L'intelligenza
Lo studio e la valutazione dell'intelligenza umana
Non è facile affrontare il tema dell'intelligenza umana, troppi sono gli approcci teorici e metodologici. Lo studio dell'intelligenza costituisce una delle aree più affascinanti e sfuggenti della psicologia. Le varie accezioni di intelligenza e i vari contesti di riferimento devono essere comunque distinti in due categorie fondamentali, che potremmo chiamare generali e differenziali, a seconda che l'accento venga messo su ciò che è comune agli esseri umani o su ciò che li differenzia.
Si hanno accezioni generali, quando si pensa al substrato comune agli esseri viventi, come in espressioni del tipo "l'uomo ha avuto il dono dell'intelligenza". Si ricordi che intelligenza deriva dal verbo latino "intelligere" che si riferisce in primo luogo alla capacità di comprendere la realtà contrapposta alla situazione in cui viene semplicemente subita o non si riesce a decifrarla. Ci si riferisce all'intelligenza, in termini generali, per menzionare l'attività della mente umana o per illustrare le operazioni mentali di livello elevato, presenti però anche in esseri inferiori, oppure per sottolineare la possibilità della mente di raggiungere elevati traguardi.
Inoltre, a partire dal 1700 e più sistematicamente nella seconda metà del XX secolo, si è fatto riferimento all'ipotesi che un congegno meccanico possa avere una sua intelligenza ovvero possa eseguire funzioni precipue dell'uomo. In pratica, l'intera gamma delle funzioni cognitive, o forse addirittura anche delle funzioni psichiche, viene ricondotto all'espressione di intelligenza, spesso per ricordare che esse hanno una funzione adattiva e che specificano l'unicità degli esseri viventi rispetto ai rappresentanti del mondo minerale e, in parte, del mondo vegetale e degli organismi inferiori.
Nella sua accezione differenziale per intelligenza si intende appunto l'elemento che differenzia gli individui nella capacità di affrontare i compiti cognitivi. Questa accezione è anche quella prevalente nel linguaggio comune quando si usano espressioni del tipo "quella persona è intelligente". Il concetto di differenze individuali è stato sviluppato con ottiche differenti, sempre però volte ad analizzare in cosa differiscano le persone che si presume abbiano poca, abbastanza o molta intelligenza.
Questo confronto può riguardare una popolazione sostanzialmente omogenea di adulti istruiti, esplorando le caratteristiche di chi si suppone sia più intelligente e di chi si suppone lo sia meno. In questo caso la procedura rischia di soffrire di circolarità. L'uscita dalla circolarità può essere parzialmente consentita con l'uso di criteri esterni. Un criterio tipico, ma non ottimale, è rappresentata dalla capacità di apprendimento e dal successo nella scuola o nella vita. La ricerca sull'intelligenza può anche basarsi sul confronto fra i gruppi pregiudizialmente definiti di diversa intelligenza.
Confronti fondamentali per lo studio dell'intelligenza riguardano: esseri umani rispetto ad animali (filogenesi), bambini piccoli rispetto a bambini più grandi e questi rispetto a giovani adulti (ontogenesi), popolazioni di individui con funzionamento intellettivo tipico rispetto a individui con funzionamento intellettivo chiaramente atipico. Il campo dell'intelligenza ha suscitato grande interesse e ha comportato l'assunzione di prospettive estremamente diverse. Cianciolo e Stenberg raccoglievano questi differenti approcci all'interno di sei prospettive che si caratterizzavano come metafore:
- La metafora geografica: cerca di descrivere le aree del funzionamento intellettivo;
- La metafora computazionale: usa l'analogia col funzionamento del computer per descrivere il funzionamento dell'intelligenza umana;
- La metafora biologica: risale ai correlati fisiologici del funzionamento intellettivo;
- La metafora epistemologica: deriva una teoria del funzionamento intellettivo umano da una teoria formale della conoscenza;
- La metafora sociologica: mette l'accento sulle influenze sociali che plasmano o modificano lo sviluppo intellettivo;
- La metafora antropologica: vede nella cultura le basi dell'intelligenza e della nostra stessa idea di cosa significhi essere intelligente;
Queste metafore illustrano la complessità del campo di studio dell'intelligenza e il fatto che essa può essere indagata da vari punti di vista e anche da discipline differenti. Molte definizioni di intelligenza ne richiamano l'aspetto adattivo e assumono che la capacità adattiva varia da individuo a individuo. Si tratta allora di un accento generico e di dubbia utilità concettuale, ma estremamente diffuso. Questa posizione è idealmente influenzata dall'evoluzionismo darwiniano, che ha sostenuto che solo gli individui con maggiore capacità adattive riescono a sopravvivere.
Galton pubblicava un volume dal titolo Hereditary Genius in cui sosteneva che l'intelligenza è ereditaria. In quest'opera Galton poneva anche le basi statistiche per la misurazione delle differenze intellettive assumendo che, nei singoli individui, esse si distribuiscono a partire da un valore medio. Più il punteggio di intelligenza si discosta da questo valore medio, più è piccolo il gruppo degli individui che lo ottengono. Galton esaminava soprattutto le differenze individuali in compiti semplici, focalizzandosi sulla velocità con cui venivano date le risposte. Al contrario le scelte successive nella misurazione dell'intelligenza furono maggiormente orientate, grazie al contributo decisivo di Alfred Binet, verso funzioni cognitive più complesse come giudizio, comprensione e ragionamento.
La specificazione di competenze che caratterizzano una certa fascia di età, poneva le condizioni per la definizione di età mentale e per il calcolo del quoziente di intelligenza, che sarebbe poi stato proposto per la prima volta da Stern. Si noti che la stima del quoziente di intelligenza, basata sul calcolo effettivo del rapporto, si effettua solo in età evolutiva (mentre negli adulti ci si basa sul confronto con gli altri individui: QI di deviazione), nei bambini piccoli questo calcolo ci espone a rischi dovuti al fatto che l'età cronologica risente di molti fattori e la prestazione è soggetta a fluttuazioni.
Tuttavia, per quanto il calcolo sembra un meccanico, e si dimostra notevolmente affidabile e il valore ottenuto tende a permanere anche a distanza di molto tempo. Si ricordi che l'indice di correlazione si basa sulla stima della somiglianza esistente fra le distribuzioni di due variabili. In altre parole, se chi ottiene punteggi elevati ad una variabile ottiene punteggi elevati ad un'altra e, similmente, chi ottiene punteggi bassi li consegue per entrambe le variabili, ne consegue probabilmente che le due variabili presentano un'elevata correlazione positiva. Vi sono vari metodi per calcolare la correlazione fra due variabili ma generalmente essi portano a trovare un indice numerico che varia fra un massimo di +1 (perfetta corrispondenza), un valore intermedio di 0 (nessuna relazione) e un minimo di -1 (perfetta corrispondenza inversa).
La storia dell'intelligenza come costrutto che specifica le differenze individuali di funzionamento cognitivo si è basato sulla psicometria, cioè sulla valutazione delle differenze individuali. Questa valutazione ha riguardato singole operazioni cognitive, ma soprattutto complessi di funzioni. Ai test di intelligenza sono state avanzate molte altre critiche. Alcune di queste critiche possono essere ricondotte idealmente alla posizione storico-culturale di Vygotskij, che nelle sue teorizzazioni aveva sostenuto come le funzioni cognitive superiori fossero il risultato dell'interazione con dell'individuo con gli strumenti forniti dell'ambiente e con l'ambiente sociale.
Egli sottolinea come sia importante valutare non solo quello che una persona sa fare, ma anche quello che potrebbe fare se adeguatamente assistita. Questa idea ha portato più recentemente a sostituire i normali test di intelligenza con prove che valutano il potenziale di apprendimento, in cui si propongono situazioni cognitive che la persona non sa fare, ma potrebbe eseguire se aiutata. In realtà le procedure di valutazione del potenziale di apprendimento si sono dimostrati complesse e non particolarmente utili. Dal contributo vygotskijano esce comunque implicitamente un'altra critica ai normali test di intelligenza, e cioè che essi rappresentano una gamma molto particolare di situazioni e le propone in contesti di laboratorio che sono tipici ed avulsi dalla realtà.
Secondo questa critica le abilità dovrebbero essere valutate nella loro attualizzazione con problemi concreti, collocati in situazioni reali e nell'interazione con altre persone. La predisposizione, però, di strumenti adatti per una valutazione di questo tipo non sarebbe facile. Inoltre, questo modo si rischia di valutare altre forme di intelligenza. Un'altra critica associata riguarda il fatto che i test tipici di intelligenza riflettono le caratteristiche culturali, i modelli e i valori di chi li ha costruiti, normalmente persona di elevate istruzione della società occidentale.
Questa critica appare particolarmente significativa, in considerazione del fatto che il test di intelligenza sono stati utilizzati per valutare individui di altre culture, guarda caso mettendo spesso in luce in essi dei livelli più bassi di intelligenza. Le critiche ai test di intelligenza ne dimostrano indubbiamente i limiti. Per esempio, le ricerche sui bambini con svantaggio socioculturale dimostrano quello che i test tipicamente mettono in luce e cioè l'intelligenza presente, non quella potenziale.
D'altro lato, i test di intelligenza possono evidenziare capacità che, pur già presenti nel soggetto esaminato, non si era stata in grado di riconoscere. La scuola ha costituito un settore primario nell'uso dei test d'intelligenza. In molti casi questo uso è stato costruttivo, ed è servito per capire meglio un bambino, orientarlo in modo da valorizzare le sue competenze, aiutarlo a trovare i modi per aggirare le sue debolezze. Altre volte, purtroppo, l'uso dei test d'intelligenza ha avuto una funzione discriminativa, perché è servito ad isolare gli alunni più deboli.
Un'altra utilizzazione educativa di test di intelligenza a valenza discriminativa riguarda la selezione degli studenti dotati per progetti avanzati. Il test di intelligenza sono anche ottimi predittori del successo professionale. È noto il caso dell'esercito americano che, ai tempi della Prima Guerra Mondiale, aveva bisogno di individuare i giovani da avviare a costosi progetti di formazione e con un numero limitato di posti. Per raggiungere tale scopo l'esercito si rivolse agli psicologi che ebbero l'opportunità per offrire la prima eclatante dimostrazione delle potenzialità offerte dalla psicologia.
La combinazione dei test di intelligenza e attitudinali si dimostrò utilissima e decretò la diffusione capillare del testing nell'esercito americano. Da allora, la selezione per nuove assunzioni delle aziende si è avvalsa in ampia misura dei test di intelligenza, di solito integrati con una valutazione delle specifiche competenze della idoneità emotiva e interpersonale ad assumere il ruolo previsto. Nel 1986 un esame sistematico compiuto da Hunter concludeva che c'era un rapporto sostanzioso fra punteggio in un test di abilità generale e successo professionale. Essi, infatti, trovarono una correlazione statistica di 0,5 fra successo al test e prestazioni fornite sul lavoro.
La misura dell'intelligenza resta stabile nel tempo? Sono spesso citati i risultati sorprendenti che rivelano correlazioni significative fra punteggi di intelligenza ottenuti dagli stessi individui a notevole distanza di tempo. Questa stabilità non è tuttavia completa; le variazioni sono per esempio considerevoli nel bambino piccolo. Con il passare degli anni la relazione fra QI e altri aspetti cambia. Se, invece, esaminiamo le variazioni in età evolutiva, con lo sviluppo diminuirebbe il peso dell'intelligenza di base, questo principio è stato anche chiamato legge di Spearman, presumibilmente in relazione col fatto che le conoscenze aumentano e compensano deficit di base.
Infatti, le abilità cognitive sono molto correlate quando si esaminano bassi livelli intellettivi e invece diventano meno correlate a livelli intellettivi elevati: una persona molto intelligente per un aspetto, non lo è necessariamente per un altro. In particolare, è frequente osservare nel ritardo mentale andamenti similmente bassi in varie prove anche differenti. Questo quadro è associato alla cosiddetta "regola della peggiore prestazione" che dice che, se un individuo affronta un compito ottenendo prestazioni variabili, la prestazione che meglio predice il suo livello intellettivo è quella più bassa e non la più alta.
Un'altra prova del fatto che la relazione fra due variabili può essere maggiore per certi livelli di essa e minore per altri è fornita dal principio della "differenziazione", in base al quale vi è una relazione più stretta fra variabili quando si considerano punteggi bassi di livello intellettivo. I test di intelligenza sono numerosi e includono prove molto diverse fra loro. Pertanto, ogni prova intellettiva misura elementi specifici relativi al compito.
Molti fonti autorevoli hanno sostenuto che il test delle matrici di Raven, nelle sue varie forme, sia lo strumento più rappresentativo della misura dell'intelligenza. Evidenze statistiche, infatti, suggeriscono come il test misura aspetti centrali dell'intelligenza. Gli item illustrano come il ragionamento sia un elemento essenziale dell'abilità intellettiva. Il compito consiste nell'individuare, fra le alternative proposte quella che meglio completa la serie. Il solutore è dunque impegnato ad esaminare contemporaneamente le serie da sinistra a destra e dall'alto in basso, deducendo nell'uno e nell'altro caso il principio che caratterizza la sequenza e quindi combinando i due elementi.
Un classico lavoro di Carpenter, Just e Shell ha messo in luce come un ruolo critico per il successo nei test sia rappresentato dalla capacità della memoria di lavoro di elaborare contemporaneamente più elementi. Successivamente varie indagini hanno calcolato la relazione fra il successo e diversi item del test e l'abilità di memoria di lavoro, osservando che questa varia da item a item.
Teorie e forme dell'intelligenza umana
Visione globale dell'intelligenza
In ambito psicologico esistono fondamentali convergenze su cosa si possa intendere per intelligenza, ma esse sono oscurate dalla presenza di numerose e differenti concezioni che fanno idealmente capo ad alcune posizioni teoriche fondamentali che sono venute al sedimentarsi nel corso del XX secolo e tuttora animano il dibattito scientifico. Le teorizzazioni più popolari dell'intelligenza, come dimensione differenziale, hanno storicamente oscillato fra una posizione di tipo unitario e una di tipo multicomponenziale.
Negli ultimi decenni lo sviluppo della psicologia cognitivista e lo studio di differenze in gruppi patologici hanno articolato ampiamente il repertorio degli strumenti per l'esame delle differenze intellettive e delle sottostanti autorizzazioni, rendendo ancora più complesso questo campo di studi. Ciò significa che non si può prescindere dal prendere una posizione in merito. Prima di considerare delle vere e proprie concettualizzazioni dell'intelligenza, ci soffermeremo su quegli approcci eclettici e globalisti che vedono l'intelligenza in tutte le manifestazioni della mente e si limitano ad individuare le funzioni più rappresentative del funzionamento intellettivo.
Poiché si tratta di un approccio che non prende posizione netta nei confronti del dibattito teorico sull'intelligenza e dunque non si contrappone a nessun orientamento, esso è stato un tipico riferimento per la costruzione dei più importanti test di intelligenza, quali le scale derivate dalla originaria batteria ideata da Binet e Simon le scale che Wechsler cominciò a costruire a partire dal quarto decennio del XX secolo.
Binet e Simon crearono una batteria per la valutazione dell'intelligenza sulla base dell'assunzione che l'intelligenza si sviluppa nel bambino e che le prove critiche per misurarla dovevano essere scelte senza riserve concettuali fra quelle che meglio differenziavano il comportamento a diverse età. Oggi, tuttavia, sono le scale ideate da Wechsler a costituire la base in quasi tutto il mondo per la valutazione dell'intelligenza. Wechsler si limitò a selezionare dalle batterie esistenti ai suoi tempi le prove che funzionavano meglio. Il successo delle teorie globali è dovuto alla loro cautela misurativa, e alla loro sostanziale ateoreticità che, pertanto, non si pone in contrasto netto con nessuna teoria.
Wechsler affermava che: concepisce l'intelligenza come un'entità generale e globale, vale a dire come un'entità molto determinata e variamente sfaccettata piuttosto che come entrata indipendente e regolarmente definito; evita di indicare qualche singola abilità per quanto importante possa essere considerata come essenziale o di importanza determinante. La teoria globale sfugge alla richiesta di spiegare l'intelligenza.
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