomunitario (marocchino) a

due donne, l’azione riprovevole del marocchino occupa il taglio più alto, ed e per questo che acquisisce una

superiorità gerarchica, essendo la prima informazione che il lettore incontra. Inoltre nell’indicare, prima del titolo, il

luogo preciso dell’accaduto consente di localizzare il fatto di cui si parla in modo denotativo, fornendo coordinate

precise rispetto alle quali i cittadini possono stabilire il grado di distanza, vicinanza e rischio personale, e in modo

connotativo, avvallando un mappa delle zone, di solito periferiche, dove degrado urbano, ambientale e sociale si

intrecciano. Un altro meccanismo, tipico dei media è quello della etnicizzazione del crimine. Nel secondo trafiletto

invece, benché il titolo presenti una struttura analoga, risulta evidente come la definizione sociale del soggetto che

compie l’azione (uomo che presta soccorso ad un anziano che veniva malmenato da delinquenti) si basa

sull’elemento “neutro” dell’occupazione (autista e venditori di giornali); la nazionalità di quest’ultimo di ha solo a

metà del testo. Si può notare quindi la differenza col primo testo, dove la nazionalità del soggetto dell’azione

negativa è esplicita fin dal titolo. Tutto ciò contribuisce a rafforzare l’equazione implicita “stranieri=pericolo” , sia

perché spesso solo i titoli costituiscono l’oggetto della lettura del quotidiano, sia perché, anche nel caso di un’analisi

più rigorosa, è evidente che l’impatto informativo sulla figura dello straniero è ben diverso. Entrambi i protagonisti

subiscono comunque un processo di de individuazione, dove il criterio di attribuzione a una categoria muta col

cambiare del segno dell’azione: azione positiva/categoria sociale, azione negativa/categoria etnica. Il singolo fatto di

cronaca, una volta legittimato il frame “immigrati=criminalità e pericolo”, si trasforma automaticamente in una

conferma del frame stesso, che innesca un processo autopoietico.

Questi esempi ci mostrano come il fenomeno sempre più frequente “dell’elasticità della categoria di criminalità” di

Dal Lago, si dilata a includere una serie di reati che, per quanto rappresentino infrazioni e rotture della legalità, solo

in modo forzato possono essere ascritti all’ambito della criminalità.

Un meccanismo cui la stampa quotidiana tende a ricorrere è quello della “colpevolizzazione della vittima” (ad es.

l’espressione “se la sono voluta loro”) e la speculare vittimizzazione dell’aggressore (abbandonato dalle istituzioni,

7

costretto a salvaguardare la propria incolumità e a difendere il proprio territorio con le sue sole forze). La

colpevolizzazione della vittima gioca anche su un meccanismo implicito che Sayad descrive come “la doppia pena del

migrante”: uno straniero colto in fallo è comunque già reo di essere “fuori posto”; questo costituisce un’aggravante

che si somma al fatto di aver commesso qualcosa di illegale. Dal punto di vista soggettivo lo straniero si sente in

colpa, a disagio e giungere a considerare con rassegnazione, secondo il meccanismo della profezia che si auto

avvera, quanto gli accade, anche quando subisce torti o ingiustizie. D’altro canto l’aggressore si sente scusato dal

fatto di “essere al proprio posto”, fatto che costituisce un’attenuante per atti in sé criticabili.

L’associazione del tema dell’insicurezza con l’immigrazione è uno dei luoghi comuni che produce maggiori distorsioni

prospettiche e che rappresenta la situazione attuale in modo decisamente unilaterale e asimmetrico: pensare che

l’insicurezza sia solo “nostra”, legata alla presenza “loro” sul nostro territorio, significa non tenere conto della

condizione di precarietà in cui si trova la gran parte degli immigrati e del fatto che un reframing, in grado di cogliere

l’insicurezza come condizione esistenziale comune dei soggetti nella contemporaneità, potrebbe consentire di

affrontare le questioni che si presentano in modo più equilibrato e anche più efficace. Ciò dovrebbe spingerci ad

affrontare le questioni in modo non puramente emotivo e non totalmente unilaterale, con la consapevolezza delle

distorsioni involontarie, ma anche di quelle volontarie, che si generano a partire dalle operazioni di framing attuate

dai media.

Capitolo 5 Condizioni, modelli, prospettive

I. Rimuovere gli ostacoli alla comunicazione.

Relazione: particolare processo di attribuzione di rilevanza e individualità chiamato dagli studiosi riconoscimento. La

negazione del riconoscimento produce necessariamente disprezzo o indifferenza. Il risultato di questo processo di

riconoscimento e individualizzazione porta alla formazione di un’immagine dell’essere umano mutilata e indicata con

il concetto di “spregio”; quindi l’esperienza del dispregio porta al rischio di una violenza che può portare al crollo

dell’identità dell’intera persona. Il riconoscimento non è altro che l’opposto di quel singolare tipizzante che risulta

dall’uso dello stereotipo.

Dunque riconoscimento e individualizzazione sono inscindibili:

1) per poter dialogare occorre considerare l’altro come individuo e non come membro di una categoria

(processo di deinvidualizzazione).

2) L’altro non va considerato come oggetto del nostro sguardo ma come soggetto di uno sguardo proprio che

ha diritto quindi ad una rappresentazione più attenta della sua individualità. Questo è un passo inscindibile

della comunicazione culturale attraverso cui noi vanifichiamo gli stereotipi, i pregiudizi che non hanno modo

così di emergere.

La capacità di ascolto è essenziale, per riuscire a imparare qualcosa di noi stessi che non conoscevamo e correggere

eventualmente l’immagine che ci siamo fatti degli altri allargando la nostra prospettiva sul mondo. L’identità è una

struttura dialogica che si definisce in un movimento continuo tra l’io e gli altri, l’altro offre un punto di vista esterno

alla nostra prospettiva e rappresenta una presa di distanza dal nostro dato. Contrastare la deinvidualizzazione

significa anche evitare di essenzializzare le culture, immobilizzandole dentro confini simbolici. L’oggettivazione della

cultura riduce i soggetti alla loro appartenenza culturale, riducendo l’altro ad uno stereotipo.

2. Dal malinteso all’ascolto attivo.

La difficoltà della comunicazione deriva dal fatto che la comunicazione in sé sia un fenomeno complesso e ricco di

ostacoli. La Cleca sostiene che il malinteso è una condizione normale della comunicazione e non un difetto, come lo

si ritiene normalmente. Il malinteso deriva essenzialmente dall’eseperienza dell’incontro con l’altro, del porsi

reciproco degli interlocutori. Deriva dal senso di disagio quando siamo con l’altro e ci rendiamo conto del fatto che

non possa essere inquadrato nelle nostre categorie e dobbiamo abbandonare i nostri pregiudizi e stereotipi perché

non funzionano. Esiste quello che La Cleca definisce “malinteso doppio beninteso” si tratta del caso in cui

entrambi gli interlocutori sanno che non si capiscono e questa incomprensione costituisce proprio l’esperienza

originaria che li accomuna. Questo tipo di malinteso rientra in una dimensione di temporalità: se nel presente nasce

il malinteso e in una prospettiva futura che il malinteso può essere risolto. Se nel presente la differenza richiede

un’azione immediata (accettazione,espulsione,conflitto), è solo nel futuro che si costruisce una riduzione della

distanza.

La relazione non può essere pensata come fluida, come unidirezionale . non c’è comunicazione se non c’è ascolto

dell’altro, se non si è disposti a rivedere la nostra posizione, se non si è disposti a cambiare. Bisogna avere qualche

capacità e volontà di incontrare l’altro, che ha una profonda implicazione morale. L’alternativa a questo

comportamento non tre lasciarsi assorbire dall’altro o resistere per non farsi contaminare dall’altro, ma consiste nel

riconoscere l’altro pur considerando che sia una via particolarmente difficile.

3. Dall’etnocentrismo alla prospettiva.

Se il malinteso può diventare un meccanismo per riattivare la comunicazione, anche l’etnocentrismo può costituire

una risorsa per ripensare alla nostra posizione nel mondo in un modo che favorisca la nostra la comunicazione e il

rapporto fra le culture. Pensare all’etnocentrismo da un punto di vista epistemologico significa considerarlo non più 8


PAGINE

9

PESO

98.26 KB

AUTORE

flaviael

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea triennale in Linguaggi dei media
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teorie e tecniche della comunicazione di massa e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Giaccardi Chiara.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Corso di laurea triennale in linguaggi dei media

Riassunto Letteratura italiana I - Prof. Frasso, libro consigliato Letteratura italiana dalle origini, Contini
Appunto
Opera di Petrarca: Appunti di Letteratura italiana
Appunto
Lezioni: Appunti di Retorica
Appunto
Appunti completi II semestre
Appunto