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Dispensa di filosofia e teoria delle arti

Identità del Settecento tra classicismo e romanticismo

L’immagine del Settecento si può costruire attraverso la leggenda del secolo che prende piede dall’inizio del XIX sec. con la borghesia europea che ha fantasticato su un Settecento elegante e frivolo (Starobinski), unificando l’intero secolo nel segno dell’astrattezza, dell’intellettualismo e della superficialità. Esiste anche un’interpretazione del Settecento come una scissione cronologica, ideologica e culturale; in realtà, è un secolo che ha avuto una grande consapevolezza dell’unità e dell’originalità dei propri intenti (Moritier – si contrappone alla scissione classicismo/romanticismo). Il primo storico a aver mostrato i limiti dell’interpretazione della scissione è stato Mauzi che ha dato una svolta importante alla storiografia: secondo il metodo precedente, il 1750 avrebbe indicato la data della frattura del secolo, segnata dalla conversione di Vincennes di Rousseau (momento in cui l’ordine della ragione è spodestato da quello del cuore).

La conflittualità tra ragione e sentimento diventa determinante in Hazard e se esiste questa divisione è presente anche quella tra uomini sensibili (sensibilità) e philosophes (ragione), causando l’incomprensione dell’uomo del Settecento. Il ‘700 si traduce allora tramite “persistenze” e “coesistenze”, anche abbastanza complesse: si tenta una ricostruzione del mondo in cui tutto è messo in gioco simultaneamente (ragione, sensibilità, immaginazione, senso - Mauzi). Attraverso la fusione di elementi diversi, gli autori di questo periodo cercano di costruire un uomo nuovo (Mortier), un tipo umano completo che assume pienamente tutti gli aspetti del proprio io.

Il campo dell’estetica fra ragione e sentimento

Accettando le operazioni riduttivistiche, c’è il rischio di considerare autori come Batteux uomini di frontiera, incapaci di avvertire il nuovo della situazione (Crousaz). Du Bos, invece, è considerato un precursore del pensiero moderno. Secondo la scissione precedente, Batteux sarebbe un neoclassico, Du Bos un preromantico (uso metastorico della nomenclatura). È fruttuoso analizzare il nesso ragione-sentimento: non bisogna che un termine escluda l’altro ma che si definisca e si specifichi nel rapporto con l’altro (Diderot che viene considerato un unicum, ma anche gli estheticiens si rileva una tendenza al nuovo).

Nel 1750 viene pubblicato il primo volume dell’Aesthetica di Baumgarten: ma c’è il problema di un’estetica autonoma (si collega la nascita dell’estetica all’affermarsi dell’ideologia romantica).

Gli estheticiens

Da Crousaz a Batteux

Nell’estate 1746, Batteux pubblica “Les Beaux arts reduits a un meme principe”: da qui cresce l’interesse per i temi del bello e delle arti (prima era uscito il “traité du beau” – 1714- di Crousaz) mentre nel secolo precedente questi erano stati marginali eccettuata l’elaborazione poetica (art poetique di Boileau); nel ‘700 il problema diventa centrale. Da Crousaz si configura un ambito teorico sistematico facendo confluire una pluralità di temi prima dispersi, riconoscendo una complementarità dei progetti dei vari autori.

Batteux, l’ultimo cronologicamente, è privilegiato: coi suoi “beaux arts” tenta di far convergere i problemi del bello e delle arti, attraverso un’indagine conoscitiva del reale funzionale al progresso dell’uomo. Tutti gli autori, attingendo all’illuminismo, sottolineano la novità temeraria della loro ricerca e Batteux si scaglia contro il pregiudizio rivendicando a Cartesio il merito di averlo combattuto per primo. Per la loro ricerca pionieristica, questi autori utilizzano strumenti razionali attraverso i quali risolvere positivamente i problemi affrontati e tutti sono concordi riguardo gli atteggiamenti e le espressioni per affrontarli (Crousaz, André, Du Bos, Batteux).

Non essendo artisti, tutti tentano di trattare i problemi da un punto di vista teorico, seguendo un metodo che consiste nel prendere atto dei paradossi precedenti, sgombrare il campo dal fasto allegorico della terminologia consueta, sviluppare poi ciò che è implicito fino a proporre qualcosa di preciso.

Una teoria del bello (Crousaz)

Il trattato del bello (1714) di Jean-Pierre de Crousaz

Sedimentazioni cartesiane

Crousaz per primo comincia a trattare riguardo al bello: l’avvio del Traité du beau è cartesiano (per una conoscenza certa bisogna liberarsi da ogni erroneo convincimento) e a Cartesio si ispira anche l’idea del “discendere in se stesso”. Di derivazione cartesiana, sono anche la distinzione fra idee e sentimenti, la derivazione delle passioni da spiriti animali e quella dei sentimenti da oggetti esterni e disposizioni interiori.

Duplicità del bello

L’idea di “bello” si scontra subito con la relatività dal punto di vista del fruitore: il termine, infatti, è ambiguo (“è bello”: rapporto plurivoco). Da un lato abbiamo l’oggetto designato bello e dall’altro le nostre idee: un quadro può risvegliare in noi sensazioni piacevoli pur non avendo le caratteristiche del bello. Pur essendo il concetto di bello relativo, la bellezza non è immaginaria e per darne una definizione razionale bisogna isolare il bello che ha esclusivo rapporto con le nostre idee.

Posizioni: razionalità e bello oggettivo

Se un uomo, esperto di pittura, guardasse dei quadri di eccellente fattura in preda a qualche violenta passione non ne ricaverebbe alcun piacere, ma ne coglierebbe la bellezza. Infatti, la nostra mente contiene principi speculativi che ci insegnano a decidere se un oggetto è bello o non lo è (bello indipendente dal sentimento). Noi siamo attirati, principalmente, dalla varietà che ci fa progredire nella conoscenza e non ci fa annoiare; ma dev’essere temperata dall’uniformità, dalla regolarità ed all’ordine (proporzione), come se la bellezza fosse un oggetto matematico (le arti maggiormente considerate sono la musica e l’architettura). La diversità ridotta all’unità, utilizzata per la bellezza, non è solo riferibile a questa ma anche alle altre arti (la bellezza è il rapporto tra la costituzione dell’oggetto e il suo fine).

Dissidi: sensibilità e bello soggettivo

Esistono due bellezze: una rapportabile alle idee (fissa, basata sui giudizi) e una rapportabile ai sentimenti (varia, basata sui gusti). Questo getta le premesse di una fenomenologia delle bellezze particolari e non solo razionali: ma queste due bellezze sono inconciliabili? Per Crousaz il sentimento è la ragione non ancora giunta alla piena consapevolezza (Fubini): ma così il sentimento si assimila alla ragione con un ruolo subordinato, mentre Crousaz dà al sentimento corposità e autonomia (i sentimenti ci dominano e la loro assenza causa una condizione insopportabile). Noi siamo quindi dominati dai sentimenti e i sentimenti dalla bellezza.

Conciliazioni: l’ideale del buon gusto

Quindi sembra che la ragione sia relegata sullo sfondo e che i sentimenti siano legittimati: ma la ragione e il sentimento trovano il momento di incontro nella nozione di buon gusto (il buon gusto ci fa apprezzare mediante il sentimento ciò che la ragione avrebbe approvato). Crousaz crea così un impianto teo-teleologico per superare la distanza tra i due piani: Dio non vuole creare contrarietà e perciò accorda idee e sentimenti. Quest’accordo si verifica quando c’è armonia tra la natura degli oggetti e i relativi sentimenti, ma dopo il peccato originale i sensi e il cuore non sono più integri. Crousaz guarda allora a una legge di armonia universale, precedente il peccato, che unisca soggettivo e oggettivo. Nel filosofo si individua allora la presenza e la convergenza di tre tendenze, una cartesiana, una empirica e una leibniziana: in questo modo, il principio estetico è riconducibile alla stessa essenza divina e in conclusione gli oggetti belli causano sentimenti piacevoli per l’esistenza di un’armonia tra la natura sensibile e la natura intellettuale.

Una teoria delle arti

Le Riflessioni critiche sulla Poesia e sulla Pittura (1719) di Jean-Baptiste du Bos

Quasi contemporanei, il Traité du beau (1714) di Crousaz e le Réflexions critiques sur la Poesie et sue la Peinture (1719) sono complementari per l’estetica francese. Du Bos concepisce le arti come un insieme omogeneo e trova anche nozioni specifiche sulla produzione e fruizione dell’opera d’arte e le Réflexions si pongono come un’enciclopedia dell’estetica. Il senso della problematica si pone nella sensibilità che è il fondamento della società e così si creano le coppie arte – uomo e arte – società: l’estetica in Du Bos è congiunta alla psicologia e alla sociologia, con una concezione materialistica dell’uomo.

Per Du Bos i fenomeni estetici sono importanti in relazione all’uomo perché l’arte non vale per se stessa ma come modo per strapparci all’infelicità procurandoci un piacere puro. Le Réflexions cominciano con una descrizione psicologistica e materialistica della condizione umana: ogni piacere deriva dal soddisfacimento di un bisogno e gli è proporzionale e il bisogno più impellente nell’uomo è avere la mente occupata. Per questo, gli uomini svolgono anche i lavori più penosi pur di non annoiarsi: questa idea non è nuova perché era già presente in Sant’Agostino, Crousaz e Pascal (Du Bos non si inserisce in una visione religiosa, come Pascal, ma è influenzato dallo scetticismo naturalistico di Bayle e dalla filosofia di Locke e Addison).

Da Locke, Du Bos deriva la distinzione fra sentire e riflettere, le due vie che servono all’uomo per sfuggire al vuoto procurato dall’inazione: sentire è abbandonarsi alle impressioni che gli oggetti esterni producono sull’anima, mentre riflettere è intrattenersi con speculazioni su materie sia utili che curiose (quest’ultimo è spesso impraticabile ma è l’unico che permette di allontanarsi dalla solitudine e dalla noia e di sfuggire alla fantasticheria tetra e languente). La via del sentire è, invece, alla portata di tutti e porta gli uomini alla ricerca del movimento e di occupazioni frivole o al cercare l’emozione nelle passioni, spesso dolorose. Da ciò deriva l’intreccio tra piacere e dolore che domina la vita umana e la ricerca continua di passioni per evitare l’incontro a tu per tu con se stessi. La funzione delle arti è allora creare oggetti particolari che suscitino emozioni artificiali e attenuate per tenere la nostra anima occupata senza conseguenze sgradevoli e raggiungendo un piacere puro: le arti in considerazione sono allora la poesia e la pittura (imitano oggetti che producono passioni autentiche, causando passioni artificiali (procedimento della duplicazione: si provoca un piacere annullando gli effetti negativi).

Sentimento e ragione

L’impressione emotiva prodotta dall’opera d’arte non incide sulla sfera razionale ma sull’anima sensitiva ed è mano intensa. La ragione e la volontà controllano la passione artificiale: se un uomo ha il cuore sensibile e la mente debole identifica l’oggetto artistico con la realtà e non controlla più le passioni (anche se rimane comunque padrona delle emozioni superficiali che gli oggetti d’arte esercitano su di essa – Du Bos non è un precursore del romanticismo). Il filosofo cerca un riequilibrio fra sensibilità e razionalità nel piano artistico (dove le passioni artificiale possono essere regolamentate – nel piano naturale la passione è incontrastabile); per questa teoria, Du Bos trae ispirazione dal Compendium musicae di Cartesio (piacere: gioia intellettuale; Du Bos: piacere: fatto di sensibilità legato alle impressioni).

Terapeutica delle passioni e culturalizzazione dell’arte

L’arte per Du Bos è una funzione essenziale per la vita dell’uomo: da qui nasce la problematica dell’arte – divertissement che riecheggia Pascal (per lui non è mai disgiunto dal peccato e spinge gli uomini a perdersi insensibilmente). Per Du Bos l’arte – divertissement è un gioco che serve a rompere la noia e assume la funzione di terapeutica delle passioni (passaggio dal divertissement all’estetica borghese – Saisselin). Saisselin individua tre stadi dell’arte – divertissement:

  • Divertissement pascaliano, inficiato di relativismo
  • Trasformazione del divertissement in estetica (Du Bos e Batteux)
  • Con i philosophes l’arte ottiene una funzione etico-didascalico.

Così fra la fine del ‘600 e la prima metà del ‘700 si attua il processo di culturalizzazione dell’arte (l’oggetto artistico non richiede particolari competenze e non può essere riservato solo ad artisti, critici e aristocratici), che porta alla liceità di una fruizione immediata (più diffusa informazione) e al dilatarsi della nozione di pubblico (istituzioni culturali popolari).

Persuasione e spettacolo

Du Bos si occupa, quindi, di un’estetica della fruizione basata su un’opera d’arte che concerne più il piacere e l’emozione dell’istruzione, come si vede dalle citazioni di Quintiliano, Cicerone e Orazio. Munteano formula un’estetica della persuasione passionale in Du Bos basata sui tre officia dell’oratore quintilianeo (docere, delectare, movere) adattati all’arte; il rhéteur esthéticien espunge il docere (mente e ragione) a vantaggio del delectare e movere (cuore) – ma non c’è un’opposizione radicale fra sensibilità e razionalità.

I tre officia per funzionare devono essere connessi tra di loro: senza docere non ci sono neanche delectare e movere. Il principio estetico dell’unità delle arti è identificabile con quello retorico della persuasione: l’artista come l’oratore dovrebbe persuadere (in Du Bos però il delectare e movere sono una problematica esistenziale che deve soddisfare un bisogno dell’anima). Il piacere non è basato sull’illusione e sulla sorpresa (Fubini) ma solo sull’illusione perché il piacere continua anche quando non c’è più la sorpresa (anzi il piacere è maggiore quando vediamo un’opera per la seconda volta). Il discorso dubosiano è finalizzato, però, all’estetica e non alla retorica: la vista è superiore all’udito e la pittura è superiore alla poesia perché l’artista deve mettere sotto i nostri occhi – ponere ante oculos – la sua immagine rappresentativa.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/04 Estetica

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