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Tempio di Poturno: realizzato tra il II e il I sec.

a.C. è dedicato alla divinità preposta al Porto

fluviale di Roma. È di tipo tetrastilo,

pseudoperiptero di ordine ionico su podio e

con profondo timpano ornato da dentelli

decorativi. Il podio è di tufo rivestito di

travertino, di tufo sono anche le celle e le

semicolonne che gli sono addossate

esternamente, mentre le colonne libere sono di

travertino. Un tempo colonne e semicolonne

erano dipinte a imitazione del marmo.

Il più compiuto e importante esempio di

architettura templare verrà creato in epoca

imperiale sotto il regno di Adriano: venne

ricostruito il Pantheon, forse ad opera di

Apollodoro da Damasco. Un precedente

tempio, ugualmente dedicato a tutti gli dei,

era stato costruito per volontà di Marco

Vipsanio Agrippa, amico e collaboratore di

Augusto, ma era andato completamente

distrutto da un incendio. A cella trasversale

preceduta da un piccolo pronao, il suo orientamento era opposto a quello odierno, che

inoltre ne riutilizzò le fondamenta, secondo un corretto criterio di risparmio. Ora

l’architettura del Pantheon è leggibile nella sua totalità essendo un edificio isolato al

centro di uno spazio libero, l’antico visitatore raggiungeva l’edificio attraverso una stretta

piazza porticata. Durante il tragitto era possibile

vedere solo il fronte dell’ampio pronao, con il

timpano sorretto da 8 colonne e recante al centro

un aquila bronzea, il suo aspetto perciò era quello di

un normale tempio octastilo. Oltrepassando il

profondo pronao, entrando nel tempio, il senso

dello spazio mutava all’improvviso, così come

accade oggi, si veniva assaliti da un senso di

smarrimento trovandosi in un ambiente circolare di

dimensioni quasi soprannaturali. La facciata

convenzionale del tempio, paragonata alla novità dello spazio interno, dimostra quanta

più importanza attribuissero a quest’ultimo e quanta poca ne riservassero agli esterni.

Il pronao è composto da tre file di colonne corinzie monolitiche, non scanalate di

granito egizio: le otto frontali sono grigie, le altre otto rosse e disposte su due file di

quattro colonne ciascuna. Il pronao è unito alla rotonda retrostante da un elemento

intermedio – un avancorpo – a forma di parallelepipedo. Il fronte è contraddistinto da due

grandi nicchie, affiancate ai solidi pilastri rivestiti di marmo, in asse con le colonne dello

stesso pronao, che risulta diviso in tre navate.

Il portale è introdotto da un vano coperto da una volta a botte con 5 lacunari (spazi vuoti

ripetuti nell’intradosso di un arco) impostata su un architrave sostenuto da due coppie di

lesene.

La muratura piena dell’avancorpo costituisce anche strutturalmente la connessione tra

due differenti concezioni architettoniche: quella del pronao in pietra e trabeato e la

rotonda in muratura e opus caemetiticium, voltata.

Una cornice mediana e una in sommità legano esternamente la rotonda e l’avancorpo.

La rotonda, il cui diametro è di 43,21 m, si compone di una struttura cilindrica e di una

cupola emisferica ( a forma di mezza sfera). L’altezza del cilindro e quella della semisfera

sono identiche, ciò vuol dire che all’interno dell’edificio si può inscrivere idealmente una

sfera. Il

cilindro, o tamburo, ha uno spessore di 6m, ed è profondamente scavato da 7 nicchie,

che con l’ingresso arrivano ad 8 spazi vuoti. Queste, alternativamente di forma

quadrangolari o semicircolare, sono inquadrate da pilastri e schermate da due colonne

corinzie con fusto scanalato che costituiscono il passaggio dal buio profondo della nicchia

alla luminosità del grande vano

cupolato.

Al di sopra di esse corre una

trabeazione anulare che sporge solo

in corrispondenza delle colonne che

affiancano l’abside. Lesene angolari

sottolineano gli spigoli interni delle

nicchie quadrangolari. Nello spazio tra

le nicchie sono introdotte delle edicole

timpanate su alto basamento, che un

tempo accoglievano statue di divinità.

La gigantesca massa muraria è

alleggerita, oltre che dalle nicchie, anche da cavità interne.

Esternamente, nel corpo cilindrico, vi sono numerosi archi di scarico di mattoni (archi

cioè che attraversano l’intero spessore murario e che liberano la zona sottostante dal peso

superiore, indirizzandolo verso le imposte.

La cupola emisferica è fortemente rinfiancata, tanto che esternamente, il suo profilo

appare ribassato. Essa è realizzata in calcestruzzo, nella cui composizione, via via che

ci si avvicina alla sommità, intervengono materiali sempre più leggeri. Un oculo

zenitale, cioè passate per il punto più alto, del diametro di 9 m, rappresenta l’unica fonte

di luce della struttura. Il ricco pavimento e gran parte dei paramenti murari sono gli stessi

di 19 secoli fa.

IL FORO

Nelle città romane il Foro è il centro della vita cittadina. Sorge lì dove cardo e

decumano si incrociano ed è costituito da una piazza, spesso porticata sulla quale si

affaccia anche un tempio. Nel De Architectura, Vitruvio, ci informa su come dovrebbe

essere realizzato un Foro: dovrebbe avere ampi portici dove troveranno posto le botteghe;

le sue dimensioni dovrebbero essere in proporzione al numero della popolazione per

evitare che lo spazio sia insufficiente; la sua larghezza dovrà essere due terzi della sua

lunghezza così la pianta risulterà rettangolare. Qui sorgeranno le basiliche, l’Erario e la

Curia.

Agli inizi del V secolo a.C. sono da ricondurre l'inaugurazione del tempio di Saturno, con

l'annessa sede dell'erario (il tesoro di Roma), e il tempio dei Càstori (484), dedicato ai

Dioscuri, Castore e Polluce.

Nel IV secolo a.C. fu costruito, sul lato verso il Campidoglio, il tempio della Concordia, in

occasione dell'accordo tra patriziato e plebe.

Nel 210 a.C. Tito Livio racconta che nella notte precedente la festa dei Quinquatri scoppiò

un incendio intorno al Foro in più punti. Contemporaneamente vennero distrutte dal

fuoco sette botteghe, in seguito sostituite da altre cinque e da nuove botteghe per gli

argentari. Vennero poi aggrediti dal fuoco anche alcuni edifici privati, in quanto non vi

erano in quell'area ancora le basiliche. Furono incendiate anche le carceri, il mercato del

pesce e l'atrio della Regia. Il tempio di Vesta venne a fatica salvato. L'incendio continuò

notte e giorno e non vi fu alcun dubbio che non fosse stato doloso, considerando che il

fuoco era stato appiccato contemporaneamente in più luoghi diversi.

Una rinnovata spinta edilizia trasformò il Foro a partire dal II secolo a.C.: Silla regolarizzò

lo sfondo verso il Campidoglio costruendo sul colle il Tabularium e intorno alla piazza si

ebbe la costruzione delle quattro basiliche, destinate all'amministrazione della giustizia e

allo svolgimento degli affari (Porcia, Emilia, Sempronia, Opimia); delle quattro basiliche la

Basilica Emilia è giunta fino a noi attraverso numerosi rifacimenti, mentre la Porcia e la

Sempronia furono sostituite dalla Basilica Giulia, costruita per ordine di Cesare e

terminata sotto Augusto. Inoltre sotto Cesare si ebbe un radicale spostamento della Curia

Giulia, che al posto dell'antico rituale orientamento secondo i punti cardinali, venne

orientata secondo gli assi del contiguo Foro di Cesare.

LE BASILICHE

La basilica nasce nel Mediterraneo orientale durante il periodo ellenistico, come

suggerisce anche l'etimologia del termine: aulè basilikè (era una zona dei palazzi reali di

Efeso o di Alessandria d'Egitto, dove il significato letterale era sala o reggia (il basileus,

βασιλεύς, è ancora il nome tradizionale degli imperatori bizantini e vuol dire "re" in greco).

La forma della basilica ellenistica, con colonnati e un'aula centrale, venne importata a

Roma, dove dall'età repubblicana vennero costruite molte basiliche civili, come la

Basilica Giulia e la Basilica Emilia nel Foro romano. BASILICA EMILIA

La basilica normalmente aveva pianta rettangolare, internamente suddivisa in tre o

cinque navate da pilastri o colonne (la divisione in navate era uno stratagemma per

facilitare la copertura e l'illuminazione) e presentava una o due absidi semicircolari o

rettangolari, al centro del lato maggiore o minore. Gli ingressi (uno o due) erano

posizionati sul lato opposto rispetto ad ogni abside. Anticamente nella basilica la parte

centrale poteva essere anche scoperta.

La basilica romana ospitava riunioni di vario genere e usata per vari scopi: per le

assemblee della municipalità, come mercato, come tribunale, per esercitazioni militari,

come vestibolo di un tempio, di un teatro o di un edificio termale, come sala di ricevimento

nelle dimore signorili e infine come sala del trono nei palazzi imperiali. Ci potevano essere

la tribuna dove alcuni magistrati esercitavano la funzione di giudice (da cui la parola

tribunale e basilica forense), altre magistrature amministrative, negozi e uffici, anche ai

piani superiori. LE DOMUS

Era la struttura abitativa più comune destinata ai ceti più ricchi. Essa aveva poche

aperture verso l’esterno: un alto e compatto muro perimetrale la isolava dalla confusione

della città. La porta che dava sulla strada introduceva al vestibulum e poi nelle fauces, il

corto corridoio che conduceva all’atrium centrale, uno spazio di forma quadrangolare che

accoglieva il focolare attorno alla quale si mangiava durante l’inverno, i telai delle donne

che tessevano e il forziere con il denaro. L’atrio era aperto in alto, la sua copertura infatti

era costituita da un tetto con falde sporgenti inclinate verso l’interno, il compluvium. Tale

particolarità permetteva la raccolta delle acque piovane in una vasca sottostante, detta

impluvium, collegata ad una cisterna di raccolta. Attorno all’atrio si aprivano i cubicula,

cioè le camere da letto. Di fronte alle fauces era situato l’ambiente di rappresentanza per

eccellenza, il tablinum, affiancato da due locali di servizio, le alae. Al di là del tablinum

poteva esserci o un giardino esterno, l’hortus, o un secondo grande ambiente porticato

aperto, il peristylium, al cui centro prosperava un giardino ornamentale. Attorno a questo

si apriva la sala da pranzo, il triclinium, e gli altri ambienti domestici, tra cui l’exhedra,

destinata alla conversazione e al soggiorno, e gli oeci, le sale per i ricevimenti.

LE INSULAE

Le domus erano le case per i ceti più abbienti, ma la maggior parte della popolazione

abitava in edifici a condominio con poche stanze a disposizione e solitamente in affitto. Si

trattava di costruzioni multipiano, con piccoli cortili interni di uso comune e con magazzini

e botteghe al piano terra. La loro edificazione aveva la funzione di sfruttare quanto più

possibile gli spazi della città. I vari fabbricati, detti insulae (isolati), venivano abitualmente

costruiti addossati uno all’altro, in modo da avere un muro in comune e l’ingresso

indipendente agli estremi opposti, su due strade parallele.

IL PALAZZO REALE

Per magnificenza, dimensioni e ricchezza, sopra tutti gli edifici adibiti ad abitazione si

colloca il palazzo reale. Il più smisurato di essi fu la Domus Aurea, costruita da Nerone,

dagli architetti Severo e Celere tra il 64 e il 68 d. C. Il complesso si snodava per circa 80

ettari nel cuore di Roma, tra i colli Palatino, Celio ed Esquilino. Organizzato attorno ad un

lago ( su cui bacino successivamente verrà edificato l’anfiteatro Flavio) si componeva di

edifici, padiglioni, giardini, boschi, pascoli, terrazze, viali, ville, orti, campi, terme, templi,

ninfei e bacini d’acqua. Della grande Domus Aurea rimangono resti grandiosi, come un

insieme di 150 ambienti disposti lungo una struttura in cui un’organizzazione tradizionale

dei vani ( comprendenti cubicula, triclini e un ninfeo) attorno ad un peristilio; ne segue una

del tutto innovativa. Un cortile poligonale fonde i due organismi, il primo dei quali

doveva costituire gli appartamenti privati dell’imperatore. Centro del complesso orientale è

la grande Sala Ottagonale che si pone come ambiente dall’elevato valore tecnico e

architettonico, coperta da una cupola a padiglione, in opera cementizia, forata da un

oculo in sommità è attorniata da un ninfeo e da 4 cubicoli. È in questo vasto ambiente

cupolato che si è voluto riconoscere la grande sala dei banchetti di cui parlano le fonti,

luogo in cui gli architetti Severo e Celere avevano collocato una struttura lignea che

ruotava lentamente, e che come il mondo, compiva un giro completo in 24 ore.

FORMA URBIS La Forma Urbis Severiana (anche Forma Urbis Romae, "Pianta

marmorea severiana", o Forma Urbis Marmorea) è una pianta

della città di Roma antica incisa su lastre di marmo, risalente

all'epoca di Settimio Severo. Realizzata tra il 203 e il 211, era

collocata in una delle aule del Tempio della Pace (o "Foro della

Pace").

CIRCO MASSIMO

Il Circo Massimo è un antico circo romano, dedicato alle corse di cavalli, costruito a

Roma. Situato nella valle tra il Palatino e l'Aventino, è ricordato come sede di giochi sin

dagli inizi della storia della città: nella valle sarebbe avvenuto il mitico episodio del ratto

delle Sabine, in occasione dei giochi indetti da Romolo in onore del dio Consus. Di certo

l'ampio spazio pianeggiante e la sua prossimità all'approdo del Tevere dove dall'antichità

più remota si svolgevano gli scambi commerciali, fecero sì che il luogo costituisse fin dalla

fondazione della città lo spazio elettivo in cui condurre attività di mercato e di scambi con

altre popolazioni, e – di conseguenza – anche le connesse attività rituali e di

socializzazione, come giochi e gare.

Con i suoi 600 metri di lunghezza e 140 di larghezza, è considerata la più grande struttura

per spettacoli costruita

dall'uomo. La facciata

esterna aveva tre ordini: solo

quello inferiore, di altezza

doppia, era ad arcate. La

cavea poggiava su strutture in

muratura, che ospitavano i

passaggi e le scale per

raggiungere i diversi settori

dei sedili, ambienti di servizio

interni e botteghe aperte

verso l'esterno. L'arena era in

origine circondata da un

euripo (canale) largo quasi 3 m, più tardi eliminato per aggiungere altri posti a sedere.

Nell'arena, si svolgevano le corse dei carri, con dodici quadrighe (cocchi a quattro cavalli)

che compivano sette giri intorno alla spina centrale tra le due mete. La spina era

riccamente decorata da statue, edicole e tempietti e vi si trovavano sette uova e sette

delfini da cui sgorgava l'acqua, utilizzati per contare i giri della corsa.

I dodici carceres, la struttura di partenza che si trovava sul lato corto rettilineo verso il

Tevere, disposti obliquamente per permettere l'allineamento alla partenza, erano dotati di

un meccanismo che ne permetteva l'apertura simultanea.

LA COLONNA TRAIANA

Capolavoro della creatività romana, venne eretta tra il 110 e il 113 d.C. nel Foro Traiano

per celebrare le due campagne vittoriose dell’imperatore in Dacia (Romania). Un tempo la

colonna era posta tra la biblioteca latina e quella greca, aveva alle spalle la basilica Ulpia

ed era fronteggiata dal tempio dedicato al Divo Traiano. La circondava una stretta

peristasi di colonne corinzie che aveva un altezza tale da consentire la visione della sola

parte basamentale e di un breve tratto di fusto.

La grandiosa colonna, di ordine tuscanico, è composta da un toro ornato di foglie di

alloro, da un fusto formato da 17 rocchi di marmo e dal capitello che sommano

complessivamente circa 30 m di altezza, cioè 100 piedi romani. Se a questa altezza si

aggiunge quella del basamento e della statua

dell’imperatore si arriva a circa 40 m. Il

piedistallo ha una base liscia terminante a gola,

quattro facce recanti un fregio con composizioni

di armi e armature conquistate ai nemici, infine

una cornice ornata a festoni sostenuti agli spigoli

da 4 aquile. Sul lato sud-orientale del piedistallo

si apre l’ingresso che conduce ad una rampa di

scale a chiocciola che percorre il fusto della

colonna e tre piccole stanze. Di queste la più

interna costudiva due urne d’oro contenenti le

ceneri di Traiano e della consorte. Il monumento

è allo stesso tempo storico-celebrativo ma

anche funerario. La colonna i cui diametri

all’imoscapo e al sommocapo sono

rispettivamente di 3,70 m e di 3,20 m, è dotata di

una leggera entasi ed è percorsa da 24

scanalature affioranti lievemente da sotto

l’echino decorato ad ovoli e dardi. Essa è

interamente fasciata da un lungo nastro

figurativo che narra i fatti più importanti accaduti nelle due guerre di Dacia.

MILIARIUM

Era una colonna marmorea, la ricostruzione più diffusa, secondo la

quale vi sarebbero state incise a lettere dorate le distanze tra Roma e

le principali città dell'impero.

IL TEATRO

Il Teatro romano, contrariamente a quello greco, non ha la cavea appoggiante contro il

declivio di una collina ma su una struttura muraria prevalentemente in pietra e

calcestruzzo. Le volte a botte e quelle anulari ne permettono la costruzione, che

dall’esterno, presenta solitamente una facciata monumentale rettilinea e una curvilinea,

composta da più piani di archi inquadrati da semicolonne trabeate. Queste si susseguono

dal basso verso l’alto con la successione di dorico, ionico e corinzio. La sommità della

cavea reca solitamente un porticato. I vari livelli della cavea sono divisi in settori, che

corrispondono alle grandi arcate esterne che prendono il nome di maeniana, ognuno

servito da corridoi di disimpegno. Gli accessi laterali, gli itinera, sono in muratura.

Essi stessi reggono parte della cavea, e nello sfociare nell’orchestra, danno luogo agli

aditi maximi con un sovrastante ripiano sporgente detto il tribunal, la tribuna.

L’orchestra da grande e rotonda com’era nei teatri greci, si riduce ora ad un

semicerchio, perdendo gradualmente importanza. Al contrario la scena diventa

architettonica, facendosi sempre più complessa e meglio adattandosi alle necessità delle

rappresentazioni teatrali romane. Era alta come la cavea, era composta da un

proscaenium (proscenio) che forma il fronte del pulpitum il luogo dell’azione, e dalla

scaenae frons, il fondale architettonico.

Il Teatro di Pompeo, oggi non più esistente, è stato il primo teatro di Roma costruito in

muratura . Si trovava nella zona del Campo Marzio, oggi appartiene al rione di Parione.

Una parte della cavea del Teatro è tuttora visibile nei corridoi dell'odierno Hotel Lunetta.

Fu per Roma una innovazione straordinaria: la legge romana vietava infatti la costruzione

di teatri in muratura, per mantenere il carattere religioso che il teatro possedeva dalla

tradizione greca; teatri provvisori in legno venivano eretti soltanto in prossimità di luoghi di

culto.

Pompeo, per portare al termine il suo progetto, costruì su un podio rialzato un tempio

dedicato a Venere vincitrice la cui gradinata di accesso era costituita dall'intera cavea

teatrale: in questo modo gli fu possibile aggirare il divieto del Senato. Aveva un diametro

esterno di circa 150 m e disponeva di 17.500 posti a sedere, nei quali gli spettatori si

distribuivano entrando dalle numerose arcate. La scena era decorata da tre ordini

sovrapposti di colonne e il tutto era sormontato da una lunga tettoia sporgente per

dirigere verso il pubblico i suoni e le voci degli attori.

Era arricchita da un monumentale quadriportico con colonne di granito che si

stendeva fino all'area sacra di largo Argentina. Qui, (all'incirca in corrispondenza

dell'attuale Teatro Argentina) era la grande aula detta Curia Pompeii, dove si tenevano

riunioni del Senato e dove Cesare fu pugnalato, ai piedi della statua monumentale del suo

avversario. La statua, ritrovata nel XVI secolo, è oggi visibile a Palazzo Spada.

Teatro e tempio furono più volte danneggiati da incendi. Attorno al 22 d.C. subì un primo

incendio: i restauri furono compiuti da Tiberio e Caligola e il teatro fu nuovamente dedicato

da Claudio. In occasione della visita del re armeno Tiridate a Roma, Nerone fece dorare

tutto l'edificio in un solo giorno. Nell'incendio dell'80 d.C., che tra l'altro distrusse il

Pantheon di Agrippa, fu nuovamente danneggiato; il restauro fu eseguito da Tito e

Domiziano. Gli ultimi incendi, dopo i quali il teatro non fu più restaurato, avvennero sotto

gli imperatori Filippo e Carino.

L’ANFITEATRO

Raddoppiare il teatro vuol dire avere una struttura perfettamente circolare o ellittica:

l’anfiteatro. Tale nuova tipologia di costruzioni ha potuto avere luogo grazie alle tecniche

costruttive basate sull’impiego dell’arco a tutto sesto, delle volte e del calcestruzzo. Essa

inoltre superava il principio della doppia facciata del teatro romano, l’anfiteatro infatti si

fonda sull’omogeneità della facciata curvilinea.

La più nota di tali costruzioni dedicate al divertimento è l’Anfiteatro Flavio a Roma, o

Colosseo termine usato fin dal medioevo sia per sottolineare le dimensioni colossali sia

perché nei suoi pressi era collocata una statua di grandi dimensioni, il Colosso di Nerone.

Sorge sul luogo dove un tempo era ubicato un lago artificiale negli immensi giardini della

Domus Aurea di Nerone. Con la restituzione ai cittadini romani del terreno privatizzato da

Nerone, la nuova dinastia dei Flavi intendeva rendere evidente la differenza tra il vecchio

ordine e il nuovo principato.

Venne iniziato sotto Vespasiano nel 70 d.C. e inaugurato durante il regno di Tito nel 80

d.C. e fu concluso da Domiziano nel 81-96 d.C. Ha una forma ellittica con dimensioni in

pianta di 188 x 156 m e un’altezza di 50m. Poteva contenere tra i 50.000 e i 73.000

spettatori.

È costruito in massima parte in tufo e laterizi ma è rivestito in travertino (pietra bianca

della zona). Le strutture voltate sono in opera cementizia. La faccia esterna si compone

di quattro piani: i tre inferiori sono costituiti da una successione di 80 arcate su pilastri per

ciascun livello; ognuna di esse consentiva l’accesso ai settori della cavea interna. Per la

prima volta gli ordini architettonici si sovrappongono sulla facciata continua, secondo

la loro completa successione dorico, ionico e corinzio, anche se l’ordine dorico è sostituito

da quello tuscanico che consiste in un dorico con l’aggiunta di base. Al di sopra del terzo

livello è situato un attico in muratura continua. Era presente un velario, cioè una

copertura di stoffa, che all’occorrenza, poteva essere rapidamente spiegata allo scopo di

proteggere dalla pioggia o dal sole. Il pubblico accedeva alle gradinate dai vomitoria, gli

ingressi che riuscivano a convogliare in breve tempo un gran numero di persone nei

corridoi anulari di smistamento. La vasta cavea era divisa in tre settori in senso

orizzontale. Due ingressi ai lati opposti lungo l’asse maggiore davano accesso diretto

all’arena dove si svolgevano gli spettacoli grandiosi come battaglie navali, combattimenti

tra gladiatori e tra uomini e animali feroci.

Durante il Medioevo diverrà una cava a cielo aperto di materiale già lavorato e pronto

all’uso.

VITRUVIO

Marco Vitruvio Pollione (80 a.C. circa – dopo il 15 a.C. circa) è stato un architetto e

scrittore romano, attivo nella seconda metà del I secolo a.C., considerato il più famoso

teorico dell'architettura di tutti i tempi.

L'importanza di Vitruvio è dovuta al suo trattato De architectura (Sull'architettura), in 10

libri, dedicato ad Augusto (che gli aveva concesso una pensione), scritto probabilmente tra

il 29 e il 23 a.C. L'edizione dell'opera avvenne negli anni in cui Augusto progettava un

rinnovamento generale dell'edilizia pubblica e mirava probabilmente a ingraziarsi il

sovrano, a cui l'autore si rivolge direttamente in ciascuna delle introduzioni preposte ad

ogni libro.

Il De architectura è l'unico integro testo latino di architettura e pertanto il più

importante, tra i pochi giunti, in modo più o meno frammentario, fino a noi; l'influenza sulla

cultura occidentale è dovuta soprattutto a questa sua unicità. Tuttavia l'influenza dell'opera

di Vitruvio sui suoi contemporanei sembra sia stata molto limitata, anche perché il suo

trattato fu scritto in un momento in cui l'architettura romana stava per rinnovarsi

profondamente con le grandi costruzioni in laterizio e l'utilizzo di volte e cupole, di cui

Vitruvio praticamente non si occupa.

Pare che il trattato non abbia esercitato alcuna influenza sull'architettura per tutto il

medioevo, anche se suscitò interesse filologico, per esempio alla corte di Carlo Magno.

Nel XV secolo la conoscenza e l'interesse per Vitruvio crebbero sempre di più, soprattutto

per merito di architetti e umanisti come Lorenzo Ghiberti, Leon Battista Alberti, Francesco

di Giorgio Martini, Raffaello. Nel 1486 il trattato fu pubblicato a stampa per la prima volta

da Sulpicio da Veroli. Nel 1521 uscì la prima edizione tradotta in italiano da Cesare

Cesariano. Subito dopo apparvero varie traduzioni ed edizioni negli altri paesi europei.

I CENTRI PROVINCIALI: POMPEI, TREVIRI, LEPTIS MAGNA, MILETO

POMPEI

Al momento dell’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. Pompei era una fiorente città

commerciale di circa 25000 abitanti, rinomata per la produzione del vino e per la salubrità

del clima, tanto che molti patrizi romani si erano anche fatti costruire ville nei dintorni. La

Pompei romana sorge nell’80 a.C. all’indomani della conquista da parte di Silla su un

territorio sannita. La tipica configurazione a scacchiera delle città romane vieni così a

sovrapporsi alla stratificazione degli insediamenti precedenti, generando una pianta dal

contorno irregolare, protetta da mura nella quale si aprono sette porte. Il cardo,

solitamente centrale risulta qui spostato verso occidente e orientato da nord-ovest a sud

est. Esso è diviso in due parti pressochè uguali da due decumani tra loro paralleli e ad

esso perpendicolare, le cui vare intersezioni con la viabilità secondaria formano gli

insulae, cioè gli isolati nei quali vengono costruite le case di abitazione. Il centro di

Pompei, come in ogni città romana, era il Foro, collocato fra i due decumani e ad essi

perpendicolare: su di esso affacciano la grande basilica, quattro templi, le terme, la curia,

vari edifici pubblici, il mercato di frutta e verdura e il macellum, mercato di carne e pesce.

Tutto intorno si distende il vasto tessuto cittadino, dove modeste botteghe si susseguono

senza interruzione a ricche case o a più umili abitazioni collettive, a un secondo foro

triangolare, a due teatri all’aperto, ad altre terme, templi, palestre e un grandioso anfiteatro

e lupanare (luoghi per la prostituzione).

La Villa dei Misteri, posta poco fuori dalla Porta Ercolano, è una delle più importanti e

meglio conservate ville suburbane di Pompei. La sua pianta, di forma quadrata, compre

un’area di quasi 5000 m quadrati e si articola attorno ad peristilio (cortile porticato) con

colonne doriche e a un atrio tuscanico, che disimpegnano sia i locali destinati

all’abitazione e al riposo, sia quelli con funzione di magazzini, cantine o cucine. Tra le più

famose ville pompeiane, soprattutto per la megalografia del triclinio con la

rappresentazione dei misteri di Dionisio, ma che alcuni riconducono a un’allegoria delle

nozze, la Villa dei Misteri è una delle poche ad ospitare gli affreschi originari, che in altri

casi sono stati trasportati al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Questi affreschi con

pochi elementi architettonici in prospettiva, rappresentano con numerose figure

monumentali ad altezza naturale (megalografia), un rito di iniziazione ai misteri dionisiaci.

La casa del Fauno, occupa per intero la dodicesima insula del sesto regio, proprio

difronte alla Casa del Labirinto ed è la più grande e ricca delle residenze private all’interno

delle mura di Pompei. Deve il suo nome al celebre bronzetto, che raffigura un fauno, al

centro dell’impluvium dell’atrio principale. Date le vaste proporzioni è composta da due

atri: uno tetrastilo adibito all’uso quotidiano sul quale si affacciano i cubicula della famiglia,

e l’altro tuscanico di rappresentanza che prospetta sul tablinum pavimentato ad opus

sectile. Centro della domus sono i due peristili: il primo porticato con colonne ioniche, ha

una vasca con fontana centrale e introduce all’exhedra pavimentata con il grandioso


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'architettura
SSD:
Docente: Folin Marco
Università: Genova - Unige
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher il95 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Archeologia e storia dell'arte e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Genova - Unige o del prof Folin Marco.

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