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Filosofia - l'attualità del bello Appunti scolastici Premium

Appunti di Filosofia per l'esame del professor Reale sui seguenti argomenti: l'introduzione sull'attualità del bello, il gioco e le sue origini storiche, le funzioni del gioco, il simbolo e le sue origini storiche, le funzioni del simbolo, la festa e le sue origini storiche.

Esame di Filosofia docente Prof. M. Reale

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ciò per cui un opera acquista la sua identità come opera? Il fatto che in essa vi è qualcosa da

comprendere. E’ questa una richiesta che emana l’opera e che vuole essere soddisfatta. La risposta

può essere data solo da colui che ha accettato la richiesta e deve essere la sua propria risposta che

gli deve apportare in modo attivo: come giocatore appartiene al gioco. La determinazione dell’opera

come punto d’identità del riconoscimento del comprendere implica inoltre che una tale identità sia

E’ un continuo concorrere

collegata con variazioni e differenze (esempio Kant e la forma e i colori).

all’opera ed evidentemente è proprio questa identità dell’opera che ci invita a questa identità, che

non è affatto arbitraria, ma che viene diretta e spinta in un certo schema per tutte le possibili

attuazioni: questo è lo spazio libero che noi dobbiamo riempire. Questo riempire è un atto della

riflessione, un atto spirituale, sia che ci occupiamo della tradizione classica o dell’arte moderna.

L’atto di costruzione del gioco della riflessione è implicito come esigenza nell’opera come tale.

Quindi è falsa la contrapposizione che viene fatta tra l’arte del passato immediatamente fruibile, e

l’arte del presente per la quale si è costretti invece a collaborare tramite i raffinatissimi mezzi della

figurazione artistica. L’introduzione del concetto di “gioco” voleva appunto mostrare che nel caso

di un gioco ognuno è un giocatore e deve valere anche per il gioco dell’arte. Bisogna compiere il

che viene guidato dall’attesa per il senso del tutto. L’identità

continuo movimento ermeneutico

dell’opera non è quindi garantita da una qualche determinazione formalistica o classicistica ma

viene costituita nella misura in cui accettiamo come un compito la costruzione dell’opera stessa. La

percezione non deve essere intesa però come se fosse solo la superficie sensibile delle cose, ciò che

è imposto dal punto di vista estetico. Percepire non è soltanto accumulare diverse impressioni

sensibili ma significa invece “prendere per vero” ossia la percezione è ciò che si offre ai sensi, viene

visto e viene preso come tale. E quindi al posto di parlare di percezione sensibile per esprimere la

dimensione profonda della percezione usiamo il termine “non-differenziazione estetica”. Cioè voler

astrarre da tutto ciò per cui uno viene colpito da una forma artistica per concentrarsi soltanto ad una

valutazione puramente estetica, è un modo di comportarsi esteriore rispetto all’opera d’arte. Proprio

l’opera viene prodotta e l’identità dell’opera ad

la non differenziazione tra il modo particolare in cui

essa sottesa, costituisce l’esperienza estetica. Ciò che per tanto descriviamo come non

differenziazione estetica costituisce evidentemente l’autentico senso del gioco combinato di

immaginazione e di intelletto che Kant ha scoperto nel giudizio estetico. Che di fronte a ciò che si

vede, anche soltanto per vedervi qualcosa, si debba pensare, è sempre vero. Ma anche qui vi è un

gioco libero che non ha per scopo un concetto. Non è mai stata sicuramente l’essenza di una grande

opera d’arte quella di produrre una completa e fedele immagine della natura od un ritratto. L’auto

significanza della percezione sorge quindi dal gioco combinato. Ma in realtà non possiamo dare una

formula del bello naturale perché esso è di una estrema indeterminatezza. Noi in realtà nono

possiamo vedere la natura e tutte le altre cose con altri occhi che quelli degli uomini esperti ed

educati artisticamente. Hegel ha visto giusto sostenendo che il bello naturale è un riflesso del bello

tanto che noi impariamo a scorgere il bello naturale guidati dall’occhio e dalla creazione

artistico

dell’artista. L’arte moderna si differenzia perché oggi l’esperienza del bello naturale è come una

dall’arte. E’ l’indeterminatezza del

specie di correttivo rispetto alle pretese di un vedere educato

rinvio ciò per cui siamo interpellati dall’arte moderna. Che cosa contiene in se questo essere rinviati

all’indeterminato? Il simbolico. II goccia dato in ricordo. E’ una

Che cosa significa simbolo? Nella lingua greca indica il frammento di

antica forma di passaporto, questo il senso tecnico originario di simbolo. Se pensiamo al simposio

vediamo che l’amore è l’attesa di qualcuno, di un frammento che venga a completare la felicità.

all’esperienza del bello, nel senso dell’arte. La significanza

Questo paragone può essere applicato

è propria del bello dell’arte, dell’opera d’arte rimanda a qualcosa che non si trova

che nell’aspetto visibile e comprensibile in quanto tale. In realtà però il simbolo di

immediatamente cui

noi parliamo non ha funzione di rimando perché non sposta l’attenzione su qualcosa di diverso.

L’esperienza del simbolico, il simbolo significa che questo singolo, questo particolare, rappresenta

come un frammento d’essere, che un essere a lui corrispondente può completare in un tutto e

portare alla salvezza. L’esperienza del bello e in particolare del bello dell’arte è l’evocazione

magica di un possibile ordine sacro, dovunque esso sia. Che cosa costituisce la significatività del

bello e dell’arte? Essa ci dice che nella particolarità dell’incontro, non è il particolare, ma la totalità

del mondo esperibile a divenire esperienza. Quindi ciò non significa che la vaga aspettativa di senso

che rende significativa un opera possa mai essere pienamente adempiuta, tanto da poter acquisire a

livello intellettivo e conoscitivo la completa interezza del suo senso. Questo è “l’apparire sensibile

dell’idea”, di cui hegel parla come definizione del bello artistico. Ma essa non rende giustizia del

che l’opera ci parla come opera e non come latrice di un messaggio.

fatto vero e proprio

L’aspettativa che si possa raggiungere nel concetto il contenuto di senso che ci parla dall’opera

d’arte è il famoso tema della morte di Hegel.

In realtà si tratta di una seduzione idealistica che viene contraddetta da ogni esperienza artistica, in

particolare dall’arte contemporanea che ricusa esplicitamente che ci si possa attendere dalle

creazioni artistiche del tempo l’orientamento di un senso attingibile e comprensibile nella forma e

nel concetto. L’elemento simbolico dell’arte riposa per gadamer sull’inscindibile contrapposizione

tra rinvio e nascondimento. Il senso di un opera d’arte non è quella di essere un mero latore di senso

ma di esserci. E’ la sua insostituibilità. Per capirci meglio, al posto di opera è preferibile parlare di

forma. La forma non è qualcosa di cui si possa credere che qualcuno l’abbia fatta intenzionalmente,

a differenza dell’opera. Vi è infatti un salto tra il progettare e il fare da una parte e il riuscire

dall’altra. E’ un salto tramite cui l’opera d’arte si contraddistingue nella propria unicità ed

insostituibilità. E’ questo ciò che Benjamin ha chiamato l’aura dell’opera d’arte. Quindi l’opera

d’arte non è soltanto la manifestazione di senso ma è il senso che viene messo al sicuro, fissato e

racchiuso nella compagine della forma. Heidegger pensa che accanto al disoccultamento vi è il

nascondimento, entrambi esperienze dell’uomo nel mondo. Questa intuizione filosofica, che mette

in luce i limiti della concezione idealistica di una pura integrazione del senso, implica che

nell’opera d’arte vi sia qualcosa di più di un semplice significato, esperibile in maniera

indeterminata come senso. E’ questa unità particolare che costituisce questo “più”. Soltanto con ciò

possiamo giungere ad intenderci in modo concettualmente adeguato cosa sia propriamente la

significatività dell’arte. Il simbolico infatti non rimanda soltanto al significato, quanto piuttosto lo

fa essere presente: esso rappresenta il significato, rappresentazione ovviamente non significa che

qualcosa sia presente al posto di un'altra come un sostituto o un surrogato. Il rappresentato è

piuttosto esso stesso presente e nel modo in cui esso può essere propriamente presente.

Nell’applicazione alla sfera dell’arte si mantiene qualcosa di questo esserci nella rappresentazione.

Quando si tratta dell’opera d’arte non si ha a che fare con un segno commemorativo o con un

rimando o con un sostituto per un certo essere. Pensando alla diatriba di lutero riguardo l’eucarestia

possiamo arrivare al fatto che l’opera d’arte non rimanda semplicemente a qualcosa, quanto

piuttosto che in essa vi è propriamente ciò a cui si rimanda. In altre parole:l’opera d’arte significa

un accrescimento dell’essere. Ciò la distingue dall’artigianato e dalla tecnica. In queste ultime si

producono pezzi, non opere, perché sono ripetibili e sostituibili. Al contrario l0’opera d’arte è

insostituibile. Nella riproduzione in quanto tale non viè più nulla dell’evento unico e irripetibile che

un opera d’arte. Ma che cos’è questo qualcos’altro che è ancora presente

contraddistingue

nell’opera d’arte (simulacro), diverso da un esemplare dell’opera che possiamo produrre quante

In ogni opera d’arte vi è qualcosa della mimesis .

volte vogliamo (copia)? essa non significa

naturalmente imitare qualcosa che già conosciamo, quanto piuttosto produrre la rappresentazione di

qualcosa, tanto che essa sia in tal modo presente nella pienezza sensibile. Per questo possiamo dire

che l’arte è sempre imitazione, cioè essa produce la rappresentazione di qualcosa. Naturalmente vi

sono tantissime forme possibili di raffigurazione e per questo la contrapposizione tra pittura astratta

e quella figurativa è una pura ciarlataneria politico-culturale. La rappresentazione simbolica che è

opera dell’arte non ha alcun bisogno di una precisa dipendenza da cose già date in precedenza.

L’arte viene contraddistinta piuttosto dal fatto che ciò che in essa viene rappresentato ci muove

all’indugio ed al consenso come se si trattasse di un riconoscimento. Il nostro compito è quello di

Naturalmente nell’esperienza del bello non si può

imparare ad ascoltare ciò che vuole parlare.

semplicemente parlare di una trasmissione o di una mediazione di senso. Qui sta la debolezza

dell’estetica idealistica: il non vedere come proprio l’incontro con il particolare e la manifestazione

del vero nella forma della particolarità contraddistinguano per noi l’arte come qualcosa di mai

esauribile e superabile. Il senso del simbolo era appunto il fatto che qui abbiamo una paradossale

specie di rinvio che incarna in sé e persino garantisce il significato al quale essa rinvia. Soltanto in

questa forma che oppone resistenza al puro comprendere nella forma del concetto, ci si fa incontro

l’arte. Per ciò l’essenza del simbolico consiste nel fatto che esso non ha per proprio fine una

significatività che debba essere recuperata intellettualmente, quanto piuttosto il semplice conservare

in sé il suo proprio significato.

Così l’esposizione del carattere simbolico dell’arte si salda sulle nostre considerazioni iniziali sul

gioco. Il gioco è sempre una specie di auto rappresentazione e nell’arte ciò trova espressione nel

carattere specifico dell’accrescimento di essere da parte della rappresentazione, del guadagno di

un ente acquisisce con l’essere rappresentato. L’arte in qualsiasi forma essa sia richiede

essere che

in ogni caso da parte nostra un originale lavoro di costruzione. Quindi l’opera d’arte in quanto

da sé, non è un’allegoria, ma

rappresentazione non rappresenta semplicemente qualcosa di diverso

contiene solo in se stessa il suo dire: questa dovrebbe essere un esigenza universale e non soltanto

Anche alla vista dell’arte astratta noi non

una condizione necessaria per la cosiddetta arte moderna.

potremo mai fare a meno di pensare che nel nostro orientamento quotidiano siamo rivolti a oggetti.

Ciò è dovuto al fatto che resta un nesso tra il vedere oggettuale e l’orientarsi nel mondo da un lato e

l’esigenza artistica dall’altro, di costruire all’improvviso, dagli elementi di un tale mondo

oggettivamente visibile, delle nuovi composizioni e di partecipare alla profondità delle loro

emozioni. Tutto questo però è inutile se non ci apriamo al linguaggio che viene parlato in una opera

d’arte. In questo modo ogni artista si esprimerebbe a tutta la comunità universale.

III

La festaaaa

l’isolamento di ogni elemento.

LA FESTA impedisce La festa è comunanza, è sempre di tutti. In

rapporto ai nostri scopi pratici, noi ci singolarizziamo, nonostante la coalizione che la comune

ricerca del guadagno ha da sempre reso necessaria. Al contrario la festa e il festeggiare è

determinato evidentemente dal fatto che qui nulla viene singolarizzato, ma tutto viene accomunato.

Festeggiare è un arte. In cosa consiste propriamente quest’arte? Evidentemente in una comunanza

non più facilmente determinabile, in un riunirsi per qualcosa senza che nessuno possa più dire per

che cosa ci si raccoglie e ci si riunisce. Sono questi degli enunciati che non a caso sono simili a

quelli dell’esperienza dell’opera d’arte. Il festeggiare ha determinati modi di rappresentazioni che

noi chiamiamo usanze. Che la festa venga festeggiata significa che questo festeggiare è comunque

un’attività. Alla solennità della festa appartiene il discorso solenne, e prima ancora il silenzio. Noi

festeggiamo in quanto ci riuniamo per qualcosa. Non semplicemente l’essere insieme ma

l’intenzione che unisce tutti e che impedisce ai partecipanti di cadere in discorsi singoli o di

la parola “celebrazione” indica la

disperdersi in esperienze vissute singolarmente. In tedesco

rappresentazione di uno scopo verso il quale si va’. La celebrazione è tale che non bisogna prima

andare verso qualcosa per poi arrivarvi in quanto si celebra una festa queta è sempre stata ed è

presente per l’intero tempo. Questo è il carattere temporale della festa, cioè che essa viene celebrata

e non si disperde nella durata di momenti che si susseguono l’un l’altro. Si fa un programma della

festa ma esso è fatto solo perché venga celebrata. La struttura temporale della celebrazione non è

certo quello della disposizione del tempo. Alla festa appartiene anche una specie di ricorrenza. Le

feste ricorrenti non sono chiamate così perché inserite in un ordine temporale, ma, al contrario,

l’ordine temporale sorge sulal base delle ricorrenze delle feste (natale pasqua eccetera). Sembra che

siano due le esperienze fondamentali del tempo qui in questione: la normale esperienza pratica del

tempo, cioè qualcosa che è riempito o dal nulla o da qualche cosa. Il tempo viene visto come

qualcosa che dev’essere fatto passare, non viene percepito come tempo.

Accanto a questa v’è però un'altra esperienza di tempo e questa sembra essere imparentata nella

maniera più stretta con quella dell’arte e quella della festa. A differenza del tempo da riempire

questa si chiama “tempo pieno” o anche “tempo proprio”. Qui non c’è niente da calcolare, e non c’è

una lenta successione di vuoti momenti da ricomporre pezzo per pezzo in un tempo intero. La festa,

tramite la festività, porta con se il suo proprio tempo, e così ferma il tempo e lo fa arrestare: questo

è il festeggiare. Quel carattere del tempo che appartiene al calcolo viene fermato durante la festa.

Il passaggio da tali esperienze temporali, della vita vissuta all’opera d’arte è semplice. Il fenomeno

dell’arte occupa nel nostro pensare uno spazio estremamente prossimo alla determinazione

fondamentale della vita, la quale ha la struttura dell’essere organico. Con ciò si intende dire che si

avverte come qui ogni singolo elemento, ogni momento della vista di insieme, o nel testo, si trovi

intimamente unito con il tutto, tanto da non apparire come un qualcosa di posticcio, o da non

ricadere al di fuori di questa unità come un che di morto che viene trascinato via dalla corrente degli

eventi. Esso è piuttosto centrato in una specie di punto medio. Kant ha indicato, con una espressione

così bella quale la “finalità senza scopo”, ciò che è proprio tanto dell’organismo quanto dell’opera

d’arte: qualcosa è bello “quando niente vi possa essere aggiunto e niente possa essere tolto”. Si può

anche rovesciare questa definizione e dire: proprio in questo si dimostra la profonda tensione di ciò

che noi chiamiamo il bello, e cioè che esso ammette un ambito variabile di possibili cambiamenti

ma sulla base di un nucleo strutturale che non può essere toccato se la figura non deve perdere la

sua unità vivente. In questo senso un opera d’arte è in realtà simile a un organismo vivente: è un

unità in sé strutturata. Ciò significa però che ha anche il suo tempo proprio.

d’arte non è neppure determinata dalla durata calcolabile della sua estensione nel tempo,

L’opera

ma piuttosto dalla sua propria struttura temporale. Il tempo giusto non è mai misurabile, calcolabile.

Fondamentale è l’uso dell’orecchio interno. Non le riproduzioni, le rappresentazioni, ma solo ciò

che è elevato nell’idealità di quest’orecchio interno ci fornisce il materiale per la costruzione

dell’opera d’arte. Nella poesia recitata ciò non può avvenire perché ci imbattiamo nel lavoro

riflessivo, nel lavoro veramente spirituale insito nel cosiddetto godimento. Nessuna voce del mondo

può infatti raggiungere l’idealità di un testo poetico. Ciascuna voce per via della propria

contingenza è costretta in qualche modo ad offenderla. Liberarsi da questa contingenza costituisce

la cooperazione che noi dobbiamo prestare come giocatori che partecipano a questo gioco.

Il tema del tempo proprio dell’opera d’arte, può essere descritto bene a proposito dell’esperienza del

ritmo. Si può ben mostrare che noi udiamo un ritmo insito nella forma della sequenza stessa quando

iniziamo noi stessi a ritmizzare, cioè quando noi stessi siamo attivi per poterlo udire in essa.

Ogni opera d’arte possiede quindi un suo certo tempo proprio che per così dire ci si impone. Inoltre

nell’esperienza dell’arte si tratta anzitutto di imparare un modo particolare dell’indugiare. E’ un

indugiare che viene contraddistinto evidentemente dal fatto di non riuscire noioso. L’essenza

dell’esperienza temporale dell’arte consiste nell’imparare ad indugiare. Ciò è forse la contropartita a

noi adeguata, cioè finita, di ciò che si chiama eternità.

che ci pone l’arte di oggi contiene in se, sin dal principio, il compito di mettere

La questione

insieme ciò che si va separando e che si trova in un rapporto di mutua tensione: da un lato

l’apparenza storicistica e da un lato l’apparenza progressistica. La pria può essere vista come

l’illusione della cultura, in base alla quale è significativo soltanto ciò che ci proviene e che ci è noto

dalla tradizione culturale. La seconda vive al contrario in una specied i illusione critico-ideologica.

In quanto il critico crede che i tempi debbano cambiare ed iniziare da capo dall’oggi al domani, e

con ciò solleva la pretesa di conoscere da cima a fondo la tradizione in cui vive, e di potersela

lasciare alle spalle. Il vero e proprio enigma che il vero dell’arte ci pone è la contemporaneità del

passato e del presente. Dobbiamo chiederci in che modo l’arte sia un superamento del tempo.

Abbiamo cercato di rispondere in tre passi successivi. Il primo ricercava una fondazione


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vip22

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DETTAGLI
Esame: Filosofia
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
Docente: Reale Mario
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher vip22 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Reale Mario.

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