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L'idealismo di Fichte e Schelling

Appunti di filosofia moderna sull'idealismo di Fichte e Schelling basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Gaudieri dell’università degli Studi Gabriele D'Annunzio - Unich, Facoltà di Scienze della formazione. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Filosofia moderna docente Prof. A. Gaudieri

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FICHTE – Idealismo e libertà

1) La vita Fichte nacque nel 1762 da una famiglia di contadini sassoni e potè studiare grazie al contributo di un possidente

locale che, impressionato dall’intelligenza del giovane, gli finanziò gli studi a Jena e Lipsia. Terminati gli studi, si trasferì

come insegnate privato a Zurigo, poi a Lipsia, dove cominciò a studiare la filosofia kantiana, che si rilevò decisiva per lo

sviluppo del suo pensiero. Nel 1791 conobbe personalmente Kant, il quale, colpito dalla sua intelligenza, propose la

pubblicazione di un libro che, uscito anonimo, venne scambiato per un’opera di Kant, ottenendo un grande successo.

Quando venne rilevata l’identità dell’autore, Fichte guadagno subito grande fama. Nel 1793 intervenne nel dibattito suscitato

in Germania dagli eventi della Rivoluzione francese con due scritti, i quali rivendicavano la libertà di azione rivoluzionaria nel

momento in cui i diritti naturali (libertà di pensiero in particolare) vengano violati dalle autorità politiche. L’anno successivo

iniziò a insegnare filosofia all’Università di Jena e pubblicò la sua opera fondamentale, i “Fondamenti dell’intera dottrina

della scienza”, che segnò il distacco dal kantismo. Lasciata Jena, Fichte si trasferì a Berlino, instaurando rapporti con il

circolo romantico formatosi intorno alla rivista “Athenaeum”. Morì nel 1814.

2) Il pensiero L’idealismo, con Fichte, Schelling, Hegel, sostenne che l’io è un principio che genera gli enti. All’origine della

coscienza sta per Fichte l’autocreazione dell’io, che è trascendente, creatrice e infinita, inteso come supremo atto di libertà

incondizionata. Si distingue in “io puro” (non conoscibile con i sensi) ed io empirico (di ciascuno di noi), che è emanazione

dell’io puro. Fichte affermò che l’io è un principio che genera gli enti e si manifesta in tre modi:

- tesi (l’io pone se stesso): è capace di consapevolezza, e quindi di egoità, di auto percezione e autocoscienza. L’io

non può affermare nulla se prima non pone se stesso come esistente. Soggiace anche al principio di identità e di

non contraddizione (io-io). L’Io non può affermare nulla se non pone in un primo momento se stesso come esistente

(se prima non c’è la tesi). Per il fatto che deve avere consapevolezza di sé stesso, Fichte, nel primo principio,

sostenne che “l’Io pone se stesso”, affermando l’universalità della soggettività;

- antitesi (l’io pone, nell’io, il non io): Per il fatto che il primo principio non basta a spiegare la coscienza, Fichte

giunse a formulare un secondo principio: “l’Io pone, nell’Io, il non Io”. Il grande “Io”che genera il mondo cerca di

limitarsi creando il “non io”. Se l’io non ponesse il non io, esso sarebbe tutto ciò che è, ma creando il non io, l’”io”

appare ”sdoppiato”, cioè come “io” soggetto e come “non io” oggetto, che si manifesta come natura, esteriorità (il

non io è pur sempre una parte dell’io perché deriva da esso). L’io pone dunque altro da sé (immaginazione

produttiva);

- sintesi: porta in sé particolarità sia della tesi, che dell’antitesi: “l’io pone, ad un io divisibile, un non io divisibile”.

Questo io, quindi, crea tanti “io divisibili”, empirici, cioè gli esseri umani, che portano in loro una piccola fiammella

dell’io creatore; il “non io” divisibile sono invece gli oggetti. Il terzo principio spiega dunque quanto avviene nella

coscienza empirica.

Questi tre principi sono tra loro in un rapporto definito da Fichte dialettico e sono denominati rispettivamente “tesi, antitesi e

sintesi”: il filosofo non intendeva solo descrivere la rappresentazione empirica, ma fornire anche le condizioni della sua

nascita; i tre principi rappresentano così la spontaneità della ragione, la sua passività e la sintesi di questi due elementi,

dando luogo alla rappresentazione. Fichte elabora il suo sistema in un intenso confronto con gli esiti dell’indagine filosofica

di Kant. La sua dialettica parte dunque nell’”io” e termina nell’”io”; l’”io” è dunque il protagonista. Fichte sostiene che Kant è

stato poco kantiano, perché studiando i fenomeni ha introdotto il noumeno (parte del fenomeno non conoscibile); in lui,

invece, scompare ogni visione tra fenomeno e noumeno, ma esiste solo un “io” che tende all’infinito. Una frase importante

del filosofo fu: “essere liberi non è nulla, diventarlo è cosa divina”: la libertà non è raggiunta una volta per tutte, ma si diventa

liberi giorno per giorno, con esercizio continuo e costante.

3) L’Assoluto Il “non io” e l’”io divisibile”, rispettivamente dell’antitesi e della sintesi, sono produzione dell’io puro. L’io

assoluto sta dunque alla base dell’io empirico, perché creando il non io (e così limitandosi), si costituisce come io empirico.

L’io assoluto, però, rappresenta anche l’ideale a cui deve tendere (basarsi) l’io empirico.

4) Azione morale e libertà Dopo aver indicato i tre principi del sapere, Fichte voleva applicarli al piano pratico

dell’esperienza. Siccome l’io puro è libertà, anche l’io empirico è chiamato ad essa e quindi ad un superamento di tutti gli

ostacoli posti dal “non io”. Tale sforzo, che lo porta ad una libertà assoluta, rappresenta il tentativo della ragione di

sottomettere a se stessa il mondo esterno. Spiega Fichte che gli impulsi che muovono l’agire sono di tre tipi:

- puri, che rappresentano la libertà assoluta;

- sensibili (o impulsi al piacere), che difendono dal mondo naturale;

- morali, che sono un’applicazione dei primi due e che subordinano (sottomettono) gli impulsi sensibili a quelli puri.

Fichte spiega l’esistenza di diversi “io empirici”, affermando che esse hanno il dovere di affiancare il singolo io, nel

completamento delle sue azioni in obbedienza all’impulso morale per il raggiungimento della libertà.

5) Il concetto di stato La teoria dello Stato di Fichte ebbe il suo principio nell’idea che la libertà individuale debba essere

limitata dalla funzione regolatrice del diritto, inteso come garanzia della libertà. Lo Stato doveva avere in tal senso tre

funzioni: difendere i diritti dei cittadini impedendo le ingiustizie, tutelare la giustizia e la proprietà e, quando necessario,

usare la guerra al fine di consentire lo sviluppo del popolo. In ambito economico lo Stato deve essere commercialmente

chiuso e basato sull’autosufficienza. In Fichte, più precisamente nei “Discorsi alla Nazione Tedesca”, data l’influenza del

dominio napoleonico nei territori tedeschi, vi è il “mito della nazione tedesca”, secondo cui la nazione è da privilegiare allo

Stato. La patria è infatti considerata una realtà fondata sulle leggi, sulla tradizione e sulla fede di un popolo. Secondo il

filosofo, protagonista della storia è il dotto che, insieme alla collaborazione di saggi di altre epoche, forma una comunità di

“intellettuali”, con il compito di dirigere la società.

6) Dogmatismo, idealismo e la svolta religiosa del filosofo Fichte individua una differenza totale fra il dogmatismo e

l’idealismo: il primo afferma che di fronte al soggetto conoscente vi è semplicemente un insieme di oggetti da conoscere, da

esso indipendenti e a esso preesistenti; il secondo invece sostiene l’esistenza di un’attività pensante assoluta, al cui interno


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher dennis.coccione di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Gabriele D'Annunzio - Unich o del prof Gaudieri Albino.

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