La giustificazione dell'arte
La giustificazione dell'arte fu un tema sollevato inizialmente da Socrate che capì che la trasmissione dei contenuti tradizionali in forma figurativa non possiede per forza diritto alla verità. Questo tema è risollevato ogni volta che nasce un nuovo appello alla verità. Dalla concezione tardoantica che deplorava le immagini si è passata a quella cristiana che rifiuta l’iconoclastia e dà all’arte una nuova giustificazione: attraverso le immagini giungeva ai fedeli il contenuto delle scritture. La riforma luterana modernizza e rafforza quest’idea (musica cristiana).
La concezione di Hegel
Nel 19o secolo, la questione è posta di nuovo: per Hegel siamo alla morte dell’arte. Propriamente con questa espressione il filosofo tedesco esprime il carattere di passato proprio dell’arte. La sua non è una provocazione ma intende mostrare come la nostra conoscenza della verità debba diventare l’oggetto del nostro conoscere: “sapere il nostro stesso sapere del vero”. Per Hegel ciò si può compiere solo raccogliendo la verità nella storia e per questo giunge ad abbracciare nella sua filosofia la dottrina cristiana.
Ciò che Hegel intende quindi è che l’arte non si comprenderà più da sé, con l’ovvietà con cui era compresa nel mondo greco (Dio=arte). L’opera d’arte non è più il divino stesso che noi veneriamo. Il cristianesimo trova una nuova giustificazione all’arte: fusione umanistica con tradizione antica e ciò si esplica nell’arte cristiana dell’occidente. In questo modo avviene la naturale integrazione tra società, chiesa e coscienza dell’artista.
Arte moderna e tradizione
Il problema è che per Hegel tutto questo non esiste più perché i grandi artisti sono sradicati dalla società. Non esiste più l’ovvietà della comunicazione tra artista e committenti/fruitori. Il moderno infrange le nostre aspettative oggettuali: per capirlo bisogna rifletterci. Ha insieme un carattere messianico e provocatorio. In realtà, arte del passato e arte moderna non sono contrapposte ma si co-appartengono. Questo perché abbiamo una coscienza storica che determina anticipatamente il nostro vedere e le nostre esperienze dell’arte.
Sono tre i concetti determinanti: il gioco e la sua riacquisizione, il simbolo come possibilità del riconoscimento di noi stessi e la festa come riacquistata comunicazione. Come si può colmare la frattura tra la tradizione dell’arte figurativa occidentale e gli ideali dell’arte moderna?
Il significato di arte
Per capirlo partiamo dal significato di arte. Esso significa “sapere e capacità di produrre”. La natura, secondo i greci, lascia uno spazio alla creazione dello spirito umano. Noi lo facciamo per imitazione della natura. L’arte quindi può essere vista come ciò che ci insegna a riconoscere l’universale nelle azioni e nelle sofferenze umane.
Un altro suggerimento ci viene dato dalla seconda parte del nostro intenderci sulla parola arte. Arte significa “belle arti”. Che cos’è però il bello? Il concetto del bello di origine naturalmente greca si basa sul fatto che essa ordini il tutto. È anche per noi abbastanza convincente che la determinazione del bello sia il riconoscimento e il consenso di tutti. Il bello trova il proprio compimento in una specie di autodeterminazione.
Ma dove ci si fa incontro il bello? Pensiamo al Kosmos, l’ordinamento del cielo che per i greci rappresenta la manifestazione visibile del bello. I periodi del corso dell’anno, i mesi e i giorni costituiscono le costanti più affidabili dell’esperienza dell’ordine della nostra vita, in contrasto con l’ambiguità e la volubilità del fare e dell’agire umani. Platone descrive la sensazionale ascesa di tutte le anime in cui si rispecchia l’ascesa notturna delle stelle. In alto alla cima del firmamento si apre lo sguardo sul mondo vero. Ciò che di là si può vedere sono le vere costanti e perenni forme dell’essere.
La visione del bello
Il problema è che le anime umane sono disturbate da questa visione e quando precipitano sulla terra rimangono separati dalla verità, di cui serbano soltanto un ricordo del tutto vago. Ma vi è un’esperienza per cui esseri cominciano a crescere: l’esperienza dell’amore e del bello, dell’amore per il bello. Grazie al bello si riesce alla fine a riconoscere il vero mondo. È questo il cammino della filosofia. Il bello è quindi la visibilità dell’ideale.
L’importante indicazione che possiamo trarre da questa storia è che l’essenza del bello non consiste nel fatto di essere posta di fronte od opposta alla realtà, ma consiste nel fatto che la bellezza è come una garanzia che il vero ci si faccia incontro, non restando irraggiungibilmente lontano. La funzione del bello è quella di colmare l’abisso che si apre tra l’ideale e il reale.
Estetica e razionalismo
Un terzo passo ci conduce all’estetica. È una scoperta molto tarda e coincide con l’estromissione del senso dell’arte dalle abilità artigianali. L’estetica è sorta come disciplina filosofica soltanto nel diciottesimo secolo nell’epoca del razionalismo e fu provocata probabilmente dallo stesso razionalismo moderno. Rispetto al generale orientamento razionalistico verso la regolarità matematica della natura ed alla sua importanza per il dominio delle forze naturali, l’esperienza del bello sembra appartenere ad un campo della massima arbitrarietà soggettiva. Come può essere compresa la sua verità?
Baumgarten, fondatore dell’estetica filosofica, parlava di una cognitio sensitiva, una conoscenza sensibile. “La conoscenza comincia ad essere veramente qualcosa da quando ha lasciato alle sue spalle la soggettiva condizionatezza sensibile, ed comprende la ragione l’universale, e ciò che nelle cose è riducibile a legge. Il sensibile emerge soltanto come un mero caso di universale conformità alle leggi. Non è certamente l’esperienza del bello a registrarlo come caso di una legge universale. La cognitio sensitiva vuol dire piuttosto che anche ciò che apparentemente è solo la particolarità dell’esperienza sensibile, in considerazione del bello, ci costringe ad indugiare in ciò che appare individualmente. Che c’è che qui qualcosa ci trattiene e ci tocca? Questo è il compito dell’estetica filosofica.
Baumgarten ha definito l’estetica come l’arte di pensare in modo bello. In ciò è insita l’importante indicazione che le arti del linguaggio posseggono una funzione particolare per la soluzione del compito che ora ci siamo posti. Non possiamo prescindere dalla riflessione sul bello platonica. Per lui il vero essere viene pensato come il modello originario e tutta la realtà fenomenica come immagine di una tale originarietà del modello.
Così si procede: noi estraiamo per così dire con la vista l’immagine dalle cose, ed immettiamo di nuovo l’immagine nelle cose. Così funziona l’immaginazione, la capacità dell’uomo di immaginarsi un’immagine, ciò su cui la riflessione estetica si orienta. In ciò consiste anche la grande scoperta di Kant.
La scoperta di Kant
Egli ha visto per primo nell’esperienza del bello e dell’arte una vera problematica filosofica: che cosa è propriamente vincolante nell’esperienza del bello? Quella specie di verità che incontriamo nell’esperienza del bello solleva inequivocabilmente di non essere valevole soltanto soggettivamente sebbene abbia una sua singolarità. Ciò significherebbe semplicemente non essere in alcun modo giusta e vincolante. Kant infatti pretende il consenso di ciascuno. Chi trova bello qualcosa quindi non intende che piaccia soltanto a lui ma pensa che è bello in generale, non si convincono gli altri tenendo un discorso ma coltivando il senso di ognuno per il bello.
Questa è la “critica”, cioè distinguere il bello dal meno bello, attraverso la stessa esperienza del bello. Ed è significativo il fatto che trovar bello qualcosa venga illustrato da Kant in primo luogo nel bello naturale e non nell’opera d’arte. Qual è il concetto comune che abbraccia entrambe le arti, antica e moderna? Il problema consiste nel fatto che non si può né parlare di una grande arte che appartenga al passato né di un’arte moderna che soltanto dopo il rifiuto di tutto ciò che è significativo sia arte pura.
Scopriamo quindi il seguente paradosso: finché abbiamo di fronte la cosiddetta arte classica dobbiamo ammettere che questa era una produzione di opere che esse stesse non erano considerate arte ma come un abbellimento del proprio mondo vissuto. Ma nel momento in cui il concetto di arte acquistò quel timbro che è a noi familiare e l’opera d’arte iniziò a poggiare su se stessa disciolta dal tessuto connettivo dei rapporti vitali, l’arte divenne arte: l’arte che cioè non volle essere altro che arte e iniziò quindi la grande rivoluzione che si è acuita nell’arte moderna.
Kant per primo ha difeso l’autonomia dell’ambito estetico rispetto al fine pratico e al concetto teorico: parla cioè di piacere disinteressato che è il gioire della bellezza. Nessuno quindi può porre sensatamente la questione dell’utilità. Ma ognuno sa che comunque il gusto rappresenta nell’esperienza artistica il momento livellante. Il gusto è comunicativo, rappresenta ciò che più o meno ci caratterizza tutti. Un gusto soltanto individuale e soggettivo è qualcosa di insensato.
Noi dobbiamo a Kant quindi la prima comprensione della validità dell’esigenza estetica. Ciò che importa a noi è il movimento estetico del piacere, senza che ci sia in gioco alcun concetto, senza che qualcosa venga visto e compreso come “qualcosa”. Per Kant la vera bellezza è quella che nell’arte noi scattiamo subito: la forma triviale dell’artigianato decorativo che ha un compito subordinato. Kant l’ha chiamata “bellezza libera”, cioè priva di concetto e di significato.
Naturalmente c’è un quid che fa nascere l’arte, ma Kant non l’ha voluto determinare dal punto di vista del contenuto. Il suo grande merito è stato quello di aver superato il punto di vista del gusto a favore del punto di vista del genio. Inteso come forza della natura. Il genio è cioè colui che è talmente favorito dalla natura da poter creare qualcosa, come la natura, senza il cosciente intervento.