Roma
Secondo gli storici, Roma fu fondata il 21 aprile del 753 a.C. dal leggendario Romolo sul colle Palatino. Gli storici confermano la nascita di questa nuova città fra gli insediamenti dei Latini, antichi abitatori della regione grossomodo corrispondente al Lazio. Roma si estende dal colle Palatino verso gli altri sei colli più vicini, ovvero l’Aventino, il Campidoglio, il Celio, l’Esquilino, il Quirinale e il Viminale. Divenne sempre più forte e riuscì in breve a conquistare anche i territori confinanti.
Per i primi due secoli della sua storia, secondo la tradizione, fu governata da sette re, i primi quattro di origine latina e gli ultimi tre di origine etrusca. Fu in questo periodo che la città fu sottoposta all’egemonia degli etruschi, assorbendo gran parte della loro cultura. Durante tutto il periodo monarchico il potere era nelle mani del re, che veniva assistito da un senato, un’assemblea formata da soli nobili. Erano infatti proprio i nobili (patrizi), discendenti dalle più antiche famiglie proprietarie di terre, i soli a partecipare al governo della città. Il resto della popolazione comprendeva i plebei (liberi cittadini ma privi di potere politico) e gli schiavi, ai quali era negato qualsiasi diritto.
Dopo la cacciata di Tarquinio il Superbo nel 509 a.C., la monarchia diventa una Repubblica, che durerà fino all’avvento dell’impero con Augusto nel 27 a.C. La repubblica era un sistema di governo caratterizzato dalla divisione dei poteri affidati a più persone dette magistrati, sempre di estrazione patrizia.
Le tecniche costruttive
L’architettura romana basa i propri schemi costruttivi sul principio dell’arco e della volta (sistema architravato), a differenza dei greci che basavano le loro architetture sul sistema trilitico. Usando il sistema architravato i sostegni si fondono con la copertura creando un insieme uniforme, continuo e solido. Poiché le volte e gli archi, a causa di ben precise regole fisiche, spingono i propri sostegni verticali verso l’esterno, con il rischio di farli crollare, è necessario opporre una forte resistenza a questa spinta. A tale esigenza tecnica i romani rispondono con il grande spessore delle murature. L’uso sistematico dell’arco e della volta permise loro di coprire spazi immensi. In ciò furono aiutati anche dall’abilità nel servirsi di nuove e potenti macchine da cantiere come la gru.
L’arco è composto da una serie di blocchi di pietra sagomati o di mattoni, detti conci, quello situato nella parte più elevata dell’arco è detto chiave di concio. Le linee radiali che separano i conci si dicono giunti. Il piano orizzontale da cui si incomincia a costruire l’arco è detto piano di imposta, le linee curve che delimitano l’arco sono dette estradosso (in alto) e intradosso (in basso). Si chiama freccia o saetta la distanza verticale dal piano di imposta e il punto più elevato dell’intradosso; mentre luce o corda è la distanza fra i sostegni o piedritti. I conci si dispongono in modo che i giunti vengano indirizzati ad un unico centro, che nell’arco a tutto sesto corrisponde con il centro della circonferenza.
La volta è un sistema di copertura che si basa sul principio dell’arco, poiché risulta composta da tanti conci affiancati che trasmettono alle murature che lo sostengono (imposte) il peso proprio e quello di tutto ciò che sta sopra di loro, scaricandolo a terra. Anche per la volta valgono le stesse denominazioni date all’arco, con la differenza che la volta copre superfici maggiori. Le volte più comunemente impiegate dai romani sono la volta a botte, anulari, a crociera. Essi inoltre fecero grande uso delle cupole, soprattutto per la copertura di spazi centrici.
La volta a botte è la più semplice tra le coperture in muratura e viene impiegata soprattutto per coprire spazi di forma rettangolare. Geometricamente appare come generata da un arco immaginario a tutto sesto, detto direttrice, che scorre lungo due rette parallele, dette generatrici, costituite dalla sommità dei muri, ovvero gli elementi verticali di sostegno. Le generatrici possono anche essere inclinate, è il caso delle volte a botte che coprono le scalinate.
La volta anulare è una particolare tipologia di volta a botte che ha le generatrici costituite da due muri che seguono un andamento circolare. La volta a crociera è data dall’intersezione di due volte a botte, le cui direttrici stanno sui quattro lati dell’ambiente da coprire. La volta a padiglione è ottenuta dall’intersezione di due volte a botte che hanno linee di imposta sui lati opposti dell’ambiente da coprire. La cupola è geometricamente una superficie di rotazione, poiché si genera facendo ruotare un semicerchio attorno ad un asse verticale.
I romani, per costruire, usavano la malta per tenere insieme i mattoni e i conci. Questo materiale è composto da: un legante (calce), uno o più aggregati (sabbia o pozzolana) e acqua che è la sostanza che innesca la reazione legante. Unendo alla malta della ghiaia o piccole scaglie irregolari di pietra si otteneva il calcestruzzo, e fu proprio grazie a questo materiale che riuscirono a costruire edifici grandiosi. Il calcestruzzo costituiva anche il riempimento dello spazio interposto tra due muri. La costruzione così realizzata era detta opera cementizia e la muratura che ne derivava si definisce a sacco.
I paramenti murari, cioè, le superfici dei muri a vista, erano eseguiti con apparecchiature (cioè con una disposizione) di conci che in base al materiale impiegato o al disegno che formavano sono chiamate nei seguenti modi:
- Opus incertum, opera incerta, muro realizzato con pietre piccole e di forme svariate.
- Opus reticulatum, opera reticolata, muro composto da elementi in pietra di forma all’incirca tronco-piramidale affogati nel calcestruzzo, dei quali rimangono in superficie solo le basi maggiori quadrate.
- Opus vittatum, opera listata, consiste nel disporre blocchetti di pietra, parallelepipedi e tutti di uguale dimensione, in filari orizzontali. È quindi la stessa disposizione dell’opera isodoma o pseudoisodoma, ma impiegando materiali di piccola pezzatura.
- Opus testaceum, opera di mattoni, si dice di ogni tipo di muratura che faccia esclusivo uso solo di mattoni, fu il paramento murario di cui i romani si servirono maggiormente. Le più antiche costruzioni erano invece in mattoni crudi e si parla quindi di opus latericium, opera laterizio.
- Opus spicatum, opera a lisca di pesce, consiste in pietre sagomate o in mattoni che vengono disposti inclinati di circa 45 gradi rispetto all’orizzontale e fra loro di 90 gradi invertendo la loro inclinazione a ogni filare. Il disegno che ne risulta è molto decorativo.
- Opus mixtum, opera mista, consiste nel raggruppare nella stessa opera più tipi di muratura.
Per i romani l’interesse della comunità precede l’interesse del singolo e su tutti si pone quello dello stato. Nella società romana assumono importanza soprattutto le grandi opere pubbliche di utilità comune e politico-militare. Fra esse troviamo la grande rete stradale, i porti, gli acquedotti, le fognature, i mercati, i magazzini, gli archivi, le terme e le basiliche. Per ognuna di queste opere pubbliche essi crearono una tipologia, cioè una forma architettonica, legata alla funzione a cui la struttura era destinata.
Strade e ponti
La disposizione degli accampamenti militari, a pianta quadrata e divisa in 4 settori da due strade fra loro ortogonali, il cardo (nord-sud / verticale) e il decumano (est-ovest / orizzontale), fu l’esempio che i romani utilizzarono per la fondazione di nuove colonie, e per l’organizzazione del paesaggio agrario. Tutto il territorio, infatti, venne diviso in appezzamenti regolari, detti centùriae, secondo linee parallele e linee perpendicolari alle strade principali e secondarie, questa operazione è detta di centurizzazione.
Le tipologie edilizie nominate hanno cominciato a manifestarsi fra il II e il I sec. a.C. quando, cioè, possiamo incominciare a parlare di vera e propria architettura romana, con sue caratteristiche ben definite e differenziata da quella ellenistica. Si tratta infatti di un’architettura che pur facendo ancora uso degli ordini architettonici classici, li inserisce in organismi edilizi del tutto nuovi, che nulla hanno a che fare con quelli greci per i quali furono inventati e standardizzati. Le strade sono fra le opere romane le più resistenti al tempo, esse collegavano le più importanti città d’Italia a Roma, e successivamente anche all’Europa.
La strada romana è mediamente larga 3m e si compone di almeno 3 strati, per una profondità di 150 cm. Lo strato inferiore è composto da un insieme di ciottoli che funge da compatto e solido piano di fondazione e impedisce che l’acqua ristagni. Quello intermedio è un miscuglio di sabbia e ghiaia. L’ultimo strato è la pavimentazione composta da ciottoli arrotondati e di lastre più o meno grandi di pietra, ben battuti sul letto sabbioso. Alla lastricatura, infine, si conferisce una superficie convessa, in tal modo le acque piovane possono defluire ai lati della strada dove dei fossati le raccolgono e le allontanano evitando fenomeni di allettamento o fango.
A Roma, costruire ponti era considerata un’attività sacra, ad essa infatti presiedeva il collegio sacerdotale dei Pontifices, con a capo il Pontifex Maximus. I romani ritenevano che la stessa parola pontifex derivasse da pons, facere, cioè fare, costruire il ponte. D’altra parte l’economia di Roma si fondava proprio sull’esistenza di un ponte, il Pons Sublicius o Ponte di legno, che permetteva di attraversare il Tevere; la tradizione narra che questo ponte fosse fatto interamente di legno e ad incastro, senza chiodi o altre parti metalliche, e smontabile all’occorrenza.
I ponti in muratura si compongono, invece, delle seguenti parti: pile, arcate, spalle, carreggiata. Le pile sono strutture verticali con fondazioni – solitamente pali di legno conficcati nel terreno – entro il letto del fiume. Esse sono protette dalla violenza delle acque dai rostri, comunemente a pianta triangolare, posti sia contro corrente (avambecchi) che in senso della corrente (retrobecchi). Possono essere rinforzate con dei contrafforti per l’intera altezza e fino ai parapetti, oppure possono essere forate da un occhio di ponte o da una finestra di scarico, queste sono aperture accessorie, utili in caso di piena. Le arcate sono a tutto sesto con struttura a conci di pietra. L’archivolto spesso è modanato, cioè sagomato a fini decorativi. La superficie compresa tra due archi vicini, la pila e il parapetto prende il nome di timpano a causa della sua forma grossomodo simile ad un triangolo. Le spalle sono le strutture d’appoggio sulle sponde. La carreggiata costituisce la parte percorribile ed è solitamente lastricata in pietra ed è affiancata da parapetti di sicurezza.
Esempi di ponti e acquedotti
Alcuni esempi di ponte romano sono il Ponte di Pietra a Verona che presenta 5 arcate, i cui conci di marmo furono posti in opera a secco, cioè senza malta, e con 4 pile in opus quadratum e presenta delle finestre accessorie, subì poi rifacimenti. Uno dei ponti più integri dell’antichità è il Ponte di Augusto e Tiberio a Rimini, costruito totalmente in pietra bianca d’Istria e con probabile struttura in calcestruzzo, fu iniziato da Augusto e finito da Tiberio. Presenta 5 arcate di ampiezza variabile che poggiano su 4 pile leggermente oblique rispetto all’asse della carreggiata. Delle edicole timpanate affiancate da lesene con capitello tuscanico, sono collocate al di sopra dei rostri a puro scopo ornamentale. Una cornice modanata, sostenuta da mensole, corona la struttura.
Gli acquedotti provvedevano alla necessità di approvvigionamento idrico che era vitale per Roma e le sue provincie. Ben 11 ne furono costruiti nel Lazio per condurre acqua da lontane sorgenti fino alla capitale. Il più importante di essi è l’acquedotto Claudio, realizzato dagli imperatori Caligola e Claudio. Il suo percorso si estende per 70 Km, un quarto dei quali avviene su arcate sostenute da alti e robusti piloni. Le acque nelle città romane non servivano solamente per i bisogni primari come dissetarsi e lavarsi, ma anche per spettacolari giochi d’acqua nelle fontane e soprattutto, nelle terme.
Le terme romane
I romani chiamavano terme i grandi complessi dei bagni pubblici. In uso a Roma già dell’età repubblicana, la loro tipologia fu definita in età imperiale a seguito della costruzione a Roma delle grandiose Terme di Traiano. Progettate da Apollodoro da Damasco sfruttando in parte, le precedenti strutture della Domus Aurea, l’immensa residenza di Nerone. Il complesso si estende su circa 9 ettari, erano orientate in modo da sfruttare al meglio il soleggiamento e per subire meno fastidi dai venti. Il blocco centrale era organizzato simmetricamente rispetto all’asse mediano lungo il quale si succedevano la natatio (piscina scoperta), il frigidarium una grande sala cruciforme che ospitava vasche con acqua fredda, il tepidarium un piccolo ambiente in cui si trovavano vasche con acqua tiepida, il caldarium una sala con vasche d’acqua molto calda. Gli ambienti che, a destra e a sinistra, affiancavano il blocco centrale erano destinati agli apodyterium (gli spogliatoi), palestre, a laconicum (sudatori o bagni di vapore) ed ai massaggi.
Al riscaldamento dell’acqua provvedevano i focolari che diffondevano aria calda dagli ipocausti, gli spazi sottostanti alle pavimentazioni sospese dei vani da scaldare. Tutti gli ambienti delle terme erano coperti da volte o da cupole, che, venivano sempre rivestiti da mosaici e marmi colorati. Un altro esempio sono le Terme di Caracalla, queste terme pubbliche furono le più imponenti mai edificate nell'Impero romano fino all'inaugurazione delle Terme di Diocleziano.
La pianta del complesso è ispirata al modello delle eleganti Terme di Traiano sull'Esquilino, considerato il prototipo delle terme imperiali romane: un vasto recinto quadrangolare adibito a servizi vari racchiude un giardino e un corpo centrale contenente gli spogliatoi, le sale da bagno e le palestre. L'orientamento del complesso, come nelle Terme di Traiano, sfruttava al meglio l'esposizione solare, con il calidarium posto sul lato sud, illuminato da grandi finestre e sporgente dalla struttura principale come un avancorpo. Il corpo centrale è un blocco rettangolare di ambienti a pianta diversa; un avancorpo semicircolare sporgeva dal lato sud-ovest. La pianta riprendeva quella di Traiano, con le sale da bagno lungo l'asse centrale e le altre duplicate e disposte simmetricamente.
L'accesso avveniva tramite quattro porte: due immettevano nei portici che fiancheggiavano sui lati brevi la grande piscina, la natatio, decorata da quattro enormi colonne monolitiche in granito; la controfacciata presenta gruppi di tre nicchie sovrapposte su due piani, che contenevano statue; le altre due aperture verso l'esterno, presumibilmente gli ingressi principali, introducevano nei grandi vestiboli da cui si accedeva direttamente agli spogliatoi, posti nello spazio compreso tra i vestiboli e la natatio. Gli apodyteria, che conservano eleganti mosaici, erano su due piani collegati da una scala.
Le due grandi palestre, poste simmetricamente lungo i lati brevi e accessibili sia dai vestiboli che dagli spogliatoi, hanno un cortile centrale (50x20 metri) originariamente chiuso su tre lati da un portico con colonne in giallo antico e copertura a volta. Sul lato interno il portico si apriva in un emiciclo con sei colonne sulla fronte che dava accesso al frigidarium; il lato opposto di ciascuna palestra, verso il recinto, mostra un grande ambiente centrale con abside, probabilmente destinato agli esercizi al coperto. Dal lato opposto delle palestre rispetto ai vestiboli si accedeva ad una sequenza di stanze riscaldate, tra cui la maggiore, affacciata a sud e con le pareti concave, fungeva quasi certamente da laconicum (sauna). Al termine della sequenza si giungeva al maestoso calidarium finestrato (parzialmente conservato), a pianta circolare con diametro di 34 metri e con molteplici vasche, coperto da una cupola sorretta da 8 poderosi pilastri, che fuoriusciva dal corpo centrale del complesso per permettere alla maggiore quantità di luce solare di penetrare all'interno. Qui vennero rinvenute le statue del Toro Farnese e dell’Ercole Farnese.
Le terme di Diocleziano
Le Terme di Diocleziano, le più grandi terme della Roma antica, furono iniziate nel 298 dall'imperatore Massimiano, nominato Augustus dell'Impero romano d'Occidente da Diocleziano, e aperte nel 306, dopo l'abdicazione di entrambi. Si trovavano tra le attuali piazza della Repubblica, piazza dei Cinquecento, via Volturno e via XX Settembre, in un'ampia area in cui sono ancora conservati cospicui resti. Le terme furono costruite per servire i popolosi quartieri del Quirinale, Viminale ed Esquilino, e per la loro realizzazione fu smantellato un intero quartiere, con insulae ed edifici privati regolarmente acquistati e con lo sconvolgimento della viabilità preesistente.
Simili nella forma alle Terme di Caracalla (che a loro volta si ispiravano alle Terme di Traiano), ma ampie il doppio, le Terme di Diocleziano subirono il destino della grandissima parte dei monumenti romani, utilizzate nei secoli come cava di materiali edili anche di pregio da riutilizzare per altre costruzioni, mentre le aule venivano adibite a vari usi privati e perfino come luogo di doma dei cavalli. Particolarmente grave l'opera di distruzione perpetrata tra il 1586 e il 1589 da papa Sisto V che, per la costruzione della sua villa sull'Esquilino, demolì, anche con l'ausilio di esplosivi, resti nella zona del calidarium rapportabili a circa 100.
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