Goffman e la rappresentazione drammaturgica
Goffman applica alla vita quotidiana una metafora teatrale, descrivendo i nostri atti ordinari e il nostro rapporto con gli altri come un gioco di ruoli assunti e rifiutati, una recita complessa nella quale scegliamo i personaggi da interpretare per presentarci e definirci. Nel suo studio "l'individuo è stato implicitamente diviso in due parti fondamentali: è stato considerato come attore, un affaticato fabbricante d'impressioni, immerso nel fin troppo umano compito di mettere in scena una rappresentazione, ed è stato considerato come personaggio, una figura per definizione dotata di carattere positivo, il cui spirito, forza e altre qualità eccezionali debbono essere evocati dalla rappresentazione." (Goffman 1975:288)
Goffman, ovviamente, si riferiva nella sua analisi alla vita quotidiana, ai rapporti faccia a faccia, a situazioni di condivisione di ambienti nei quali, come in una performance teatrale, gli individui recitano la loro parte, interpretano se stessi, o meglio quel 'se stesso' che risponde all'immagine sociale che - in quella certa occasione - si vuole trasmettere.
Questo approccio alla questione dell'identità sottolinea come ciò che ci definisce, nella nostra esperienza quotidiana, è ciò che noi mostriamo agli altri e ciò che vediamo degli altri. Nelle relazioni e nelle situazioni sociali, infatti, noi mostriamo agli altri soltanto la faccia, cioè quella "immagine di se stessi, delineata in termini di attributi sociali positivi; [...]" (Goffman 1975).
La metafora del teatro, della rappresentazione, della recita ci riconducono ad una osservazione più generale: secondo Goffman la nostra identità si struttura quotidianamente attraverso le nostre recite, ma anche attraverso quello che siamo riusciti a trasmettere agli altri nelle nostre "recite". Per cui, nella concezione di Goffman, non c’è spazio per l’elaborazione interiore del soggetto: ciò che conta sono le azioni e i gesti che quotidianamente compiamo nel lavoro, nella vita affettiva, nel tempo libero. La nostra identità è definita dai ruoli che di volta in volta siamo chiamati a svolgere.
Il confronto con Mead
Su questo punto, però, Goffman corregge in parte la posizione di Mead e della sua teoria dei ruoli. Mead descrive infatti il soggetto come un contenitore amorfo e passivo costretto ad adeguarsi in qualche modo al self che la società gli impone. Contro tale concezione, Goffman affida al soggetto un compito attivo nella costruzione dell’identità: “il self non corrisponde al ruolo interiorizzato ma viene attribuito proprio
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